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The Trump factor. Scenari europei di difesa, sicurezza e clima nell’anno del doppio appuntamento elettorale

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Donald J. Trump è in piena campagna elettorale – il suo habitat naturale – e ha iniziato ad esporre alcune delle linee di politica estera che, come per il suo primo mandato, delineano una possibile retrocessione di Bruxelles dalla sua lista dei più stretti alleati. Sebbene il successo repubblicano sia tutt’altro che scontato, il fattore Trump sta già pesando sulle strategie politiche europee.

I rapporti euro atlantici

L’esperienza insegna che con il Tycoon alla Casa Bianca, l’Europa non può contare sulla safety net statunitense. Le dichiarazioni di questa tornata però si spingono oltre, fino a minacciare l’abbandono statunitense degli alleati europei. 

La prospettiva, ancora poco approfondita dalle capitali europee, ci riporta al passato. Nel 2017 furono proprio gli attacchi di Trump alle cancellerie europee a portare Macron e Merkel a forti prese di posizione: sulla “morte cerebrale” della NATO e sull’inaffidabilità dell’alleato statunitense.

Dunque, la riflessione sui contributi alle spese dell’Alleanza atlantica è uno dei cavalli di battaglia di Trump anche per la campagna 2024. La celebre soglia del 2% di spesa cui alcuni Stati europei storicamente si sottraggono [così come il Canada, NdA], pesa come un macigno nella dialettica dell’ex-presidente. Anche se i tempi sono cambiati rispetto al primo mandato, i rapporti dell’Unione con un Trump bis non sembrano destinati a dinamiche troppo diverse da quelle ricordate, dal momento che la traiettoria d’attacco dell’ex Presidente verso l’Europa è rimasta sostanzialmente la stessa. 

Tralasciando slogan e minacce clamorose – parte della giostra mediatico-elettorale, nonché dell’ampio repertorio di Trump – attorno a una NATO definita “obsoleta”, il programma di politica estera del Tycoon sembra ruotare attorno al concetto Reject Globalism and Embrace Patriotism, che campeggia nel sito ufficiale della campagna presidenziale. Più che un ritorno al classico isolazionismo da libro di testo, la retorica restituisce l’idea di un’Europa mal sopportata, vista come un capitolo di spesa superfluo. Un’alleata di circostanza da trattare con intransigenza e da scavalcare, dove possibile, preferendo l’accordo diretto con gli Stati più affini.

Il fattore Trump: rischio o stimolo? 

Uno degli snodi cruciali è, però, quello riguardante il conflitto in Ucraina, che nell’attuale enfasi trumpiana si sostanzia in una delle tante guerre lontane, dalla quale si defilerebbe volentieri. 

Certo, anche una riconferma democratica alla Casa Bianca potrebbe tentare di accompagnare Kiev verso una soluzione negoziale del conflitto. Tuttavia, un rapido ritiro del supporto di Washington – annunciato a più riprese da Trump – farebbe tremare non solo l’Ucraina, ma anche gran parte del confine orientale dell’Unione europea, offrendo alla Russia una via preferenziale verso i suoi obiettivi militari e mettendo ulteriormente a rischio i rapporti transatlantici. Quel che è certo è che queste dichiarazioni (in parte ritrattate) del candidato repubblicano restituiscono una panoramica precisa sullo stato nervoso dell’Unione. 

Alle provocazioni di Trump hanno fatto immediatamente eco l’invito a calmare gli animi da parte del Segretario NATO, Jens Stoltenberg, e un rilancio del dibattito sull’istituzione di una forza di difesa europea. Si assiste, inoltre, all’inizio di un dialogo UE-Francia-UK per la gestione condivisa della deterrenza nucleare, vero bandolo della matassa di un’eventuale NATO a trazione europea. 

Questo risveglio intermittente dell’Europa su temi complessi è ormai abituale, e sembra che Trump sia sempre più consapevole della portata e degli effetti delle sue dichiarazioni. Non a caso, le vicende europee sono trattate sempre più spesso durante i comizi elettorali del Tycoon.

Sì al Made in USA, forse alla sostenibilità, no al cambiamento climatico 

In materia climatica ed energetica resta agli atti l’eredità dell’ex-presidente USA, in contrapposizione all’enfasi green dell’UE. Dal ritiro dagli Accordi di Parigi del 2015 al qualunquismo beffardo col quale Trump affronta i dibattiti in materia (“They said that the oceans are going to rise (…) We’ll have a little bit more beachfront property, that’s not the worst thing in the world”), quello climatico è un potenziale fallimento strategico. Specialmente se si riflette sulle possibili conseguenze di questa postura, assunta dal secondo produttore mondiale di CO2

Mutatis mutandis, ciò rappresenterebbe una vittoria tattica di grande peso per l’UE e la sua strategia per la neutralità climatica, messa alle strette in materia di sostenibilità proprio dalla più vicina amministrazione Biden. 

Negli ultimi due anni infatti, l’Inflation Reduction Act (IRA) sta sgretolando a colpi di sussidi diretti l’impalcatura climatica europea, attraendo verso il mercato americano intere filiere produttive. La mossa pone seri rischi al mercato unico UE, alla sua competitività e alla sua capacità di attrarre investimenti.

Ad oggi, l’Europa non può permettersi di utilizzare gli stessi crediti d’imposta americani, avendo norme più stringenti sugli aiuti di Stato e un budget notevolmente più limitato e l’inflessibilità di Biden sull’IRA – testimoniata dalle visite senza esito di Emmanuel Macron, Bruno Le Maire e Robert Habeck – sembra non lasciare margini di manovra nel breve periodo.

In questo senso la continuità trumpiana con la presidenza Biden è una sfida nella sfida. In caso di vittoria starà a Trump decidere: mantenere la misura protezionistica affine all’ideologia di The Donald – ma voluta dai democratici, già processata e condannata dal Tycoon – per imprimere un cambio di passo alla transizione verde e al contempo ridurre il deficit; oppure arroccarsi sui temi che finora hanno delineato la politica fiscale, energetica e climatica del 45° Presidente: “drill, baby, drill!”? 

Novembre si prospetta, come ogni quattro anni, uno spartiacque per Washington e i suoi alleati, mentre l’Europa si prepara all’appuntamento elettorale di giugno, costretta a giocare d’anticipo.

Inficiata da processi penali di portata storica, caratterizzata da una gestione ultra-populista della base elettorale, spalleggiata da numerosi leader illiberali: la cavalcata di Trump sembra quanto di più lontano possa esistere dalle attuali necessità politiche del vecchio continente. Soltanto l’esercizio democratico del voto ci svelerà l’esatta distanza che le due sponde dell’Atlantico manterranno – probabilmente – fino alla fine del decennio. Non restano che pochi mesi per prepararsi.

Enea Belardinelli, Geopolitica.info

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