The Mediterranean Way, la dieta mediterranea come fattore identitario tra geografia dell’alimentazione e cultural heritage

La seduzione è già nel nome: “dieta mediterranea” è sole, mare, allegre paste asciutte, pane vino ed olio. La locuzione, coniata negli anni sessanta dal fisiologo-nutrizionista americano Ancel Keys, è di certo un’astrazione, ma non è un’invenzione: ha anzi valenze plurime, culturali e scientifiche, che sono state oggetto di un panel specifico della conferenza internazionale “Food and Culture” – promossa dall’autorevole storica dell’economia Giovanna Motta e tenutasi nel giugno 2016 presso l’Università di Roma “Sapienza” – dedicato proprio al tema della dieta mediterranea con l’intervento del noto medico presidente del Consiglio Universitario Nazionale Andrea Lenzi dal titolo “La dieta mediterranea fra scienza, storia, religione” (si vedano i tre volumi Food and Culture. History Society Communication che ne pubblicano gli atti, nel 2018, per i tipi delle Edizioni Nuova Cultura di Roma).

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La definizione di “dieta mediterranea” (d’ora in avanti DM) nasce con l’intento di determinare un modello costruito a tavolino per precisi scopi di carattere medico-sanitario, ossia trovare un correttivo alla dieta eccessivamente proteica e calorica dei popoli ricchi, in primo luogo gli americani; ma si tratta solo del primo passo verso la costruzione di quella che verrà definita da Keys “the mediterranean way”: dieta intesa non solo come modo di nutrirsi, ma come modo di fare, regola, ricerca di equilibrio, stile di vita. Detto in parole antiche: “diaita”.

Keys al fine di studiare le cause della preponderante incidenza di malattie cardiovascolari negli Stati Uniti rispetto al Mezzogiorno d’Italia e dunque l’apparentemente inspiegabile minore aspettativa di vita dei ricchi americani rispetto agli operai della zona campana, avvierà una serie di ricerche comprendenti screening della popolazione maschile napoletana e studi comparativi tra Italia, Stati Uniti d’America, Finlandia, Jugoslavia, Giappone, Olanda e Grecia.  Si trasferisce pertanto nel territorio del Cilento, costruendovi nel 1963 una casa, assieme alla moglie Margaret Haney, biologa. È qui che fondano quella sorta di colonia di scienziati a cui daranno il nome “Minnelea”: crasi tra Minneapolis – città di provenienza dei due studiosi – ed Elea – colonia Greca della Campania, oggi Delia – celebre per aver dato i natali alla scuola filosofica di Parmenide e Zenone. Due nomi accumunati dalla stessa radice: “minn” ed “ele” che entrambi significano fonte d’acqua. È alla fonte di Minnelea che avviene il battesimo di un antico modo di vivere e soprattutto di convivere la DM.

La storia della riscoperta della dieta mediterranea non si arresta con Keys. Fra tutti i regimi alimentari del mondo, si è dimostrato uno dei più sani; i suoi effetti non dipendono tuttavia dai singoli alimenti – non è il singolo ingrediente ad essere buono o cattivo – ma è l’insieme delle abitudini alimentari, la combinazione dei cibi, la varietà, la condivisione, insomma è “lo stile di vita”.

La “sacra triade mediterranea”: grano, olio, vino

La triade individuata da Keys alla base della dieta – grano, vino ed olio, già diffusi dal V al VI millennio a.C. – ha assunto un ruolo preminente nel mondo greco, ben testimoniato dagli usi rituali e alimentari di queste piante e dei rispettivi derivati, in noti contesti di culto: il grano è legato alla divinità greca Demetra, l’olio ad Atena, Dioniso al vino e sono sempre questi tre elementi che si trovano alla base della tradizione cristiana.

A gettare le basi di questo celebre regime alimentare, avrebbero contribuito gli antichi medici greci. A ipotizzarlo sono le analisi pubblicate nel giugno 2015sul Journal of Ethnopharmacology da John Wilkins, esperto di Storia Classica e Antica dell’Università di Exeter, nel Regno Unito. Sulla sponda “razionale” del sapere medico, le stesse piante sono indicate dai testi ippocratici come sistemi preventivi, come mezzi per disciogliere e veicolare al corpo altre sostanze o come veri e propri farmaci per una lunga serie di patologie. In assenza di conoscenze sulle proprietà nutrizionali degli alimenti i medici ippocratici basavano le loro scelte sul loro sapore e consistenza. “Utilizzavano il sapore come misura delle proprietà nutrizionali – spiega Wilkins – perché quell’astringenza delle mele non mature o il sapore pungente delle cipolle riflettevano l’effetto che il cibo avrebbe avuto sul materiale digerito e quindi l’impatto sugli umori del corpo.”

L’uso medico della triade è dunque fondato sull’idea che la natura degli elementi che lo compongono sia umettante o riscaldante: il vino è caldo al punto da dover esser assunto in diluizione, l’olio moderatamente caldo e umido, i cereali come frumento, miglio e più particolarmente orzo (il cereale più largamente coltivato fino al termine dell’età ellenistica), denominati siton, significano umido. Da queste qualità discendono gli effetti terapeutici. Vino, olio, orzo sono generalmente indicati in fonti non mediche come equivalenti della forza vitale, veicolata attraverso il processo alimentare, in cui la linfa vegetale rifornisce quella umana.

Il vino, linfa della vite, raggiunge il cervello, sede centrale di governo del corpo per la medicina ippocratica, sede di formazione del midollo osseo e del seme maschile attribuendo forza e vigore sessuale. L’olio, anche quando utilizzato per unzione esterna, è nutrimento del corpo, in quanto il suo liquido “introduce attraverso i pori la materia costitutiva della vita e della forza” (citato nei Problemata dal Pseudo-Aristotele). L’orzo, principale costituente della maza, focaccia poco o per niente lievitata, che costituisce la base dell’alimentazione greca, è equiparata nei testi omerici alla parte spessa del midollo (a differenza di quella più fluida, a cui corrispondono seme e vino): è dunque logica la somministrazione che Circe ne fa ai compagni di Odisseo “disseccati” dalle fatiche, per cui si rende necessaria un’integrazione di thymos, “l’anima emozionale”. Si sancisce così un’equivalenza particolarmente forte nel caso delle tre sostanze che costituiscono il nucleo dell’alimentazione greca, un’equivalenza che dimostra come la medicina occidentale nasca quale scienza dell’alimentazione, storicamente considerata fattore determinante per il mantenimento della buona salute, la prevenzione e la cura delle malattie.

I tre capisaldi dell’alimentazione e della medicina greca e romana, espressione di una civiltà agricola, si contrappongono alla “triade barbarica” composta da carne, burro, latte (o birra), tipica del modello alimentare dei popoli germanici, cacciatori, pastori e raccoglitori. Questi due modelli alimentari iniziarono a convivere nell’Europa medievale ma non si fusero totalmente: sul primo si basavano i giorni “di magro”, sul secondo i giorni “di grasso”, secondo precise indicazioni liturgiche. Nel frattempo, nel Mediterraneo islamico aveva preso piede una cultura in cui il vino era considerato impuro e pertanto escluso.

La centralità dell’alimentazione in Grecia, dovuta alla sovrapposizione nutrizione/medicina sia in chiave preventiva che curativa, secondo quella che potrebbe definirsi una nutraceutica d’avanguardia, è ben testimoniata dall’attenzione rivolta alla cucina. Del resto preparazione e cottura erano strumenti necessari al medico per veicolare l’azione dei cibi sul corpo, sicché stando a Galeno di Pergamo “non c’era buon medico che non fosse anche buon cuoco”.  In Grecia, già a partire dal II secolo a.C., per diventare cuoco bisognava frequentare due anni di accademia gastronomica e Timachida di Rodi (I-II secolo a.C.), letterato, poeta e studioso di arte culinaria legata al banchetto, scrisse undici volumi su “diverse sorte di banchetti”. Il culto dei greci per Adefagèa, consacrata come dea della gastronomia, è la conferma di quanto fosse importante per questa grande civiltà l’argomento cucina. Quando i romani occuparono la Grecia ne scoprirono anche le eccellenze gastronomiche e ne furono a tal punto conquistati da scatenare le vane proteste di Catone il Censore, che definì i Greci corruttori dei puri (più primitivi) costumi romani.

Anche nella cultura alimentare dunque vale l’oraziana sentenza Graecia capta ferum victorem cepit: e così la cucina greca, basata soprattutto sui vegetali e molto somigliante alla moderna DM, fatta eccezione per agrumi e per pomodori, successivamente importati rispettivamente da Oriente e America, si trasfuse a Roma, le cui ricette divennero greche. E greca fu tutta la cucina dell’Impero bizantino che si ramificò in Italia ed in tutta Europa, tramite le repubbliche marinare prima e successivamente grazie alla fantasia gastronomica di italiani e francesi. Il Principe Arnaldo Zamperetti da Cornedo (XI-XII secolo), medico, storico, viaggiatore, mecenate, trovandosi a Rodi in missione diplomatica come ambasciatore della Serenissima Repubblica di Venezia, tradusse gli scritti di Timachida, trovati in una ricca biblioteca dell’epoca e, rientrato in territorio veneto, ne diffuse il contenuto, influenzando la cucina veneta con ricette greche ancora oggi invariate. Si può pertanto affermare che tutte le cucine europee, attraverso italiani e francesi, furono influenzate dalla cucina greca.

Patrimonio mondiale UNESCO ed eco-sostenibilità

In uno scenario reso estremamente complesso sia dalla portata simbolica che il cibo sembra aver assunto recentemente, sia dalla velocità impressa al cambiamento sociale dai nuovi media , si inscrive anche la dieta mediterranea: Sotto l’egida eziologica di Dioniso, Demetra, Atena per un verso, sotto quello della medicina preventiva più avanzata per l’altro, si inquadra il riconoscimento avvenuto nel 2010 da parte dell’UNESCO, come “Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità”: patrimonio fortemente radicato negli elementi identitari ed alimentari che risultano delle abitudini dei popoli del bacino del Mar Mediterraneo – Italia, Spagna, Grecia, Marocco, Portogallo, Croazia, Cipro – che va ben oltre una lista di singoli alimenti, ma riguarda la cultura, le pratiche sociali, tradizionali, agricole. Rafforzamento del legame sociale, conservazione del paesaggio e al tempo stesso mantenimento di una condizione diffusa di benessere fisico ed emotivo ne rappresentano gli obiettivi.

La DM, intesa come stile di vita, è dunque un complesso sistema di conoscenze condivise, localizzate in una particolare regione geografica, in cui le tradizioni, i cibi locali, la biodiversità, l’alimentazione, il tessuto sociale, la cultura, l’economia, sono strettamente legate tra loro. Modello geneticamente capace di adattarsi al contesto e alle sopraggiunte esigenze, si è inoltre rivelato il miglior esempio di eco-sostenibilità. Gli alimenti infatti per i quali la piramide alimentare consiglia un consumo frequente, sono anche quelli più sostenibili, ossia coincidenti con la c.d. “piramide ambientale”, che organizza gli stessi alimenti rispetto all’impronta ecologica del loro processo produttivo e del loro consumo. È pertanto modello d’elezione di “dieta sostenibile”, secondo la definizione coniata nell’ambito del Simposio Scientifico Internazionale tenutosi presso la sede FAO di Roma nel 2010, dal titolo “Biodiversità e diete sostenibili, uniti contro la fame”, ossia: a basso impatto ambientale, in grado di contribuire alla sicurezza alimentare e nutrizionale, culturalmente accettabile, economicamente accessibile ed equa, in grado di ottimizzare risorse naturali e umane.

Sulla base della rappresentazione grafica della c.d. “Piramide madre”, dalla quale discendono gli adattamenti locali nei diversi Paesi che si affacciano sul bacino del mediterraneo – elaborata in seno alla Conferenza di Parma promossa dal CIISCAM (Centro Interuniversitario di Ricerca sulle Culture Alimentari Mediterranee- coordinato da Sapienza Università di Roma) – si può affermare che la DM:

– preveda un elevato consumo di verdura, legumi, frutta e frutta secca, e cereali (di cui un 50% integrali);

– preveda un moderato consumo di pesce e prodotti caseari;

– preveda un basso consumo di carne rossa, carne bianca e dolci;

– suggerisca cibo stagionale e varietà nell’alimentazione;

– eviti, quando possibile, cibi pronti e pietanze precotte o surgelate;

– utilizzi olio extravergine di oliva piuttosto che burro, pesce azzurro piuttosto che carne, pietanze con cotture leggere piuttosto che fritte;

– si basi in generale sulla moderazione nei consumi;

­– promuova il coinvolgimento, la condivisione, la socializzazione.

Per quanto attiene quest’ultimo aspetto, sono ad oggi in fase preliminare studi volti ad identificare gli indicatori che possano valutare al meglio gli aspetti socio-culturali della DM.  Nell’ambito del Workshop Tecnico Internazionale sulle linee guida relative alla sostenibilità della dieta mediterranea, tenutosi presso il CHIEAM/IAMB di  Bari, nel 2011, ne sono stati individuati quattro, due rientranti nella sfera sociale e due nella sfera culturale. Per quanto concerne la dimensione sociale, si è visto che potevano essere utilizzati come indicatori la capacità di aggregazione della “tavola” e la partecipazione attiva dei consumatori nella preparazione degli alimenti. Sotto il profilo culturale, è risultato interessante misurare il livello di consapevolezza del valore del cibo e la capacità di trasmissione delle antiche tradizioni, delle conoscenze legate all’alimentazione, al fine di garantirne una trasmissione in un’ottica inter-generazionale.

Ad una sempre crescente fama non è tuttavia corrisposta una maggiore adesione da parte della popolazione, tantomeno italiana. L’Associazione Italiana di Epidemiologia (AIE) in occasione del XXXIX Congresso Nazionale, tenutosi a Milano nel novembre del 2015, ha lanciato l’allarme: solo il 20% della nostra popolazione segue questo modello (risultati dell’Osservatorio epidemiologico cardiovascolare/Health examination survey), e si stima che il 40% di tutto il carico di malattia degli italiani , cioè delle morti e malattie precoci, è invece attribuibile a fattori dietetici (come si evince dai dati raccolti dell’Institute for Health Metrics and Evaluation). Già dal boom economico degli anni Sessanta, la nostra dieta è andata allontanandosi dal modello mediterraneo. Il fatto che Ancel Keys soggiornasse in Cilento è una parte fondamentale della storia: “mentre l’Italia andava verso il miracolo economico, il Cilento rimaneva ancorato alle tradizioni dell’agricoltura di collina, quindi produceva verdura e olio e davanti a sé aveva un mare sterminato da cui coglieva tutte le proteine dei pesci” (citato dallo studio dedicato a La dieta mediterranea di Elisabetta Moro).

L’aumento del potere di acquisto fa aumentare il consumo di alcuni alimenti (carni, uova, latte, formaggi, ortaggi, frutta, oli, zucchero) a spese di altri (leguminose secche e cereali) e allontana dagli alimenti che nell’immaginario collettivo sono collegati alla povertà (di nuovo i legumi, considerati la carne dei poveri, il pesce cosiddetto “povero”, ecc.). Al fine della tutela parallela di salute ed ambiente, la sua promozione è, dunque, ad oggi fondamentale, ben potendo partire dalla sua naturale attrattività e adattabilità alle nuove esigenze della società.

Il codice genetico dell’identità mediterranea è del resto costituito da elementi dinamici, quali integrazione, movimento, evoluzione. Convivialità condivisione e ospitalità rappresentano valori antichi e fondanti del modo di vivere mediterraneo. Condividere il cibo, la cultura e la vita è quello che facevano gli antichi. Citando Plutarco: “gli uomini non si mettono a tavola per mangiare, ma per mangiare insieme. Tutto il mondo greco, ma anche il mondo latino, anche se in modo diverso aveva il culto dell’ospitalità, perché nell’ospite c’era il dio nascosto.  In molti miti si racconta proprio questo: come Zeus o gli altri Dei si presentino agli uomini sotto forma di ospiti o di mendicanti e come chi li scaccia venga castigato, mentre chi li accoglie fraternamente viene premiato. Valore questo che continua nella tradizione evangelica: molto spesso nei Vangeli Cristo dice “io sono uno straniero, sono venuto da lontano e voi mi avete accolto”.  Sono entrambi elementi che vengono da lontano e che si aggiungono al cibo; da questo punto di vista la coppia convivialità-ospitalità è una sorta di algoritmo virtuoso della dieta mediterranea, che l’UNESCO ha giustamente individuato e valorizzato.   Come è già stato da più parti rilevato, è solo facendo della dieta mediterranea un effettivo modo di vivere e di condividere, di vivere e di convivere, l’obiettivo dell’UNESCO potrà dirsi raggiunto. “Questo probabilmente costituisce oltre che una delle grandi sfide, una delle più realistiche chances di uscire dall’impasse attuale e riuscire effettivamente a nutrire il pianeta in una maniera sostenibile, pulita sana e giusta” (citazione dal saggio Homo dieteticus di Marino Niola).

La dichiarazione di Chefchaouen: geografia emblematica della DM

Quando l’UNESCO ha riconosciuto la dieta mediterranea come Patrimonio intangibile dell’Umanità ha contestualizzato geograficamente quest’eredità storico-culturale individuando altresì delle location che dessero corpo a questa astrazione. Ha scelto dei luoghi dove, secondo l’organizzazione Internazionale, la dieta mediterranea fosse meglio rappresentata e le ha chiamate Comunità Emblematiche. Questi paesi hanno culture e cucine diverse ma “l’identità si definisce anche (o forse soprattutto) come differenza, cioè in rapporto agli altri” (come detto nel volume su La cucina italiana di Alberto Capatti e Massimo Montanari).

A Chefchaouen, capoluogo dell’omonima provincia, nel marzo del 2010, è stata firmata la Dichiarazione a sostegno della candidatura della DM nella Lista del Patrimonio Immateriale UNESCO da parte dei rappresentanti delle quattro comunità emblematiche proponenti: Italia, Spagna, Marocco e Grecia. La dichiarazione finale è a tutti gli effetti l’assunzione di un impegno culturale e politico collettivo per favorire l’iter della pratica.

Se il mondo globalizzato tende ad appiattire le diversità culturali e a provocare la dismissione dei saperi locali, le comunità elette cercano invece il dialogo interculturale, individuando nella dieta mediterranea un efficace dispositivo sociale ed economico per irrobustire le identità locali senza irrigidirle. Dal giorno del riconoscimento ufficiale gli incontri tra le quattro comunità sono avvenuti con una certa regolarità che promette di trasformarsi in un’importante occasione di rafforzamento dei legami di solidarietà tra gli Stati coinvolti. Nell’ottava sessione del comitato intergovernativo per la salvaguardia del patrimonio culturale intangibile dell’UNESCO, che si è svolta a Baku dal 1° all8 dicembre 2013, tra i nuovi provvedimenti vi è l’estensione della DM a tre nuovi paesi: Croazia, Portogallo e Cipro, si aggiungono alle quattro originariamente individuate in Italia, Grecia, Spagna, Marocco.

“Sette comunità e un solo patrimonio” (è detto nel Nomination file 2013-n. 00884) è lo slogan ecumenico finale di questa transitional nomination, come vengono definiti quei riconoscimenti che rimangono aperti ad altre comunità che possono rispecchiarsi in quell’elemento patrimoniale. Eccole qui di seguito brevemente illustrate.

Il Cilento in Italia. Come detto luogo di battesimo della dieta mediterranea e dotato di tutte le condizioni necessarie sia dal punto di vista ecologico, che dal punto di vista sociale della comunità, della società, è la regione del Cilento. È un ambiente in cui la vita è ancora possibile, ancora umana, ancora slow, e dove ci sono tassi di longevità altissimi, tanto è vero che Keys chiamò “il triangolo della lunga vita” quella parte di Cilento compreso tra i comuni di Pollica, Castellabate e san Mauro Cilento.

Koroni in Grecia. Molto vicina a Kalamata – città a sua volta simbolo mondiale di produzione dell’olivo – è eletta ad emblema della patria in senso mitologico-religioso, della dieta mediterranea. Storicamente frutto di larghi percorsi di scambio, che nel tempo coinvolsero Africa, Asia, Europa e America, l’identità gastronomica mediterranea vede la sua gestazione nella koinè dell’Antica Grecia, ponte fra Mediterraneo,  Balcani e  Medio Oriente.

Soria in Spagna. Soria, in Castiglia, è stata inserita tra i luoghi simbolo della DM per aver creato, protetto e trasmesso questo patrimonio culturale comune. Ha investito le sue risorse nell’identificazione, nella documentazione e nella conservazione di eventi, riti, feste, pratiche artigianali inerenti la dieta mediterranea.

Brac e Kvar in Croazia. Dal 2013 queste due isole della Dalmazia Centrale sono state inserite nell’elenco dei luoghi simbolo della dieta mediterranea per l’alimentazione equilibrata e lo stile di vita sano che le caratterizza. Nella dieta dalmata sono presenti pesce fresco, frutti di mare, ortaggi, frutta e vino.

Tavira in Portogallo. Sempre a partire dal 2013, il Portogallo vanta come patrimonio dell’Umanità, oltre al Fado anche la sua cucina mediterranea. Tavira, situata nella regione dell’Algarve nel sud del Portogallo, è una cittadina affacciata sul mare e produce prodotti tipici quali olio d’oliva, prodotti ittici, arance, erbe aromatiche, ortaggi, sale marino e formaggi. Il Grand Auditorium dell’Università di Algarve ha ospitato il 9 e il 10 maggio la Conferenza Internazionale “Il Patrimonio culturale della Dieta Mediterranea”. Questa Conferenza Internazionale, tenutasi nell’anno di coordinamento portoghese di sette stati e Comunità rappresentativi della dieta mediterranea come patrimonio culturale immateriale dell’umanità UNESCO, ha analizzato le strategie e le esperienze di ricerca, conservazione e trasmissione dei valori universali della Dieta mediterranea per le generazioni attuali e future. La Conferenza ha concentrato la sua attenzione prioritaria nelle esperienze dei lavori in corso nei 7 Stati e Comunità rappresentativi del riconoscimento UNESCO, in particolare nel contesto delle buone pratiche inserite nel piano di salvaguardia, con una prospettiva aperta ai vari campi del sapere, con alla base una visione completa e trasversale della dieta mediterranea sia come modello culturale e stile di vita, sia come modello alimentare di eccellenza e di dieta sostenibile.

Agros a Cipro. L’isola di Cipro ha una posizione geografica invidiabile e le famiglie che abitano in zone rurali autoproducono quasi la totalità degli alimenti di cui si nutrono quotidianamente. Si consumano ceci, fagioli, fichi, erbette agri e datteri. Agros è situato a sud ovest, in una zona montagnosa dell’isola. Circondato dai vigneti, da alberi di mandorle, noci e nocciole, offre una vasta gamma di delizie mediterranee: salsicce, carne di agnello, di pecora e deliziose confetture di frutta.

Chefchauen in Marocco. A partire dal 2010 Chefchaouen, capoluogo dell’omonima provincia, ha avviato un progetto di sviluppo sostenibile che ha la finalità di preservare la sua articolata cultura agroalimentare. Ricca di prodotti tipici eccellenti, vi si trovano olivo, grano (a base di grano sono celebri i piatti come cous cous e bulgur) ed anche vino. Oggi il Marocco è uno dei pochi paesi islamici ove si produce ancora vino. Del resto il rapporto tra Islam e vino non si è sempre ridotto ad un “no” categorico: all’origine, nelle prime sure del Corano, quelle della Mecca, non c’è alcuna traccia di condanna del vino che arriva solo nelle seconde sure, quelle che Maometto scrive a Medina. Ci troviamo quindi di fronte a un modo che fa riaffiorare un’antica unità e le due sponde del Mediterraneo si trovano improvvisamente vicino. Da questo punto di vista l’UNESCO ha fatto una bellissima operazione, culturale, morale e politica: individuare non le ragioni che dividono i Paesi ma quelle che li uniscono attraverso il cibo.

Si può concludere sottolineando come del resto la civiltà materiale – ed in particolar modo l’alimentazione quale segno indelebile nei secoli di fusioni e contaminazioni da cui risultano le splendide gastronomie mediterranee, balcaniche, mitteleuropee – rappresenta (con le parole di Giovanna Motta) “quell’esile filo che lega fra loro uomini diversi – per questo potenzialmente nemici – che tuttavia riescono ad integrarsi, a scambiarsi conoscenze ed esperienze comuni” (citazione ripresa da I Turchi il Mediterraneo e l’Europa).

Nota bibliografica

Capatti A., Montanari M., La cucina italiana. Storia di una cultura, Laterza, Roma-Bari, 2006.

Fantasia U., I Cereali nell’antica Grecia e l’approvvigionamento granario dell’Atene classica, Istituto Lombardo – Accademia di Scienze e Lettere, “Incontri Di Studio”, 2016 – http://www.ilasl.org/index.php/Incontri/article/view/226

Keys A., Keys, M., How to eat well and stay well. The Mediterranean way, Double-Day & Co., Garden City-New York, 1975

Montanari M., Il riposo della polpetta e altre storie intorno al cibo, Laterza, Roma-Bari, 2009

Id., Il cibo come cultura, Laterza, Roma-Bari, 2004

Id. (a cura di), Il mondo in cucina. Storia, identità, scambi, Laterza, Roma-Bari, 2002

Id., La Fame e l’abbondanza. Storia dell’alimentazione in Europa, Laterza, Roma-Bari, 1997

Moro E., La dieta mediterranea. Mito e storia di uno stile di vita, Il Mulino, Bologna, 2014

Motta G., Food and Culture. History Society Communication, “Quaderni del dottorato di Storia d’Europa” (Direzione scientifica: A. Biagini – G. Motta), 3 voll., Edizioni Nuova Cultura, Roma, 2018, in particolare i saggi:

Donini L. M., “La dieta mediterranea e la sostenibilità nutrizionale; Gazzaniga V., Cilione M., Le radici cultuali e sapienziali della nutraceutica. Vino, olio d’oliva e orzo; Lenzi A., La dieta mediterranea, fra scienza storia e religione; Motta G., I tempi e i luoghi del cibo. Pratiche e simboli della cultura alimentare nella storia di lunga durata; Pulejo L., Influenze alimentari nella Grecia ottomana;

Id. (a cura di), I Turchi il Mediterraneo e l’Europa, FrancoAngeli, Roma, 1998

Niola M., Homo dieteticus. Viaggio nelle tribù alimentari, Il Mulino, Bologna, 2015

Rebora G., La civiltà della forchetta. Storie di cibi e di cucina, Laterza, Roma-Bari, 2009

Teti V., Fine pasto, il cibo che verrà, Torino, Einaudi, 2015

Id., Il colore del cibo: geografia, mito e realtà dell’alimentazione mediterranea, Meltemi Editore, Roma, 1999

Wilkins J., Journal of Ethnopharmacology, Vol. 167, 5 June 2015, pp. 7-10 – https://doi.org/10.1016/j.jep.2014.12.016

 

Sitografia

https://www.aifb.it/

www.dietamedunesco.it/

http://www.epidemiologia.it/xxxix-congresso-dellassociazione-italiana-di-epidemiologia/

https://ich.unesco.org/en/Rl/mediterranean-diet-00884

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https://www.sciencedirect.com