The end of “America’s longest war”: la ritirata statunitense dall’Afghanistan e le sue conseguenze sullo scacchiere internazionale.

Il presidente Joe Biden ha annunciato la volontà di ritirare l’intero contingente militare statunitense dall’Afghanistan entro l’11 settembre 2021. Il giorno del ventesimo anniversario dell’attacco che spinse gli Stati Uniti ad invadere l’Afghanistan dovrebbe, dunque, segnare la fine della “America’s longest war” – quanto meno per gli americani.

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Nel febbraio 2020 l’amministrazione Trump ha siglato un accordo con i talebani che impegnava gli Stati Uniti a ridurre gradualmente la presenza militare e, dunque, a ritirare completamente le truppe entro 14 mesi dalla firma. In cambio, i talebani hanno promesso di interrompere le relazioni con Al-Qaeda e di intavolare negoziati di pace con il governo afghano. Nonostante nessuna delle due promesse sembra essere stata mantenuta, il presidente Biden – seppur posticipandone la data – ha confermato l’impegno assunto dal suo predecessore con l’Accordo di Doha. L’impatto sui vari attori coinvolti all’interno e all’esterno dei confini afghani è destinato ad essere di vasta portata.

I consiglieri militari hanno tentato di dissuadere il presidente americano dall’idea di abbandonare l’Afghanistan, avvertendolo della possibilità che i Talebani avrebbero potuto prendere il controllo del Paese. Biden, che come vice-presidente aveva osteggiato l’aumento della presenza militare nel 2009-2010 deciso da Obama, vede l’impegno non più di vitale importanza per gli interessi americani. Al-Qaeda è ormai l’ombra di quello che era un tempo e la prepotente ascesa della Cina richiede l’impiego di risorse nella regione dell’Indo-Pacifico.

Al momento, secondo stime ufficiali, sono presenti sul suolo afghano circa 3.500 soldati americani mentre 7000 è il numero delle truppe NATO impegnato nel Paese per addestrare le forze armate afghane e guidarle verso la transizione attraverso la missione Resolute Support. La dipartita americana non sarà condizionata dai progressi nei negoziati di pace intra-afghani né dalla diminuzione degli attacchi dei talebani contro i civili o le forze di sicurezza afghane. La ritirata di Washington sarà accompagnata da quella della NATO, lasciando così l’esercito afghano debole e impreparato.

La certezza della smobilitazione statunitense gioca a vantaggio dei talebani che sentono di aver sconfitto gli Stati Uniti. Rimuove inoltre ogni incentivo al raggiungimento di un compromesso con l’attuale governo che, una volta privato del sostegno americano, difficilmente potrà contrastare l’avanzata talebana. Tuttavia, Biden è convinto che i costi della permanenza superino quelli della ritirata nonostante i recenti sviluppi suggeriscano il contrario. 

La presenza americana è stata già notevolmente ridotta e il mantenimento di un modesto contingente militare garantirebbe la sicurezza a un più grande numero di truppe NATO, necessario alla formazione delle forze di sicurezza. Secondo l’ONU, il numero dei civili uccisi nei primi tre mesi del 2021 è aumentato del 29 per cento rispetto agli anni precedenti. Come già accaduto in seguito alla dissoluzione dell’Unione Sovietica negli anni ’90, i talebani sono pronti a spodestare il governo e a prenderne le redini. Una vittoria talebana potrebbe significare la reimposizione di una tirannia religiosa e premoderna, in grado di vanificare gli sforzi finora apportati dal contingente USA-NATO e far retrocedere i diritti delle donne di decenni.

Secondo John Sopko, Special Inspector per la ricostruzione dell’Afghanistan del Dipartimento di Difesa americano, senza il sostegno militare ed economico il governo di Kabul potrebbe essere destinato al collasso. Il ritiro USA e NATO creerà un vuoto di potere che il Pakistan, da lungo tempo sostenitore dei Talebani, tenterà di colmare con Cina e Russia. L’India osserva preoccupata.

Il Pakistan tra speranze e preoccupazioni

Il Pakistan ha un legame naturale con i talebani afghani. Proprio come questi ultimi, la maggioranza dei pakistani che abita nel Nord Ovest del Paese appartiene all’etnia Pashtun. La comune identità etnica li porta a considerarsi un solo popolo e a percepire il confine che li separa, conosciuto come la linea Durand, un’invenzione occidentale. Molti continuano ad indentificarsi più con le tribù oltre il confine che con il resto della nazione. Centrale in questa area è la città pakistana di Peshawar, spesso chiamata Pashtunian, una sorta di complesso urbano, militare ed industriale talebano. 

L’esercito ed i servizi segreti pakistani hanno contribuito notevolmente alla creazione e all’addestramento dei talebani negli anni ’90 che, in seguito all’invasione americana dell’Afghanistan, hanno trovato rifugio nel Beluchistan. Gli alti livelli dell’establishment pakistano hanno adottato un atteggiamento ambivalente con l’alleato americano nella “war of terror”: erano certi che un giorno avrebbero lasciato il Paese e che le la politica estera di Islamabad avrebbe necessitato, quando ciò sarebbe accaduto, di un governo amico in Afghanistan.

Per l’esercito pakistano, che vede l’Afghanistan come strategico nella incessante rivalità con l’India, la presa del potere dei talebani potrebbe finalmente portare una forza amica al potere a Kabul dopo 20 anni. L’India, che godeva di ottimi rapporti con il governo Karzai e Ghani, ne sarebbe tagliata fuori.

Ma il ritiro USA significa per il Paksitan anche caricarsi sulle spalle l’intero peso del caos previsto. La guerra civile non è esclusa, e con essa la possibilità che ondate di rifugiati cerchino riparo in Pakistan. Tutto ciò mentre il Pakistan è alle prese con una situazione economica deprimente, tenuta a galla dai prestiti del FMI. Inoltre i Talebani non hanno dimostrato eccessiva affidabilità, avendo chiesto a più riprese l’indipendenza e la rivisitazione del confine con il Pakistan. Islamabad deve prestare attenzione all’influenza che l’ideologia talebana potrebbe avere nei suoi rapporti interni e che l’instabilità in Afghanistan non riversi i suoi effetti oltre confine.

Cina e Russia pronte a colmare il vuoto e a testare la determinazione dell’amministrazione Biden in altri scenari.

Per la Cina l’instabilità in Afghanistan potrebbe avere ripercussioni significanti sul progetto del corridoio economico che collega la Cina alle coste del Pakistan. Nel 2015 i due Paesi hanno siglato un accordo da 46 miliardi di dollari per la costruzione di strade, ferrovie e condutture che da Gwadar raggiungono lo Xinjiang in grado di dare alla Cina diretto accesso all’Oceano Indiano. Nel 2015 la Cina ha inoltre stipulato un leasing su un’area di 2.300 acri di terreno costiero per sviluppare una enorme “zona economica speciale” e creare un aeroporto internazionale da inserire nel progetto del corridoio economico. Cina e Pakistan conoscono la volatilità del Beluchistan ed una forza di sicurezza di 25.000 uomini è già dispiegata in loco a salvaguardia degli interessi economici.

Un governo talebano in Afghanistan potrebbe finire per suscitare disordini anche nella regione autonoma cinese dello Xinjiang, abitata dal popolo uiguro a maggioranza musulmano. Preoccupata dalla possibilità che gruppi terroristici prosperino in Afghanistan con il vacuum lasciato dagli USA, la Cina sta valutando seriamente l’opportunità di inviare un contingente di peacekeeping nella regione. Già nel 2018, aveva addestrato l’esercito afghano per contrastare Al-Qaeda e lo Stato Islamico.

La Russia ha definito il posticipo del ritiro statunitense come un violazione degli accordi di pace siglati con i talebani a Doha nel febbraio 2020. I rapporti della Russia con i talebani sono al centro dell’attenzione dal 2016 e sono saliti in cima all’agenda internazionale nel 2020 in seguito alle accuse del Generale John W. Nicholson. Il comandante delle truppe statunitensi in Afghanistan aveva denunciato il supporto russo alle offensive dei talebani. Mosca non ha mai negato il sostegno materiale ai talebani sostenendo che andava nella direzione di impedire la crescita dello Stato Islamico e di proteggere la Russia dalla minaccia. Tuttavia, a marzo, in una dichiarazione congiunta Russia, Stati Uniti, Cina e Pakistan hanno dichiarato di osteggiare la costituzione di un emirato islamico, lasciando i talebani infuriati. L’uscita degli Stati Uniti rappresenta per la Russia la chiusura di un cerchio dopo la sconfitta subita per mano dei mujahideen sostenuti proprio dagli americani. Mosca, forte anche delle crescenti relazioni con il Pakistan potrebbe vendicare la cacciata dall’Afghanistan del 1990 e tornare a giocare un ruolo nelle sorti della regione.


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Il ritiro statunitense potrebbe essere interpretato all’esterno come un fallimento simile a quello del Vietnam che, con la presa di Kabul da parte dei talebani, potrebbe riproporre la caduta di Saigon per mano del Vietnam del Nord nel 1975. La percezione della debolezza americana potrebbe spingere Cina e Russia a testare la determinazione dell’amministrazione Biden in altri scenari, come dimostrano gli ultimi eventi. Il Cremlino ha recentemente radunato il più alto numero di truppe al suo confine con l’Ucraina dal 2014, da quando cioè la Federazione Russa ha annesso la Crimea. La Cina, dal canto suo, ha aumentato la sua pressione militare su Taipei inviando un numero consistente di jet militari nello spazio aereo taiwanese. Il ministero della Difesa di Taiwan ha denunciato l’ingresso di 25 aerei, inclusi caccia e bombardieri con capacità nucleare, nella zona di identificazione di difesa aerea. La fine della campagna militare in Afghanistan, oltre a poter consentire a Cina e Russia di colmare il vuoto lasciato dagli americani, potrebbe aprire scenari imprevisti su altri fronti.