The Chinese Giant: dal yi bian dao al soft power nelle relazioni internazionali

La Cina sembra aspirare sempre più a una posizione di preminenza all’interno dello scenario globale e le ragioni sono molteplici. L’analisi storica della posizione cinese all’interno delle relazioni internazionali e i suoi continui cleavage, evidenziano il continuo evolversi della stessa fino a oggi.

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Dalle guerre dell’oppio al libretto rosso di Mao

L’impero cinese per oltre duemila anni, nei suoi rapporti con il mondo esterno, ha seguito il modello del “sino centrismo”, fondato sulla centralità della Cina all’interno delle relazioni internazionali e sull’assenza di un rapporto paritario con le altre potenze.

Con le guerre dell’oppio e la successiva ingerenza occidentale questo modello cominciò a vacillare.

Il Trattato di Nanchino del 28 agosto 1842 e il Trattato di Tianjiin del 1858 posero fine alle guerre dell’oppio prevedendo per la Cina alcune dure condizioni: cessione dell’isola di Hong Kong alla Gran Bretagna, apertura dei porti al commercio con i paesi occidentali e la possibilità da parte di residenti straniere di acquistare terre e aprire rappresentanze diplomatiche.

Quelli che furono chiamati “trattati ineguali”, costituirono strumenti di pressione da parte delle potenze europee ma è tuttavia doveroso porre in evidenza come la Cina non fu mai completamente soggiogata da parte delle potenze straniere; sin da subito la presenza occidentale in Cina si è dovuta scontrare con la ferrea opposizione da parte del popolo cinese.

Con la fondazione della Repubblica popolare cinese del 1949 guidata da Mao, fu posta una fine al “lungo secolo di vergogna e umiliazione”.

Con l’inizio della guerra fredda la Cina, pur mantenendo la sua indipendenza, fu costretta a schierarsi e nel Febbraio del 1954 diventò alleata della Russia; alleanza rinforzatasi dopo il coinvolgimento degli Stati Uniti in funzione anticinese nella guerra di Corea del 1953.

Nel 1954 la visita di Krusciov a Pechino seguita dalla  partecipazione alla conferenza di Bandung del 1955 e dal lancio del Grande balzo in avanti mirante ad un modello economico indipendente rispetto a quello sovietico, posero definitivamente fine ai rapporti tra Russia e Cina.

La geopolitica della Cina maoista fu strettamente legata al giogo di alleanze proprio della guerra fredda: la politica del yin bian dao , letteralmente “pendere da una parte” vide in una prima fase la Cina come stretta alleata dell’Urss. In seguito vi fu la  rottura dell’alleanza cinosovietica a seguito della destalinizzazione e  la grande radicalizzazione ideologica che ebbero ampio seguito con la Rivoluzione culturale.

Infine la teoria dei tre mondi vedeva il sistema internazionale diviso in tre poli: il primo composto da Stati Uniti e Unione Sovietica, il secondo costituito da potenze intermedie e infine il terzo costituito da paesi meno sviluppati e non allineati accompagnati dalla Cina.

Dalla “diplomazia del ping pong” alle riforme di Den Xiaoping

Dopo la rottura dei rapporti con Mosca, vi fu il progressivo avvicinamento agli Stati Uniti; il continuo scambio di visite tra giocatori di ping pong di Stati Uniti e Repubblica popolare cinese nel corso degli anni settanta inaugurò la “diplomazia del ping pong”.

Nel 1979, dopo la morte di Mao, il nuovo leader Deng Xiaoping avviò un nuovo piano di riforme a seguito del fallimento della pianificazione economica;

la creazione di zone economiche speciali ad opera di Deng, sancì l’ingresso della Cina nel mercato mondiale.

Tale processo di apertura tuttavia non fu accettato pienamente dalla classe dirigente cinese; Deng, consapevole di tali dissensi, cercò nel suo agire di esser fedele ai precetti maoisti ancora di grande rilevanza per la classe dirigente cinese ma tale proposito non ebbe seguito.

La repressione militare di Piazza Tienanmen nel Giugno del 1989 provocò una dura reazione da parte delle potenze occidentali che risposero con sanzioni economiche.

Deciso a recuperare l’effettività del suo progetto politico, Deng prese parte a un tour nelle zone economiche speciali per rilanciarne l’importanza ma i dissensi interni alla classe dirigente cinese non si placarono e Deng fu accusato di aver spinto la Cina verso una liberalizzazione borghese.

Con il profilarsi di nuovi scenari internazionali, Pechino intraprese la via della “diplomazia omnidirezionale’’; avvenne così il graduale avvicinamento agli Stati Uniti e l’attuazione di una politica di buon vicinato in grado di rompere l’isolamento diplomatico dopo i fatti di Piazza Tienanmen.

Sul piano internazionale avvenne il passaggio da “mentalità da vittima” a “mentalità da grande potenza”, sancito da un approccio in politica estera meno conflittuale e soprattutto graduale.

Il soft power cinese

Il politologo americano Jospeh Nye parla di “seconda faccia del potere”, definendo la stessa come la via indiretta per ottenere ciò che risponde alle proprie volontà; il soft power rientra in questa visione del potere.

Cruciale nel soft power non è l’influenza bensì la persuasione, il far sì che altri riconoscano un diverso sistema di valori e perseguano lo stesso. Cultura, valori politici, visite e scambi rientrano nel soft power di un paese.

Nell’esercizio del soft power la Cina considera la cultura popolare e la diplomazia pubblica come cruciali; dalla fine degli anni novanta in poi, la Cina ha investito soprattutto nella diplomazia culturale e nella diplomazia economica assumendo il ruolo di “potenza responsabile”.

Il continente africano costituisce il  caso più esemplificativo di tale strategia; la Cina entra in relazione con i suoi partner africani senza pretendere alcun tipo di sudditanza ideologica e avendo come punto di riferimento nella sua azione il “principio di non ingerenza” negli affari interni.

Conclusioni

Attraverso questo breve excursus storico si evince come la posizione cinese all’interno delle relazioni internazionali sia mutata continuamente in relazione alle congiunture politiche , dimostrando allo stesso tempo una prospettiva di lungo periodo  che è del tutto cruciale nei rapporti tra stati.