Thailandia, scacco al re dai manifestanti pro-democrazia. Quale futuro per il Paese e il sud-est asiatico?

L’ex regno del Siam vive una delicata fase in cui, dopo l’ennesimo colpo di stato militare e l’avvento di un monarca incurante dei bisogni dei suoi sudditi, la popolazione sta manifestando pubblicamente contro le istituzioni e le rivolte fanno eco in altri Stati della penisola indocinese.

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Studenti in rivolta

La Thailandia attraversa da mesi un periodo di forti agitazioni sociali e politiche. È da luglio che, per la prima volta nella storia nel Paese, migliaia di cittadini sono scesi in piazza per protestare contro i poteri vigenti. L’obiettivo è chiedere maggiori diritti e libertà da parte delle istituzioni in carica, monarchia ed esecutivo, e nonostante dei decreti governativi abbiano impedito gli assembramenti e stabilito un coprifuoco (ora anche in funzione anti covid-19) i manifestanti sono determinati a persistere fino a quando l’assemblea parlamentare non si riunirà per ridisegnare il profilo politico thailandese.

Istituzioni poco solide

La fragile storia della monarchia parlamentare della Thailandia è costellata da diversi colpi di Stato di stampo militare nei suoi novant’anni di vita ed altrettante modifiche costituzionali. L’attuale partito dell’esecutivo, il Consiglio nazionale per la Pace e l’Ordine, è capeggiato dall’ex generale Prayuth Chan-ocha salito al potere con l’ennesimo coup nel 2014. Sotto legge marziale, i diritti civili e politici sono stati ristretti e le incarcerazioni aumentate. In favore della sua giunta militare è riuscito, nel 2017, a far apportare in Parlamento modifiche alla costituzione thailandese che aumentassero il controllo delle pubbliche attività. Senza sorprese, le elezioni del 24 marzo 2019 hanno confermato la vittoria del partito dei golpisti, e a nulla sono valsi i tentativi del contrario Partito del Futuro Nuovo a tenergli testa. Quando quest’ultimo è stato sciolto dalla Corte costituzionale nel febbraio di quest’anno, gruppi di studenti hanno reagito organizzando le prime manifestazioni pubbliche di dissenso in scuole e università.

In maniera analoga, la condotta dell’attuale monarca non viene osservata con maggiore fiducia. La morte dell’ultimo amato e longevo sovrano Bhumibol “Rama IX”, in carica settant’anni dal 1946 dal 2016 e abile mediatore di stampo democratico nei confronti delle giunte militari che si sono susseguite, ha lasciato nei sudditi un vuoto incolmabile e rimosso la speranza di eventuali riforme. Al contrario, il successore, nonché figlio, del defunto regnante, “Rama X” al secolo Maha Vajiralongkorn, ha spalleggiato gli esecutivi in carica al fine di consolidare le sue pretese assolutistiche. In aggiunta, la sua condotta di corte scandita da lusso e spese folli, con un accumulo di patrimonio esorbitante (più di 30 miliardi di dollari), non ha fatto altro che acutizzare gli stati d’animo negativi dei sudditi nei suoi confronti. È da notare che in Thailandia vige ancora il reato di lesa maestà che impone di non criticare in nessun modo la figura del re pena incarcerazione fino a 15 anni, ed è la prima volta che questo tabù viene rotto a costo di incorrere nella punizione.

Parlamento sì, oppure no?

A seguito del presidio ormai permanente dei cittadini nelle piazze, i parlamentari sono stati costretti a tornare in aula il 26 ottobre per una sessione di discussione anticipata della durata di due giorni. In verità, secondo la legge thailandese, le riunioni straordinarie non hanno potere di emanare risoluzioni ma svolgono solo una funzione consultiva e, in conclusione, le richieste dei manifestanti non sono state nemmeno inserite in agenda. Intanto, il Primo Ministro Chan-ocha si rifiuta di dare le dimissioni. Questo continuo fallimentare banco di prova dei politici non fa altro che accrescere i disagi e scontri pubblici in un Paese che ormai versa in uno stato di guerriglia urbana.

Quale futuro per il sud-est asiatico?

In ottica geopolitica, il clima di tensioni nel Paese potrebbe modificare il ruolo della Thailandia all’interno del sud-est asiatico. Paese industrializzato di media potenza, con forte impiego di manodopera in agricoltura, famosa meta turistica a livello internazionale, l’ex regno del Siam potrebbe giovare dalla risonanza delle richieste popolari nell’eventualità in cui, tramite queste, si riescano a rimuovere gli ostacoli di autoritarismo e corruzione degli organi politici che impediscono un ulteriore sviluppo economico e continuino a limitare le basilari libertà individuali.

Inoltre, questi moti thailandesi senza precedenti hanno fatto da apripista a delle ribellioni che stanno avvenendo in pubblica piazza nei Paesi confinanti. Molti manifestanti si sono infatti accodati alle proteste thailandesi per esprimere il loro malcontento in un momento storico di notevole criticità per il sud-est asiatico. Cambogia, Laos, Vietnam, Myanmar, ma anche Malesia, Indonesia, Filippine stanno chiedendo riforme libertarie e maggiori tutele lavorative ai loro governi ove, in misura più o meno simile, vigono politiche autoritarie e restrittive e il disagio economico è esacerbato dalla situazione coronavirus.

I social network come Facebook, Twitter e LINE hanno avuto un ruolo fondamentale nelle proteste thailandesi. Utilizzati in gran parte da giovani, i social network hanno aiutato gli studenti a veicolare le informazioni al di fuori della censura di internet ad opera di questi governi accentratori, a fornire un impatto mediatico e a scavalcare i confini nazionali.


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Il protrarsi molto a lungo, però, delle proteste thailandesi potrebbe avere una pesante ricaduta in ambito economico-finanziario. È da scartare, come scrivono molte testate tra cui il Financial Times, che sull’instabilità politica nazionale possa aleggiare lo spettro di una nuova crisi dei debiti sovrani asiatici come già si è verificata nel 2000. Vero è che il clima incerto sta facendo scappare gli investitori stranieri e ha deprezzato la valuta nazionale, il baht thailandese, rispetto al suo cambio con il dollaro statunitense. Questa situazione, già condita da una brusca battuta d’arresto dell’industria del turismo per via della pandemia globale, non smuoverà di contro i cittadini dal soprassedere dalle loro richieste, e benché il governo centrale sia più che lontano dal cedere è probabile che la permanenza nelle piazze della città perduri ancora per molto.