Terza Guerra Mondiale. Storia di un conflitto mai combattuto tra USA e Iran

Tra i twitter trend topic degli ultimi giorni, due in particolare hanno spopolato a proposito della presunta escalation tra Stati Uniti e Iran che avrebbe seguito la morte del generale Qasem Soleimani: #3WW e, nella versione italiana, #terzaguerramondiale. Da subito su Geopolitica.info (1; 2; 3) abbiamo cercato di confrontarci con spirito critico su quelle che ci sembravano opinioni deboli sia nei loro presupposti che nelle conclusioni, anche se sicuramente funzionali a far vendere più copie ai giornali o a moltiplicare le visualizzazioni delle pagine web.

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Inutile dire che, anche volendo prendere in considerazione la possibilità di un conflitto tra Stati Uniti e Iran, per arrivare a parlare di Terza Guerra Mondiale una condizione doveva necessariamente essere soddisfatta. Per l’appunto, che il mondo fosse coinvolto. Se si fosse riflettuto davvero su quali attori avrebbero fatto ingresso in questo ipotetico conflitto, probabilmente #3WW non sarebbe diventato un trend topic. Gli Stati Uniti sarebbero stati seguiti dal sempre leale Regno Unito, forse dal Canada (anche se i rapporti tra Donald Trump e Justin Trudeau sono pessimi), ma magari non dall’Australia (impegnata a domare l’incendio che la sta devastando). E l’Iran quali pezzi di mondo avrebbe trascinato con sé? La metà della Siria fedele ad Hafiz al-Assad, un terzo di Iraq (quello sciita), gli Huthi in Yemen, Hezbollah e la Jihad Islamica. Il silenzio assordante della Russia di questi giorni parla chiaro sulle sue reali intenzioni in merito, mentre la Cina non è interessata a mettere ancora più a soqquadro una regione che gli fornisce buona parte delle risorse energetiche indispensabili per la sua crescita. E gli Stati europei? E il Giappone? Sono tutti alle prese con sfide che li toccano ben più da vicino rispetto alla morte di Soleimani e a cui non riescono a far fronte (il caso della Libia rischia di trasformarsi in una vera e propria tragedia e, contestualmente, nel momento di rinascita informale dell’Impero Ottomano).

Dopo una lieve flessione nell’utilizzo degli hashtag summenzionati nella giornata di ieri, stanotte durante il bombardamento compiuto dalle truppe iraniane nei confronti delle basi americane e alleate in Iraq si è immediatamente registrata una loro nuova impennata. E, quindi, i profeti di sventura del terzo millennio stamattina hanno nuovamente ricominciato a ipotizzare una serie di scenari apocalittici. Ma quando il sole era già alto è cominciata a emergere la realtà. Si era inizialmente parlato di 80 morti, comunque nessun americano. Nel giro di poche ore questa cifra è stata ridimensionata e alcuni ora ipotizzano persino che ci siano una manciata di morti (probabilmente ha provocato più vittime il funerale di Soleimani).

Poi nel pomeriggio sono accaduti due fatti che potrebbero apparire spiazzanti, se letti attraverso il prisma della #terzaguerramondiale. La prima è la dichiarazione del ministro della Difesa iraniano, il generale Amir Hatami, secondo cui «le prossime mosse dell’Iran saranno proporzionali alle nuove azioni degli Stati Uniti». Solo viene da domandarsi: se l’Iran dopo una notte di bombardamenti non ha ferito nemmeno un soldato tra quelli americani e della coalizione internazionale, perché mai gli Stati Uniti dovrebbero porre in essere una reazione che rischierebbe solo di alimentare l’odio nei loro confronti (oltre a essere uno spreco di risorse)? Quindi, spiegare che le prossime mosse saranno proporzionali alla reazione americana equivale a dire che non ci saranno nuove mosse da parte iraniana. Sicuramente il fatto che in una notte intera di bombardamenti i reparti speciali incaricati dell’operazione “Feroce vendetta” non abbiano distrutto neanche un obiettivo americano è quanto meno sospetto. Se non fosse così, non osiamo immaginare cosa potrebbe accadere ai responsabili dell’operazione una volta tornati a Teheran. Più probabilmente si trattava di un’operazione “coreografica”, per cui l’assenza di danni rilevanti al nemico faceva parte della consegna data alle forze sul campo direttamente dai vertici di Teheran. A convalidare questa ipotesi, la notizia secondo cui Washington sarebbe stata messa in guardia dell’attacco dal governo iracheno (notoriamente filo-iraniano), che era stato a sua volta avvisato da Teheran (che mai avrebbe sospettato che la notizia sarebbe circolata!?!?).

A questa riflessione è collegato il secondo evento, ossia l’odierno discorso alla nazione di Trump. Con la solita imprevedibilità (o prevedibilità?), il presidente americano ha minimizzato l’attacco della scorsa notte e ricordato che gli Stati Uniti «hanno un arsenale senza pari» – ribadendo, quindi, la loro egemonia militare in Medio Oriente. Allo stesso tempo, si è dichiarato disponibile a trovare un nuovo accordo con l’Iran, più vantaggioso per tutti di quello di Obama e che «permetta all’Iran di crescere e prosperare». Infine, secondo la logica del retrenchment, ha invitato la NATO a un maggiore coinvolgimento nella regione che, ça va sans dire, sarebbe funzionale a un contenimento della spesa che grava sul budget militare americano.

Insomma, che tutto cambi affinché nulla cambi in Medio Oriente? Non proprio. La morte di Soleimani può produrre delle conseguenze politiche. Queste non sembrano essere vantaggiose solo per gli americani ma, inaspettatamente (ma non troppo), anche per gli iraniani. Schematizzando un po’, l’uscita di scena del generale apre agli Stati Uniti la possibilità di ritirare – a testa alta – parte delle loro truppe dalla regione (obiettivo perseguito sia da Obama che da Trump). D’altronde, i tre principali nemici dell’ordine regionale (bin-Laden, al-Baghdadi e Soleimani) sono stati fatti fuori. Inoltre, Washington può rinnovare l’invito agli alleati della NATO, che si sono dimostrati così preoccupati in questi giorni per le sorti del mondo, a impegnarsi di più per la sicurezza dell’area (quindi, ad assumersi più responsabilità). Infine, la morte di Soleimani permette a Trump di evitare nell’anno delle presidenziali di inciampare sulla stessa buccia di banana (una crisi mal gestita con l’Iran) che costò a Jimmy Carter la rielezione.

L’Iran, dal canto suo, perde sicuramente un ottimo stratega e una figura-simbolo della lotta all’egemonia americana in Medio Oriente. Ma, allo stesso tempo, anche l’uomo che più di ogni altro costituiva un ostacolo per congelare uno status quo che metteva in sicurezza alcuni obiettivi strategici faticosamente guadagnati dall’Iran negli anni precedenti. Tra questi il mantenimento di Assad al potere in Siria e la presenza di un Iraq unito e filo-iraniano. Il generale, infatti, perseverava nell’escalation contro obiettivi americani o dei loro alleati, tanto da costringere prima o poi Washington a reagire rimettendo tutto in discussione. Inoltre, con Soleimani esce di scena un personaggio che stava diventando troppo amato nel suo Paese e stava rafforzando sempre di più gli già strapotenti pasdaran, mettendo in ombra i vertici politici e religiosi del regime degli ayatollah. In particolare, come riporta “La Repubblica” in una recente intervista a Olivier Roy, sembra fossero molto tesi i suoi rapporti con il presidente Hassan Rouhani, che accusava il generale di preparare un colpo di Stato.

Per sintetizzare i risultati di questi tre giorni di tensione tra Stati Uniti e Iran – la superpotenza e una media potenza –  e magari strappare un sorriso anche a chi vedeva l’olocausto nucleare dietro l’angolo («il mondo ora ha paura», ve lo ricordate?), si potrebbe ricorrere a un’analogia calcistica (lo faccio solo perché ben prima del sottoscritto – e con tutt’altra autorità – Obama ridicolizzò l’ISIS dicendo che se «i ragazzi di una squadra di basket universitaria si mettessero le maglie dei Lakers, questo non farebbe di loro Kobe Bryant»): spesso all’ultima di campionato alla squadra che ha già vinto matematicamente accade di ospitarne in casa una che, invece, lotta ancora per entrare in Europa League. Che fanno i campioni? Concedono agli avversari di guadagnarsi i punti necessari per ottenere il loro obiettivo.

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