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Terry Gou – ritratto di un outisider nelle presidenziali taiwanesi

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Le elezioni presidenziali della Repubblica di Cina (Taiwan) sono dietro l’angolo e lo scenario presenta come decisamente piú variegato rispetto alle passate tornate elettorali in cui il Partito Democratico Progressista e il Kuomintang si contendevano la presidenza. Le presidenziali del 2024 infatti prospettano una gara elettorale tra quattro formazioni e tra tutte la candidatura di Terry Gou, magnate dei semiconduttori, é senza dubbio la piú insolita.

Le elezioni presidenziali che si terranno a Taiwan a gennaio del 2024 sono ufficialmente diventate una corsa a quattro: infatti Terry Gou, CEO e fondatore del colosso dei semiconduttori Foxconn, ha ufficialmente superato le 300mila firme necessarie a supportare la propria candidatura. Gou si aggiunge cosí a Lai Ching-te, candidato del Partito Democratico Progressista, Hou Yu-ih del Kuomintang e a Ko Wen-je, ex sindaco di Taipei del Partito Del Popolo di Taiwan. 

Gou é stato paragonato da alcuni a Donald Trump (di cui si definisce grande amico e ammiratore) per via del suo background da imprenditore, che sicuramente lo ha aiutato a costruire l’immagine di un candidato outsider, estraneo alle logiche di potere e pertanto appetibile. Ma Gou non é alla sua prima esperienza politica: giá nel 2019, pare ispirato da una visione in cui la Dea taoista Mazu gli chiedeva di scendere in politica, infatti si era formalmente candidato alle primarie del Kuomintang. Il favore divino sembró non bastare e Gou si fermó al 27% di preferenze e il magnate mancó la nomination.

La scelta di correre con il Kuomintang non deve sorprendere: le posizioni di Gou in fatto di politica estera e soprattutto in fatto di relazioni con Pechino sono estremamente allineate con quelle del partito conservatore di Taiwan. Gou si é infatti detto critico della politica estera di Tsai Ing-wen e del Partito (‘’esalta l’indipendenza di Taiwan e minaccia i rapporti pacifici con la Cina’’) mentre si é detto fortemente favorevole al “Consensus del 1992” ovvero l’accordo informale raggiunto all’epoca dal governo cinese e quello taiwanese del Kuomintang in cui le parti concordavano sul fatto che ci fosse una sola Cina. 

Wen Ti-sung, analista politico della Australian National University, ritiene che Gou voglia farsi passare per un potenziale presidente in grado di dialogare sia con gli Stati Uniti che con la Cina e certamente ha delle ottime basi per potersi mettere in queste condizioni : Foxconn é infatti presente in Cina con ben dodici stabilimenti per la produzione di semiconduttori, che riforniscono di preziosi microchip compagnie di tutto il mondo ma soprattutto anche compagnie cinesi, garantendo al fondatore di Foxconn un certo grado di influenza nelle relazioni con la Cina e non solo considerando l’importanza che la filiera dei semiconduttori taiwanese ha a livello globale. Basti pensare che Morris Chang, fondatore dell’altro colosso taiwanese TMSC, ha ricoperto piú volte il ruolo di rappresentante per Taiwan ai forum APEC ma anche alle parole di Josep Borrell, che ha definito i semiconduttori come ‘’fondamentali allo sviluppo digitale europeo’’ o alle mosse del governo italiano per garantirsi una fetta di export e produzione taiwanese di semiconduttori in Italia. In sintesi, Gou non é un magnate qualunque.

Viene da chiedersi, date le posizioni di Gou decisamente concilianti nei confronti della Repubblica popolare, se a Pechino la sua discesa in campo sia vista con sollievo. In realtá, la candidatura di Gou potrebbe andare a svantaggio di Pechino e per capire perché serve dare uno sguardo a tutti i candidati in campo. Per il governo cinese infatti é fondamentale riuscire a scalzare il Partito Democratico Progressista dal governo dell’isola ribelle, un partito che a partire dal 2016 ha spinto sul concetto di indipendenza de-facto di Taiwan in modo sempre piú marcato. In questo scenario, l’opposizione al PDP non é concentrata in un solo candidato ma in tre diversi candidati che, a modo loro, contestano la linea del governo Tsai (che verrá sicuramente mantenuta da Lai) disperdendo nel mentre l’elettorato. Gli ultimi sondaggi danno il PDP al 30%, il Partito del Popolo di Taiwan al 24%, il Kuomintang terzo attorno al 17% e infine la lista di Gou, al 10% e sembrerebbero confermare lo scenario ipotizzato sopra, ovvero di un fronte taiwanese aperto al dialogo con Pechino indebolito e diviso in rivoli, a beneficio del PDP. É vero che mancano ancora tre mesi alle elezioni e che le urne potrebbero smentire completamente sandaggi e proiezioni ma per ora Pechino non puó permettersi di tirare un sospiro di sollievo. 

In vista delle imminenti elezioni presidenziali del 2024 a Taiwan, il panorama politico si presenta frammentato e complesso. Terry Gou, con il suo background imprenditoriale e le sue posizioni chiare sulle relazioni con Pechino, rappresenta una figura di spicco, ma le sfide sono molteplici. La sua candidatura, pur avendo un forte sostegno, si scontra con la presenza di altri candidati che condividono visioni simili sul rapporto con la Cina, frammentando l’elettorato. Questa divisione potrebbe, paradossalmente, favorire il Partito Democratico Progressista, che ha una visione chiara e distinta sull’indipendenza di Taiwan. La geopolitica, le relazioni internazionali e le dinamiche interne giocano un ruolo cruciale in questa contesa elettorale. Sarà interessante osservare come i vari candidati si posizioneranno nei prossimi mesi e come l’elettorato reagirà a queste proposte. In un contesto globale in cui Taiwan ha un ruolo sempre più centrale, le scelte fatte dai taiwanesi avranno ripercussioni ben oltre i confini dell’isola.

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