Terrorismo sulla Nuova Via della Seta: il realismo di Pechino

Nell’ambizioso progetto cinese della Belt&Road Initiative, non vi sono semplicemente problemi ingegneristici o geopolitici. Nella costruzione di una ferrovia le asprezze territoriali tipiche del blocco centro-asiatico si affrontano, o semplicemente si aggirano; così come sarà sufficiente sedersi ad un tavolo e ratificare un accordo bilaterale, qualora uno Stato partner voglia rivedere e ridiscutere alcuni accordi presi.

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La sfida più difficile da affrontare per la Repubblica Popolare Cinese e per i Paesi centro asiatici è molto più liquida, asimmetrica, una sfida che finora la Cina ha potuto combattere tra le mura domestiche secondo le proprie regole; ed ora, che si lancia verso un progetto globale come la Via della Seta, deve imparare a combattere all’esterno.

Con il repentino disengagement statunitense in Afghanistan, e un sostanziale pragmatismo da parte delle autorità afghane che allieva ma non risolve, la proliferazione terroristica è divenuta molto più massiccia: complice la conformazione geofisica dell’Afghanistan e Paesi vicini, complice anche lo sfaldamento delle file dello Stato Islamico e delle migliaia di foreign fighters che stanno organizzando il loro rientro. Alcuni numeri indicano che i foreign fighters provenienti dagli Stan-Countries sarebbero oltre 5000, provenienti maggiormente da Uzbekistan, Tajikistan e Kirghizistan.  A questi si aggiungono le migliaia di talebani che si sono stanziati maggiormente sul confine afghano-pakistano, e i militanti uiguri dello XinJiang, rifugiatisi nei paesi vicini dopo che la Cina ha avviato una pesante politica di repressione nei loro confronti.

Sebbene il governatore dello XinJiang, Chen Quanguo, abbia avviato una serie di misure repressive volte al controllo pressoché totale della popolazione uigura, le autorità cinesi ritengono credibili le infiltrazioni terroristiche dalla provincia afghana di Badakhshan. Le esercitazioni congiunte sino-afghane del 2017 e una probabile installazione militare cinese sul corridoio di Wakhan (una strozzatura naturale che consente l’accesso nello XinJiang) sembrerebbe dimostrare la veridicità di questa convinzione.

Dalla caduta dell’ISIS, e quindi dall’allentamento bellico nella regione mediorientale, una Al Qaeda 2.0 sembra aver preso di nuovo piede in Afghanistan e centro Asia. Un Al Qaeda che, al contrario di quanto faceva l’ISIS, non punta alla creazione di uno stato -sebbene l’ipotesi califfato sia, appunto, sempre un’ipotesi intrinseca nelle ambizioni dei gruppi islamisti-, bensì all’allargamento delle frontiere di scontro e all’aumento dei proseliti. Intrecciando la dottrina qaedista con il know-how tecnologico/militare di chi ha combattuto in Iraq e Siria si ottiene una formazione omogenea nelle esperienze e nelle tecniche di combattimento, due combinazioni allettanti per intensificare gli scontri armati di bassa intensità. La posizione poi assunta dalla Cina contro gli uiguri fa il resto: sono 5000 i combattenti che dallo XinJiang sono andati a combattere in Siria e Iraq e che ora stanno facendo ritorno.

La Cina non è nuova alla minaccia terroristica: dagli anni ’90 gruppi di matrice islamista uigura tentano di gettare il caos rivendicando le condizioni nelle quali il loro popolo è assoggettato. Adoperando una tecnica di shock and awe, in cui, armati di coltelli, assaltano luoghi affollati, come accaduto nella metropolitana di Kunming nel 2014. Attacchi che non solo si sono intensificati, ma hanno anche assunto -complice il progetto BRI- una dimensione globale, avendo come target gli obiettivi cinesi nel mondo.

Fonte di maggior preoccupazione per le autorità cinesi, oltre gli attentati contro le proprie ambasciate e rappresentanze consolari all’estero, è la situazione di sicurezza lungo il China Pakistan Economic Corridor, che dallo XinJiang si allunga fino al porto di Gwadar, nella provincia del Belucistan, una delle regioni più instabili del pianeta.

L’accentuata instabilità socio-politica è dovuta ad un sentimento di promesse tradite da parte degli investitori cinesi. Innanzitutto, si lamenta una scarsa presenza di manodopera locale nei cantieri, che sarebbero in larga parte gestiti da manovalanza cinese. Questo non ha fatto altro che polarizzare le rispettive posizioni: viste le ostilità e gli attacchi, i cinesi si stanno chiudendo in loro stessi, edificando delle vere città-fortezza. Come già sta avvenendo a Gwadar, dove si sta costruendo una città-quartiere (con capacità abitative per circa 500.000 persone) per soli cinesi. Scelte strategiche di Pechino che hanno portato i terroristi baluci a colpirne il consolato di Karachi, i quali condannano da sempre l’eccessiva spoliazione economica cinese.

Il Partito è sempre stato restio nel voler allargare le maglie di sicurezza oltre i propri confini, pur comprendendo che senza i dovuti accorgimenti, la credibilità e la stabilità del progetto BRI potrebbero venir meno e con questo i propri sogni -in verità mai dichiarati- egemonici.

Gli sforzi di Pechino per la lotta al terrorismo sono principalmente rivolti all’empowerment delle autorità locali, all’addestramento congiunto e al finanziamento di posti di blocco frontalieri. In aggiunta a misure pratiche, la Cina sta agendo anche nelle sedi internazionali per rinsaldare i rapporti con i propri vicini utilizzando il potere che ha all’interno della Shanghai Cooperation Organization (SCO) come valore aggiunto nelle trattative.

Sul fronte del terrore è emblematico il veto posto da Pechino sulla decisione di inserire il gruppo terroristico pakistano Jaish-e-Mohammed (JeM) (un gruppo con rapporti vicini all’establishment pakistano) nella lista delle organizzazioni del terrore. Un veto pesante che, ancora una volta, assurge la Repubblica Popolare a potenza puramente aideologica e realista: se da una parte detiene e rieduca i propri cittadini musulmani, dall’altra tutela l’importanza strategica dei propri progetti oltreconfine, favorendo addirittura una formazione terroristica per tutelare un partner strategico come il Pakistan e il CPEC.

La BRI oltre che ad essere un progetto economico ambizioso, si sta rivelando anche un sorprendente capitolo di realpolitik: da una parte si combatte il terrorismo inviso sia a stati partner che alla Cina stessa (vedasi i rapporti tra uiguri e gruppi tajiko-afghani e i baluci; questi ultimi acerrimi nemici del Pakistan). Dall’altra parte invece cerca di scendere a patti con forze terroristiche vicini ad establishment politici di Paesi amici che, sulla carta, non hanno l’ambizione di sabotare gli interessi pechinesi.