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Il terremoto in Turchia e Siria scuote anche le fondamenta politiche del Paese della mezzaluna

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Più di 40.000 morti, decine di migliaia di feriti, intere città e villaggi distrutti, monumenti e luoghi di culto millenari probabilmente danneggiati irreparabilmente. Il doppio terremoto che ha colpito lo scorso 6 febbraio il sud-est della Turchia e il nord della Siria ha aperto una faglia di oltre dieci metri in Anatolia, sconvolgendo non solo la geografia del luogo, ma innescando anche una serie di dinamiche socio-umanitarie che avranno un impatto decisivo nel panorama politico turco, specialmente alla luce delle elezioni presidenziali del prossimo maggio.

La politica turca alla prova del sisma

Il doppio terremoto con epicentro nella regione di Kahramanmaras, sud-est della Turchia, si appresta a divenire il peggior evento sismico nella storia della Repubblica Turca, sicuramente il più grande disastro registrato nel Paese dal 1939, quando nella regione di Erzincan persero la vita più di 33.000 persone. Mentre si continua a scavare fra le macerie, emergono i primi frammentari dati relativi alle conseguenze economiche del sisma: secondo Fitch, infatti, le perdite ammonterebbero a più di 4 miliardi di dollari in un’area densamente abitata da circa 13 milioni di persone, mentre secondo Bloomberg i costi per la ricostruzione ammonterebbero al 5.5% del PIL turco, per intenderci, una cifra quasi sette volte più grande rispetto ai costi del sisma dell’Aquila. Secondo Oxford Economics, l’interruzione dell’attività produttiva nelle 10 province afflitte dal terremoto ridurranno il PIL dallo 0,3 allo 0,4%, mentre secondo altre stime di lungo periodo questo potrebbe calare fino a due punti percentuali con un crollo locale della produttività vicino al 50%. Per far fronte alle conseguenze finanziarie infauste del terremoto il governo ha optato per la chiusura della borsa di Istanbul nei giorni immediatamente successivi al sisma. Il Presidente Erdoğan, recatosi sul luogo del sisma, ha promesso di risolvere completamente l’emergenza nel giro di un anno, affermando di essere pronto a fornire alle famiglie terremotate l’equivalente di circa 500 euro al mese. Il sisma sembra aver colpito entrambi i Paesi probabilmente nel momento peggiore: se in Siria la condizioni politiche e di sicurezza rendono l’invio di volontari e aiuti difficoltoso e in alcuni casi impossibile, facendo purtroppo presagire un nuovo esodo di centinaia di migliaia di persone, in Turchia l’emergenza umanitaria si somma ad una fragilità finanziaria che va avanti da anni e ad una incertezza politica data dalle incombenti elezioni presidenziali.

In un articolo del Washington Post dello scorso mese le elezioni politiche (14 maggio) erano state definite come le più importanti a livello globale del 2023. Fra tre mesi i cittadini turchi saranno chiamati a rinnovare il Parlamento e ad eleggere il Presidente. L’opportunità è storica, non solo per la ricorrenza, il centenario dell’indipendenza turca, ma anche e soprattutto a causa dei possibili mutamenti, interni ed esterni, che la vittoria di uno o dell’altro blocco politico potrebbero generare nel Paese della mezzaluna. Sullo sfondo del sisma di Kahramanmaras continua infatti la lotta a distanza fra il blocco formato dall’alleanza AKP-MHP e il cosiddetto “Tavolo dei sei”, il blocco d’opposizione formato dal partito repubblicano di ispirazione kemalista CHP, da quello fuoriuscito dal MHP, l’IYI Parti, e da altri partiti minori tra cui spicca il Partito islamico conservatore Gelecek guidato dall’ex Primo Ministro e Ministro degli Esteri Ahmet Davutoğlu, che i lettori riconosceranno come il padre della c.d. dottrina della profondità strategica (stratejik derinlik). L’occasione è storica perché a fronteggiarsi vi sono due blocchi contrapposti su quasi tutti i dossier, a partire dalla direzione politica che dovrebbe seguire il Paese: una larga riconferma dell’AKP vorrebbe dire con molta probabilità una riforma costituzionale volta ad abolire il testo del 1980 post golpe e un rafforzamento del presidenzialismo; una vittoria dell’opposizione vorrebbe invece dire un ritorno al parlamentarismo pre-referendum del 2017 e verosimilmente un riavvicinamento a Bruxelles. Se i sondaggi davano alcuni mesi fa l’opposizione in vantaggio di alcuni punti percentuali, le politiche di sostegno economico alla popolazione, come l’innalzamento del salario minimo, sembrano aver fruttato al Presidente in carica un leggero vantaggio nei confronti dei potenziali candidati rivali. Proprio su quest’ultimo tema occorre fare chiarezza: a tre mesi esatti dalla presunta data delle elezioni l’opposizione non ha ancora indicato un candidato. Da un lato a causa della diversità di vedute di un blocco altamente eterogeneo per orientamento politico, dall’altro a causa del timore delle indagini e delle conseguenze legali che il candidato potrebbe affrontare nei mesi immediatamente precedenti al 14 maggio. Il riferimento, in questo caso, è a quanto accaduto alcuni mesi fa al sindaco di Istanbul Ekrem Imamoğlu, esponente di spicco del CHP e potenziale candidato (i sondaggi lo hanno dato in vantaggio su Erdoğan di alcuni punti). Lo scorso 14 dicembre, infatti, il repubblicano è stato condannato a 2 anni e 7 mesi di reclusione e bandito dalla vita politica per alcuni insulti che aveva rivolto allo YSK (Commissione Elettorale Suprema) e allo stesso Erdoğan in occasione delle elezioni comunali del 2018 (vinte a Istanbul da Imamoğlu, fatte ripetere per presunte irregolarità e infine rivinte sempre dal candidato del CHP). Nonostante il ricorso presentato, permangono molti dubbi sulla candidabilità del sindaco di Istanbul, la cui parabola politica, seppur di colore diverso, sembra ricordare proprio quella dell’attuale Presidente turco (ex sindaco della città più grande del Paese, condannato a 10 mesi di reclusione nel ’98 per una frase ritenuta un attacco allo Stato). Gli altri candidati potenziali non destano particolare interesse, ad eccezione dell’attuale sindaco di Ankara, il repubblicano Mansur Yavaş, che in assenza di Imamoğlu sembrerebbe il naturale prescelto. Più indietro la leader dell’IYI Parti Meral Akşener e quello del CHP Kılıçdaroğlu. Vi è poi un ultimo nodo da sciogliere, che potrebbe potenziale determinare l’esito delle elezioni: il ruolo del partito curdo HDP. Il Partito Democratico dei Popoli, che nelle elezioni del 2015 aveva ottenuto lo storico risultato del 13,1%, ha dichiarato quest’anno che correrà da solo, nonostante una causa ancora in corso nei suoi confronti che potrebbe portare alla sua chiusura per presunti legami con l’organizzazione terroristica PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan). Se il partito a base curda riuscisse a correre nelle prossime elezioni, vista la forbice minima fra il blocco di governo e l’opposizione, potrebbe rivelarsi l’ago della bilancia.

Sarà il terremoto a dettare gli esiti delle elezioni, a patto che si tengano

La catastrofe umanitaria in corso potrebbe tuttavia scombinare tutti i calcoli, aprendo a nuovi scenari per le elezioni: se prima era l’andamento dell’economia il tema caldo del dibattito politico, ora la risposta del governo al sisma potrebbe rivelarsi determinante per le sorti politiche del Paese. Come sostenuto da molti analisti politici, sarà con molta probabilità il giudizio che i turchi daranno all’operato dell’AFAD (Autorità Turca per il Controllo dei Disastri) e più in generale del governo a determinare l’esito delle elezioni. Il sisma è quindi divenuto l’ultimo terreno di scontro politico: oltre alle critiche giunte dal Tavolo dei Sei nei confronti della lenta reazione dell’esecutivo alla crisi (lo stesso Erdoğan ha ammesso alcuni ritardi nell’invio degli aiuti) e nei confronti di una politica edilizia negligente o in alcuni casi assente, si registrano anche le critiche verso l’operato del “Servizio di notifica della disinformazione” gestito dal Direttorato delle Comunicazioni, che nei giorni scorsi ha bloccato l’accesso su Twitter per far fronte a presunte fake news che giravano sul social, limitando tuttavia la circolazione di informazioni importanti per fronteggiare l’emergenza. Al momento in cui viene scritto l’articolo circolano inoltre con insistenza voci che vorrebbero il Presidente Erdoğan pronto a richiedere il rinvio delle elezioni stesse di un anno, giustificato con l’impossibilità per più di un milione di elettori di recarsi alle urne il prossimo 14 maggio. La notizia, che ha trovato riscontri nelle parole di alti esponenti dell’AKP, avrebbe del clamoroso in primo luogo perché la Costituzione turca non permette il rinvio delle elezioni per un periodo così lungo tranne che in caso di guerra, in secondo luogo, perché un’eventuale forzatura da parte del governo verrebbe bollata dall’opposizione come un vero e proprio golpe esecutivo. Per quanto concerne il primo punto, dal punto di vista costituzionale l’AKP sembra avere le mani legate. L’articolo 78 è chiaro a riguardo: il Parlamento turco può posticipare le elezioni di un anno solamente se la Turchia si trova in stato di guerra. L’esecutivo potrebbe tentare la via dell’emendamento costituzionale, che richiederebbe tuttavia almeno 2/3 del Parlamento (400 voti a fronte dei 333 dell’AKP e dei suoi alleati). In questo caso, Erdoğan potrebbe appellarsi solamente alla solidarietà dell’opposizione, che non solo non appare incline ad assecondare il leader turco, ma ritiene che sia “un dovere in qualità di politici tenere questa votazione”, come sostenuto dalla Akşener appena una settimana fa. Anche Kılıçdaroğlu si è detto contrario, oltre che critico verso il recente operato del partito al potere. Molto più duro nelle parole è stato l’ex leader dell’HDP, Selhattin Demirtaş, che dal carcere ha accusato il Presidente di voler ricorrere al rinvio delle elezioni per salvare la faccia ed evitare una potenziale disfatta. Alcuni giuristi turchi hanno sottolineato in queste ultime ore che l’YSK potrebbe potenzialmente dichiararsi incapacitato di tenere le elezioni nelle zone terremotate (né a maggio né a giugno, mese ultimo per posticipare legalmente le elezioni) decidendo unilateralmente di posticiparle di un anno. Permangono dubbi a tal riguardo, sia sulla reale volontà dei membri dell’YSK di adottare una decisione così controversa, sia sulla reale capacità dello stesso di implementare tale decisione, visto che si tratterebbe di un unicum nella storia politica del Paese. Quale che sia l’esito di tale diatriba, tutto il panorama politico, sia il governo che l’opposizione, dovranno fare fronte comune per affrontare un’emergenza umanitaria che si aggrava di giorno in giorno, facilitando il più possibile l’afflusso di aiuti

L’autore e lo staff di Geopolitica.info si uniscono al cordoglio per le famiglie delle vittime. Al seguente link è possibile fornire il proprio aiuto alle popolazioni colpite dal sisma.   

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