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Terre rare e sostenibilità: la sfida da cui dipende la transizione verde

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Senza Terre rare non esisterebbe transizione ecologica, ma se per far girare le ruote di una Tesla o azionare una turbina eolica è impossibile non compromettere l’ambiente, ha ancora senso parlare di tecnologie ecosostenibili?

Le Terre rare sono un insieme di diciassette elementi della tavola periodica: scandio, ittrio e i 15 lantanidi. Possiedono proprietà magnetiche e conduttive che non si riscontrano in altri componenti chimici. Impiegate negli hard disk, nei motori elettrici e ibridi, nelle fibre ottiche e nei pannelli solari, vantano anche importanti applicazioni nelle tecnologie mediche di immaginografia con risonanza magnetica. Definite “vitamine industriali”, sono le più ricercate sul mercato; è insolito trovare alte concentrazioni in un singolo giacimento, da qui l’appellativo di “rare”. Ma l’attività estrattiva è costosa, complessa e devastante per l’ambiente. 

Il concetto di sostenibilità, introdotto nel 1972 nel corso della prima conferenza ONU sull’ambiente, esprime la condizione in grado di assicurare il soddisfacimento dei bisogni del presente senza compromettere le esigenze delle generazioni future. Il modello economico attuale, incentrato sulla crescita globale legata a indicatori economico-finanziari si è rivelato insostenibile, così come la decrescita felice, teorizzata dall’economista e filosofo francese Serge Latouche e basata su modelli di sviluppo localistici e autoconsumo dei beni. È opportuno muoversi, oggi, verso un nuovo modello di green economy, che sia capace di garantire sostenibilità a lungo termine riducendo rifiuti, scarti e impatto ambientale. Paradossale, in questo senso, è proprio il mercato delle Terre rare, che manca di una regolamentazione internazionale e annovera criticità come la violazione dei diritti umani, il greenwashing e l’inadeguatezza degli attuali protocolli di valutazione degli impatti ambientali. Incentrata sull’erosione del territorio a discapito degli ecosistemi, l’estrazione di Terre rare dalla loro forma pura prevede il versamento di acque reflue, i cui acidi radioattivi compromettono il suolo e causano deforestazione. 

Tuttavia, le Terre rare vengono esportate e impiegate in tecnologie certificate e vendute come ecologiche. La Cina è oggi la maggior produttrice: attraverso l’impresa statale China Rare Earth Group Co. Ltd guida la catena di approvvigionamento globale dagli anni 2000, godendo di un formidabile vantaggio geo-economico. Si stima che il Dragone sia responsabile dal 55% al 70% dell’estrazione e fino al 90% della lavorazione.

Per far fronte all’emergenza ecologica, dal 2015 la Cina ha rivisto alcune normative ambientali; non è più disposta a subire le forti ripercussioni dovute alle estrazioni cui, in precedenza, aveva scelto di sottostare per affermarsi come potenza. Alla stregua di quanto fatto dai Paesi europei in passato, ha delocalizzato l’industria nel vicino Myanmar, dove vige la dittatura militare che ha incarcerato Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace.

I magneti prodotti dalla Cina con le Terre rare provenienti dal Myanmar finiranno su componenti microelettronici, turbine eoliche e auto elettriche commercializzate in Europa e nel mondo. Senza Terre rare non esisterebbe transizione ecologica, ma se per far girare le ruote di una Tesla o azionare una turbina eolica è impossibile non compromettere l’ambiente, ha ancora senso parlare di tecnologie ecosostenibili? 

Gli attuali protocolli non bastano. Le aziende che estraggono questi metalli agiscono in conflitto con le risorse naturali e si servono di manodopera schiavile. Secondo Global Witness, i proventi vengono utilizzati per finanziare gli abusi delle milizie contro i civili, che si sono intensificati dopo il colpo di Stato del febbraio 2021. Riconoscendo che l’industria finanzia il regime, il governo del Myanmar, democraticamente eletto e tutt’ora in esilio, ha dichiarato illegali tutte le operazioni di estrazione di terre rare. «L’inquietante realtà è che il denaro che alimenta le violazioni dei diritti umani causate dall’industria estrattiva del Myanmar deriva dalla spinta globale a incrementare le energie rinnovabili» ha dichiarato Mike Davis, CEO di Global Witness. 

La sostenibilità, al contrario, dovrebbe essere garantita tramite criteri di trasparenza e affidabilità applicati non solo alle materie prime o all’utilizzo finale di un prodotto, ma anche a tutti i processi di lavoro coinvolti: dall’estrazione all’impiego di manodopera, alla lavorazione, al trasporto, allo smaltimento. Le aziende che fino a qualche decennio fa scommettevano esclusivamente sul profitto, si trovano oggi a dover colmare un ampio gap di sostenibilità. 

Il paradosso delle Terre rare apre una seria riflessione in tema di transizione ecologica. Infatti, alcune realtà stanno già ricercando soluzioni alternative: Honda, nel 2016, ha avviato la progettazione del suo primo motore rare earth free e Apple, con il suo progetto Daisy 4, si è impegnata a riciclare i magneti già presenti nei rifiuti tecnologici abbandonati nelle cosiddette “miniere urbane”.

La crescente attenzione dell’UE verso questo tema è testimoniata da due risoluzioni, datate dicembre 2020 e marzo 2021. Tuttavia, esse non hanno valore legislativo e quindi non sono vincolanti per gli Stati membri. Le crescenti pressioni del Parlamento, però, hanno aperto la strada a una proposta di legge, depositata a febbraio 2022, che si trova oggi in fase di esame: l’approvazione comporterà l’introduzione di sanzioni per le aziende europee che importano materie prime da Paesi che non rispettano i diritti umani e l’ambiente. Anche gli Stati Uniti hanno assunto posizioni più nette. Lo scorso dicembre Biden ha firmato una legge, da lui intensamente sostenuta, per la protezione dei diritti umani. Le materie prime estratte attraverso manodopera schiavile nella regione dello Xinjiang, come il litio, impiegato per la produzione di pannelli solari, non entreranno più nel mercato statunitense.

Il percorso è costellato di insidie geopolitiche, ma indispensabile. La sostenibilità è un valore che dovrà essere messo in pratica in maniera da realizzare un progresso tecnologico sempre conciliabile con la salvaguardia ambientale. Solo attuando una piena transizione verde sarà possibile formulare un modello economico che sia sostenibile e proficuo, non solo nel risultato ma in tutte le sue fasi.

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