Tensioni nello stretto di Taiwan

Lo stretto di Taiwan si sta confermando uno dei chokepoints più “caldi” del mondo a causa degli interessi contrapposti dei principali attori del Pacifico occidentale: la Repubblica Popolare Cinese, da una parte, e Taiwan, Stati Uniti e Giappone, dall’altra.

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La storia del Novecento ci ha abituato ad aumenti della tensione in questo spazio di mare, conteso dalla fuga del governo nazionalista di Chiang-Kai-Shek in poi. L’obiettivo che “L’impero del Centro” cerca di conseguire dal 1949 è riportare l’isola di Formosa sotto la sovranità politica cinese. Per tre volte, Pechino ha effettuato esercitazioni e dispiegato azioni militari volte a indirizzare il consenso politico dell’isola, cercando di scoraggiare l’ascesa di partiti indipendentisti: due volte negli anni ’50 e l’ultima volta nel 1996, quando l’arrivo delle portaerei USS Nimitz e USS Independence e dei relativi gruppi da battaglia costrinse le meno temibili forze cinesi a un obbligatorio dietrofront.

La Repubblica Popolare Cinese, in seguito a tale debacle, comprese l’improcrastinabile necessità di sviluppare una forza aereo-navale-missilistica, capace di esercitare deterrenza e colmare parte del gap con la US Navy, al fine di dare consistenza alle pluridecennali rivendicazioni siniche. Pechino negli ultimi anni, grazie a colossali investimenti profusi nella riforma delle forze armate, è riuscita a conseguire un livello di forza militare invidiabile e un inedito know-how tecnologico in materia di costruzione cantieristica navale, che le ha consentito di varare la prima portaerei di fabbricazione nazionale: la Shandong (Type 001A).

L’attuale presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen, avendo nominato lo scorso 17 novembre l’ex primo ministro William Lai come suo vice, in vista delle elezioni presidenziali del prossimo gennaio, ha confermato la propria vocazione indipendentista. Tale azione è ritenuta inaccettabile da Pechino, che, infatti, ha fatto transitare il gruppo da battaglia della portaerei Type 001A STOBAR, nello stretto di Formosa per intimidire e pressare Taipei.

La Repubblica Popolare Cinese si sta mostrando determinatamente irremovibile nella propria volontà di rimettere le mani sull’”isola ribelle”, percepita come parte della grande cultura cinese, ossia della Tianxia (“il tutto sotto il cielo”, definizione che delimitava i territori abitati dai discendenti dell’Imperatore Giallo da quelli abitati dai barbari). Le motivazioni di questa fermezza sono, inoltre, tattiche e geopolitiche.

Dal punto di vista tattico, riconquistando l’isola, Pechino sposterebbe il proprio dispositivo di difesa quattrocento chilometri ad est, sottraendo una delle pedine principali su cui Giappone e Stati Uniti fanno affidamento per contenerla. Guadagnerebbe “una portaerei inaffondabile” nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico Occidentale/Mar Cinese Orientale, da cui potrebbe proiettare la propria potenza nei mari attigui.

Dal punto di vista geopolitico, invece, il presidente Xi Jinping sta cercando di rendere il proprio paese una Superpotenza ed ha, perciò, espresso ufficialmente la propria volontà di riportare pacificamente Taiwan sotto il dominio di Pechino entro il 2049. La Cina, infatti, non potrà essere considerata una Superpotenza militare leader del Pacifico Occidentale fino a quando non riuscirà a riportare Taipei, isola lontana 180km dalle sue coste, sotto il proprio controllo.

Il passaggio delle imbarcazioni militari cinesi nello stretto è stato monitorato dalle navi Taiwanesi e seguito da quelle Giapponesi. Tokyo è schierata al fianco di Washington, quest’ultima ha inviato, il 19 novembre, la nave da combattimento Gabrielle Giffords e, il giorno successivo, il cacciatorpediniere Wayne E. Meyer, sfidando le restrizioni imposte dai cinesi nel passaggio per le Isole Paracelso. Washington, così facendo, intende manifestare con forza la volontà di garantire la libertà di transito nelle aree contese, dimostrando capacità di proiezione e volontà di sostenere gli alleati, come ha riferito la portavoce della Settima Flotta della Marina Statunitense, la Comandante Reann Mommsen.

La strategia geopolitica di Washington si è storicamente fondata su una schiacciante superiorità militare e diplomatica nel Pacifico. Il comando americano per l’Asia-Pacifico (USINDOPACOM) può contare su oltre 2.000 aeroplani, 200 navi e sottomarini e più di 370.000 soldati, marinai, marines, aviatori e personale civile del Dipartimento della Difesa, distribuiti in un ampio reticolo di basi, le cui principali si trovano in Giappone, Corea del Sud e nell’isola di Guam. La rete di alleanze diplomatico-strategiche si basa su una serie di trattati di alleanza con Giappone, Corea del Sud, Filippine, Thailandia e Australia, integrati da strette relazioni di sicurezza con Taiwan, Nuova Zelanda e Singapore e da relazioni in evoluzione con altri Paesi della regione come India, Vietnam, Malesia e Indonesia. Questi rapporti, storicamente solidi dalla fine della guerra di Corea in avanti, si stanno consolidando ulteriormente, corroborati dalla comune avversione nei confronti della nuova assertività cinese.

Il portavoce del ministro degli Esteri cinese, Geng Shuang ha espresso, in una conferenza stampa, la volontà cinese di pattugliare e seguire il passaggio di navi da guerra americane attraverso lo stretto di Taiwan e ha chiesto agli Stati Uniti di rispettare il principio dell’unica Cina, promuovendo, in questo modo, la stabilità dei rapporti sino-taiwanesi. Secondo il Partito Comunista Cinese, Pechino detiene una sovranità indiscutibile sulle isole del Mar Cinese Meridionale (zona contesa dalle rivendicazioni contrapposte delle Filippine, della Malesia, del Vietnam, di Taiwan e della Cina), sull’isola di Taiwan e sullo Stretto omologo.

Già nei giorni precedenti alle azioni navali, il ministro della Difesa cinese, Wei Fenghe, e il segretario della difesa americano, Mark Esper, si sono accusati a vicenda, in seno all’incontro dei ministri della difesa asiatici di Bangkok del 18 novembre scorso, di ricorrere alle intimidazioni e alla coercizione per perseguire i propri obiettivi strategici.

L’obiettivo della Repubblica Popolare Cinese è costringere Taiwan a tornare pacificamente sotto il controllo di Pechino. Per conseguirlo sta attuando una ventennale politica di “aggressione diplomatica”, tentando, così, di isolarla diplomaticamente per farla “cadere fra le proprie braccia”. Taiwan intratteneva, a settembre del 2019, relazioni formali con solo 17 Stati; negli ultimi tre mesi la Cina ha offerto l’accesso a fondi per lo sviluppo al Kiribati e alle Isole Salomone “scambiandoli” con l’interruzione dei rapporti diplomatici tra loro e Taipei. Questi stati insulari hanno accettato, perciò gli Stati con cui Taiwan continua a tessere rapporti diplomatici sono attualmente 15.

L’inconciliabilità e l’irrinunciabilità degli interessi contrapposti di Pechino da un lato, e di Taipei, Washington e Tokyo dall’altro, esacerba la tensione tra le due parti e tra le due maggiori economie del mondo. Tale circostanza rende lo stretto di Taiwan un dossier “spinoso” che nei prossimi anni dovrà essere gestito con cautela da tutte le parti in causa.