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Cresce la tensione tra le due Coree? Intervista a Marco Milani (UniBo)

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Pyongyang è tornata ad essere motivo di preoccupazione per diversi stati dell’Indo-Pacifico. Il 13 dicembre 2022, Corea del Sud, Giappone e Stati Uniti hanno dichiarato di voler coordinare le sanzioni verso la Corea del Nord. Già da inizio 2022 i test missilistici nucleari nordcoreani avevano riavvicinato l’amministrazione Moon a Tokyo. Il nuovo presidente sudcoreano, il conservatore Yoon Suk-yeol, in campagna elettorale dichiarava di voler esercitare una politica più muscolare verso Pyongyang. Per discutere di rapporti intercoreani e della loro possibile traiettoria futura in seguito agli eventi dell’ultimo anno, abbiamo intervistato Marco Milani, ricercatore dell’Università di Bologna nonché in precedenza visiting research fellow presso l’Institute for Peace and Unification Studies in Corea del Sud.

Dott. Milani, anzitutto grazie per la disponibilità. In campagna elettorale, l’allora candidato presidente Yoon Suk-yeol dichiarava di voler inaugurare una politica diversa dal suo predecessore per quel che concerne i rapporti intercoreani. Qual è lo stato attuale delle relazioni tra le due Coree, in particolar modo a seguito dell’elezione del nuovo presidente?

Lo stato attuale delle relazioni intercoreane è in generale negativo: siamo in una fase di stallo sostanziale per quel che riguarda la cooperazione e il dialogo tra le due Coree. Nei pochi momenti in cui ci si riferisce vicendevolmente di solito lo si fa con un tono molto negativo e al momento non ci sono grandi possibilità di aperture costruttive né per il dialogo che per la cooperazione. Sicuramente l’elezione di Yoon Suk-yeol ha peggiorato una situazione già complicata e negativa nell’ultimo periodo della precedente amministrazione. Quindi, sta proseguendo un trend negativo iniziato all’incirca un paio di anni fa e che la presidenza di Moon Jae-in non ha contribuito a migliorare.

Se ci concentriamo solo sull’attuale amministrazione, guidata da Yoon Suk-yeol, possiamo sicuramente notare come sia il presidente che altri membri del suo staff non abbiano un’esperienza significativa dal punto di vista delle relazioni internazionali o delle relazioni intercoreane. Basti pensare che lo stesso presidente è un ex procuratore generale; quindi, non possiede quel retroterra di conoscenza specifica della materia, come poteva avere invece avere Moon Jae-in, il quale a livello politico era stato capo di gabinetto del presidente Roh Moo-hyun a metà degli anni Duemila. Questa mancanza estemporanea di esperienza ha fatto sì che su dossier specifici, come quello delle relazioni intercoreane, la nuova amministrazione si rifacesse molto a quelle che sono le priorità e le strategie tradizionali dei conservatori sudcoreani: un approccio meno dialogante con un maggior focus sulla denuclearizzazione.

Nel caso dell’amministrazione Moon Jae-in, la denuclearizzazione non è stata accantonata, ma sicuramente è stata messa in secondo piano rispetto ad un discorso legato alla cooperazione, al dialogo e alla pace sulla penisola. Molto spesso nelle dichiarazioni ufficiali veniva prima posto il punto “dobbiamo raggiungere la pace” e successivamente fatto il discorso sulla denuclearizzazione. In questo periodo, sempre in linea con quella che è la tradizione dei conservatori, questa viene posta come elemento centrale delle relazioni intercoreane.

Sicuramente un punto molto interessante per comprendere lo stato delle relazioni intercoreane è stato il piano che Yoon Suk-yeol ha proposto il 15 agosto, nel suo discorso per il Giorno della Liberazione, in cui ha appunto delineato la sua iniziativa, definita dal presidente come un “audacious plan” o “audacious initiative”, un’iniziativa quindi coraggiosa, legata ad una serie di progetti, di idee di cooperazione soprattutto economica, soprattutto aiuti umanitari, per far sì che la qualità della vita e la crescita economica della Corea del Nord possano aumentare in maniera significativa. Tutto ciò condizionato da una scelta netta di Pyongyang verso la denuclearizzazione, ovvero un’interruzione immediata dello sviluppo di armi nucleari e un processo credibile e chiaro verso una totale denuclearizzazione.

Questo piano è stato ovviamente accolto in maniera estremamente negativa dalla Corea del Nord anche a causa della similitudine con piani precedenti che erano stati proposti da diverse amministrazioni conservatrici. Per esempio, il presidente Lee Myung-bak, tra il 2008 e il 2009, aveva proposto un suo piano, denominato Vision 3000, che si poneva l’obiettivo di aumentare il PIL pro capite nordcoreano a 3000 dollari l’anno nel giro di 10 anni, attraverso una serie di iniziative di cooperazione economica proprio in maniera condizionata alla denuclearizzazione. Anche la presidente Park Geun-hye aveva proposto dei piani simili, sebbene non così dettagliati come il suo predecessore; l’Unificazione entrava nel discorso come una bonanza, un jackpot per la penisola coreana.

Questa idea di condizionare la cooperazione e la crescita economica alla denuclearizzazione è un “non-starter” con la Corea del Nord. Non può funzionare e non può essere accettato. Quindi, realisticamente anche il piano di Yoon Suk-yeol non ha futuro. Questo perché la Corea del Nord non può accettarlo per un paio di ragioni fondamentali. La prima è che il programma nucleare, ad oggi, non è più una pedina sulla scacchiera che possa essere scambiata. Il regime si appoggia su di esso per la propria legittimazione interna, di fatto presentandosi come uno Stato che difende il Paese da possibili attacchi esterni, soprattutto con l’arma nucleare.

Ricordiamoci che Kim Jong-un sin dall’inizio lancia una dottrina che si chiama Byungjin, ovvero lo sviluppo parallelo del programma nucleare e dell’economia. Scambiare quindi l’uno per l’altro sarebbe in contrasto con la linea politica che è stata lanciata dallo stesso Segretario, il quale ha dichiarato qualche anno fa di aver raggiunto la prima fase, ovvero lo sviluppo nucleare. Non si può scambiare l’uno con l’altro, le due dinamiche devono rimanere entrambe. Questa enfasi posta sulla promessa di una crescita economica in cambio dell’abbandono di armi nucleari rappresenta sicuramente un punto di partenza verso una strada senza uscita.

Un piano realistico dovrebbe mettere, almeno all’inizio, la denuclearizzazione in secondo piano, concentrandosi invece su discorsi legati alla pace sulla penisola, alla firma di un trattato, o ad un processo di cooperazione economica, mantenendola appunto sullo sfondo in maniera analoga alle iniziative del presidente Moon Jae-in e cercando così di proporre un percorso di cooperazione fra le due Coree che possa integrare altri attori internazionali. È fondamentale ricordarsi che la Corea del Nord può intraprendere, nel caso lo decidesse, qualsiasi piano di cooperazione economica solo se è sicura di poterne mantenere le redini.

Ogni piano di cooperazione deve far sì che il regime possa mantenere il proprio posto in maniera prolungata. Un “bold plan”, un piano coraggioso di grande sviluppo e crescita può essere minaccioso rispetto ad uno più incrementale e lento perché in quel caso il regime potrebbe mantenere il controllo anche a fronte di cooperazione o di riforme economiche. Un cambiamento molto più veloce, molto più dirompente, potrebbe mettere in crisi la stabilità del regime.

Per sintetizzare, direi che attualmente l’amministrazione sudcoreana è poco interessata al dialogo con la Corea del Nord; quindi, le relazioni intercoreane sono in una fase di stallo, in maniera negativa. Per come la vedo io, il dialogo intercoreano ha funzionato solo in presenza di tre diverse condizioni. Una, fondamentale, è che vi sia una spinta politica realistica da parte della Corea del Sud, come è successo con la Sunshine Policy, con Roh Moo-hyun e financo Moon Jae-in.

Rispettata questa condizione, allora è possibile lavorare sugli altri due fattori fondamentali: una situazione internazionale, o per lo meno regionale, favorevole, ovvero altre potenze che si allineano in questa ottica di cooperazione e dialogo con la Corea del Nord, e, in ultimo, una risposta positiva da parte del regime nordcoreano. Spesso si dice che sia quest’ultimo a decidere quando vuole cooperare con la Corea del Sud. Questo è vero in parte, perché molto spesso abbiamo visto che la creazione di condizioni favorevoli ha spinto il regime a rispondere a sua volta in maniera favorevole, come è successo appunto con la menzionata Sunshine Policy, alla fine degli anni Novanta.

Nel 2022 Pyongyang ha condotto un elevato numero di test missilistici. Qual è il significato di tali iniziative e come possono influenzare i rapporti dei Paesi vicini con la Corea del Nord?

Dal mio punto di vista, quella dei test missilistici è una questione complessa ed articolata; credo sia importante porla su diversi livelli. Molto spesso le analisi si concentrano sulle azioni del regime nordcoreano come ad una risposta a delle sollecitazioni esterne, o comunque legate alle interpretazioni che gli attori esterni daranno delle loro mosse: Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud. Questo è sicuramente vero. Non è che quando Pyongyang compie un test missilistico si disinteressa delle conseguenze dal punto di vista internazionale, ma non è tutto. Dobbiamo cercare di slegarci da questa ottica che pone gli altri Paesi al centro dell’interpretazione delle azioni della Corea del Nord perché c’è e deve esserci sempre la Corea del Nord al centro delle interpretazioni delle sue azioni.

Fatta questa piccola premessa, secondo me esiste, prima di tutto, un’esigenza pratica legata allo sviluppo degli armamenti nordcoreani: la Corea del Nord ha puntato tantissimo da almeno trent’anni a questa parte sul sistema di difesa, o militare nel senso ampio. Il padre di Kim Jong-un, Kim Jong-il, aveva elevato il sistema militare a istituzione principale anche dal punto di vista politico attraverso la dottrina del Songun. Kim Jong-un sicuramente ha tolto questa centralità politica all’apparato militare, ma il Byungjil comunque sottolinea quanto la difesa, soprattutto la deterrenza attraverso le ami nucleari, ricopra un importante ruolo politico.

La necessità di testare nuovi sistemi d’arma è fondamentale per la Corea del Nord, non è solo un’azione politica verso l’interno o l’esterno, ma anche un’azione pratica di sviluppo di tecnologie che servono ai menzionati scopi di difesa e deterrenza. Alcuni esempi: non si testano solo i missili balistici intercontinentali, ma si sono testati dei lanciatori multipli, per effettuare dei lanci multipli in modo tale da mettere in difficoltà le possibili difesi di Paesi come Corea del Sud, Giappone, o le basi americani nella regione; i lanci da sottomarino, da lanciatori posti su rotaia e su gomma.

Poche settimane fa, uno dei grandi successi decantati dalla stampa nordcoreana è stato quello di aver testato un nuovo propulsore a carburante solido, un avanzamento notevole rispetto a quello a carburante liquido, perché più facile da mettere in operazione, dal momento che non necessita di riempire un serbatoio di dimensioni consistenti. Queste questioni sono importanti per lo sviluppo della difesa del Paese; quindi, non è solo una mossa politica ma anche pratica dal punto di vista delle tecnologie militari, un primo aspetto a mio avviso che va tenuto assolutamente in considerazione.

Poi, giustamente, ci sono le questioni politiche, sia interne che esterne. Quando la Corea del Nord fa dei testi e ne diffonde le informazioni all’interno del Paese lo fa anche per legittimare e rafforzare il regime stesso agli occhi della popolazione, per mostrare quanto ne stia sviluppando la tecnologia e quanto si stia rafforzando. Lo fa anche per dimostrare quanto Kim Jong-un sia alla guida del Paese, specialmente quando va lui in prima persona sul luogo dei test o porta con sé la figlia. Anche dal punto di vista interno, quindi, esiste una narrazione che il regime vuole portare avanti legata all’avanzamento tecnologico e ai test missilistici.

Ultimo punto, non per importanza, ovviamente, le relazioni, o per meglio dire le reazioni, dei Paesi coinvolti a vario titolo in questi test missilistici. Tutti questi aspetti devono essere tenuti in considerazione quando si analizzano i vari test. Per quanto riguarda la dimensione internazionale, non tutti i Paesi sono uguali. È chiaro che un test nucleare, oppure un test di un missile balistico intercontinentale viene fatto con target specifico, ovvero gli Stati Uniti, che sono storicamente il target principale a livello politico e militare del programma nucleare. In quel caso, la reazione principale che si vuole sollecitare è quella di Washington, piuttosto che dei Paesi della regione.

Per quanto riguarda test di breve e, o, medio raggio e altri testi, è evidente che sono Corea del Sud e Giappone i principali Paesi che vengono coinvolti. Per lo Stato nipponico, vediamo una tendenza molto stabile, se così si può affermare, negli ultimi anni: una durissima condanna di tutti questi test, anche per il fatto che molti sono indirizzati verso est, dunque verso le coste giapponesi, e un utilizzo di queste minacce a livello interno per rafforzare il proprio programma di difesa. Si utilizza cioè il pretesto dei test nordcoreani per giustificare l’aumento delle spese militari, ad esempio.

La questione relativa alla Corea del Sud è più complicata perché dipende da chi sta in carica. Moon Jae-in ha sempre cercato di ridurre la rilevanza dei test a corto/medio raggio senza mai condonarli, ma condannandoli in maniera più ridotta rispetto al Giappone e agli Stati Uniti. Chiaramente, l’attuale amministrazione sta andando in un’altra direzione. Ad ogni lancio c’è una durissima condanna e vengono prese delle misure di risposta militare, cosa che non avveniva in precedenza; vengono fatti decollare i caccia, vengono effettuate esercitazioni aeree o lanciati missili in zone vicino al confine. Yoon Suk-yeol ci fa quindi capire come sia cambiato l’approccio sudcoreano ai test missilistici.

Se mettiamo assieme questi tre Paesi, è chiaro che l’indirizzo che stanno testimoniando ultimamente è quello di rafforzare la propria cooperazione di sicurezza a fronte della minaccia nordcoreana. Quindi, Corea del Sud, Giappone e Stati Uniti, negli ultimi mesi, hanno iniziato a rispondere in maniera sempre più coordinata sia a livello retorico che pratico a questi test. Una delle principali conseguenze è quella di rafforzare la cooperazione trilaterale, anche grazie al fatto che Yoon Suk-yeol ne è molto favorevole.

L’ultimo aspetto da non dimenticare è che da febbraio 2022 la Corea del Nord sa di avere una “carta libera tutti” al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, perché è ovvio che dall’invasione dell’Ucraina, Cina, Russia e Stati Uniti non voteranno mai niente insieme, anche se è un dossier estraneo al conflitto europeo. Da questo punto di vista, Pyongyang può contare sul fatto che per un periodo di tempo, vedremo quanto lungo, non ci saranno risoluzioni per inasprire le sanzioni in qualsiasi caso: ha testato diverse volte un missile intercontinentale, non ha ancora fatto un test nucleare, ma anche in questo caso dubito che Cina, Russia e Stati Uniti riusciranno a votare insieme al Consiglio di Sicurezza. Ritengo che anche questo sia un fattore che ha fatto sì che la Corea del Nord si sentisse più libera di portare avanti tutta una serie di test sapendo che le grandi conseguenze non sarebbero arrivate.

Dopo l’elezione di Yoon e prima ancora del suo insediamento ufficiale, una delegazione degli esteri sudcoreana è volata a Tokyo e i due Paesi, per lo meno sulla questione nordcoreana, sembrerebbero essere allineati. Quali sono le possibilità di un fronte nippo-coreano compatto nei confronti di Pyongyang?

Da questo punto di vista, attualmente le possibilità sono più concrete che in passato, secondo me sempre però sotto l’egida di Washington, quindi sempre un fronte nippo-americano-coreano. La terza parte del triangolo è sempre molto importante. Yoon Suk-yeol ha affermato sin da subito di voler migliorare le relazioni con Tokyo e ha anche fatto passi concreti, ad esempio si è già incontrato con il Primo Ministro giapponese. Tuttavia, non sono stati fatti passi fondamentali sui dossier cruciali, ovvero quelli legati alle controversie storiche, ma si è comunque affermato di voler lavorare in quella che è la cosiddetta “future oriented relation”, di cui si è sempre parlato tra Seul e Tokyo, una relazione orienta al futuro e non concentrata su quello che è successo in passato.

Questo approccio fa anch’esso parte di un mondo, ovvero della tradizione dei conservatori in politica estera che era stata una po’ annacquata da Lee Myung-bak, soprattutto nel suo ultimo periodo, con la visita alle isole contese Dokdo, e anche da Park Geun-hye, che aveva fatto fatica ad andare d’accordo con Abe. Però è comunque un approccio che appartiene a quel mondo, mentre i progressisti sono molto più duri e critici nei confronti del Giappone. Yoon Suk-yeol non sta realmente innovando, sta rafforzando una parte della propria tradizione politica che è sempre stata molto importante.

Per quanto riguarda la Corea del Nord, diciamo che un allineamento sulle questioni sicurezza, non è una questione innovativa: in passato, ci sono stato delle condanne unanimi anche con governi progressisti per quel che riguarda i test, i lanci e così via. Potrebbe essere più interessante se questo allineamento si allargasse ad altre questioni legate alla Corea del Nord su cui Corea del Sud e Giappone storicamente hanno interessi diversi. Per esempio, Tokyo ha un interesse storico sulla questione degli “abductees”, i cittadini giapponesi che sono stati rapiti nel corso degli anni dalla Corea del Nord, questione a cui Seul non è interessata. La situazione si inverte per quel che concerne l’Unificazione: interessa a Seul, ma non a Tokyo.

Una strategia comune, non solo sulla questione militare della Corea del Nord ma più ampia, sarebbe una cosa nuova, un elemento che possiamo analizzare, guardare, osservare per vedere se si va in questa direzione oppure no. Altra questione che ritengo interessante è se questo allineamento, che sicuramente stiamo sperimentando negli ultimi mesi, si possa ampliare ad altre questioni regionali. Questo può essere un fattore molto rilevante, sempre sotto la spinta di Washington, perché un allineamento di sicurezza più ampio che la coinvolga con Seul e Tokyo che riproponga in nuovi modi la c.d. “Southern Alliance”, non una vera alleanza, ma comunque un fronte comune della Guerra fredda che univa questi tre Paesi contro gli Stati socialisti, ovvero Unione Sovietica, Repubblica Popolare Cinese e Corea del Nord.

Una riproposizione di un allineamento forte, per non dire alleanza, tra questi Paesi nella regione potrebbe avere una declinazione anche in chiave anticinese e questa cosa potrebbe essere molto rilevante: esulare dalla questione Corea del Nord, oppure utilizzarla come motivazione iniziale per arrivare poi ad un allineamento più ampio. Sappiamo molto bene che sia Washington che Tokyo sono favorevoli ad un’iniziativa di questo tipo. Fino ad oggi, Yoon Suk-yeol è stato molto cauto al riguardo, basti guardare alla questione Nancy Pelosi. Quando la politica americana ha visitato Taiwan, creando quel grande momento di tensione, a Tokyo è stata accolta dal Primo Ministro con tutti gli onori, a Seul no.

Il presidente ha dichiarato di essere in vacanza e in quanto tale impossibilitato ad incontrarla. Già questo ci fa capire come nonostante l’importanza dell’alleanza con gli Stati Uniti, di questi pilastri della politica estera dei conservatori sudcoreani, sulla Cina ci si muove cautamente, come in realtà aveva insegnato Park Geun-hye. Un’altra presidente conservatrice ma che sul dossier Cina era stata molto cauta a sua volta.

Quindi, cosa succederà a questa cautela? Yoon Suk-yeol rimarrà cauto o deciderà di allinearsi in maniera più forte con Washington e Tokyo? Questa è una domanda che possiamo farci perché al di là della cautela che abbiamo visto finora l’amministrazione sta parlando da tempo dell’importanza dei valori condivisi. Si è fatto un discorso molto ampio, molto articolato, sul nazionalismo dei valori, che non sia più di base etnica, ma che comprenda tutti i Paesi che si riconoscono una serie di valori condivisi che sono quelli della democrazia, della libertà, del rispetto dei diritti umani.

È chiaro che una narrazione di questo tipo si fa presto a declinarla in una chiave non solo in contrapposizione con la Corea del Nord, ma anche con la Repubblica Popolare. Questa è una direzione che non è stata presa, ma che in potenza potrebbe: ricordo che poche settimane fa è stato deciso che il prossimo Summit for Democracy si terrà a Seul, mentre quello prima è stato tenuto negli Stati Uniti, ospitato da Yoon e Biden, quest’ultimoo il grande promotore di questa idea del Summit. Se l’orientamento rimane legato alle questioni di sicurezza della Corea del Nord, non mi sembra una novità dirompente; se questo allineamento inizia a coinvolgere altre questioni relative a Pyongyang, o addirittura una dimensione più regionale, allora a quel punto si possono aprire scenari più complicati.

Durante il G20, vi è stato un incontro tra Xi Jinping e Yoon Suk-yeol all’interno del quale il Segretario del Partito Comunista Cinese ha condannato le attività missilistiche nordcoreane. Le voci circa lo scambio di armi tra Mosca e Pyongyang si dice sia stato anche posto in essere per far sì che la Corea del Nord trovasse nella Russia un partner per bilanciare l’influenza cinese all’interno del “fronte anti-occidentale”. Quanto è importante l’influenza cinese sulle iniziative missilistiche della Corea del Nord?

La relazione tra Corea del Nord e Cina è la classica relazione che si può definire come “it’s complicated”. Sono due Paesi molto vicini sotto diversi aspetti, ma hanno interessi divergenti su altri, sui quali diventa complicato trovare una quadratura. Si può sicuramente dire che la relazione oggi è migliorata rispetto ai primi anni di Kim Jong-un alla guida del Paese. Durante quel periodo, la situazione si era molto raffreddata per una serie di motivi, sicuramente anche l’attivismo nucleare e missilistico del nuovo leader non era piaciuto particolarmente a Pechino. Sicuramente una serie di epurazioni ad alto livello di personalità nordcoreane viste come vicine alla leadership cinese, si prenda ad esempio Jang Song-thaek e altri, non era stata vista di buon occhio.

La situazione è sicuramente migliorata e ne è riprova il fatto che Kim Jong-un e Xi Jinping si sono incontrati diverse volte, soprattutto tra il 2018 e il 2019, e che in qualche modo il leader nordcoreano ha riconosciuto la centralità della Cina nella regione, incontrando Xi Jinping sempre prima di incontrare Trump. Il fatto che andasse a Pechino prima di incontrare l’ex presidente americano a Singapore o ad Hanoi è molto rilevante.

Personalmente, non sono sicuro della questione delle armi alla Russia perché sono state riportate da media su informazioni dei servizi segreti di Paesi occidentali, Stati Uniti, se non vado errato, ma non sono state confermate dai servizi segreti sudcoreani e sono state rispedite veementemente al mittente dalla Corea del Nord. Non è quindi un fatto acclarato e anche se fosse successo, a mio avviso, non è stata tanto una mossa di bilanciamento verso la Cina, quanto in realtà una mossa in linea con la strategia della Corea del Nord di avere un ottimo rapporto con la Russia di Putin, cosa che è sempre stata e non c’è nulla di nuovo sotto questo punto di vista.

Quanto la Cina possa agire in Corea del Nord è il gigantesco dibattito degli ultimi vent’anni. Alcuni analisti dicono che basta uno schiocco delle dita di Pechino e Pyongyang si rimette in linea. Tanti altri colleghi ed io affermiamo che non è in realtà l’interpretazione più corretta. La Corea del Nord ha una agency specifica, è influenzata certamente dalla Cina ma questo non significa che sia eterodiretta da quest’ultima.

A mio avviso, le relazioni tra i due Stati comunisti sono fondamentali per la Corea del Nord, in quanto strategicamente importanti. La Cina ha un’influenza su Pyongyang che arriva fino ad un certo punto. È curioso notare come quando la Corea del Sud e gli Stati Uniti non hanno una strategia iniziano a fare pressioni sulla Cina affinché intervenga sulla Corea del Nord e questo si è ripetuto diverse volte sul corso degli anni.
Poi, che la Cina condanni i test è la normalità: Pechino ha come suo credo la stabilità e la pace nella regione. È chiaro quindi che test nucleari o missilistici largamente intesi minano la stabilità della regione e quindi non può piacergli. La Cina ha sempre votato a favore di tutte le risoluzioni contro Pyongyang fino al 2017, quindi è tutto in linea con quello che è il normale svolgersi delle relazioni nella regione. È importante ricordarsi che la Cina non è il controllare della Corea del Nord. Si può cercare di averla on-board su una strategia, ma non si può cercare di demandarle la questione nordcoreana. In primis, non ha il potere assoluto di agire in Corea del Nord e, in secondo luogo, ha interessi diversi rispetto alla Corea del Sud, agli Stati Uniti e al Giappone. Chiedere alla Cina di risolvere un problema per conto loro non è un’idea particolarmente praticabile.

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