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“Se giocate con il fuoco, finirete per bruciarvi”: la tensione crescente tra Stati Uniti, Cina e Taiwan

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Negli ultimi mesi il rapporto tra Washington e Pechino ha mostrato evidenti segni di tensione, in particolare per la presa di posizione esplicita degli Stati Uniti nei confronti di Taiwan, che è stata sottolineata in maniera chiara a più riprese: prima a febbraio, con la pubblicazione della strategia americana per l’Indo-Pacifico, al cui interno si leggono riferimenti in chiave anticinese; poi lo scorso maggio, nuovamente dallo stesso Biden. Infine, la tensione è esplosa in questi giorni a causa della visita di Nancy Pelosi a Taipei avvenuta proprio qualche giorno fa.

Nessuna ambiguità nei confronti di Taiwan

La posizione politica (e strategica) degli Stati Uniti nei confronti di Taiwan non è una sorpresa, in quanto Washington ha sempre sottolineato – più o meno indirettamente – il proprio supporto nei suoi confronti. Tuttavia, se fino alla scorsa primavera regnava quella che viene definita come “ambiguità strategica” rispetto al supporto fornito a Taiwan da parte degli Stati Uniti, ad oggi non è più così. Infatti, l’affermazione davvero dirompente in questo senso è arrivata lo scorso 23 maggio quando, durante la conferenza stampa tenutasi a Tokyo con il primo ministro giapponese Fumio Kishida, il presidente Joe Biden ha dichiarato che in caso di attacco da parte di Pechino nei confronti di Taiwan, gli Stati Uniti si sarebbero impegnati militarmente per difendere quest’ultimo. La risposta del portavoce del ministero degli Esteri cinesi non si è fatta attendere. Infatti, Wang Wenbin ha a sua volta dichiarato che non esiste forza al mondo che possa salvare il destino delle forze d’indipendenza di Taiwan dal fallimento.

La strategia dell’Indo-Pacifico

La dichiarazione di Biden è stata rilevante non solo perché ha abbandonato ogni ambiguità rispetto alla posizione di Washington, ma anche perché si tratta di un vero e proprio avvertimento ai lanciato leader cinesi mentre Biden stesso si trovava proprio in Asia, nel corso della seconda tappa della sua visita per promuovere e lanciare ufficialmente l’Indo-Pacific Economic Framework (Ipef), il piano d’investimenti ambizioso che mira in primo luogo a rafforzare i rapporti commerciali tra le due superpotenze cinque anni dopo che Washington ha lasciato il Trans-pacific Partnership (Tpp) durante l’amministrazione Trump; soprattutto, mira a contrastare l’influenza cinese attraverso l’aumento della presenza statunitense nell’area.

Inoltre, prima ancora dell’episodio dello scorso maggio, a febbraio era stata pubblicata la strategia degli Stati Uniti nell’Indo-Pacifico, al cui interno sono presenti riferimenti in chiave anticinese. Effettivamente, una delle premesse del documento è che gli Stati Uniti hanno preso la decisione di focalizzarsi su quest’area geografica proprio perché quest’ultima sta affrontando numerose sfide, prima fra tutte quella presentata dalla Repubblica Popolare Cinese.

In una delle prime pagine del documento viene infatti riportato quanto segue: “La Repubblica Popolare Cinese sta combinando la sua potenza economica, diplomatica, militare e tecnologica per raggiungere una sfera di influenza nell’Indo-Pacifico e cercare di diventare la potenza più influente del mondo. La coercizione e l’aggressione della RPC si estendono a tutto il mondo, ma sono più acute nell’Indo-Pacifico. […] fino alla crescente pressione su Taiwan e al bullismo nei confronti dei vicini nel Mar Cinese Orientale e Meridionale, i nostri alleati e partner nella regione sostengono gran parte del costo del comportamento dannoso della RPC. Nel mentre, la RPC sta anche minando i diritti umani e il diritto internazionale”

Dunque, il piano strategico del presidente Biden ricalca, tanto nel breve quanto nel lungo periodo, quello del suo predecessore, Donald Trump.

La telefonata con il Presidente Xi e la visita a Taipei di Nancy Pelosi

Le preoccupazioni da parte di Washington sono aumentate esponenzialmente nel corso degli ultimi dieci giorni a causa della visita che la leader della Camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi ha programmato per i primi giorni di agosto.

Lo scorso giovedì, 28 luglio, i due presidenti hanno avuto un lungo colloquio telefonico, durato oltre due ore. Lo scopo della chiamata era chiaro: tentare di mantenere aperti i canali di comunicazione tra le due superpotenze. Nel corso della conversazione, il presidente Biden ha ribadito che la politica statunitense è rimasta invariata, mantenendo cioè il proprio sostegno nei confronti della politica della “Unica Cina”, ma lo ha altresì avvertito del fatto che non verranno tollerati colpi di mano.  In effetti, è con il comunicato di Shangai del 1972 che le relazioni tra Stati Uniti e Cina vengono normalizzate. All’interno del documento, la Cina esplicita la propria posizione su Taiwan, dichiarando che essa è la questione centrale che impedisce una completa normalizzazione delle relazioni tra le due superpotenze. La risposta degli Stati Uniti, d’altro canto, lascia ben poco margine interpretativo, poiché questi affermano che Washington riconosce che tutti i cinesi ritengono che esista una sola Cina e che Taiwan sia parte della Cina, ribadendo inoltre che il proprio interesse riguarda una risoluzione pacifica della questione di Taiwan da parte dei cinesi stessi.

Ed è proprio questa situazione a scatenare un’enorme tensione da entrambe le parti: il fatto che avvenga una visita da parte di un esponente ufficiale della Casa Bianca, che ricopre un ruolo costituzionalmente riconosciuto, è un segnale – secondo alcune fonti – di violazione dello spirito del comunicato di Shangai. La motivazione è piuttosto semplice: i capi di stato non vanno mai in visita da altri capi di stato di paesi che essi non riconoscono. E, di fatto, Pelosi è la terza carica istituzionale degli Stati Uniti dopo il presidente e la vicepresidente. 

Eppure, nonostante le pressioni della stessa Casa Bianca sulla speaker della Camera affinché la tappa a Taipei venisse cancellata, e nonostante i numerosi avvertimenti di Pechino, Nancy Pelosi ha in effetti raggiunto Taiwan. Mercoledì 3 agosto, Pelosi è stata accolta dal vicepresidente Tsai Chi-Chang. In seguito, Pelosi ha incontrato la presidente taiwanese Tsai Ing-Wen. Pelosi ha trattato con quest’ultima argomenti molto delicati, tra i quali il “sostegno bipartisan” da parte del Congresso americano nei confronti di Taiwan.

Le prime conseguenze

In risposta alla visita nell’isola da parte di Pelosi, la Cina ha poco dopo introdotto un nuovo fermo all’import da Taiwan, avendo come obiettivo agrumi e pesce. In aggiunta, è stata sospesa anche l’esportazione di sabbia naturale. Inoltre, non appena Pelosi è ripartita da Taiwan, Pechino ha annunciato delle “operazioni militari mirate” in risposta alla visita della speaker statunitense e di fatti ha circondato Taiwan. Il 4 agosto ha avuto luogo l’inizio delle esercitazioni, che si svolgeranno in aree marittime trafficate e che includeranno spari con proiettili veri e a lungo raggio.

Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha definito le azioni statunitensi come “maniacali, irresponsabili ed estremamente irrazionali”, affermando che la Cina, nonostante i numerosi sforzi diplomatici, non permetterà che i suoi interessi fondamentali vengano danneggiati. E, sempre nel corso della giornata di giovedì 4 agosto, Pechino ha riportato la notizia di avere effettuato con successo un’esercitazione missilistica al largo di Taiwan. Alcune fonti riportano inoltre che la Cina avrebbe lanciato undici missili balistici Dongfeng nelle acque attorno a Taiwan a partire dall’inizio delle esercitazioni.

Invece, la mattina del 5 agosto, il ministero della Difesa di Taiwan ha fatto sapere che nel secondo giorno di esercitazioni militari, aerei e navi da guerra cinesi hanno superato la linea mediana dello stretto che divide l’isola dalla terraferma. Alcune fonti, in questi giorni, riportano che Taiwan sta preparando le sue esercitazioni militari in risposta a quelle di Pechino (tra quelle previste per questa settimana, due cicli di tiri di artiglieria con proiettili veri nel sud dell’isola). Di rimando, Pechino ha annunciato che le sue, di esercitazioni militari, che erano fino ad ora programmate dal 4 al 7 agosto, continueranno.

Conclusioni

Il presidente cinese Xi Jinping ha espresso una retorica piuttosto bellicosa nei confronti dei recenti avvenimenti, ed in particolare nei confronti della visita di Pelosi a Taipei, affermando che “se giocate con il fuoco, finirete per bruciarvi”. A seguito della visita di Pelosi, Pechino ha inflitto una dura punizione su Taipei, tanto a livello economico quanto militare. È difficile prevedere cosa accadrà nelle prossime ore, poiché la situazione è n continuo mutamento. Una cosa, tuttavia, è certa: le ultime manovre cinesi sono state definite e lette come altamente provocatorie.

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