Tempi imperiali in Medio Oriente: dopo l’america, il ritorno del leone inglese e l’orso russo

I risultati delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti hanno sorpreso molti e suscitato profonde riflessioni sui destini della presenza americana in Medio oriente, l’evoluzione delle relazioni tra l’Occidente e le sue controparti a seguito della sottoscrizione degli accordi di Ginevra (sembra che il concetto di “Occidente” abbia conservato un significato univoco e compatto solo in questo contesto) e sui futuri intendimenti fra Europa ed America in tema di Alleanza Atlantica.

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Il Levante è interessato da un conflitto a forte polarizzazione a proposito del quale, nella fase immediatamente successiva alle sollevazioni popolari che sarebbero state definite “primavere”, si è parlato di “guerra per procura”: ovvero, nella quale i diversi attori in campo costituiscono la manifestazione di interessi di attori diversi, potenze regionali, per i quali agiscono e dai quali ricevono orientamenti e supporto senza che questi si espongano direttamente, ma affrontandosi in forma mediata. Il conflitto ha subìto una tale evoluzione da vedere, a seguito di una fase di discovering progressivo (in principio, né la Turchia né la Russia dichiaravano una propria parte attiva nel conflitto), un intervento diretto e conclamato di tali maggiori attori con assetti propri, al fine di accelerare gli esiti del conflitto ed assicurarsene la vittoria, con tanto di costituzione di comandi permanenti in zona di operazioni e conduzione in prima persona di negoziati internazionali.

Gli Stati Uniti, interessati da un processo di trasformazione dei propri orientamenti di politica estera e dei propri interessi strategici, sono diretti da ormai un decennio verso l’Oriente estremo e desiderano declassare il proprio impegno nei dossier medio orientali, ai quali sono tuttavia al giorno d’oggi ancora legati per l’impossibilità di svincolarsene agevolmente. Ai primordi dell’era Obama, apertasi in un momento storico nel quale l’evoluzione della situazione regionale non era probabilmente nemmeno prefigurabile nei termini nei quali sarebbe poi concretizzata, aveva identificato nella Turchia, membro ancora “saldo” della NATO (siamo nel 2008/2009) il probabile migliore interlocutore al quale lasciare il pesante fardello della cura degli interessi occidentali nell’area e curare la messa in sicurezza della stessa. Il discorso del Cairo dell’allora neo Presidente, ispirato da una visione ottimista del fieri delle cose, contornato da promesse di pacificazione a seguito di un’era (quella Bush) caratterizzata da un deciso interventismo militare e supportato dalla personalità, dall’orientamento ideologico e dalle origini di Obama, prefigurava un’epoca di stabilizzazione e pacificazione.

Questa, che per concretizzarsi avrebbe presupposto l’esistenza di un contesto internazionale diverso da quella reale, è stata ulteriormente minata dall’impossibilità da parte dell’amministrazione Obama di adempiere a taluni impegni (chiusura di Guantanamo, disimpegno dei contingenti dai teatri iracheno ed afghano), ed avrebbe con la destabilizzazione di alcuni regimi dell’area definitivamente dimostrato la propria insostenibilità.

La trasformazione del ruolo della Turchia, che con grande sorpresa di molti (che non si erano preoccupati di leggere “Profondità strategica” di Davutoglu) da periferia occidentale si sarebbe trasformata in un centro di interessi autonomi e successivamente addirittura in elemento di aspro confronto con gli Stati Uniti (su Gulen, l’inquadramento delle milizie curde dell’YPG nel conflitto siriano, la mutazione culturale della classe dirigente turca) ha infatti impedito la conservazione del ruolo di “mastino della NATO” ed anzi costituito un nuovo ed ulteriore elemento di frizione, data la formazione con la “nuova Turchia” di Erdogan di un nuovo, ed inedito, attore regionale, nel quale la necessità per interesse di conservare l’appartenenza alla parte occidentale del mondo coesiste con la forte pulsione interna alla propria affermazione come nazione-guida di parte di quello islamico (con forti connotazioni di proiezione regionale).

Questo terzo cambio di rotta degli Stati Uniti, seguente agli Esecutivi Bush ed Obama, ancora da realizzarsi ma caratterizzato nelle intenzioni da tendenze ad un forte isolazionismo e da posizioni di netta ostilità nei confronti degli orientamenti del Governo precedente, con tanto di promesse di stralcio di accordi internazionali già sottoscritti, difficilmente potrà trovare puntuale applicazione. Alcune promesse elettorali rimarranno tali, a cominciare appunto da quella che vorrebbe stralciato l’accordo cosiddetto “sul nucleare” raggiunto a Ginevra e riguardante l’Iran.

Diversi hanno prospettato il pericolo di vedere stralciato l’accordo, soprattutto date talune posizioni prese da Trump nei confronti del mondo islamico e da sue palesi esternazioni in merito. Ciò non toglie, tuttavia, che l’accordo non è un prodotto statunitense (per quanto l’America abbia un peso enorme nella normalizzazione dei rapporti con la Repubblica Islamica) ma dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle NN.UU. e della Germania, che un tale accordo è una vera e propria necessità storica e che la propria disapplicazione sarebbe estremamente negativa anche per gli Stati Uniti.

L’ Iran ha infatti gestito con estrema intelligenza l’intero dossier, avendo dimostrato disponibilità verso (ed attratto gli interessi de) l’America asserendo, cadute le sanzioni, di considerare l’acquisto di un elevato numero di aeroplani dalla Boeing: una prospettiva certamente positiva per gli Stati Uniti, generata naturalmente anche dall’interesse iraniano ad ammansire e tranquillizzare la controparte con atti distensivi.

Nel giorno successivo alla pubblicazione dei risultati elettorali statunitensi la stampa iraniana non ha acceso i toni: ha riportato la dichiarazione di Alan Eyre, portavoce in lingua persiana del Dipartimento di Stato USA, secondo la quale il nuovo Governo avrebbe rispettato l’accordo. A questa dichiarazione un consigliere economico del Presidente eletto ha fatto seguito dicendo che sì, come da promesse talune richieste di modifica saranno presentate, ma non saranno sostanziali e comunque avranno luogo nel contesto democratico del dialogo parlamentare e tenendo conto della pluralità degli attori in gioco. Siamo già lontani dai toni da campagna elettorale, ed il desiderio di contenere preoccupazioni è evidente e corale.

La Presidenza della Repubblica Islamica ha sottolineato come il comportamento del Governo iraniano non avrebbe subìto modifiche di orientamento dai risultati elettorali amiericani. Da parte dell’Unione Europea, l’Alto Rappresentante per la politica estera afferma il suo impegno per l’implementazione dell’accordo.

Particolarmente interessante la posizione del principe Turki al- Faisal dell’Arabia Saudita, il quale in una conferenza negli Stati Uniti fa presente che l’accordo non ha alcun motivo di essere messo in discussione, dovendosi semmai aumentarsi gli sforzi per la costituzione di un’area libera da armi di distruzione di massa in Medio Oriente. Il principe premette di parlare a titolo personale senza rappresentare la posizione del suo Paese, ma dato che si tratta di un principe, ex Ambasciatore negli Stati Uniti ed ex ministro dell’intelligence è lecito pensare che la realtà sia diversa.

Non è affatto impossibile, ed anzi probabile, che i toni saliranno, in casi specifici dalle parti più schierate di entrambi i fronti, ma questo non deve far pensare che il percorso, seppur difficile e articolato, di ristabilimento dell’Iran nel consesso internazionale sia in reale pericolo. La realtà è che Trump ha più volte identificato nell’ISIS il reale pericolo terroristico dell’area e dimostrato vicinanza a Putin (rimasto entusiasta dell’elezione), alleato di Teheran nell’area.

Scendendo nella peculiarità delle elezioni appena svoltesi, noteremmo che il candidato sconfitto, Clinton, ha forti legami con l’Arabia Saudita, la quale è stata quindi costretta a ridimensionarsi in attesa di definire una strategia e di osservare gli eventi che saranno, cosciente di avere minore forza. Ciò che è probabile è che l’America persegua il suo percorso di allontanamento dal Medio Oriente, lasciando la gestione dell’area ad altri.

Resta quindi da comprendere quali saranno questi “altri”, ovvero i reali centri di influenza in Medio Oriente, dato che il mondo a seguito della caduta del rapporto bipolare fra superpotenze (dato che ne è rimasta solo una) sarà caratterizzato da zone di influenza regionali. Da una parte, la Russia sarà maggiormente libera di operare per la conservazione dei suoi sbocchi sui mari caldi (attraverso l’Iran) e sul Mediterraneo (in Siria), vero sogno strategico – imperiale di Mosca, e di aiutare Teheran nell’ essenziale missione di conservare, con la mezzaluna sciita, lo spazio vitale della Nazione persiana. Il futuro di Mosca nella regione è quindi probabilmente di forte consolidamento.

La Turchia andrà sempre più definendosi per se, consolidandosi in una sorta di “guerra fredda permanente” con Mosca ed un rapporto di tensione con l’Alleanza Atlantica, della quale tenderà a fare parte per opportunismo, anche in funzione anti russa e finché abbia la consapevolezza, ammesso che questo avvenga, di essere forte abbastanza da aver costruito e consolidato una propria reale e duratura zona di influenza (cosa che per ora sta funzionando pienamente solo in Africa). In caso contrario potrebbe rientrare nei ranghi delle periferie occidentali, a causa della probabile impossibilità della propria economia di sostenere nel tempo gli enormi sforzi effettuati negli ultimi 15 anni per coltivare la propria presenza negli ex territori ottomani ed oltre, avendo realizzato solo una tiepida materializzazione del proprio progetto neo-imperiale.

Il vero ritorno imperiale, invece, potrebbe essere quello britannico. E’ forse questo l’ambito nel quale si perpetrerà la “special relationship” menzionata a Trump a seguito delle elezioni dal Primo Ministro May, dal Governo della quale dobbiamo aspettarci importanti sorprese: il passaggio del testimone in Medio Oriente dall’ America agli Inglesi. Il Regno Unito potrebbe infatti ristabilire con successo le relazioni con la Repubblica Islamica, nonostante le frizioni e i dissapori in essere dai tempi di Mossadeq, a causa sia del ricambio generazionale in Iran che del mai sopito, ma solo sospeso, disegno britannico di egemonia sull’area.

Iraq, Giordania, Palestina sono prodotti britannici, fondati e in principio governati da soggetti appuntati da Londra, la quale ha sempre conservato, e poi potenziato, la base di Cipro. Non bisogna dimenticare le recenti attività navali britanniche nell’est Mediterraneo, la riapertura dell’Ambasciata a Teheran e la forte attività in Afghanistan.

Peraltro, stavolta Londra non dovrebbe nemmeno addivenire ad accordi con Parigi: oltre al molto più limitato peso internazionale che la Francia riveste ora rispetto alla fine della seconda guerra mondiale, questa sembra essere molto più interessata all’Africa centro-settentrionale (Libia, Ciad) nella quale sta definendo la sua zona di influenza, a spese dell’Italia nello sciagurato attacco a Gheddafi. Semmai, il vero concorrente commerciale potrebbe essere la Germania, molto aggressiva e detentrice di un’ottima e consolidata relazione con Teheran. Potrebbe consolidarsi anche la Svizzera, che svolge dal 1979 il mandato di potenza protettrice degli Stati Uniti presso l’Iran (e dell’Iran presso l’Egitto) e che potrebbe efficacemente operare in un Paese nel quale si necessitano ristrutturazioni nel mondo bancario e finanziario.

A dover temere un tale stato di cose è l’Italia, che deve porre estrema attenzione nel coltivare al meglio delle sue possibilità le relazioni con la Repubblica Islamica, con la quale continua ad avere un rapporto invidiabile che non va assolutamente incrinato. La perdita della Libia ha significato molto, in senso naturalmente negativo, e l’Iran costituisce l’unica altra direttrice strategica rimastaci.

E’ da leggere con grande positività la partecipazione della fregata “Eolo” della Marina Militare alle esercitazioni della Marina Iraniana nel Golfo ed i contatti che ne sono seguiti, cercando di definire e conservare, nonostante gli attacchi che certamente verranno apportati, soprattutto sottobanco, dagli altri attori europei, una presenza solida che possa esprimersi al meglio quando sarà possibile ristabilire relazioni commerciali anche nel campo della sicurezza e della difesa.