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Teheran fra Mosca e Kiev. Ad un passo da un nuovo accordo sul nucleare?

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Molti si chiedono quale sia la posizione della Repubblica Islamica nella questione ucraina. Un articolo del Teheran Times del 25 u.s., in inglese, si propone di dirimere la questione. Spiega che bisogna affidarsi a “dialogue and diplomacy to settle differences”, aggiunge poi che il Presidente Raisi ha chiaramente detto alla sua controparte Putin che la provocazione é da attribuirsi alla NATO, ma poi il Portavoce del Ministero degli Affari Esteri afferma di dispiacersi del ricorso alla forza. Insomma, un colpo al cerchio e uno alla botte. La cosa non deve stupire.

Nella crisi ucraina, l’Iran si trova nella complessa situazione di non potersi distanziare troppo da Mosca ma di dover far intendere che persiste la volontà di avere una posizione propria, e che non esiste subordinazione alla Russia. La necessità, in questo vero e proprio giro di boa della Storia mondiale che stiamo vivendo da un paio d’anni, è quello per Teheran di sopravvivere elaborando nuove tattiche senza tradire l’ideologia rivoluzionaria sulla quale l’esistenza della Repubblica Islamica si basa. In primis, questo significa garantire l’indipendenza e la dignità del Paese, concetti che hanno un significato molto particolare nella terminologia politica e giuridica dell’Iran a partire sin dalla Rivoluzione Costituzionale del 1908, e poi diversamente declinati dai regimi in atto. Si basano sulla difesa dello spazio vitale della Nazione persiana (il golfo, la mezzaluna sciita) e la conservazione dell’Iran come centro dell’Iranshahr, l’Impero persiano (modernamente declinato), scongiurando qualsiasi posizione gregaria. I religiosi nazionalisti avevano acceso la fiamma della rivoluzione del 1979 proprio su questi concetti, cominciando subito dopo gli eventi del 1953. E’ la storia che oggi rientra prepotentemente in gioco.

Una posizione di equidistanza viene presa anche, ci dice sempre il Teheran Times, dai Paesi del Golfo: sono produttori di energia, e temono le conseguenze – anche nei mercati – del conflitto. L’agenzia Iran Press (pagina anche essa in inglese) asserisce che ci sono 2 lezioni da apprendere: la prima è che avere un impianto militare forte è indispensabile (ricorda che l’Ucraina ha ceduto alla Russia – sbagliando, a detta del giornale – il suo armamento nucleare dopo la caduta dell’URSS), la seconda è che riporre le proprie speranze ed ambizioni di sicurezza su altri partners è un errore. Quale il messaggio sottilmente lanciato da Iran Press, senza esplicitarlo? Quello dell’importanza per l’Iran di mantenere una capacità di difesa autonoma, con particolare riferimento alla questione missilistica. L’Iran considera la questione missilistica un aspetto vitale della propria sicurezza, elemento contenuto in quello che gli Iraniani definiscono le “garanzie” di indipendenza del Paese – è questo il motivo per il quale i negoziatori persiani non hanno mai voluto introdurre nel JCPOA clausole limitative alle capacità iraniane in questo senso -. Geopolitica.info aveva indagato il peso della questione nella rinegoziazione “sul nucleare” qui ( 4 giugno: negoziazioni sospese per il fine settimana: il problema sono i missili? – Geopolitica.info ).

Come sempre succede, anche in questi giorni circola la voce della “imminenza dell’accordo” a Vienna. Sarà vero o è la solita tattica per stimolare le parti proprio quando sono in stallo, ovvero lontanissime dal comprendersi? Chi ha maggiore interesse ad un Iran allineato? Il c.d. “blocco occidentale” o la Cina?

Se, col Governo Raisi, sono prepotentemente tornate visioni e posizioni ideologiche che col precedente sembravano essere sulla strada della dissoluzione, con grande vantaggio della Guida, è proprio questa che sembra entrare in campo per porre dei paletti fermi, giocando così un ruolo attivo nella (in)conduzione dei rounds negoziali. Come chiaramente riportato su questi schermi da M.E.Brusca (Stati Uniti e Iran: un Accordo sul Nucleare iraniano – Geopolitica.info), l’Amministrazione Biden ha ripristinato una deroga alle sanzioni, permettendo la cooperazione con l’Iran nel campo del nucleare civile. Un amo non da poco. La Guida si è espressa dichiarando la volontà di proseguire lo sviluppo del programma a scopi pacifici e rimarcando che l’obiettivo centrale delle negoziazioni di Vienna è annullare le sanzioni. Erano poi circolate voci, poi smentite dal quotidiano Kayhan, vicino alla guida, secondo le quali la parte americana avrebbe imposto una “deadline di fatto”, di pochi giorni, per dare ai Persiani la possibilità di prendere o lasciare. 

La difficile posizione persiana si riflette nella sua stampa, a norma di legge competenza esclusiva dello Stato. E’ nella stampa iraniana in persiano che vanno trovate tutte le parole d’ordine per capire la realtà. Analizziamo due fonti importantissime: Kayhan e Jomhori-e Islami 

Partiamo proprio da Kayhan, che titola: “occhio al trucchetto americano! Un non-accordo è meglio di un accordo cattivo” (مراقب ترفند آمریکا باشید/ عدم توافق بهتر از توافق بد است), titolo eloquentissimo che, nel testo, sviluppa un concetto fondamentale: la palla è nel campo occidentale, non in quello iraniano. Una tesi, questa, esposta anche in modo diretto dal Ministro Amir Abdollahian al suo omologo tedesco a Monaco e poi ribadita alla CNN. Tocca alle controparti “mostrare iniziativa e flessibilità” (ابتکار و انعطافی از خود نشان دهند ). Ed è lo stesso Capo Negoziatore iraniano a sottolineare ulteriormente il concetto: per quanto si sia vicini al traguardo, non è che si debba necessariamente tagliarlo (هرقدر هم که به خط پایان نزدیک باشیم، الزاماً تضمینی برای عبور از آن وجود ندارد).  

Quali dunque i limiti della negoziabilità? Quelli più volte definiti “linee rosse” – la dazione di garanzie formali di futuro rispetto degli accordi -, che Teheran ritiene essere quanto legittimamente dovuto dalle controparti ed improvvisamente perso col ritiro statunitense dall’Accordo, e la revoca delle sanzioni. Difficile dissentire sul fatto che gli Stati Uniti abbiano abbandonato il tavolo in modo unilaterale. Altrettanto difficile è negare che l’Iran abbia, almeno fino a dopo l’abbandono statunitense, rispettato pienamente tutti i termini dell’accordo

Cosa pretende quindi Teheran? Al primo posto, garanzie. Garanzie che l’accordo verrà rispettato senza ritiri unilaterali. Impegni prima che beni o concessioni, esattamente come la Russia sottolinea che la sua guerra all’Ucraina è dovuta alla necessità di difendere i suoi interessi vitali. La visione russa è basata sulle questioni della effettiva esistenza dell’Ucraina come Stato autonomo, dell’esistenza della Russia stessa come evoluzione del Rus di Kiev e sulle modifiche ai confini dell’allora Repubblica Socialista Sovietica Ucraina che avrebbe incorporato parti della Russia stessa; la visione  persiana si basa sulla ferrea volontà di non scendere a compromessi e di far intendere che anche un ritorno all’accordo (comunque impossibile senza il ritiro completo delle sanzioni) non comporterà una ingerenza statunitense  (o di altra natura) negli affari del Paese.

Tornando sempre a Khayam, in un articolo di oggi 27 febbraio presente nella sola versione persiana del sito definisce la guerra in Ucraina come “la 77esima guerra civile europea” (اوکراین، هفتادوهفتمین جنگ داخلی اروپا (یادداشت روز)) e propone una riflessione di grande interesse: “la guerra in Ucraina è la guerra in Europa. Una guerra in cui da entrambe le parti sono gli eredi di Westfalia, Versailles, Vienna e New York” ( جنگ اوکراین، جنگ اروپاست. جنگی که دو طرف آن میراث‌داران وستفالیا، ورسای، وین و نیویورک هستند.). Con New York si intendono gli statuti dell’ONU, con gli altri, i momenti fondativi dell’ordo europeo. La posizione di Kayhan è sofisticata. Lo stesso quotidiano fa un riferimento velato alla situazione attuale perfino quando parla di un soggetto apparentemente lontanissimo, l’avversario del martirio dell’Imam Musa Kazem che cade oggi 7 Esfand / 27 Febbraio, menzionando l’infallibilità del “Casato” (Ahl al-Bayt, أهل البيْت‎) del Profeta sulla tirannia del Califfo, con rimando molto leggibile (la narrazione viene anticipata da un “…anche ai giorni nostri”…) ai fatti odierni. Il fatto di sangue riportato è appunto quello della morte dell’Imam per tradimento a favore del Califfo suo rivale, tema centralissimo nello sciismo, che oggi si incarnerebbe nella necessità di non tradire la causa dell’indipendenza del Paese in cambio di privilegi economici. In contesto cristiano, corrisponde al tema del vendere la causa per “30 denari”.

Jomhuri-e Islami è il quotidiano che incarna il senso rivoluzionario, il suo direttore è nominato dalla Guida Suprema. Scrive chiarissimamente che i Russi hanno offeso la sovranità dell’Ucraina, condannando il gesto inequivocabilmente, e che nei negoziati i Russi cercano di usare il loro peso per orientarli a loro vantaggio. Inoltre, si dice, impediscono al gas iraniano di raggiungere l’Europa cercando invece di mantenere le loro forniture alla Germania. Riferimenti ulteriori sono fatti alla inaffidabilità della Russia, che già nel passato aveva occupato le regioni dell’Azerbaijan e del Gilan a scapito della Persia, nonché alla questione dell’appoggio sovietico a Saddam Hossein.

Conclusioni

La posizione persiana è quindi quella di restare completamente equidistante al fine di non ricadere in una zona di influenza. Questo spiega anche il rifiuto dell’ “aiuto” statunitense sul nucleare civile, al quale corrisponde una dura presa di posizione contro le azioni militari russe in Ucraina.

Bisogna comprendere che prendere le distanze da Mosca, per Teheran, non significa avvicinarsi a Washington.

Ad essere il terzo gaudente fra i due litiganti potrebbe essere la Cina, la quale poco meno di un mese fa ha aperto un Consolato a Bandar Abbas. La cosa conta, e molto: Bandar Abbas è il simbolo del mercato energetico persiano, è la Rotterdam iraniana, e la Cina può offrire all’Iran – già oggetto di diversi progetti della BRI Initiative e di un partenariato di 25 anni siglato l’anno scorso – garanzia di parziale uscita dall’isolamento economico con ragionevole garanzia di non entrare negli affari interni iraniani laddove la leadership non gradirebbe. Pechino potrebbe così coltivare i suoi obiettivi strategici di penetrazione infrastrutturale, energetica ed economica nell’Eurasia con un comodo sbocco praticamente nell’Oceano Indiano godendo di accordi di lungo periodo. E cosa strategica, non mera tattica. La strategia iraniana è quella di rimanere l’Iran: ciò che è non da 43 anni, ma da 2500.

In chiusura, per comprendere dove ci troviamo e cosa deciderà l’Iran nei negoziati sul nicleare è utile ricordare tre punti fondamentali:

  • Rientrare nell’accordo è utile all’élite iraniana solo presupposte le garanzie di indipendenza come descritte sopra. L’establishment iraniano ha enormi vantaggi dall’isolamento del Paese perché questo lo rende unico decisore delle sorti del Paese ed unico gestore delle sue ricchezze, impedendo alla massa del Paese di aprirsi al mondo e mantenendola subordinata a sè;
  • L’unica via per reintegrare realmente l’Iran (il Paese vero, il suo popolo, la sua reale economia) nel contesto internazionale è quella di aprirlo ai commerci ed agli scambi, aprendo un crollo dell’attuale sistema “da dentro” (gli obiettivi del vecchio Governo Rouhani);
  •  I cambiamenti sociali e di orientamento del Paese possono partire solo dall’interno dello stesso: qualsiasi ingerenza esterna si rivolgerà contro i suoi autori, e non sarà necessariamente un rigetto voluto dalle élite ma dallo stesso popolo persiano.

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