Le fault lines tra Teheran e Riyadh

Il Medio Oriente è oggi un terreno di battaglia tra due poteri opposti, un campo in cui si gioca la partita sunnismo contro sciismo, arabi contro persiani. Iran e Arabia Saudita sono i due paesi chiave nella regione. Il centro geopolitico dello scontro-confronto è da tempo la Siria. La posta in gioco è l’egemonia sul mondo islamico mediorientale, contesa tra Arabia Saudita e Iran.

Le fault lines tra Teheran e Riyadh - Geopolitica.info Skyline di Riyadh, 2015

Lo scorso 14 luglio, dopo due anni di negoziati, è stato siglato l’accordo sul nucleare iraniano. Uno dei capisaldi della politica estera della seconda amministrazione Obama, il rapprochment con l’Iran,  riporta la Repubblica islamica sulla scena internazionale e soprattutto su quella mediorientale. Non è un mistero che i primi a risentirne sono i sauditi.

I rapporti tra Iran e Arabia Saudita sono sempre stati di rivalità, quando non di contrapposizione vera e propria, come ai tempi della guerra Iran-Iraq. Quando Saddam Hussein nel 1980 invase l’Iran, Riyadh fornì sostegno finanziario e politico all’Iraq.  Ai sauditi non interessava chi fossero gli aggressori e chi gli aggrediti, o che Iran e Iraq fossero entrambi paesi islamici. Era in corso una guerra tra un paese arabo e un paese non arabo,  e questo bastò a farli intervenire. A quel tempo il pendolo dell’equilibrio regionale oscilla a favore di Saddam Hussein.

Da parte sua l’Iran, nella consapevolezza di essere solo in un a regione dominata da arabi sunniti,  ha cercato di coltivare amici tra i paesi arabi. In Siria, sostituendosi a Mosca nel sostegno agli Assad, in Libano dove Hezbollah è divenuta la forza politica dominante grazie agli aiuti di Tehran e sponsorizzando Hamas.

L’invasione americana dell’ Iraq del 2003 ha consegnato il paese alla maggioranza sciita rendendo Bagdad di fatto un satellite iraniano. Cosa che naturalmente non ha fatto piacere ai sauditi. Cosi come non hanno fatto piacere a Teheran i ripetuti appelli  (resi noti da WikiLeaks) che il principe saudita Abdullah avrebbe rivolto agli Stati Uniti ad intervenire contro l’Iran per “tagliare la testa al serpente“.

L’influenza dell’Iran è cresciuta, riaccendendo le mai sopite diffidenze dei principi sauditi. Per Riyadh l’incubo di un potere sciita esteso da Teheran a Damasco via Baghdad ha acquisito  concretezza.

L’Iran sta minacciando gli interessi di più attori politici regionali, Arabia Saudita, Egitto, Turchia, Israele. Questa circostanza  potrebbe trasformarsi in un nuovo isolamento della Repubblica islamica. In realtà, la diplomazia di Teheran è tra le meno irrazionali del Golfo. Quando si è trattato di scegliere tra ideologia e pragmatismo ha imboccato sempre la seconda strada, soprattutto quando era in gioco la sopravvivenza del regime.

Il fervore rivoluzionario in Iran si è estinto da tempo. La disastrosa presidenza di Ahmadinejad, il fallimento della rivoluzione verde e le caotiche quanto incerte Primavere araba hanno sradicato per il momento la politica radicale e favorito i centristi. La tradizionale società dei Mullah è in ritirata. L’Iran ha bisogno di vendere il suo petrolio a chiunque sia disposto a comprarlo.

I motivi di contrapposizione tra Iran e Arabia Saudita sono molti, al di là della secolare frattura religiosa all’interno dell’Islam. La popolarità di Hezbollah in Libano ha sempre preoccupato l’Arabia Saudita. Poi c’è il Bahrein, paese a maggioranza sciita guidato dalla minoranza sunnita sostenuta da Riyadh. Nel totale silenzio totale dell’Occidente, la House of Khalifa, la famiglia reale del Bahrein,  continua da oltre quattro anni a reprimere con i carri armati sauditi i pacifici accenni di protesta e di rivendicazione di concessioni democratiche da parte della popolazione.

I sauditi sostengono che l’Iran abbia avuto un ruolo nel fomentare le proteste, mentre Teheran condanna quella che ritiene essere una vera e propria aggressione internazionale.  Ma è lo Yemen il più recente terreno di scontro tra Riyadh e Teheran,  politico -egemonico più che religioso. Ancora una volta forti dell’appoggio statunitense, i sauditi guidano una coalizione contro Ansar Allah, movimento sciita di Abdul-Malik al-Houthi,  alleato dell’Iran.

Lo scorso aprile il Gran Mufti saudita, Sheikh Adbul Aziz Al al-Sheikh ha dichiarato che l’ingerenza iraniana negli affari arabi è un crimine che dovrebbe essere fermato. “[…] Gli iraniani stanno dividendo la nazione, le loro politiche li stanno rendendo nemici degli arabi […].”

Un ex diplomatico saudita,  al-Shammari, ha definito le dichiarazioni del Mufti “[…] una svolta perché le istituzioni religiose per la prima volta si appellano al paese chiedendo un intervento contro l’Iran. L’Arabia Saudita non ha alcuna fiducia in Teheran […].”  Probabilmente più che di fiducia si potrebbe parlare di paura. L’Iran con la sua forza demografica, economica ed energetica incute paura ai vicini, soprattutto ai rivali di sempre, i sauditi. Si calcola che per effetto della rimozione (seppur parziale)  delle sanzioni sancita dall’accordo di Vienna sul nucleare, l’Iran potrebbe arrivare a piazzare sul mercato mondiale del greggio fino ad un milione di barili al giorno entro la prima metà del 2016.  In Iran affluirà molta liquidità, come si intuisce facilmente  dalla rapidità con cui si sono avvicendate a Teheran le recenti visite ufficiali di varie delegazioni nazionali.

È legittimo che Riyadh sia preoccupata per i possibili impieghi esterni che  queste risorse possono avere: Hezbollah, Bashaar al Assad, gli Houthi. Preoccupazioni che trovano fondamento nell’aumento del 30% del budget per le spese militari rispetto all’anno precedente disposto da Khamenei.

La decisione è stata ufficialmente motivata dalla guerra all’ISIS, ma non per questo è meno inquietante per le monarchie del Golfo. La lotta contro il Califfato è un altro terreno di scontro/confronto tra Iran e Arabia Saudita per affermare ed espandere, le proprie sfere di influenza.

Il vero rischio, secondo alcuni osservatori, è una reazione “eccessiva” di Riyad che potrebbe sfruttare i numerosi gruppi terroristici che si oppongono agli sciiti, ISIS e Al Qaeda in testa, finanziandoli e armandoli ancora di più di quanto fatto finora.  Ufficialmente, la casa saudita, ora sotto la guida del principe Salman si è unita  al fronte anti ISIS. In proposito sembra che Salman sia intenzionato a mantenersi sul sentiero del suo predecessore, il fratello, il principe Abdullah, anche nella gestioni dei rapporti con Teheran. Abdullah era una personalità molto influente nella regione, tradizionalmente incline ad avere buone relazioni con gli paesi della regione, tra cui l’Iran, con cui nel 2001  firmò un accordo di sicurezza.

Quale il futuro delle relazioni tra Teheran e Riyadh nell’era post Abdullah e all’indomani dell’accordo sul nucleare?

Malgrado diffidenze politiche e conflittualità ideologico- religiose ci sono motivi di convergenza e spazi di cooperazione.  Uno di questi è sicuramente la campagna contro l`ISIS  e la sua espansione in Siria e in Iraq. I sauditi hanno compreso che gli estremismi sunniti, lungi dall`essere strumenti per espandere la loro influenza nella regione, rappresentato anche per loro una minaccia. Altro terreno di probabile cooperazione tra Teheran e Riyadh è il petrolio. Tra i principali produttori mondiali di greggio, entrambi i paesi  hanno interesse a contenere il calo delle quotazioni  (attualmente a 45 dollari al barile) sul mercato internazionale.

Naturalmente le relazioni tra Teheran e Riyadh non sono solo una questione di interessi. Sulla loro dinamica pesano le mosse degli altri attori regionali. Di conseguenza, quando la nuova fase delle relazioni tra i due paesi inizierà queste dovranno essere gestite in modo da minimizzare gli spazi per interventi esterni.