Teatri d’operazione – Mogadiscio 1993. La via italiana alla guerra urbana

Mout, nel linguaggio spesso “esoterico” delle Forze armate statunitensi, è l’acronimo che indica le operazioni militari nelle città… Un’espressione che oggi evoca i bassifondi di Falluja o Jenin come altrettanti campi di battaglia da incubo: strade, fogne, aree urbane con distese disordinate di fabbricati che costituiscono l’estrema periferia del mondo. Quello che come ha scritto Mike Davis «sta acquattato nel fango».

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Una realtà che l’Esercito italiano ha imparato a conoscere immergendosi nel “mare di miseria urbana” della Somalia, quando si è confrontato con quella che Troy Thomas (uno dei massimi esperti Usa) ha definito «la sconcertante dimensione di un “combattimento asimmetrico” nel cuore di territori urbani “non-nodali, non-gerarchici” contro nemici spinti dalla disperazione e dalla rabbia».

Restore hope, “ripristinare la speranza”, era il nome dell’operazione realizzata nel 1992 in Somalia, sotto l’egida dell’Onu. L’Italia partecipò alla missione con circa 12.000 operatori (il 70% dei quali militari di leva). Per chi volesse approfondire questa vicenda per certi versi “esemplare” consigliamo il volume Peace-keeping, pace o guerra? del generale Bruno Loi (Vallecchi). Dalle pagine del volume prende forma una vera e propria risposta italiana ai problemi posti da questo tipo di operazione, incentrate appunto sulla capacità di calarsi all’interno del contesto operativo e di costruire una proficua collaborazione con la popolazione, ma anche questo approccio a volte ha dei limiti: la battaglia dei ponti di Nassirya ne è stato un esempio; e prima dell’Iraq lo sono stati proprio i duri scontri in cui, nonostante tutto, i “nostri” furono impegnati in Somalia e, in particolare, l’imboscata del 2 luglio 1993, quando, come affermò lo stesso generale Loi davanti a una ventina di cronisti riferendosi allo speciale rapporto che fino ad allora avevamo avuto con i somali, «l’incantesimo si è spezzato».

Il 2 luglio scatta l’operazione Canguro 11: si tratta di un rastrellamento, l’ennesimo, condotto per ripulire il quartiere Uahara Ade, la zona attorno al check-point “Pasta”, che prende il nome dal rudere di un complesso industriale che era appunto un pastificio costruito con i soldi della cooperazione italiana.
Complessivamente vengono impegnati circa 550 uomini su Vcc-1 (trasporto truppe corazzato) e blindati Fiat 6614, sette carri pesanti M-60 della brigata Ariete e alcune blindo Centauro della cavalleria. Si tratta di un’operazione di routine anche se in grande stile il cui obiettivo è impegnare un quadrilatero di 400 metri per 700, compreso tra “Pasta” e “Ferro”, l’altro caposaldo italiano in un quartiere con un’alta densità di uomini della tribù Ha ber ghidir, i temuti guerriglieri del generale Aidid.

L’imponente schieramento messo in campo punta sull’effetto dissuasivo vista l’altissima tensione che non coinvolge più solo le fazioni locali in lotta tra di loro ma anche, da alcune settimane, le forze internazionali. Intorno alle 08.10, compiuta la missione, i blindati invertono la marcia e si preparano a uscire dal quartiere. “Alfa” si dirige verso “Ferro” per poi convergere verso il Porto Vecchio, i militari del gruppo “Bravo” muovono verso “Pasta” per tornare a Balad: la testa di questa colonna è già giunta a destinazione quando cominciano i problemi. I primi disordini hanno luogo attorno alle 09.15 spuntano improvvisamente barricate: sassi e alcune schegge di granata fanno i primi feriti. L’aria è resa irrespirabile dal fumo acre dei copertoni in fiamme. Ma si tratta solo di un diversivo. Dietro alla folla di donne e bambini spuntano Ak-47 e Rpg.

Il fuoco è più intenso intorno agli uomini del gruppo “Bravo”: il sottotenente dei Lancieri di Montebello, Andrea Millevoi si sporge dalla torretta del suo Centauro per seguire l’evolversi della situazione; una pallottola lo colpisce alla testa, uccidendolo sul colpo. Viene fatta confluire la riserva corazzata, che giunge dal Corso 21 Ottobre; i carristi non sono però autorizzati a far uso del proprio armamento pesante. Tre Vcc-1 procedono a poca distanza uno dall’altro quando sono investiti da un feroce fuoco di armi automatiche. I miliziani somali attaccano con lanciarazzi Rpg-7 il secondo Vcc, sul quale si trova, fra gli altri, il parà Pasquale Baccaro, colpito a morte dal dardo infuocato mentre sta azionando la mitragliatrice di bordo: sono le 10.40 circa. Gli uomini del resto della colonna si schierano a raggiera per difendere i feriti e dar tempo ai soccorsi di arrivare.

Il sottotenente Gianfranco Paglia coordina l’azione: si tratta di un vero e proprio corpo a corpo, il nemico non è a più di 20-30 metri, ma la reazione degli italiani è decisa. Passano i minuti, le ambulanze e i soccorsi sono bloccati dal fitto fuoco avversario e dalle barricate: si combatte ovunque, lungo la Via Imperiale, si spara dalle vie traverse e in particolare intorno al pastificio. Il comando italiano, dopo essersi ripreso dallo sgomento dell’imboscata, ordina un contrattacco, condotto dagli “specialisti” del Col Moschin e del Tuscanica: si sviluppa un durissimo scontro casa per casa, durante il quale è colpito a morte il sergente maggiore degli incursori Stefano Paulicchi. Intorno alle 13.00 la battaglia è conclusa, e quasi tutte le unità rientrate alla base.

È il primo combattimento sostenuto dagli italiani dopo la seconda guerra mondiale; oltre ai morti, si contano anche 22 feriti, alcuni dei quali molto gravi: tra questi il sottotenente Paglia, che per l’eroismo dimostrato sul campo è stato poi insignito della più alta onorificenza.

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