Teatri d’operazione – Illuminati dal fuoco

Il 22 luglio del 1982, circa 40 giorni dopo la resa incondizionata delle forze argentine sull’arcipelago (14 giugno), con l’eliminazione della “zona di esclusione” che gli inglesi avevano imposto nelle 200 miglia intorno alle isole Falkland (una “zona di guerra” totalmente interdetta al traffico aereo e navale), termina ufficialmente un conflitto a cui la posta in gioco e le motivazioni avevano conferito un “sapore” quasi arcaico. Infatti era stato giustificato da entrambi i contendenti con una serie di argomentazioni nazionalistiche e geostrategiche. Obiettivo comune, un gruppo di isole situato a migliaia di chilometri dall’Inghilterra, possedimento della corona in virtù di un accordo finanziario e coloniale risalente al XVIII secolo.

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Iluminados por el fuego (Illuminati dal fuoco – Argentina/2005) è il titolo di un film con cui Tristán Bauer ha rotto un lungo silenzio che per decenni ha circondato la sconfitta militare argentina del 1982, e ha restituito dignità all’eroismo dei vinti tentando di rimuovere il dolore latente dopo la sconfitta. 

La storia viene raccontata attraverso l’alternarsi di due tempi: il presente incalzato dal passato che ritorna. Si tratta della trasposizione cinematografica del libro di Edgardo Esteban che, a soli 18 anni, ha combattuto in una delle guerre più insensate del XX secolo: più di mille giovani uomini – 746 argentini (di cui 45 piloti) e 255 inglesi – sono morti tra l’aprile e il giugno 1982 per rivendicare il possesso di un piccolo arcipelago vicino alle coste dell’America del Sud. 

Secondo una recente ricerca, tra i reduci argentini circondati dall’ostilità dell’opinione pubblica e piegati dall’onta della disfatta e dalle sofferenze indicibili che hanno dovuto subire, negli anni successivi al conflitto, si sono contati circa quattrocento casi di suicidio. 

Anche il prezzo pagato dagli inglesi sarebbe stato molto più alto se, per esempio, la flotta argentina non fosse stata lasciata nei porti; se sette bombe d’aereo fossero esplose al momento di colpire i loro bersagli; se la Junta militare guidata dal generale Galtieri non avesse usato solo coscritti, lasciando le proprie truppe migliori in Patria (il V reggimento di fanteria, schierato in prima linea, al momento in cui fu lanciata l’invasione, aveva solo 8 effettivi giorni di addestramento militare). 

Il what if tanto caro agli storici anglosassoni può essere, talvolta, un utile esercizio, ma spesso la cosa migliore da fare è quella di confrontarsi con la dura realtà. Quella che ha portato questi uomini a lottare, per 74 estenuanti giorni, in uno dei contesti operativi più difficili, rannicchiati in buche ghiacciate con temperature polari, alimentati solo con “mate cocido” (erba bollita come tè). 

Perché, come ricorda un detto della saggezza militare, «non importa chi sia a cominciare le guerre, sono sempre i soldati che le combattono». 

Nella guerra delle Falkland-Malvinas sono state utilizzate quasi tutte le forme conosciute di distruzione del nemico: combattimenti corpo a corpo all’arma bianca, bombardamenti aerei e terrestri, scontri con modernissime armi da fuoco, duelli aerei, combattimenti navali tra imbarcazioni di superficie, aerei e sottomarini, marce di avvicinamento in condizioni climatiche estreme.

Por nuestras islas Malvinas

L’Operazione Rosario, l’occupazione da parte argentina dell’arcipelago delle Falkland-Malvinas, si completa tra il 1 ed il 3 aprile. Vi prendono parte commandos sbarcati dal sommergibile Santa Fè in prossimità del capoluogo Port Stanley, fanti di marina, che prendono terra nella baia di York con mezzi da sbarco e reparti dell’esercito (per un totale di 2.000 uomini). 

L’invasione ha luogo sotto il comando del contrammiraglio Carlos Alberto Busser. Gli inglesi si arrendono la mattina del 3 aprile. Lo stesso giorno anche la Georgia del Sud cade in mano argentina. 
Le massime autorità argentine avevano pianificato, fin dall’inizio del 1982, la riconquista territoriale dell’arcipelago. 

La preparazione si era svolta nel più assoluto segreto. Erano stati tenuti all’oscuro molti politici e militari. Ma questa stessa segretezza, fondamentale per la riuscita dell’azione, si rivela nociva nel momento in cui il conflitto sfugge al controllo argentino. 

«Cara mamma, partiamo domani mattina per le isole Malvinas. Ti chiedo solo di non preoccuparti, di restare tranquilla. Credo che non accadrà nulla e che presto torneremo a stare insieme e a bere i nostri lunghi mate. Ti voglio molto bene, il tuo soldato paracadutista». 

È il 22 aprile 1982. Edgardo Esteban ha solo 18 anni, e sarebbe a due giorni dalla fine del servizio di leva. Ma la giunta militare di Leopoldo Galtieri lo “getta” in battaglia con altri 10 mila ragazzi argentini. Con sole 24 ore di preavviso, Edgardo viene caricato su un camion militare. 

«Non avevo neanche avuto il tempo di salutare mia madre così scrissi quella lettera e la affidai a un signore che passava di lì, pregandolo di imbucarla».

Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu riunito d’urgenza, condanna l’aggressione con la risoluzione n. 502 (elaborata dall’ambasciatore inglese presso le Nazioni unite, sir Anthony Parsons),ordinando il ritiro delle forze d’invasione: nelle schermaglie diplomatiche il Foreign office britannico si rivela una vera e propria élite shock troop, sconfiggendo ripetutamente – e di fatto isolando – la controparte argentina.

Si incrociano le armi

Intanto, già dal 5 aprile, salpano dalla Gran Bretagna le prime unità dirette verso la zona d’operazioni, che dista più di 8.000 miglia dalla madrepatria (oltre 100 navi con 28.000 uomini e con il supporto logistico di 100.000 tonnellate di rifornimenti e 400.000 tonnellate di carburante). 

II 12 aprile il Governo britannico annuncia l’entrata in vigore di una “zona di esclusione” dell’ampiezza di 200 miglia intorno alle Falkland: una “zona di guerra” interdetta al traffico aereo e navale; il 23 aprile Londra informa Buenos Aires che la Task force attaccherà navi e aerei argentini che si avvicinino tanto da costituire una minaccia (di fatto il blocco inizia alle ore 13.00 del 30 aprile). Il 25 aprile 120 marines e commandos, trasportati con elicotteri, riconquistano la Georgia del Sud, neutralizzando il sommergibile Santa Fè colpito da bombe di profondita e missili antisom. II 2 maggio si registra la maggior perdita navale argentina: l’incrociatore General Belgrano, in navigazione con il task group 79.3, è raggiunto da due siluri lanciati in rapida successione dal sottomarino Conqueror: il primo colpisce lo scafo della nave al centro, tra la sala macchine e la mensa equipaggio, causando un’avaria irreparabile; il secondo la prora. Muoiono 323 marinai argentini.
Quando il Belgrano viene silurato si trova 35 miglia al di fuori della “zona di esclusione”. 

Il 4 maggio il caccia britannico HMS Sheffield è colpito da un missile antinave exocet lanciato da una coppia di Super Étendard argentini. Affonderà dopo qualche giorno per i danni causati dall’incendio. 
Il 7 maggio Londra fa sapere che considererà “nemici” anche navi e aerei argentini operanti al di fuori del limite di 12 miglia nautiche dalle acque territoriali. Il 10 maggio l’Argentina risponde dichiarando zona di guerra tutto l’Atlantico meridionale.

II 12 maggio ha luogo una delle più dure battaglia aereonavali della campagna: navi britanniche bombardano Port Stanley; gli argentini rispondono lanciando quattro ondate di quattro A4-Skyhawk ciascuna. Alcune fregate inglesi vengono colpite, ma le bombe non esplodono. Gli argentini perdono tre aerei. 

Nella notte tra il 14 e il 15 maggio, l’isolotto di Pebble viene occupato da alcuni reparti dello Special Air Service che, sostenuti dal fuoco navale, distruggono al suolo 11 aerei argentini A549-Pucarà. 

Il 20 maggio la Task force dirige verso la baia San Carlos dell’isola Soledad (Falkland orientali), entrando nel braccio di mare che divide le due isole, noto come Falkland Sound: all’alba del giorno seguente, mentre le navi bombardano le postazioni argentine, vengono sbarcati circa 4.000 uomini (parà e royal marines), che stabiliscono due teste di ponte sui lati della baia. La difesa argentina è affidata a 1.500 soldati di leva e a un manipolo di piloti che, manovrando con grandissimo coraggio e maestria, attaccano con razzi e bombe le navi inglesi, colpendone cinque, una delle quali, la fregata Ardent, si incendia e affonda. Nell’azione gli argentini perdono 11 aerei (5 Mirage, 5 Skyhawk, 1 Pucarà). 

II 22 e 23 maggio, mentre i britannici consolidano le teste di ponte, sbarcando altri 5.000 uomini supportati da mezzi corazzati leggeri Scorpion e Scimitar, gli argentini continuano i loro attacchi aerei: verranno colpiti il caccia Antrim (da una bomba che non esplode) e le fregate Arrow ed Alacrity. 

Anche la fregata Antelope incassa una bomba che non esplode (scoppierà il giorno seguente, affondando l’unità, durante il tentativo di disinnescarla). 

Il 25 maggio (giorno dell’indipendenza dell’Argentina) gli A4-Skyhawk argentini colano a picco la fregata Coventry. Anche la nave Atlantic Conveyor, con a bordo gli elicotteri destinati al trasporto delle truppe, viene affondata da due missili exocet. Ma tutto ciò non impedisce agli inglesi di continuare la riconquista dell’arcipelago. 

Consolidata la testa di ponte, diventa necessario eliminare la minaccia rappresentata dalla guarnigione di Darwin e dalla base aerea di Goose Green (Pato Verde, per gli argentini – la seconda più grande comunità civile sull’isola). Questi obiettivi sono attaccati da 600 uomini del II battaglione paracadutisti: si tratta degli scontri di maggiore violenza della guerra. I combattimenti dureranno dalle 03.55 del 28 alle prime ore del mattino del 29, quando i soldati argentini si arrenderanno dopo la morte di circa 35 di loro. I britannici perdono 17 uomini. Il 30 maggio le truppe britanniche muovono da San Carlos e da Darwin verso Port Stanley. Sul lato sinistro dello schieramento il 45° battaglione dei royal marines occupa il Douglas Settlement e avanza fino alle alture che dominano Port Stanley, dove giungeranno il 4 giugno. 

Al centro il III battaglione paracadutisti punta sul Teal Inlet, dove si ricongiunge, il 2 giugno, con i royal marines.
 
Il 30 maggio si svolge l’unica operazione congiunta aviazione/marina argentina di tutto il conflitto. Scopo dell’azione è quello di colpire – impiegando l’ultimo exocet rimasto – una portaerei britannica. Il capitano di corvetta Alejandro Francisco dacolla dalla base di Rio Grande trasportando il “prezioso” missile, accompagnato da un altro caccia Super Etendard a cui è affidato il compito di fornire le necessarie informazioni radar per l’attacco. 4 Skyhawk si uniscono ai caccia della marina e i 6 veicoli proseguono in formazione. Il capitano Francisco lancia l’exocet da una distanza di 15 miglia dall’obiettivo. Dopo il lancio, i due Super Etendard si sganciano mentre i restanti quattro caccia-bombardieri proseguono sulla scia del missile diretto verso la portaerei Invincible. Solo due aerei argentini riescono a superare il fuoco di sbarramento inglese portando a segno altri centri contro la nave nemica. Tornati alla base dichiarano di aver visto «una gran columna de humo negro en el horizonte». Le autorità britanniche impongono lo più stretto riserbo sui danni subiti da una delle loro navi più importanti e per tranquillizzare l’opinione pubblica pubblicano delle foto della Invincible in perfette condizioni “esterne”.

Tra il 6 e l’8 giugno gli inglesi riescono a creare a Fitzroy, poco a Sud di Port Stanley, una seconda testa di ponte, con lo sbarco di reparti della 5° brigata di fanteria. Le navi Intrepid e Fearless trasportano su queste posizioni, evacuate dagli argentini, il battaglione delle scots guards e i gurka nepalesi (che saranno responsabili di mutilazioni rituali sui cadaveri e di sevizie sui prigionieri), mentre la nave anfibia Sir Galahad sbarca le welsh guards. Un attacco aereo argentino affonda la Sir Galahad (provocando 46 morti). Sono colpiti anche la fregata missilistica Plymouth e l’altra nave anfibia Sir Tristram.

Resa incondizionata

L’11 e il 12 giugno gli inglesi occupano le montagne che sbarrano l’accesso al Capoluogo dell’arcipelago. Quando le alture cadono in mano agli attaccanti, dei 278 soldati argentini, riescono a ripiegare solo in 70. II 14 giugno, per non coinvolgere la popolazione civile, Londra e Buenos Aires si accordano nel dichiarare zona franca la città di Port Stanley.

Alle ore 21,00 del 14 giugno il generale argentino Luciano Benjamin Menéndez si arrende senza condizioni al generale britannico Jeremy Moore. In tutto l’arcipelago cessano i combattimenti. Antony Wilson, comandante della V brigata britannica ricorda così la fine dei combattimenti: «Provammo una sensazione splendisa perché, dopo una lunga, quanto dura, serie di battaglie nelle isole, su un terreno esteso e inospitale, tutto s’era concluso. Gli uomini che si opposero ai nostri soldati furono tenaci e competenti. Molti di loro caddero al proprio posto».

I corpi dei piloti argentini nei loro aerei abbattuti e precipitati in mare non sono mai stati recuperati, come anche quelli di molti marinai. Gli argentini caduti sull’isola sono stati sepolti sull’inospitale terra delle Falkland-Malvinas. 

Agli oltre 11.000 prigionieri sbarcati la notte del 25 giugno non sono restati che un grande vuoto e un silenzio assordante.