Task Force Takuba: Il contributo italiano e le circostanze per il suo successo

L’instabilità nel Sahel creata prevalentemente dalla presenza di forze jihadiste ha portato, ormai da anni, il coinvolgimento di una pluralità di attori internazionali, tra cui l’Italia, sul teatro maliano. La creazione della Task Force Takuba è stato uno sviluppo nuovo nel panorama della lotta al terrorismo in Mali, ma che forse è andato inosservato. Sebbene sia importante il segnale politico della neocreata Task-Force, all’insegna di un coinvolgimento europeo più accentuato, rimangono degli interrogativi su quale potrebbe essere il suo valore aggiunto.

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L’Italia dispiega un contingente significativo nella Task-Force Takuba

Il dispiegamento di un contingente di truppe speciali italiane sul suolo maliano è ormai imminente. L’arrivo di circa un centinaio di soldati provenienti soprattutto dai reparti d’élite (GOI, GIS, Folgore) è previsto per metà marzo, in seguito al via libera dato dal Parlamento nel luglio scorso. Essi contribuiranno alla Task-Force Takuba creata nel 2019 a guida francese e basata sulla risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU (2359) del giugno 2017. Il loro obbiettivo: assistere, consigliare ed accompagnare militarmente sul campo le forze maliane (ULRI), in coordinamento con le altre forze del G5 Sahel (Burkina Faso, Ciad, Mauritania, Niger), per renderle autonome nel contrasto ai gruppi jihadisti nella regione. Gli italiani parteciperanno dunque alla Task Force in cui sono presenti, oltre ai francesi stessi, estoni, svedesi, greci, olandesi, cechi, belgi, danesi e portoghesi.

L’apporto italiano sarà notevole, diventando il secondo contributore per numero di truppe e mezzi. Secondo le indiscrezioni riportate da Difesa on Line e Bruxelles 2, oltre all’invio di un massimo di 200 truppe e personale di assistenza, sarebbero ingaggiati 20 veicoli terrestri e 8 aerei (di cui quattro elicotteri d’attacco AW-129D Mangusta e 4 elicotteri di trasporto NH-90) per un costo complessivo di 15,6 milioni di euro (nell’arco dell’anno 2021). Tale contributo dovrebbe aiutare a raggiungere la piena capacità operativa della Task-Force la quale, nonostante la pluralità di partecipanti, stenta ad avere degli effettivi più sostanziosi dai paesi che hanno aderito all’iniziativa.

Perché intervenire nel Sahel per l’Italia?

L’impegno italiano nella Task Force riflette l’importanza strategica che l’Italia attribuisce al Sahel – in cui è attivo lo Stato Islamico del Gran Sahara – data la consapevolezza che il contenimento della minaccia jihadista e i flussi migratori provenienti dalla regione hanno un impatto diretto sulla nostra sicurezza nazionale. Particolarmente importanti sono le parole pronunciate dal Generale Graziano, presidente del comitato militare UE, in un’intervista a La Repubblica sottolineando che “il Sahel è la vera frontiera meridionale d’Europa”. La partecipazione alla Task Force si iscrive nella logica di una politica estera volta a rafforzare l’impegno di stabilizzazione della regione in cui l’Italia è già presente da protagonista da svariati anni attraverso il suo contributo nelle missioni europee di addestramento come EUTM MALI, EUCAP Sahel Mali/Niger per non dimenticare l’appoggio all’operazione delle Nazioni Unite MINUSMA.

Takuba per rafforzare o controbilanciare Barkhane?

Il mese scorso il Presidente Macron avrebbe preso in considerazione la possibilità di un ridimensionamento dell’Operazione Barkhane (missione unilaterale francese lanciata nel 2014 in Mali), poiché agli occhi dell’opinione pubblica (51% secondo un campione intervistato dalla Fiop) sarebbe troppo costosa a livello umano e economico e quindi rischiosa a livello anche politico per Macron in vista delle elezioni presidenziali. Tale prospettiva di riadeguamento francese ci segnala, come del resto ce lo ricordano le esperienze in Afghanistan, i rischi di condurre una guerra con mezzi tradizionali in conflitti asimmetrici oltre che agli effetti collaterali di un protratto protagonismo militare solitario. Proprio per questo, la Task-Force Takuba è stata ideata per condurre azioni militari più mirate, meno dispendiose e soprattutto per condividere il peso politico e militare dell’intervento tra i paesi europei.

Takuba non dovrà però rimanere una piattaforma a se stante e neppure una forza complementare di Barkhane. Per rivelarsi un progetto di valore aggiunto per gli sforzi della comunità internazionale nella lotta al terrorismo nella regione, dovrà realmente trasmettere savoir-faire per rendere le forze militari maliane, ma anche degli altri paesi Sahel G5, autonome e resilienti. A tal fine sarà importante che si segua una linea strategica dettata da un approccio integrato insieme alle altre operazioni civili e militari europee ed africane nel Sahel. Sarà un’altra sfida, considerati i vincoli legali dell’UE, quella di investire nell’ammodernamento delle strutture di Comando and Controllo (C2) e dei dispositivi di sicurezza delle forze armate come la fornitura di equipaggiamento letale e non-letale che spesso scarseggia e ostacola significativamente le capacità operative degli eserciti autoctoni.

Il Summit di N’Djamena: verso un cambio di strategia nel Sahel?

L’esito della Task-Force Takuba, come per altre missioni di mantenimento della pace nel Sahel, dipenderà soprattutto dal sostegno da parte dei governi del Sahel stessi. Oltre agli episodi di instabilità politica che mettono spesso a repentaglio le attività internazionali di peace-making – come successo dopo il colpo di stato in Mali l’estate scorsa – sono emersi alcuni punti di tensione dal Summit di N’Djamena tenutosi il 16 febbraio tra i leader del G5 e il Presidente francese che vi ha partecipato in videoconferenza. Alcuni capi di stato G5 hanno lasciato intendere di voler aprirsi al dialogo per negoziare con i gruppi jihadisti, una prospettiva alla quale la Francia è del tutto contraria. I leader del G5 avrebbero inoltre espresso insoddisfazione sui risultati raggiunti dalla strategia francese – che di fatto detta la strategia europea nel Sahel – per aver privilegiato soluzioni militari a scapito di quelle orientate allo sviluppo e considerando che i gruppi jihadisti continuano a controllare vaste aree e a mietere vittime con attentati sempre più violenti. D’altro canto, Macron ha tirato dritto annunciando che la Francia non ridurrà la sua presenza militare nell’immediato, e anzi, proseguirà l’offensiva contro gli insorti fino a “decapitare i gruppi di Al-Qaeda”, che nel 2020 hanno subito importanti perdite, come spiegato da Le Figaro. La sfida è già assai complessa, ma lo diventerebbe ancora di più se vi si aggiungessero divergenze di natura politica sui rapporti tra la coalizione G5 Sahel e i paesi UE che la sostengono dal 2014.

La sfida securitaria europea

Ad ogni modo, ciò che rimane critico dal punto di vista della sicurezza europea è di non lasciare che si crei un vuoto politico e militare che possa dare l’opportunità a paesi come Turchia e Russia – che pongono ben meno vincoli nei loro rapporti con i partner – di offrire la propria assistenza ai paesi del Sahel. Un caso evidente è la Libia dove la Turchia è diventata la principale fornitrice di assistenza militare e formazione della guardia costiera libica, mentre la Russia dimostra di ottenere una penetrazione militare attraverso il gruppo della Wagner anche in Repubblica Centrafricana. La Task-Force Takuba va dunque nella giusta direzione di dare ulteriore slancio politico europeo in un formato che possa dare risposte militari sul campo più rapide. Se Takuba riuscirà a raggiungere i suoi obbiettivi solo la storia ce lo saprà dire, ma il fatto di vedere una partecipazione allargata di Stati UE, tra cui alcuni che di solito non si avventurano così a “Sud”, ci segnala che, forse, sulla sfida del Sahel si stia formando una consapevolezza europea comune.