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TematicheCina e Indo-PacificoUna telefonata per lo status quo: la “tappa taiwanese”...

Una telefonata per lo status quo: la “tappa taiwanese” di Nancy Pelosi e il precario equilibrio della one-China policy

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Successivamente al dialogo telefonico avvenuto il 28 luglio tra Xi Jinping e Joe Biden, la parte cinese ha tempestivamente emanato un comunicato relativo alla telefonata stessa, anticipando, come ormai da prassi, la controparte americana e fornendo una lettura del colloquio molto ampia e completa. In entrambi i comunicati, tuttavia, non si fa riferimento al reale casus del colloquio, ossia l’ipotetica tappa taiwanese del viaggio asiatico della speaker della Camera dei rappresentati Nancy Pelosi.

Qualora il paventato stop presso la contesa isola di Taiwan avvenisse, si tratterebbe della prima autorità statunitense di questo livello a visitare la Repubblica di Cina dal 1997, quando fu Newt Gingrich, l’allora presidente della Camera, a mettere piede a Taiwan, la cui tutela risulta oggi più che mai in cima all’agenda indo-pacifica di Washington.

Mentre il comunicato statunitense ribadisce l’opposizione a qualunque cambiamento unilaterale dello status quo delle relazioni tra Cina continentale e Taiwan, il comunicato cinese fa esplicito riferimento all’elaborazione da parte del presidente Xi della posizione nazionale sulla “questione taiwanese”: in particolare, Xi Jinping ha sottolineato l’impegno bilaterale di Cina e USA a riconoscere la Repubblica Popolare come l’unica Cina (one-China principle) e, dunque, ad opporsi alle eventuali mire indipendentiste della “provincia ribelle”, considerate una potenziale violazione della sovranità e dell’integrità territoriale cinesi. Il riferimento più rilevante è quello ai tre comunicati congiunti tra USA e RPC, rispettivamente del 1972, 1979 e 1982, fulcro dell’azione diplomatica, nota come “diplomazia del pingpong”, iniziata da Kissinger e dal presidente Nixon all’inizio degli anni Settanta e culminata con l’assegnazione del seggio alle Nazioni Unite alla RPC e l’interruzione delle relazioni diplomatiche formali tra USA e Taiwan.

I tre comunicati rappresentano ancora oggi la matrice delle relazioni bilaterali tra USA e Cina, stabilendo tre punti fondamentali: il riconoscimento dell’esistenza di una sola Cina, successivamente identificata con la Repubblica Popolare; l’opposizione a qualunque tipo di egemonia nell’Asia-Pacifico che possa minare la pace nella regione; infine, l’impegno statunitense a ridurre la vendita di armi a Taiwan a patto che Pechino si impegni a mantenere la pace nello Stretto.

Sin da allora, la posizione statunitense rispetto alla questione taiwanese si configura attorno al principio della “ambiguità strategica”, un approccio diplomatico, basato su equilibrismi retorici, orientato a salvaguardare, da un lato, l’indipendenza de facto della Repubblica di Cina e, dall’altro, le relazioni con Pechino, nell’ottica del mantenimento di uno status quo tutto sommato proficuo e soddisfacente. Per mantenere questo complesso equilibrio, gli Stati Uniti, infatti, già nel 1982 accettano le “sei assicurazioni” richieste dal governo nazionalista di Taiwan: si tratta di correttivi al riconoscimento della RPC e dell’esistenza di una sola Cina, intesi a garantire la continuazione del rapporto privilegiato tra Washington e Taipei.

Oggi, questo rapporto è vivo ed intenso e, con l’inasprirsi della competizione globale tra Cina e USA, è diventato un punto centrale della politica indo-pacifica statunitense. Per Pechino, invece, l’annessione di Taiwan rimane un obiettivo a lungo termine, da realizzare almeno entro il centenario della Repubblica Popolare (2049) e, per quanto possibile, in maniera pacifica, rappresentando lo scontro militare tanto un enigma probabilistico quanto il “peggiore dei mondi possibili” non solo per le “Cine” ma anche per Stati Uniti e altri attori regionali. La visita di Nancy Pelosi, però, per quanto non interpretabile come oscuro presagio di un cambiamento radicale nella posizione statunitense, rappresenterebbe un’anomalia tale da sconvolgere i termini dell’ambiguo equilibrio del triangolo Pechino-Taipei-Washington: Xi afferma che non si dovrebbe “giocare col fuoco” facendo eco alle minacce di contromisure di Wu Qian, portavoce del Ministero della Difesa.

In effetti, la Cina, al decollo dell’aereo della Pelosi alla volta delle Hawaii nella giornata del 30 luglio, ha messo in atto azioni preventive, di posturing militare, dando il via ad esercitazioni nel Fujian, la provincia che si affaccia sullo stretto di Formosa, e al largo del Guandong. Contestualmente, è stato reso noto l’itinerario del viaggio della speaker della Camera (Singapore, Malaysia, Corea del Sud, Giappone) che non include ufficialmente Taiwan. Nonostante ciò, Nancy Pelosi potrebbe comunque arrivare a Taiwan nella serata del 2 agosto per poi prendere parte a diversi incontri con le autorità taiwanesi. Ciò comporterebbe che la visita, contrariamente a quanto previsto in precedenza, avvenga in concomitanza con le citate esercitazioni militari, ma almeno dopo la fine delle celebrazioni per l’anniversario della fondazione dell’Esercito Popolare di Liberazione (1° agosto). In linea con l’equilibrismo diplomatico dettato dall’ambiguità strategica, la visita potrebbe essere descritta come uno stop tecnico, dettato da esigenze logistiche, in linea con quanto sembra auspicassero i presidenti nel corso della loro telefonata, un esempio di dialogo che confermerebbe la condivisa volontà di mantenere intatto lo status quo. Sarebbe, però, difficile rendere questa versione “edulcorata” credibile qualora la speaker della Camera parlasse effettivamente allo Yuan legislativo di Taiwan oltre che con Tsai Ing-Wen. È probabile che le parti in causa stiano cercando formule alternative per “salvare la faccia”.

Anche in caso di tappa logistica, non mancherebbero le repliche cinesi, mediatiche, con le reazioni delle testate nazionalistiche come il Global Times, e militari, con un’intensificazione della già consueta pratica del sorvolo non autorizzato da parte di caccia cinesi della Zona di Identificazione Aerea stabilita da Taipei. Il rischio di una escalation volontaria vera e propria sembra ridotto: il Partito Comunista non ha interesse nell’aumentare le tensioni intra-stretto più del dovuto, considerando l’avvicinarsi del XX Congresso di fine anno e la volontà di evitare un confronto militare non adeguatamente pianificato, oltre che già di per sé rischiosissimo e complesso da sostenere considerata la situazione politico-economica interna alla Cina.

Una vera e propria crisi nello stretto di Formosa – potenzialmente la quarta dopo quelle del 1954, del 1958 e del 1995 – rimane una possibilità concreta.

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