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La tappa “Israelo-Palestinese” del viaggio di Biden in Medio Oriente: prime valutazioni

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Il 13 luglio scorso è iniziato il primo viaggio in Medio Oriente di Biden dall’inizio del suo mandato presidenziale. In cinque giorni il presidente americano ha visitato Israele, Territori palestinesi e Arabia Saudita – in quest’ultima incontrando anche i leader dei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, di Egitto, Giordania e Iraq. Negli ultimi mesi l’invasione dell’Ucraina da parte russa e le sue conseguenze deteriori – inflazione globale, crisi energetica e alimentare – hanno costretto l’amministrazione democratica a ripensare la propria agenda internazionale, accettando anche parziali giravolte. E tra le novità maggiori vi è proprio una svolta pragmatica nella politica americana in Medio Oriente, che ha convinto Biden a imbarcarsi in un tour di cinque giorni nella regione. Se, come si può evincere dalla pubblicazione di un op-ed firmato dallo stesso Biden sul Washington Post poche ore prima della partenza, l’Arabia Saudita avrebbe rappresentato la tappa più importante ma anche più ostica del suo viaggio, la missione israelo-palestinese che l’ha preceduta merita di essere analizzata, per punti, con una simile attenzione.

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Jerusalem Declaration: Usa e Israele rafforzano la partnership strategica bilaterale

Giunto in Israele, il presidente Biden si è trovato dinnanzi a una leadership israeliana a mezzo servizio. A causa dello scioglimento della Knesset e dell’indizione delle quinte elezioni legislative in tre anni previste per l’autunno prossimo, l’attuale governo di Yair Lapid guida il Paese ad interim sino al prossimo appuntamento elettorale, dopo aver ricevuto il testimone da Naftali Bennett. Non per questo le autorità israeliane si sono fatte trovare impreparate, soprattutto su temi che coinvolgono la sicurezza nazionale, su cui non è ammessa l’ordinaria amministrazione e nei quali vi è generalmente maggiore condivisione tra le varie anime dell’establishment politico-militare dello Stato ebraico. Nella prima giornata di lavoro, Biden e Lapid hanno firmato un comunicato congiunto con cui è stato inaugurato un nuovo Strategic High-Level Dialogue on Technology bilaterale. Quella della tecnologia in senso lato rappresenta una dimensione sempre più critica della competizione politico-strategica globale dell’epoca in corso. Nel nuovo formato, i due Paesi si impegnano a cooperare nel settore delle tecnologie critiche ed emergenti e in aree di mutuo interesse come: preparazione a potenziali future pandemie, climate change, intelligenza artificiale e non solo.Nondimeno, il documento programmatico più importante è stato firmato dai due leader nella seconda giornata di incontri. Si tratta della Jerusalem U.S.-Israel Strategic Partnership Joint Declaration, con la quale è stata nei fatti rinnovata la cooperazione strategica tra i due Paesi. Dei diversi temi in essa contenuta, va concentrata l’attenzione su due avanzamenti degni di nota: la postura nei confronti del nucleare iraniano e il dossier dell’integrazione regionale di Israele.

  • Iran: per la prima volta l’amministrazione Biden mette nero su bianco, perdipiù in un documento congiunto con l’alleato israeliano, l’impegno all’utilizzo di «tutti gli elementi della sua potenza nazionale» al fine di evitare la nuclearizzazione della Repubblica islamica dell’Iran. Una formulazione alquanto vaga, che sembra tuttavia suggerire la volontà americana di non escludere l’opzione militare come ultima risorsa per disinnescare le velleità nucleari di Teheran. Un primo riferimento a tale impegno, ancorché mai messo per iscritto, era stato fatto dal presidente americano a Bennet, in occasione della visita dell’allora primo ministro israeliano alla Casa Bianca nell’agosto scorso. Il plan B militare è da tempo allo studio dello Stato ebraico, con il Ministero della Difesa guidato da Gantz e le Israel Defens Forces che negli ultimi mesi hanno accelerato la pianificazione e le esercitazioni sul campo per una possibile operazione contro i siti nucleari iraniani – al di là dell’opportunità politico-diplomatica di una tale eventualità, è al momento difficile valutarne la sua fattibilità tecnico-operativa. In un’intervista registrata prima della sua partenza per il canale israeliano Keshet 12, Biden ha altresì rivendicato la decisione di mantenere le IRGC iraniane nella lista delle organizzazioni terroristiche – altra misura sostenuta fortemente da Israele– affermando di volerla confermare anche a costo di far saltare il tavolo negoziale. Se messe a sistema, le due evoluzioni sembrano suggerire un irrigidimento della postura americana, così come richiesto dal partner israeliano. Da capire tuttavia se da parte americana si tratti piuttosto di una tattica atta a metter pressione all’Iran per spingerlo alla firma, nelle settimane ormai decisive per le sorti del JCPOA. Dal canto suo, il governo israeliano può rivendicare un successo, seppur parziale, del nuovo approccio diplomatico e comunicativo fatto proprio a partire dal giugno scorso dal governo Bennet. Una strategia cooperativa con Washington sul dossier del nucleare iraniano che evidenzia una discontinuità rispetto all’epoca Netanyahu, durante la quale ai funzionari israeliani era impedito ingaggiare le controparti americane sullo stato di avanzamento dei negoziati del JCPOA. Complessivamente va tuttavia ribadito che nelle linee generali la politica dell’attuale governo (Bennett) Lapid non si discosta rispetto ai governi a guida Netanyahu: entrambi contrari al JCPOA.
  • Integrazione regionale di Israele: gli Stati Uniti hanno ribadito il proprio supporto agli Accordi di Abramo, nella loro dimensione di cooperazione bilaterale tra Israele e i singoli Paesi arabi firmatari, e al Forum del Negev, nella sua veste multilaterale allargato anche all’Egitto. Nella dichiarazione congiunta si afferma la volontà di continuare a investire nel «nuovo framework regionale che sta cambiando il volto del Medio Oriente», con un ruolo attivo giocato dagli Stati Uniti al fine di «espandere il cerchio della pace». Parafrasando, è nelle intenzioni dell’attuale amministrazione americana continuare a investire nella normalizzazione diplomatica tra Israele e il mondo arabo, portando dentro nuovi Paesi come l’Arabia Saudita. Più in generale, il concetto di “integrazione regionale” può essere considerato un fil rouge dell’intero viaggio di Biden in Medio Oriente, declinabile in molteplici accezioni e dimensioni. Dall’integrazione politico-securitaria a quella economico-infrastrutturale-energetica, in questa fase l’integrazione regionale sembra essere un vettore chiave della politica mediorientale degli Stati Uniti, sfruttato per appaltare ai propri alleati e partner regionali la costruzione di una nuova architettura regionale favorevole a Washington, così da poter continuare l’opera di disimpegno dalla regione. Una politica, questa, che segna una chiara continuità rispetto alla precedente amministrazione Trump.

Il sostegno all’integrazione regionale viene citato diverse volte anche nel già richiamato op-ed a firma Biden sul Washington Post così come nel discorso pronunciato dal presidente americano nella riunione del CCG+3 di Gedda. In quest’ultima occasione Biden ha altresì tracciato una connessione tra il sostegno americano all’integrazione regionale e la necessità di evitare che i vuoti regionali possano essere riempiti da potenze ostili: Repubblica popolare cinese, Federazione russa, Repubblica islamica dell’Iran sono gli attori da lui menzionati. È tuttavia difficile credere che Paesi come Arabia Saudita o Emirati Arabi Uniti vengano convinti da Washington a interrompere la crescente cooperazione con attori come la Cina, avendo ricalibrato nell’ultimo decennio le proprie politiche estere e di difesa sulla base della rinnovata competizione tra grandi potenze. Nel merito, è possibile immaginare piuttosto una “integrazione settoriale” su singoli dossier. È il caso ad esempio del progetto di Middle East Air Defense Alliance (MEADA), menzionato dal ministro della Difesa Gantz in audizione presso la commissione politica estera e difesa della Knesset nel giugno scorso, dopo indiscrezioni filtrate da funzionari americani. Si tratta del progetto in costruzione di un sistema di early warning e difesa integrato tra Israele e alcuni Paesi arabi (non è ancora chiaro se anche con la partecipazione dell’Arabia Saudita) contro minacce provenienti da droni e missili (nei fatti in chiave anti-iraniana). A dispetto delle attese, né nella tappa israeliana né in quella saudita, Biden ha formalizzato la nascita di questo nuovo format di cooperazione. In merito alla tappa saudita, l’unico documento che ne fa menzione è il fact sheet americano che accompagna il comunicato congiunto, in cui si ribadisce l’impegno a un’integrazione tra partner americani nel settore della difesa aerea. Ciononostante, è chiaro che in queste settimane le negoziazioni sul tema siano in atto e che, seppure coperta da riservatezza, una cooperazione in tale settore sia già in vigore – almeno dal settembre 2021 secondo recenti indiscrezioni. A conferma di ciò va riportata la notizia di un incontro avvenuto a inizio marzo a Sharm El Sheikh con il coordinamento dello US Central Command, alla presenza di alti ufficiali da Israele, Egitto, Giordania, Arabia Saudita, Qata, EAU e Bahrain. Evoluzione resa possibile dalla decisione presa lo scorso anno dalla Difesa americana di spostare Israele nell’area di responsabilità di CENTCOM. Da inizio giugno diversi media israeliani hanno riportato la notizia dell’avvenuta installazione di sistemi radar israeliani nel Golfo. Notizia seguita dal progetto di legge bipartisan presentato al Congresso americano per impegnare il Pentagono a investire sull’integrazione militare tra Israele e partner arabi.

La road map per la normalizzazione israelo-saudita 

Con il viaggio di Biden in Medio Oriente sono state ufficializzate alcune novità in via di negoziazione, prima segreta e poi pubblica, anch’esse parte del trend di integrazione regionale sopra descritto. È il caso del lento percorso di normalizzazione tra Israele e l’Arabia Saudita, la cui cooperazione covert è invece una realtà ormai consolidata da tempo. Come sostenuto in diverse occasioni dai funzionari americani, il percorso di normalizzazione tra i due Paesi e l’eventuale ingresso di Riad negli Accordi di Abramo rappresenta un processo ben più complesso di quello che ha portato Bahrain, EAU e Marocco a entrare negli accordi. È pertanto opportuno parlare di una road map per la normalizzazione, già in atto, che richiederà step progressivi e un periodo di maturazione piuttosto lungo. A conferma di ciò vanno riportare le parole di Faisal bin Farhan, ministro degli Esteri saudita, che ha ribadito la necessità di giungere a una soluzione a due Stati tra israeliani e palestinesi come presupposto per una piena normalizzazione tra sauditi e israeliani. Al netto dei motivi, internazionali e di politica interna, che rallentano l’adesione dell’Arabia Saudita al format di Abramo, i primi risultati concreti di un avvicinamento pubblico israelo-saudita sono stati annunciati proprio con la visita di Biden in Medio Oriente. Grazie alla mediazione americana, due sono i risultati concreti raggiunti.

  • L’autorità per l’aviazione civile saudita ha rimosso il ban che impediva alle compagnie aeree israeliane di attraversare lo spazio aereo saudita. Simbolicamente è proprio l’Air Force One con a bordo il presidente Biden a sancire la nuova realtà, volando per la prima volta nella storia direttamente da Israele all’Arabia Saudita. Grazie a tale misura, le compagnie israeliane dirette a oriente potranno abbattere costi e tempi di percorrenza. Non è stato ancora deciso ma è in corso di negoziazione la possibilità di stabilire collegamenti diretti tra Tel Aviv e gli aeroporti sauditi, limitatamente ai musulmani israeliani diretti in territorio saudita per motivi di pellegrinaggio. È probabile ritenere che questa misura possa essere accordata prima del Hajj del prossimo anno.
  • Accordo sulle isole del Mar Rosso: le autorità israeliane hanno dato il via libera definitivo al passaggio di sovranità di Tiran e Sanafir, due isole del Mar Rosso poste all’imbocco del Golfo di Aqaba, dall’Egitto all’Arabia Saudita. Conseguenza di ciò sarà il ritiro delle forze di peackeeping della Multinational Force and Observers (MFO), presenti nelle isole dalla firma degli Accordi di Camp David del 1978 tra Israele ed Egitto.

Verso un ordine trans-regionale? Il primo meeting I2U2

Sempre nel solco dell’idea di integrazione regionale, questa volta allargata, nel corso della sua permanenza a Gerusalemme Biden ha partecipato al primo meeting del forum I2U2: Israele, India, Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti. In verità si tratta del secondo incontro virtuale di questo formato quadrilaterale, ma il primo al livello di capi di Stato e di governo – il primo in assoluto si è tenuto a livello di ministri degli esteri l’anno scorso. A differenza dei formati precedentemente citati in questo format non si lavora ancora a una reale cooperazione in materia di difesa ma piuttosto a un’integrazione di matrice economico-infrastrutturale. Nell’idea americana, il Medio Oriente sta incrementando la sua veste di snodo della connettività tra due teatri come quello indo-pacifico ed euro-mediterraneo. In questi termini, la costruzione di un corridoio indo-abramitico faciliterebbe l’integrazione tra il Medio Oriente (o Asia occidentale se vista prendendo come baricentro l’indo-pacifico) e la regione indo-pacifica, suggerendo alla possibilità di veder emergere nel lungo periodo un vero e proprio ordine trans-regionale. Concretamente, come annunciato nel comunicato congiunto, nell’incontro sono state decise delle misure volte ad approfondire la cooperazione dei quattro Paesi coinvolti su diversi settori. In particolare, va menzionato il lancio di una cooperazione in materia alimentare (creazione di parchi alimentari in India con investimenti e tecnologia proveniente da Israele, EAU e Stati Uniti) e un progetto di accumulo di energia rinnovabile sempre in territorio indiano. Da non sottovalutare, infine, la possibilità che in futuro questo formato possa essere allargato all’ingresso di nuovi membri, come l’Indonesia. Il Paese con la più ampia popolazione musulmana al mondo già intrattiene relazioni (commerciali) discrete con lo Stato ebraico, pur non avendo relazioni diplomatiche ufficiali. Inoltre di recente Giacarta ha firmato un Free-Trade Agreement (FTA) con gli EAU, dopo che Abu Dhabi ha raggiunto accordi simili rispettivamente con India e Israele – tasselli diversi che potrebbero nel medio periodo entrare a far parte di uno stesso mosaico.

La tappa palestinese

L’ultimo giorno di permanenza in terra santa Biden lo ha dedicato alla parte palestinese. Questa rappresenta probabilmente la nota più dolente, sebbene abbastanza attesa, della tappa “israelo-palestinese”. A conferma delle già basse aspettative, il presidente americano non ha annunciato rilevanti iniziative politiche volte a rilanciare i negoziati di pace israelo-palestinesi (quell’«orizzonte politico» richiesto da Abu Mazen da diversi mesi) né la relazione bilaterale palestinese-americana, dopo il brusco arretramento degli anni dell’amministrazione Trump. Alcune misure annunciate in campagna elettorale da Biden non hanno ancora visto la luce. Si pensi alla riapertura del consolato americano di Gerusalemme dedicato agli affari palestinesi, così come alla riapertura degli uffici dell’OLP a Washington (unica misura fino ad ora decisa è stata quella di togliere l’ufficio “palestinese” dalla supervisione dell’ambasciatore americano a Gerusalemme, rimandandolo alle dirette dipendente degli uffici del Dipartimento di Stato a Washington). Nel suo incontro di Betlemme con il presidente palestinese Abu Mazen, Biden si è limitato a richiamare il sostegno americano per la soluzione a due Stati, senza portare sul tavolo misure concrete. Se sul piano politico non si registrano novità degne di nota, Biden ha portato in dote nuovi finanziamenti, aiuti economici e misure volte a migliorare la quotidianità della popolazione palestinese. Prima di trasferirsi a Betlemme il presidente democratico ha fatto visita all’ospedale palestinese Augusta Victoria a Gerusalemme Est, dove ha annunciato un pacchetto di aiuti del valore di 100 milioni di dollari per l’intero East Jerusalem Hospital Network – soggetto ad approvazione del Congresso. Infine, tra le altre misure annunciate ci sono: un investimento per la costruzione di un’infrastruttura digitale 3G 4G da implementare nei territori palestinesi; facilitazione degli accessi frontalieri per i palestinesi; un nuovo finanziamento di 201 milioni di dollari a UNRWA.

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