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RubricheFaro AtlanticoTakuba: il segnale definitivo del riorientamento strategico italiano?

Takuba: il segnale definitivo del riorientamento strategico italiano?

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Nonostante gli svariati impegni nazionali e internazionali delle nostre Forze Armate, l’Italia si è impegnata a inviare in Mali alcuni degli assetti militari più pregiati a sua disposizione. I nostri militari dovranno operare in un ambiente marcatamente ostile, supportando le forze locali e fornendo assetti sanitari agli alleati europei.

Cos’è Takuba

Annunciata dal presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron nel 2019 e confermata in occasione del vertice G5 Sahel di Pau nel gennaio del 2020, la Task Force Takuba ha preso ufficialmente il via nel marzo dello scorso anno, quando undici paesi europei – Germania, Belgio, Svezia, Norvegia, Danimarca, Estonia, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca e Francia – insieme a Mali e Niger,  hanno firmato la dichiarazione che sanciva la nascita del raggruppamento europeo di forze speciali. Takuba, che in lingua tuareg significa “spada”, opera sotto il comando francese dell’operazione Barkhane che ha il mandato di fornire assistenza e supporto alle forze armate del Mali, in stretto coordinamento con i paesi del G5 Sahel e con la missione EUTM Mali e MINUSMA, rispettivamente condotte dall’Unione Europea e dalle Nazioni Unite. 

Scopo principale dell’iniziativa francese è quello di coinvolgere i partner europei nel massiccio sforzo militare che Parigi conduce nel Sahel dal lontano 2013, quando il presidente François Hollande, per far fronte all’insorgenza jihadista in Mali, lanciò l’operazione Serval, poi divenuta Barkhane. Oggi Parigi schiera nel Sahel più di 5.100 unità, che operano quotidianamente dando man forte alle forze armate maliane e della coalizione del G5 Sahel. Eppure, lo sforzo di Parigi, da solo, non è affatto sufficiente per garantire il controllo di un territorio molto ampio, nemmeno con un numero così rilevante di uomini. La Task Force Takuba è dunque lo strumento ideato da Macron per coinvolgere l’Europa nel Sahel, dove le forze francesi stentano a mantenere la stabilità del territorio. Tuttavia, nonostante si fossero inizialmente dichiarati favorevoli all’iniziativa francese, non tutti gli undici paesi firmatari della dichiarazione di adesione hanno inviato unità operative sul terreno, mentre uno di essi, la Germania, ha rifiutato ben due volte la richiesta francese.

Il primo stato a fornire un contributo concreto alla Task Force è stata l’Estonia, già da tempo impegnata in Mali a favore della Francia nell’ambito dell’operazione Barkhane. La partecipazione del paese baltico non stupisce: Tallin è massicciamente impegnata in varie operazioni militari all’estero dal 1995, anno in cui è intervenuta in Croazia nell’ambito della missione UNPROFOR. L’Estonia dispiega unità militari, oltre che in Mali, in Iraq, in Libano, in Afghanistan e nel mar Mediterraneo. Il contributo di Tallin allo sforzo francese consta di 95 unità, la metà dei quali appartengono a reparti di forze speciali. Insieme ai francesi, gli estoni formano uno dei due task Group attualmente attivi, il TG-1, attivo dal 15 luglio 2020, giorno in cui il ministro della Difesa francese Florence Parly ha annunciato la Initial Operational Capability (IOC) dell’unità. Tra primi paesi a prendere parte a Takuba figura anche la Repubblica Ceca: il contributo di Praga alla Task Force è pari a circa 60 uomini. Insieme alle forze francesi, quelle di Praga formano il secondo Task Group attualmente attivo in Mali, il TG-2. 

Al contributo ceco ed estone si aggiunge poi quello svedese. Lo scorso febbraio, Stoccolma ha inviato 150 operatori delle forze speciali, in aggiunta a tre elicotteri UH-60 e ad un aereo da trasporto C-130J. Le forze svedesi, oltre che provvedere all’addestramento e all’assistenza delle forze armate maliane, svolgono la funzione di Quick Reaction Force in favore delle unità della Task Force impiegate in operazione con le forze locali. Agli assetti messi a disposizione da questi paesi occorre aggiungere alcune unità di staff inviate da Portogallo, Belgio e Olanda. Nei prossimi mesi, secondo quanto riferito dal ministro Parly, Parigi attende l’arrivo di assetti di forze speciali da parte di Grecia, Ungheria, Ucraina e Danimarca. Ad oggi, solo la Danimarca ha confermato la sua partecipazione, specificando che il contingente danese, che sarà composto da circa 100 uomini, dovrebbe giungere in Mali a inizio 2022. 

Come combatte Takuba

Il 2 aprile 2021 Florence Parly ha dichiarato la piena operatività (FOC) del raggruppamento di forze speciali europee. Fino ad oggi, secondo il ministro, la Task Force Takuba ha affrontato diversi scontri a fuoco. Si parla di circa una ventina di combattimenti, alcuni dei quali avvenuti a seguito di attacchi condotti tramite l’impiego di IED (Improvised Explosive Device) come quello avvenuto il 22 aprile a danno delle forze speciali svedesi, a pochi chilometri della base di Menaka, dove risiede il quartier generale della Task Force, anch’esso più volte vittima di attacchi da parte delle forze tuareg. Le forze speciali della Task Force sono quotidianamente impegnate in attività di addestramento e assistenza delle forze locali. L’addestramento si sostanzia nella condotta di poligoni e di esercitazioni sull’impiego degli strumenti di primo soccorso, sull’impiego dei principali veicoli militari e sulle principali tecniche di movimento sul terreno. Le truppe della Task Force, tuttavia, non si limitano alla fornitura di assistenza e di addestramento. La missione della Task Force creata dai francesi, infatti, è quella di “consigliare, assistere ed accompagnare in combattimento le forze armate maliane”. Proprio quest’ultimo compito rappresenta l’attività più rischiosa per le forze speciali di Takuba. 

Gli operatori della Task Force, ma più in generale di tutto il contingente francese di Barkhane, devono far fronte a svariate difficoltà: la principale ha a che fare con la mobilità. Il terreno, infatti, risulta molto angusto perché povero di strade battute e spesso impercorribile a causa della pioggia. Le forze francesi, poi, ancorché numerose, devono coprire una vasta area, intervenendo spesso in un breve lasso di tempo – basti pensare all’urgenza di soccorrere ed evacuare un ferito grave, o alla necessità di fornire alle truppe a terra un supporto di fuoco dall’alto – motivo per il quale tra gli assetti più importanti per i fanti francesi figurano certamente gli elicotteri. Proprio la componente elicotteristica, infatti, rappresenta uno degli aspetti più delicati dell’operazione. L’urgenza di disporre di un maggior numero di elicotteri è una questione di primaria importanza, tanto che il comandante dell’operazione Barkhane, il Generale Conryut, ne ha parlato con toni molto gravi davanti all’Assemblea Nazionale Francese. In un discorso tenuto di fronte ai parlamentari francesi il 25 novembre, il Generale ha affermato che “il comandante del raggruppamento di elicotteri deve risolvere ogni giorno una sorta di tetris per riuscire ad assicurare alle forze il sostegno alle loro operazioni”. Oggi Parigi dispone solamente di sedici elicotteri dell’Aviation Légère de l’Armée de Terre (ALAT), tre CH47D del Regno Unito e tre UH-60 svedesi. Il dato appare ancora più grave se si tiene conto dei numerosi interventi manutentivi di cui necessitano queste macchine. Oltre alla temperatura estremamente elevata, che può sfiorare i 50 gradi centigradi, gli elicotteri devono fare i conti con le insidie poste dall’ambiente assai ostico in cui operano. In particolare, è la polvere del deserto del Sahel, comunemente chiamata fech-fech, a rappresentare la sfida logistica principale per gli operatori francesi ed europei. Questa sottilissima polvere, ricca di silicio, logora velocemente tutte le parti rotanti dei velivoli (giunti, turbine) e ne corrode le pale, rendendo l’impatto manutentivo degli aeromobili molto più gravoso di quello che è stato registrato in molte operazioni condotte dalla Francia negli ultimi anni, prima tra le quali quella in Afghanistan. A questo occorre aggiungere, infine, i danni generati dagli errori dei piloti durante la condotta di manovre molto complesse in condizioni di scarsa visibilità – il sollevamento di grossi nubi di polvere fa perdere i riferimenti sul terreno a chi manovra la macchina, come riferito da uno dei piloti dell’ALAT.

Si capisce dunque perché la richiesta di Parigi nei confronti dei propri partner e alleati riguardi principalmente assetti elicotteristici e sanitari, oltre che forze speciali, essendo quest’ultime le unità più adatte alla condotta di attività di addestramento, assistenza e accompagnamento in combattimento delle forze locali. 

La partecipazione italiana

Inizialmente, l’Italia non figurava tra gli 11 paesi firmatari della dichiarazione di sostegno all’iniziativa francese. In occasione del vertice bilaterale con la Francia tenutosi a Napoli il 27 febbraio 2020, tuttavia, a seguito di una richiesta esplicita da parte di Macron, l’Italia ha annunciato la sua partecipazione all’operazione. A giudicare da quanto affermato dal Foglio e confermato da fonti francesi – il Ministero delle Forze Armate Francesi scriveva il 2 aprile 2021 che “il dispiegamento delle forze italiane è già cominciato” – le prime unità di soldati italiane sono arrivate in Mali già a metà marzo, anche se nessuna fonte ufficiale della Difesa, ad oggi, ha confermato la partenza dei nostri uomini. Nel decreto di autorizzazione e proroga delle missioni internazionali 2020, infatti, venivano forniti alcuni dettagli in merito all’intervento italiano, per la quale il governo decideva di stanziare circa 15 milioni di euro per l’anno 2020. Il contributo italiano, veniva scritto nella delibera, sarebbe stato quello più ingente tra tutti gli stati aderenti all’iniziative, visto che Roma autorizzava l’invio di 200 unità, 20 mezzi terrestri e 8 mezzi aerei. Compiti delle forze italiane sarebbero stati “la fornitura di attività di consulenza, addestramento e mentorship a supporto delle forze locali”, oltre che la messa a disposizione di “enabler per la condotta di operazioni di contrasto al terrorismo, “in particolare”, veniva scritto nel documento, “mezzi elicotteristici e personale per l’evacuazione medica”. Gli italiani si occuperanno di addestrare le forze locali e di condurre missioni MEDEVAC (Medical Evacuation). Le forze che Roma ha inviato e invierà in Mali proverranno prevalentemente dai reparti speciali dell’Esercito (9° col Moschin, 4° reggimento alpini paracadutisti, 185° reggimento RAO), della Marina Militare (GOI), dell’Aeronautica (17° stormo incursori) e, forse, anche dei carabinieri (i paracadutisti del Tuscania), insieme a 4 elicotteri da esplorazione e scorta AH-129D e 4 elicotteri da trasporto medio (NH-90 e CH-47F). 

L’Italia invia dunque in Mali alcuni dei suoi assetti più pregiati, visto che gran parte del personale impiegato proverrà dai reparti delle forze speciali delle nostre forze armate, uomini addestratissimi e rigidamente selezionati, ma la cui disponibilità in termini numerici risulta molto limitata, visti gli organici attuali. Gli 8 aeromobili che l’Italia metterà a disposizione delle forze francesi, tra l’altro, rappresenteranno un vero e proprio gioiello nelle mani di Parigi, un aumento pari a quasi la metà della flotta di elicotteri su cui può contare Barkhane. Il contributo italiano, vale la pena sottolinearlo, è certamente il più sostanzioso tra quelli offerti da tutti i partner europei 

A giudicare dall’elevato livello della minaccia – Parigi ha subito 55 morti dal 2013, anno in cui ha avuto inizio l’operazione Serval, mentre la Task Force Takuba, in circa un anno di operazioni, ha subito almeno venti scontri a fuoco – i militari italiani inviati in Mali potrebbero trovarsi coinvolti in violenti combattimenti con le forze jihadiste. Da quando l’operazione Resolute Support ha preso il posto di ISAF, conclusasi al termine del 2013, le Forze Armate Italiane non hanno più preso ufficialmente parte ad operazioni di combattimento, limitandosi principalmente a missioni di addestramento delle forze locali, di mantenimento della sicurezza e di sostegno alla popolazione e alle istituzioni locali. L’impiego dei nostri nella condotta di operazioni ad alto rischio potrebbe segnare un notevole cambio di passo per le nostre forze, che da anni si dedicano a tutt’altro tipo di operazioni. 

Il segnale che l’Italia vuole inviare risulta ancora più forte se si tiene conto della grande vastità di impegni che le nostre forze armate, in particolare l’Esercito, conducono all’estero. Oggi l’Esercito Italiano è impiegato con circa 3.000 uomini in diverse operazioni militari, mentre altri 7.000 circa sono impiegati in Italia nell’ambito dell’operazione Strade Sicure. Tuttavia, il numero degli effettivi impegnati a causa di queste operazioni andrebbe triplicato: per una corretta stima del numero degli uomini indisponibili a causa delle operazioni, occorre tenere conto del periodo di preparazione che precede l’inizio del dispiegamento e il periodo di riposo e ricondizionamento successivo allo stesso. L’operazione Strade Sicure, ad esempio, come ben evidenziato dall’allora Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Gen. C.A. Salvatore Farina in occasione della “Indagine conoscitiva sulle condizioni del personale militare impiegato nell’operazione” presentata alla Commissione Difesa della Camera nel luglio del 2020, renderebbe indisponibili circa 22.000 uomini, invece che 7.000. Se si tiene conto che gli effettivi dell’Esercito sono pari a circa 90.000 militari, che l’età media degli uomini è di 38 anni e che una parte sostanziosa del personale ricopre impieghi di staff nei grandi comandi o di istruzione nelle scuole, il numero di militari effettivamente “disponibile” risulta ridotto rispetto alle esigenze. Se da una parte è vero che l’Italia potrà disporre di forze fresche a seguito della conclusione dell’impegno italiano in Afghanistan, è altresì vero che Roma ha proposto la sua candidatura alla guida della nuova missione in Iraq, un impegno gravoso che richiederà nuove risorse e nuovi uomini. A questo occorre aggiungere che l’impegno dell’operazione Strade Sicure è stato confermato con gli stessi numeri fino a tutto il 2021. 

La partecipazione dei nostri militari alla Task Force Takuba rappresenta una scelta di estrema importanza per la politica estera italiana. A corto di uomini e di risorse, Roma decide di schierare in Africa, sotto comando francese e in un teatro ad alto rischio, alcune delle sue risorse più pregiate, inviando un segnale molto forte a Parigi e ai suoi partner europei. La scelta di Roma deve essere letta come una tappa fondamentale del processo di riorientamento strategico di cui si era parlato già nel Libro Bianco del 2015, un documento molto ben concepito, ma mai implementato, almeno fino ad ora.  La rimodulazione attualmente in atto della nostra presenza militare in Africa, specialmente nel Sahel, si inserisce infatti a pieno titolo in quello che sembra essere sempre di più il nuovo focus di Roma verso la regione del Mediterraneo Allargato, l’area dove si giocano le partite geopolitiche più importanti per il nostro paese. L’auspicio è che la svolta strategica attualmente in corso possa essere perseguita con stabilità, rimanendo al riparo da eventuali tentennamenti e distrazioni della politica nostrana.

Matteo Mazziotti di Celso,
Geopolitica.info

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