Taiwan: un anno di governo di Tsai Ing-wen. La presidente tra l’ostracismo cinese e i problemi interni

Ad un anno dalla storica elezione nella quale Tsai Ing-wen (蔡英文) si aggiudicò, con una nettissima maggioranza, la presidenza di Taiwan, la luna di miele tra la leader del Democratic Progressive Party (DPP) e la popolazione taiwanese sembra essersi appannata. L’approvazione nei confronti della presidente è in calo da alcuni mesi e le proteste contro il governo sono frequenti, perlopiù legate al tema della riforma pensionistica e della tutela ambientale per le contee abitate dalla popolazione aborigena.

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I rapporti con Pechino sono congelati per volontà cinese a motivo della mancata accettazione del cosiddetto “Consenso del 1992” da parte della presidente e del governo del DPP. Insieme a questa interruzione di comunicazioni con l’esecutivo di Tsai Ing-wen la Cina ha avviato una politica di ostracismo a livello internazionale, culminata con il mancato invito di Taiwan all’Assemblea Mondiale della Sanità, in corso da lunedì 22 maggio a Ginevra. Una situazione, questa, che sta suscitando molte polemiche a livello internazionale per la stridente contraddizione con la natura apolitica della stessa AMS le cui esclusive finalità statutarie sono la tutela e la promozione della salute del genere umano senza alcun tipo di restrizione politica, razziale o religiosa. Vi è poi il fatto sconcertante di un paese che impone i suoi interessi politici di parte ad una istituzione internazionale imponendo la esclusione della delegazione taiwanese che partecipava, con lo status di osservatore, alla riunione annuale della Assemblea Mondiale della Sanità da ormai 8 anni. Sul piano economico bilaterale, c’è da registrare il calo del flusso di turisti cinesi a Taiwan, anche se questa flessione è estesa ad altri paesi dell’area, mentre le aziende taiwanesi continuano ad operare in Cina senza aver subito alcun tipo di restrizione a seguito del raffreddamento politico. Ma i timori degli imprenditori taiwanesi, legati ad una eventuale ulteriore peggioramento delle relazioni tra Taipei e Pechino, sono crescenti anche perché i vertiginosi tassi di crescita degli scorsi decenni, sia in Cina sia a Taiwan, non sembrano ripetibili.La presidente Tsai ha recentemente annunciato un ambizioso piano di sviluppo per rilanciare l’economia e fronteggiare il calo della domanda cinese di tecnologia legato al rallentamento del Continente. Le esportazioni di Taipei ammontano a più di due terzi della produzione del paese, dei quali il cinquanta per cento verso la Cina e Hong Kong. Più della metà delle esportazioni sono legate alla componentistica digitale, settore nel quale Taiwan sta scontando la concorrenza con altri paesi dell’area, Vietnam in testa.

Il governo – come Tsai ha ribadito la scorsa settimana intervenendo all’annuale dinner con 800 esponenti della attivissima Camera di Commercio Europea a Taipei – vuole ridurre la dipendenza del paese dalla produzione elettronica e sta investendo prioritariamente in settori quali la difesa, la robotica e le biotecnologie. Si tratta di aree che necessitano di massicci investimenti nella ricerca e che daranno importanti risultati nel medio e lungo termine. Fino ad oggi i maggiori successi sono arrivati dalla produzione mentre gli obiettivi più legati all’innovazione non hanno ancora dato i frutti sperati. Vi saranno poi interventi mirati alle criticità interne come i salari bassi, in particolare se confrontati con il mercato immobiliare di Taipei e delle principali città taiwanesi che registra tassi di crescita esponenziali, e l’occupazione giovanile che riflette i tassi di natalità tra i più bassi al mondo.

La stabilità dell’esecutivo di Tsai Ing-wen non è ovviamente a rischio per l’immediato futuro, infatti lo scetticismo nei confronti del DPP non ha finora portato vantaggi in termini di popolarità ai nazionalisti del Koumintang (KMT).Il più antico partito cinese – al governo di Taiwan dal 1949 al 2000 e, poi, dal 2008 al 2016 – è in profonda crisi dopo la sconfitta elettorale dello scorso anno e, sino ad ora, non si è mostrato capace di interpretare le sfide del futuro. È evidente la sua difficoltà a trasformarsi in un partito moderno, abbandonando le eredità dello scorso secolo nel quale, comunque, ha promosso e guidato con successo la piena democratizzazione del Paese. Il KMT, secondo i sondaggi, è percepito dalla maggioranza dei taiwanesi come il partito più adeguato per risollevare le sorti dell’economia, oltre che come la parte politica capace di riaprire il dialogo con Pechino. Una dinamica che potrebbe essere decisiva in caso di un peggioramento della situazione economica. Ma le fasce sociali che hanno sostenuto il DPP alle elezioni del 2016, in particolare i giovani, pur avendo mostrato segnali di delusione rispetto alle mancate o parziali realizzazioni di alcune promesse elettorali, non sembrano disposte a scegliere un partito come il KMT per la sua disponibilità pro-Cina. La principale sfida di Wu Den-yih (吳敦義), già Vice Presidente della Repubblica dal 2012 al 2016, eletto presidente del KMT qualche giorno fa con la stragrande maggioranza dei voti degli iscritti, è proprio questa: riconquistare l’elettorato giovanile che, negli ultimi anni, ha dimostrato un basso gradimento nei confronti dei nazionalisti preferendo il DPP.

 

Taiwan, nonostante queste difficoltà, ha la forza di una vivace democrazia liberale e di una economia dinamica che rappresenta, tra l’altro, un nodo cruciale per la fornitura globale di tecnologia: aziende come la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company e la Foxconn sono tuttora le più grandi aziende mondiali rispettivamente nel settore dei semiconduttori e dei componenti elettronici. Il paese è una parte fondamentale della catena di fornitura mondiale di tecnologia e il PIL pro capite, a parità di potere d’acquisto del 2016, è tre volte quello della Cina comunista. L’isola rappresenta anche un esempio per tutta la regione: le sue istituzioni democratiche hanno dimostrato la capacità di garantire un dibattito interno pienamente libero e pluralistico, e una piena rappresentatività per tutti i cittadini. Taiwan, infatti, risulta da anni al primo posto tra tutti i paesi asiatici sia nella classifica dedicata al rispetto dei diritti umani di Freedom House, sia in quella dedicata al grado di libertà accordato ai giornalisti realizzata da Reporter Senza Frontiere. Al di là di queste classifiche, la democrazia taiwanese ha raggiunto un livello di maturità unico nel continente asiatico e il governo cercherà di utilizzare l’evoluzione della società aperta di Taipei proprio per sviluppare un nuovo dialogo con le nazioni della regione.

Tsai Ing-wen vuole soprattutto diminuire la dipendenza economica dalla Cina e cercare una proiezione verso il Sud Est asiatico, sia per la delocalizzazione delle aziende sia per le esportazioni. La sua New Southbound Policy è un ambizioso piano mirato alla costruzione di una fitta rete di interconnessioni in tutti i campi civili e sociali con i paesi dell’Asia e del Pacifico che, rispetto agli analoghi piani dei suoi predecessori Lee Teng-hui e Chen Shui-bian, è incentrato sui rapporti culturali e personali prima che economici. Quindi valori democratici e rapporti people-to-people come vettori del soft power taiwanese, una grande sfida con cui Taipei vuole riposizionarsi nell’area.

La New Southbound Policy rappresenta dunque lo snodo cruciale del futuro dell’esecutivo di Tsai Ing-wen: un successo nella proiezione in Asia-Pacifico potrebbe garantire a Taiwan nuovo ruolo nel quadro geopolitico dell’area nella quale si giocheranno buona parte dei destini mondiali del XXI Secolo.