TAIWAN SPOTLIGHT: Libertà di espressione, l’esempio di Taiwan

Con questo articolo inauguriamo una rubrica settimanale dedicata a Taiwan. Si chiamerà Taiwan Spotlight e sarà ovviamente incentrata sulle vicende taiwanesi, senza dimenticare le relazioni e i rapporti con i paesi dell’Asia-Pacifico.Abbiamo deciso di dedicare una rubrica a Taiwan per molti motivi, anzitutto perché manca in Italia uno spazio di dibattito e discussione sul paese che – per storia, posizione geostrategica, rilievo economico – è uno degli snodi cruciali nella regione.Siamo infatti convinti che Taiwan costituisce un importante laboratorio sociale, politico, culturale e tecnologico per l’intero continente asiatico.Il futuro della ormai ventennale democrazia taiwanese rappresenta un punto di riferimento e un banco di prova per lo sviluppo dei processi di Rule of Law nell’area Asia-Pacifico. Taiwan è, inoltre, un osservatorio privilegiato e diretto sulla Cina, un punto di vista imprescindibile vista la progressiva deriva politica di Hong Kong. La rubrica sarà anche una piattaforma sul mondo cinese e la sua cultura.Intendiamo offrire al pubblico italiano un contributo per aiutare a comprendere Taiwan e la Strait Politics, i sentimenti e l’identità di una popolazione dinamica e democraticamente matura, i rapporti bilaterali sia tra Italia e Taiwan sia tra Unione Europea e Taiwan. Prediligeremo le analisi geopolitiche e di politica internazionale ma ospiteremo occasionalmente articoli su temi legati alla regione, improntati ad un approccio storico o sociologico.

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Nel 2017 è il primo paese asiatico nella classifica del rispetto dei diritti umani di Freedom House ed in quella della libertà di stampa di Reporter Senza Frontiere.

 

Nella classifica della World Press Freedom, che quantifica il grado di libertà accordato da ogni paese ai giornalisti, realizzata da Reporter Senza Frontiere (RSF), nel 2017 Taiwan è il primo paese asiatico, al quarantacinquesimo posto, seguita al sessantatreesimo posto dalla Corea del Sud. Anche nel report pubblicato lo scorso anno Taiwan risultò al primo posto tra i paesi asiatici, classificandosi al cinquantunesimo posto.

Reporter Senza Frontiere ha recentemente annunciato l’apertura a Taipei del suo primo ufficio in Asia. Durante la conferenza stampa il segretario generale, Christophe Deloire, ha dichiarato che la scelta di Taiwan è stata sostanzialmente dovuta all’impossibilità di aprire una filiale operativa ad Hong Kong. Le ragioni sono legate alle prevedibili “interferenze” della Repubblica popolare cinese nelle attività della ONG francese come, d’altra parte, avviene nei confronti di tutte le associazioni non governative che cercano di operare in Cina. Intervistato alla radio un responsabile di RSF ha dichiarato che Taiwan è l’unica possibile scelta in Asia per le loro esigenze di poter lavorare in piena libertà e sicurezza, non solo in riferimento alle restrizioni e ai controlli esercitati da Pechino ma anche per quanto riguarda la situazione della stampa in Giappone e Corea del Sud. Infatti, la pressione esercitata sui media giapponesi a seguito del disastro nucleare di Fukushima, secondo molti analisti, ha dimostrato la capacità delle fonti governative nipponiche di esercitare una censura preventiva. Una dinamica che ha stupito molti osservatori internazionali e che non è stata limitata ai mesi immediatamente successivi alla catastrofe ma è durata negli anni successivi. Per quanto riguarda la situazione coreana, con particolare riferimento all’influenza dei grandi gruppi industriali – i famosi Chaebol – nella vita pubblica, essa ha evidenziato delle anomalie nella trasparenza dell’informazione.

Anche nella lista pubblicata, giorni orsono, da Freedom House – l’organismo che stila la classifica dedicata al rispetto dei diritti umani nei vari paesi – Taiwan ha registrato un ottimo score con 91 punti su 100, precedendo non solo tutti gli altri paesi asiatici ma anche gli Stati Uniti e la Francia.

La libertà di stampa è, dunque, un punto centrale nella vita politica, sociale e culturale taiwanese. Durante il primo anno di governo della presidente Tsai Ing-Wen (蔡英文) sono state molteplici le iniziative lanciate per promuovere e sviluppare ulteriormente il modello democratico di Taiwan. Ad esempio, il 7 aprile, è stata celebrata a Taipei la prima giornata nazionale della libertà di espressione: una commemorazione, istituita nel 2016, per ricordare il sacrificio dell’attivista per la democrazia Cheng Nan-jung (鄭南榕)che si immolò, nel 1989, in una protesta finalizzata proprio all’ottenimento della piena libertà di espressione.  La stessa libertà che, invano, lo stesso anno, chiedevano inutilmente, e con tragico epilogo, sulla piazza Tien-An-Men di Pechino migliaia di giovani.

Un altro evento dedicato a questi temi è stato il Forum organizzato a Taipei, dal 16 al 18 aprile, dalla World League for Freedom and Democracy (WLFD), nel quale i relatori – esponenti politici, parlamentari, accademici provenienti da 50 paesi di tutti i continenti- hanno sottolineato l’importanza cruciale della libertà d’espressione a Taiwan, conquistata nel corso del complesso e delicato impegno di costruzione della democrazia nel paese. Bruce Knotts, in qualità di Chair dell’Executive Committee del DPI/NGO alle Nazioni Unite, ha espresso la sua preoccupazione per le perduranti derive autocratiche nella regione Asia-Pacifico, lodando il modello taiwanese realizzato preservando un clima di pacifico dialogo e confronto tra tutte le parti politiche. Il presidente della WLFD, Yao Eng-chi (饒穎奇), a sua volta, ha ricordato le tappe del processo democratico taiwanese, fondato sulla Rule of Law. La sua piena realizzazione, ha detto Yao, rappresenta anche un esempio significativo per le altre nazioni asiatiche, sia quelle che cercano di migliorare la qualità democratica della loro vita politica sia quelle ancora costrette a subire regimi repressivi, autoritari e monopartitici.

I riconoscimenti internazionali e le lusinghiere graduatorie sono un importante e meritato risultato per Taiwan ma resta la grave contraddizione di un paese di quasi 24 milioni di cittadini, tanto avanzato politicamente, civilmente ed economicamente, che deve ancora fronteggiare una assurda esclusione dai fori internazionali multilaterali.

Il mancato invito – fino ad oggi – all’Assemblea Mondiale della Sanità (WHA) che si terrà a fine maggio in Svizzera, dopo 8 anni (dal 2009) di consecutiva partecipazione, è l’ennesimo esempio del rinnovato ostracismo imposto dal governo cinese che, evidentemente, vede nel successo democratico di Taiwan l’evoluzione di una società etnicamente cinese che è riuscita a coniugare positivamente lo sviluppo economico con la piena affermazione dei diritti umani, civili, politici e sociali. La perdurante esclusione di Taiwan dai principali organismi di rappresentanza internazionale, in particolare quelli legati a temi universali e condivisi quali salute, clima (UNFCCC) e la sicurezza aerea (ICAO), alimenta una forte discrepanza tra le finalità di tali organismi e la realtà, insieme ad un senso profondo di iniquità per queste strumentalizzazioni che sono, al tempo stesso, anacronistiche e ingiuste.