Taiwan è veramente un ostacolo alla normalizzazione diplomatica tra la Santa Sede e Pechino? Non esattamente.

Immancabilmente, un assortimento di garruli “esperti di Cina” a vario titolo si premura di identificare il legame diplomatico tra la Sante Sede e la Repubblica di Cina (il nome ufficiale di Taiwan) come l’ostacolo principale alla normalizzazione dei rapporti tra la Repubblica Popolare Cinese (RPC) e la Santa Sede. In realtà, le relazioni tra Taipei e il Soglio Petrino sono un fattore importante, ma non determinante, nell’equazione Sino-Vaticana. Se da un lato è vero che le autorità di Pechino pongono il principio dell’“una e una sola Cina” – vale a dire il riconoscimento esclusivo della RPC come solo governo di tutta la Cina e lo speculare diniego diplomatico verso Taiwan – come precondizione per lo scambio di ambasciatori, dall’altro va sottolineato che il centro di gravità del problema è la politica religiosa del Partito comunista cinese.

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Le relazioni ufficiali tra il Palazzo Apostolico e Taiwan, che vengono spesso presentate come un ponderoso ostacolo al rapprochement tra la Cina e la Santa Sede sono, in effetti, una questione secondaria rispetto al nodo gordiano della volontà di controllo esclusivo sulla vita ecclesiale della Chiesa Cattolica in Cina da parte del governo di Pechino. Come ha scritto, con mirabile chiarezza di sintesi, l’analista Magda Hornemann: “In realtà, l’insistenza su Taiwan sembra essere più un’impuntatura di facciata che una questione di vera e propria sostanza.” Tale concetto è stato spiegato, ancor più chiaramente, nel 2005 dall’allora Ambasciatore di Taipei presso la Santa Sede, il Dr. Tou Chou-seng, che affermò: “la Cina usa Taiwan come pretesto, mentre il vero problema è quello della libertà religiosa (dei cattolici cinesi)”. Ciò è ancora più vero oggi. Certamente, l’incidenza di Taiwan nella complessa dialettica tra il Vaticano e la grande potenza asiatica non va sottostimata. La Santa Sede, tra i 20 soggetti di diritto internazionale che riconoscono la Repubblica di Cina, è quello di più alto profilo. Di conseguenza, il trasferimento della Nunziatura Apostolica in Cina da Taipei a Pechino sarebbe una grave colpo diplomatico per Taiwan.
Sarebbe però analiticamente distorsivo e iperbolico sostenere che, se le relazioni tra la Repubblica di Cina e la Santa Sede fossero portate a livello sub-diplomatico, allora l’esito nella partita tra l’isola democratica e il gigante autoritario diverrebbe scontato. Non è così. Non foss’altro perché – e va ricordato – Taiwan è relativamente isolata diplomaticamente, ma non internazionalmente. I 23 milioni di taiwanesi possono recarsi in 166 stati senza necessità di visto o con procedura di visto semplificata. Per contrasto, solo 21 paesi non pongono obbligo di visto a chi ha un passaporto della RPC. In più, grazie alla sua vitalità economica e forte vocazione commerciale, Taiwan è economia-membro dell’APEC dal 1991 e nel WTO dal 2002. Taiwan è anche membro della Asian Development Bank e di altri organismi economici multilaterali, ha solide relazioni economiche con l’Unione Europea – con cui l’interscambio commerciale è cresciuto di otto volte in 20 anni –  ed ha saputo tessere una estesa rete globale di accordi economici che includono anche la Cina continentale con la quale, nel 2010, ha siglato uno storico Economic Cooperation Framework Agreement (“Accordo Quadro di Cooperazione Economica”). Infine, Taipei ha supplito all’impossibilità di avere rappresentanze diplomatiche nei paesi che riconoscono Pechino aprendovi uffici di rappresentanza economici e culturali. In definitiva, Taiwan, non è affatto una realtà emarginata e marginale, ma soggetto attivo e ben inserito sia nel contesto regionale che in quello globale. Semplicemente, si trova a dover giocare seguendo regole speciali a causa della stretta marcatura a uomo da parte della Cina. Ironicamente, Taiwan gode di visibilità internazionale, oltre che per la sua economia e il valore geostrategico che ha negli equilibri dell’Asia-Pacifico, anche in forza dell’ostracismo cinese. Una volta chiarito questo punto fondamentale, e dissipate le suggestioni negative evocate da commentatori tendenziosi o poco informati, è possibile valutare con lucidità di analisi il triangolo relazionale che ha la Santa Sede, la Cina e Taiwan come suoi vertici. Un breve excursus storico può aiutare a inquadrare meglio la situazione. Una volta saliti al potere, i comunisti di Mao espulsero l’Inter-Nunzio, non lasciando altra scelta al Vaticano che quella di ricollocare a Taipei la Nunziatura Apostolica in Cina.

Dal 1972, in seguito dell’avvento della RPC sul seggio della Cina alle Nazione Unite, la Nunziatura è affidata a un chargé d’affaires ad interim invece che a un Nunzio, a significare il desiderio della Sede Apostolica di riparare le relazioni con la Cina continentale e riportarvi la sua ambasciata. Nell’ultima decade, porporati autorevoli hanno più volte indicato che il Vaticano è pronto a ripensare le relazioni con Taiwan in una cornice non-diplomatica. Lo stesso Papa Francesco, come recentemente sottolineato da Massimo Franco sul Corriere della Sera, ha usato parole di estrema apertura alla Cina. Inoltre, i precedenti storici dimostrano che, per Pechino, i rapporti diplomatici di uno Stato con Taipei non sono stati necessariamente un ostacolo insormontabile per intavolare un dialogo volto allo stabilimento di relazioni formali. Per esempio, sebbene gli Stati Uniti riconoscessero la Repubblica di Cina, Mao Zedong and Zhou Enlai non ebbero alcun problema a incontrarsi con Nixon nel 1972. Più recentemente, la Corea del Sud (1992) e il Sud Africa (1998) decisero di riposizionarsi diplomaticamente sulla Cina solo dopo aver condotto lunghi negoziati con Pechino per iniziare i quali la cessazione del legame ufficiale con Taipei non figurava come precondizione.

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