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Perché Taiwan non è stata ancora invitata a far parte dell’IPEF

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La Repubblica di Cina non è stata ancora formalmente invitata a prendere parte all’IPEF, il framework economico degli Stati Uniti per l’Indo-Pacifico. Nonostante le richieste di Taipei, e le dichiarazioni di Biden sulla questione sicuritaria relativa all’isola, Washington non sembrerebbe prendere una posizione netta in materia sul fronte economico. Taiwan, d’altro canto, non sembrerebbe porsi timidamente sullo scenario commerciale internazionale: infatti, dopo che la Cina ha avviato nel 2021 la procedura di ingresso nella CPTPP, non ha esitato a fare altrettanto. I contorni della competizione sino-americana intorno Formosa assumono contorni sempre più grigi.

L’Indo-Pacific Economic Framework

La strategia economica americana per la regione è stata delineata all’interno dell’Indo-Pacific Economic Framework for Prosperity (IPEF). Al suo interno, l’attuale amministrazione statunitense prevede delle linee guida per il commercio, la creazione di catene produttive, la transizione ecologica e la lotta alla corruzione tra i tredici firmatari della dichiarazione di adesione. Tra questi, la Repubblica di Cina è attualmente assente.

Tuttavia, nella dichiarazione di giugno 2022, il Ministro appuntato al Consiglio dello Sviluppo Nazionale taiwanese, Kung Ming-hsin, ha sottolineato sia che le catene produttive della Repubblica di Cina posso beneficiare dall’IPEF, sia che l’isola asiatica ha tutte le carte in regola per farne parte. D’altro canto, il secondo trimestre del 2022 è stato un periodo di profitti da record per la Taiwanese Semiconductor Manufacturing Co. (TSMC).

Taiwan Relations Act & Memorandum of Understanding

Allo stato attuale delle cose, gli Stati Uniti non sembrerebbero prendere una posizione netta sulla questione, al contrario di quanto non facciano sotto il punto di vista della sicurezza regionale. Non stupisce in realtà un comportamento del genere da parte della superpotenza atlantica dal momento che l’ambiguità taiwanese sembrerebbe essere una costante nella politica estera americana relativa alla regione sin dagli anni Settanta.

Infatti, sin dal Taiwan Relations Act, il documento del Congresso attraverso il quale gli Stati Uniti aderiscono alla One China Policy, Washington ha mantenuto un certo distacco nelle relazioni tra Pechino e Taipei. Il Memorandum of Understanding (MoU) del novembre 2020 tra la potenza atlantica e Formosa ha però suscitato delle reazioni avverse da parte del Dragone, preoccupato di un eventuale sbilanciamento statunitense.

Tuttavia, la posizione dell’allora neoeletto presidente americano, Joe Biden, non ha lasciato trapelare alcun mutamento nella postura diplomatica della superpotenza atlantica. Anche il fatto che la Repubblica di Cina non è stata tuttora invitata a partecipare all’IPEF lascia presagire che l’ambiguità americana sia destinata a perdurare per tutti i cinque anni di durata del memorandum del 2020, al netto di diatribe in sede di partenariato trans-pacifico.

RCEP, CPTPP, IPEF e EPPD

Per Taipei, la situazione economica e commerciale è costellata da diverse sigle, ognuna indicativa di diverse insidie geopolitiche. La Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), l’area di libero scambio che vede coinvolti l’Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico (ASEAN) e Australia, Cina, Corea del Sud, Giappone e Nuova Zelanda, la vede in qualche modo esclusa dalla partecipazione a causa della presenza cinese all’interno dell’accordo. Le prospettive taiwanese per l’adesione alla Comprehensive and Progressive Trans-Pacific Partnership (CPTPP) si sono ridotte dopo l’application da parte della Repubblica Popolare, nel 2021. Ciononostante, Taipei non ha esitato a procedere con la propria, alcune settimane dopo Pechino.

Tuttavia, la riforma al North American Free Trade Agreement (NAFTA) apportata da Trump nel 2017 prevede che nel momento in cui delle economie “non di mercato”, esplicito riferimento alla Cina, facessero domanda di adesione ad aree di libero scambio in cui sono presenti Canada e Messico, le altre firmatarie del NAFTA, questi due Stati dovrebbero avviare un processo di discussioni con gli Stati Uniti in merito all’accettazione o meno dell’economia “non di mercato” all’interno dell’accordo, anche, e soprattutto, nel caso in cui la superpotenza atlantica non fosse coinvolta. In questo caso, l’adesione cinese alla CPTPP dovrebbe innescare questo meccanismo di consultazioni tra i Paesi nordamericani.

Pertanto, nell’intricato walzer delle relazioni economiche e commerciali sino-americane, non è detto che l’adesione di Cina e Taiwan al partenariato trans-pacifico non comporti una serie di rinunce e concessioni da ambo le parti. D’altronde, le relazioni economiche tra Taipei e Washington, a seguito del MoU del 2020, saranno scandite per i prossimi anni dagli U.S.-Taiwan Economic Prosperity Partnership Dialogue (EPPD), il prossimo molto verosimilmente a fine novembre 2022. Gli obiettivi prefissati dai due Paesi non sono dissimili da quelli previsti dagli USA per quel che concerne l’IPEF: sicurezza delle catene produttive, trasparenza degli investimenti, sanità, energia pulita e quant’altro.

L’isola della discordia

La Cina si trova attualmente a dover gestire una “zero-covid policy” che sta gradualmente provocando la fuoriuscita di imprese estere dal suo territorio, nonché proiezioni di crescita progressivamente in diminuzione. A fare da sfondo a questa situazione produttiva, lo spettro del default di Evergrande e le sue potenziali ripercussioni sull’economia. Pechino potrebbe utilizzare l’attuale stato delle relazioni estere taiwanesi con l’America per sviare l’attenzione dai problemi interni o semplicemente per lanciare un messaggio agli attori interessati.

Nel novembre 2022 Taiwan e Stati Uniti terranno l’annuale incontro dell’EPPD, durante il quale, volendo speculare in maniera fortemente azzardata, Washington potrebbe invitare Taipei nell’IPEF sancendone così la funzione anticinese finora solamente allusa in alcune sedi. Potrebbe altresì accadere che lo status quo rimanga invariato e che le relazioni tra i due Paesi continuino così come sono stati negli ultimi anni.

Quale che sia la postura dei vari agenti coinvolti nel triangolo Cina-Taiwan-USA, una cosa è certa: l’intricato intreccio dei vari elementi può solo portare a combinazioni di outcome altamente imprevedibili.

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