Taiwan non è sola di fronte alle crescenti minacce cinesi 

Le cronache recenti in Asia registrano una forte crescita delle minacce della Cina alla libertà e alla sovranità di Taiwan. I toni utilizzati dal governo cinese, gonfi di retorica vetero-comunista, seguono il solito schema, sclerotizzato dal 1949: Taiwan apparterrebbe alla Repubblica popolare e, per sottometterla, il regime di Pechino è pronto all’aggressione militare. Un portavoce dell’ufficio cinese “affari di Taiwan” ha affermato che la Cina “ha la volontà, la fiducia e la capacità di sconfiggere qualsiasi forma di indipendenza di Taiwan e di salvaguardare la sovranità nazionale e l’integrità territoriale”. In pratica una minaccia di invasione che, se mai fosse tentata, provocherebbe una guerra destinata a sciagurati sviluppi. Infatti essa coinvolgerebbe anzitutto gli Stati Uniti, legati a Taiwan da trattati di difesa, i quali sono consapevoli, insieme agli altri paesi dell’area – in primo luogo Giappone, Corea, Australia –  che la ipotetica caduta di Taiwan significherebbe l’egemonia cinocomunista nel Pacifico con epocali conseguenze geostrategiche.

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Taiwan rappresenta infatti un tassello fondamentale di quella “cintura di sicurezza” nell’Oceano Pacifico che consente agli Stati Uniti di contenere le mire imperialiste della Cina dispiegate, ad esempio, nella occupazione delle isole contese nel Mar Cinese Meridionale che contrappone Pechino a vari altri paesi asiatici. Per gli USA, e il loro futuro, la libertà nel e del Pacifico è questione vitale che prescinde dall’orientamento dell’Amministrazione in carica perché coinvolge permanenti e fondamentali interessi politici, economici, commerciali e militari. Le affermazioni in questo senso pronunciate, alcune settimane orsono a Singapore, dal Segretario alla Difesa USA, James Mattis, sono state chiare e inequivocabili. Purtroppo le logiche di Pechino dimostrano, ancora una volta, di essere avulse dalla razionalità e dal realismo, come peraltro è sempre avvenuto nei regimi politico-militari totalitari di ogni colore ed epoca, nemici di ogni forma di democrazia, di “Rule of Law” (radicalmente diversa dalla loro “Rule by Law”), di qualunque diritto della persona umana.  Essi vivono di proprie dinamiche di casta che si clona nelle mega assemblee di funzionari-manichini, tra autoesaltazione e volontà di espansione ed esportazione della propria egemonia. Nel caso cinese il nucleo al potere, partito comunista/apparato militare, alimentato dalla imponente forza del Paese nel combinato-disposto popolazione/crescita economica, si crede onnipotente e persegue un sogno – per tutti gli altri popoli un incubo – di egemonia mondiale. Dalla sottomissione degli Stati insulari del Pacifico, strangolati finanziariamente, alla galoppante colonizzazione dell’Africa il disegno avanza…privo, però, di un pezzo essenziale, l’occupazione di Taiwan.

Circa le intimidazioni e le minacce cinesi, va osservato il loro scollamento tra la realtà e le velleità: quando il portavoce cinese afferma che “non tollereremo alcuna forza di indipendenza da parte di Taiwan che possa danneggiare la pace e la stabilità nello stretto o ostacolare il ringiovanimento nazionale” la verità dei fatti è rovesciata. È forse la modesta e tranquilla Taiwan a minacciare il gigante Cina? A mettere in pericolo la pace? Questi discorsi fanno facilmente pensare al “Golia” prepotente contro il piccolo “Davide”. Nella nostra memoria di europei, però, non c’è tanto il racconto biblico del pastorello contro il gigante dei Filistei quanto il ricordo di immense tragedie e infiniti dolori del XX Secolo, di cui molti abbiamo ancora in casa testimonianze dirette di nonni e di genitori. E penso alle nobili e ammonitrici parole della Senatrice a Vita Liliana Segre durante la discussione, in Senato, sulla fiducia al Governo Conte. È impressionante come l’atteggiamento cinese sia completamente fuori del tempo e della realtà dei fatti che ci dicono come, dal 1949, il Governo di Taipei eserciti tutte le prerogative della sovranità statuale, la sua popolazione elegga democraticamente, ad ogni livello, i propri rappresentanti, e viaggi liberamente nel mondo con il Passaporto taiwanese riconosciuto da tutti i Governi.

Ma Taiwan non potrà cadere sia per il diritto del suo popolo di 23 milioni di cittadini, che godono di tutte le libertà e di tutti i diritti politici, civili, religiosi, sociali, di continuare a decidere democraticamente del proprio presente e futuro – e per questo merita la piena solidarietà di tutti gli uomini e le donne libere – sia per i più generali problemi geopolitici che abbiamo già sottolineato. Occorre aggiungere che a favore di Taiwan, e della solidità del suo ruolo internazionale, giocano anche altri fattori “endogeni” al di là dell’alleanza con gli Stati Uniti. L’Isola, nonostante le oggettive difficoltà formali create dalle azioni ostruzionistiche cinesi, può vantare straordinari risultati in termini di apertura verso l’esterno e di apprezzamento da parte di chi viene in contatto con la sua vita sociale e culturale. Ecco tre soli esempi, recenti e paradigmatici di cosa è Taiwan: la presenza record (41.000), nell’anno accademico in corso, di studenti universitari provenienti da altri Paesi asiatici, attratti da un sistema di istruzione all’avanguardia e da una società dinamica e stimolante; la collocazione nella “fascia top” nell’annuale rapporto del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sui Paesi più efficaci nella prevenzione e nel contrasto del traffico di esseri umani; la decisione, delle autorità di Taipei, di riammettere a Taiwan, in nome della libertà di parola, un reporter cinese che in precedenza aveva confezionato un controverso servizio sui soccorsi dopo il terremoto dello scorso febbraio a Hualien. Ancor più, a fronte del bullismo di Pechino, questi sono fatti concreti che stridono con la stretta anti-democratica sempre più forte che, nel 21° anniversario dell’unione alla Cina, il governo comunista sta imponendo su Hong Kong dove la popolazione cerca, con enormi difficoltà e pericoli, di far sentire il proprio dissenso dopo la mancata introduzione, nel 2017, del pluralismo nelle elezioni municipali come era previsto nell’Accordo del 1984 con il Regno Unito.

Anche in questa chiave è utile rileggere una delle ultime dichiarazioni della Presidente di Taiwan, Tsai, sulle pressioni cinesi: “Questa non è solo la sfida di Taiwan, ma della regione e del mondo intero, perché oggi è Taiwan ma domani potrebbe essere un qualsiasi altro Paese a dover affrontare l’espansione cinese”. Dall’osservatorio italiano è significativo che, nei giorni scorsi, due parlamentari – i deputati  Silvana Andreina Comaroli e Alessandro Pagano, entrambi della Lega – dimostrando sensibilità e consapevolezza di questi problemi apparentemente lontani, abbiano presentato una Interrogazione ai Ministri degli Esteri e dello Sviluppo Economico nella quale affermano che  “Taiwan è un paese libero ed il suo legittimo Governo, democraticamente eletto, esercita pienamente tutte le qualità e capacità giuridiche della sovranità territoriale, marittima ed aerea”. Ricordando altresì che “l’Unità per il contenzioso diplomatico del Ministero degli Esteri nel 2009 ebbe a rilevare che la personalità giuridica internazionale di Taiwan non può essere messa in dubbio in quanto questa viene attribuita alle entità che siano organizzazioni sovrane di una comunità territoriale. In tale categoria appare evidentemente rientrare Taiwan la cui soggettività internazionale viene contestata per motivazioni politiche e non in base a riscontri fattuali”.