La conferenza APEC in Vietnam e il ruolo internazionale di Taiwan

Il recente meeting dei leader dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC) che si è tenuto a Đà Nẵng in Vietnam è stato un importante momento di scambio per i paesi della regione, in particolare vista la concomitanza con la visita del presidente statunitense Donald Trump. L’organismo della Cooperazione Economica Asiatico-Pacifica è nato nel 1989 allo scopo di favorire la cooperazione economica, il libero scambio e gli investimenti nell’area dell’Asia Pacifico. La formula, adottata alla fondazione, delle “Economie” e non degli “Stati”  – analoga a quella del WTO e diversa da quella delle Nazioni Unite –  ha fin da allora consentito la partecipazione taiwanese su un piano di “pari dignità” sia pure con la formula dell’ “Inviato speciale” che guida la delegazione di Taipei in rappresentanza del Presidente di Taiwan.

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Tra gli esiti positivi della riunione vi è stata una iniziativa congiunta delle delegazioni taiwanese, statunitense (con il Sottosegretario agli affari politici Thomas Shannon) e australiana: le tre parti intendono istituire un meeting dell’APEC “Women and the Economy”. Questo annuncio, oltre a evidenziare gli sforzi di Taiwan nel potenziare la partecipazione femminile, vuole tentare di sensibilizzare i paesi dell’area nei confronti di “una crescita economica inclusiva” come l’ha enunciata la Presidente Tsai Ing-wen. Al di là dei significativi risultati del meeting, la partecipazione taiwanese presenta degli interessanti elementi. Alla guida della delegazione di Taiwan al forum dell’APEC è stato scelto, anche quest’anno, James Soong (宋楚瑜), sperimentato politico, già collaboratore di Chiang Kai-shek e leader del People First Party, un piccolo partito nato da una scissione del Kuomintang e considerato da Pechino come un interlocutore accettabile all’interno del panorama politico taiwanese. Un gesto che può essere considerato come una rinnovata apertura e un segnale di dialogo di Taipei nei confronti di Pechino. C’ è infatti grande attesa a Taiwan per una possibile ripresa dei colloqui diretti tra i due paesi e, a questo proposito,  i riferimenti, nel discorso tenuto dal presidente Xi Jinping al congresso del Pcc, nei confronti delle relazioni sino-taiwanesi, sono stati giudicati in maniera positiva a Taipei.

Al di là dell’inevitabile retorica, giustificata dalla cornice del Congresso del Partito, i contenuti diretti a Taiwan hanno mostrato una possibilità di dialogo tra le due parti. Xi ha parlato della questione taiwanese senza scendere nei dettagli, rimarcato la necessità dell’accettazione del “Consenso del 1992”, raggiunto quell’anno nell’incontro svoltosi a Singapore, e ha affermato che la Cina dovrebbe “prendere l’iniziativa di condividere le opportunità di sviluppo con i compatrioti di Taiwan”. Così come ha accennato alla creazione di un trattamento particolare per i cittadini e le aziende taiwanesi, all’interno di un processo di riunificazione. Ossia il paradigma “un paese, due sistemi” già attuato nell’ex possedimento britannico di Hong Kong. Una dinamica che assai difficilmente potrà convincere i cittadini taiwanesi anche perché le continue proteste della popolazione di Hong Kong sono al centro dell’attenzione mediatica a Taiwan e tutti hanno potuto seguire il mancato sviluppo democratico nell’ex Colonia.

La Cina infatti aveva sottoscritto, nell’accordo con il Governo di Londra, l’impegno di modificare, dopo 20 anni ovvero proprio nel 2017,  il sistema elettorale di Hong Kong. Tale impegno è stato ignorato e anche le recenti elezioni si sono tenute secondo la consueta procedura, ossia con l’80% dei candidati al governo della Città selezionati dal Partito comunista cinese e quindi eletti. La rivoluzione degli ombrelli, iniziata nel 2014 proprio a seguito della decisione di Pechino di non rispettare la promessa di riforme democratiche, non si è affatto esaurita. Alle iniziali imponenti manifestazioni di protesta sono adesso seguiti e moltiplicati i segnali di disobbedienza civile, soprattutto da parte delle giovani generazioni, che stanno destando numerose preoccupazioni a Pechino. Come già evidenziato in altri articoli di questa rubrica, la negativa esperienza di Hong Kong costituisce un precedente che scoraggia qualsiasi fiducia taiwanese nei confronti di una soluzione sulla linea del paradigma “un paese, due sistemi”. Anche la promessa di un miglioramento dell’economia taiwanese, che si verificherebbe a seguito di una annessione a Pechino, appare propagandistisca e inattendibile: i tassi di crescita dell’economia cinese sono lontani dalle cifre di qualche anno fa e l’intero sistema sta affrontando sfide inedite per la “Terra di mezzo”, dalla concorrenza dei paesi vicini al basso tasso di natalità che comporta una flessione della manodopera disponibile.

Il sinologo americano Richard C. Bush ha concluso il suo recente articolo per “Brookings” dedicato al nuovo corso delle relazioni sino-taiwanesi con una domanda retorica: “I leader cinesi avranno compreso che, dato il sistema democratico di Taiwan, non hanno altra scelta che riporre le loro speranze nel popolo taiwanese e avranno capito che è più probabile che i loro obiettivi di lungo termine vengano raggiunti non facendo minacce ma dando a Taiwan importanti ragioni per credere che ci sia una base per un rapporto positivo con la Cina?”. Difficile rispondere a questa domanda, ma gli analisti cinesi hanno una piena comprensione della realtà di Taiwan. La Cina ha sempre apertamente dichiarato che lo sguardo della sua politica estera era molto più ampio di quello dei paesi occidentali, e che gli obiettivi di Pechino erano centrati al medio e lungo termine. In questo caso la prospettiva di un riavvicinamento tra la Cina e Taiwan diventa sempre più complessa con il passare degli anni, l’identità nazionale taiwanese si è profondamente radicata, sia per ragioni generazionali sia per la piena coscienza democratica che caratterizza la popolazioni taiwanese, e la distanza tra i due paesi è sempre maggiore. Una eventuale apertura cinese potrà passare per una decrescita dell’isolamento taiwanese in ambito internazionale. Non si tratterà di atti espliciti ma di sfumature che andranno lette all’interno del complesso quadro della peculiare diplomazia di Pechino. Gli analisti attendono dei segnali più espliciti per comprendere la reale natura delle intenzioni cinesi e del futuro delle Cross Strait Relation, e questi potrebbero avvenire, in sede internazionale, su quei terreni – la salute, l’ambiente, la sicurezza aerea – sui quali l’ostracismo nei confronti di Taiwan, imposto da Pechino, è insensato e sta suscitando crescenti reazioni. In questa chiave può anche essere letto il flop dell’ammonimento cinese al Primo ministro giapponese Shinzo Abe di non sostenere una formale riunione bilaterale con il Rappresentante taiwanese Soong a margine del meeting APEC. Abe l’ha ignorato e, dopo l’incontro, il Ministero degli Esteri di Tokyo ha anche emesso un comunicato. Nelle prossime settimane si potrà forse capire quali effetti dispiegheranno, per un disgelo nelle Cross Strait Relation, sia le dichiarazioni di Xi al Congresso comunista sia gli esiti della conferenza dell’APEC.