Taiwan e la cooperazione internazionale: luci ed ombre di una eccellenza orientale

Il soft power rappresenta una componente essenziale della politica estera di qualsiasi Stato moderno, indipendentemente dalla forma di governo. Negli ultimi decenni, la capacità di persuasione e di attrazione di un Paese verso altri è divenuto un aspetto sul quale la comunità internazionale, chi più chi meno, ha investito in maniera sempre più importante. Oggi infatti, accanto al cosiddetto hard power (ossia l’insieme delle strategie coercitive di politica internazionale, basate sull’uso, alternato o combinato, della forza militare, della influenza/dipendenza finanziaria, dei legami commerciali) si sono sviluppate una serie di strategie  – come la promozione linguistica, artistica, più generalmente culturale – che rientrano nell’ampia e porosa categoria del soft power. Tra queste, va menzionata una strategia sulla quale hanno puntato, negli ultimi anni, i Paesi più progrediti , sia politicamente sia economicamente, della comunità internazionale: la cooperazione allo sviluppo. E, in questo ambito, Taiwan rappresenta un caso e un esempio – pur nelle sue medio-piccole dimensioni – di eccellenza orientale sul quadrante globale.

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Taiwan non è certo un gigante della cooperazione. I dati dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OECD), aggiornati al 2015, mostrano come l’Isola si trovi diverse posizioni dietro a giganti economici quali gli Stati Uniti o la Germania, e dietro ad attori regionali come il Giappone e la Corea del Sud. Una posizione confermata dai dati dell’OECD sulle risorse economiche impiegate per la cooperazione (Official Development Aid, ODA), sia guardando ai dati assoluti che al rapporto ODA/PIL inerente alla quantità di risorse impiegate per la cooperazione in rapporto al PIL. Una posizione chiaramente legata al volume dell’economia taiwanese e al suo spazio politico limitato sulla scena internazionale, a causa di vicende storiche e politiche già menzionate più volte da questa rubrica che, da sempre, evidenzia e analizza l’ostracismo politico del regime di Pechino nei confronti della democrazia taiwanese. Tuttavia, tenendo a mente questi limiti, va notato che il volume degli investimenti (in termini assoluti) di Taiwan (330 milioni di Dollari statunitensi) eguaglia quasi il volume di risorse impegnate dal Portogallo (339 milioni di dollari) che, per retaggio storico, linguistico e culturale, implementa una significativa cooperazione nei vasti Paesi del suo ex impero coloniale. Un dato rilevante, quello taiwanese, se si considerano i limiti strutturali già ricordati che condizionano il Governo di Taipei sul piano geopolitico, nei rapporti bilaterali come in quelli della interazione con le attività e i programmi dei grandi organismi internazionali multilaterali.

A questo riguardo è paradigmatica la situazione generata, lo scorso anno, dal diktat cinese ai vertici dell’Assemblea Mondiale della Sanità (WHA) – l’organismo plenario di indirizzo delle attività dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) – con l’ordine di non invitare Taiwan che vi partecipava, come osservatore, ormai da 8 anni, e questo in odio al Partito Democratico Progressista che aveva vinto le libere elezioni taiwanesi del 2016. Un evento assurdo perchè in netta contraddizione con le basi statutarie delle stesse WHA/WHO, che escludono categoricamente qualsiasi discriminazione di carattere razziale, religioso e politico, e ingiusto nei confronti dei 24 milioni di taiwanesi che si vedono discriminati in barba ai proclami dell’ONU, e delle sue Agenzie, che ripetono ritmicamente lo slogan “Nessuno deve rimanere emarginato” poi clamorosamente smentito proprio da quanto accade a Taiwan. Vedremo come si regolerà la WHA in occasione della prossima riunione di Maggio, se correggerà l’errore anche a seguito delle posizioni assunte, nei giorni scorsi, dall’Unione Europea, dagli Stati Uniti, Giappone, Australia e numerosi altre nazioni a favore della partecipazione taiwanese.

Per riprendere il tema della cooperazione, tralasciando i dati citati sulle risorse investite, l’aspetto più significativo dell’impegno di Taiwan è il panorama, la varietà e l’efficacia dei progetti che, negli ultimi anni, sono andati ben oltre i confini dell’Estremo Oriente per coinvolgere paesi dell’America Latina, dei Caraibi e dell’Africa. Un’attività facilmente consultabile sul sito dell’International Cooperation and Development Fund (ICDF) di Taipei, nelle cui pagine figura la fitta rete di attività del Fondo su scala mondiale, con particolare riferimento a quegli Stati che mantengono rapporti diplomatici con il Governo di Taipei, ma non solo a questi come dimostrano i casi di progetti in altri Paesi dell’Asia-Pacifico (Filippine, Indonesia, Thailandia, Papua Nuova Guinea) e la collaborazione ospedaliera e sociale realizzata, negli ultimi 5 anni, con il Sovrano Ordine di Malta – il millenario organismo la cui esemplare missione umanitaria è oggi all’opera in 120 Paesi del mondo – in Bulgaria, El Salvador, Egitto, Serbia, Vietnam, e nell’assistenza alle folle di profughi che attraversano il Mar Mediterraneo.

L’elenco degli incontri e delle riunioni tra i rappresentanti dei Governi di Taipei e di altri Paesi, finalizzati alla progettazione e realizzazione dei progetti di sviluppo socio-economico, offre anche un quadro delle attività svolte da Taiwan: a titolo di esempio, il 4 aprile scorso il Ministro della Salute del Belize, Pablo Marin, ha incontrato a Taipei i dirigenti dell’ICDF per discutere i programmi del Fondo nel suo Paese:  corsi di formazione del personale medico locale e centinaia di borse per gli studi dei giovani e i loro percorsi professionali. Oppure, in una delle aree più povere del pianeta, si può citare il Burkina Faso in cui l’ICDF sta realizzando progetti riguardanti la cura della salute pre e neonatale, la cooperazione in ambito sanitario e il miglioramento della qualità dei prodotti agricoli.  Oppure ancora i progetti, già completati, nel Sudan del Sud, riguardanti il sostegno agli sfollati e la verifica della qualità del cibo a disposizione di queste popolazioni martoriate dallo scontro tra Sudan e Sudan del Sud nelle zone di confine.

Questo veloce affresco dell’impegno taiwanese nella cooperazione e nella solidarietà offre quindi lo spunto per due riflessioni, già parzialmente presentate in altri articoli di questa rubrica, più o meno recenti. La prima consiste in una rinnovata denuncia di una comunità internazionale sordomuta, non in grado di superare i veti imposti, con la nota prepotenza, dalla Cina comunista sulla partecipazione di Taiwan nelle organizzazioni multilaterali (a partire dall’ONU e sue Agenzie) dedicate alle attività di cooperazione per lo sviluppo sociale, la prevenzione e profilassi delle epidemie, la sicurezza dei trasporti internazionali, o impegnate nello sviluppo sostenibile, nella tutela ambientale e climatica, nell’agricoltura, nelle emergenze alimentari. Organizzazioni e progetti basati sui princìpi universali codificati nella Carta fondativa dell’ONU stessa – come la già ricordata non discriminazione dei partecipanti sulla base di ragioni politiche, religiose o etniche – regolarmente disattesi nel caso di Taiwan.

La seconda riflessione riguarda, invece, le scelte del Governo di Taipei. Per quanto le attività di cooperazione della giovane e dinamica democrazia orientale siano ragguardevoli per utilità e concretezza, e senz’altro meritevoli di un maggior riconoscimento internazionale, il volume delle risorse impiegate rimane ancora troppo limitato. Come già notato, l’ammontare è stato (nel 2015) di 330 milioni di Dollari statunitensi, ma se si guarda al volume delle risorse in rapporto al PIL taiwanese queste ammontano allo 0,06% del PIL, molto al di sotto della media dei paesi dell’OECD. Sicuramente questo dato non cattura tutte le attività, comprese quelle private, di cooperazione allo sviluppo svolte da entità taiwanesi – ad esempio l’enorme mole di iniziative promosse da NGO e Fondazioni come la celebre “Tzu Chi” che, con grande generosità, ha destinato aiuti significativi anche alle nostre zone terremotate dell’Emilia e dell’Abruzzo – ma questo vale per tutti gli altri attori in campo.

Per cui Taiwan, al di là della qualità degli interventi e della considerazione positiva che li accompagna, dovrebbe far seguire, ai progetti promossi e a nuovi propositi, qualcosa di più sostanzioso. Soprattutto se si considera l’argomento presentato all’inizio di questo articolo, ossia la centralità delle politiche di cooperazione allo sviluppo nel più generale quadro delle strategie di soft power.

Strategie fondamentali per un Paese, come Taiwan, che legittimamente aspira a quello spazio e a quel ruolo internazionali che purtroppo tardano ad arrivare a causa dell’ostracismo del regime cinese, ma che potrebbero essere più facilmente raggiunti se, accanto alla promozione delle proprie posizioni, vi fossero politiche di soft power di scala maggiore e, quindi, dotate di più consistenti e più adeguate risorse.