Taiwan, la Cina e la diplomazia dell’arte: tra vecchi e nuovi equilibri

L’articolo analizza il ruolo dei musei e delle mostre d’arte nel processo di negoziazione politica ed identitaria che coinvolge Taiwan e la Cina. L’analisi si inserisce  nel più ampio contesto di revisione dell’ordine regionale in Asia-Pacifico avviato da Pechino e in cui Taiwan si trova a svolgere un ruolo importante proprio grazie al suo legame culturale con la Cina.

Taiwan, la Cina e la diplomazia dell’arte: tra vecchi e nuovi equilibri - GEOPOLITICA.info

 

L’attivismo della Cina come attore di primo piano sullo scacchiere internazionale sta rapidamente ridisegnando lo scenario geopolitico in Asia orientale e nel Pacifico. Nel contempo si assiste al recupero della cultura tradizionale e del pensiero (neo)confuciano come nuova ideologia di cui la Repubblica Popolare Cinese, guidata Xi Jinping, intende dotarsi per riaffermare la propria leadership regionale. Le ragioni di questa scelta sono connesse alla necessità di guadagnare il consenso dei paesi vicini intorno al progetto cinese di un ordine regionale non più dominato dagli Stati Uniti. L’incalzante sviluppo economico e tecnologico di molti paesi dell’area Asia-Pacifico coincide, infatti, con il declino dell’egemonia globale americana e la crisi dei valori e ordinamenti su cui questa si fonda. La Cina cerca quindi di sfruttare il potenziale della situazione al fine di ricostituire il tradizionale ordine asiatico sinocentrico, fondato sul rispetto dei valori confuciani e sulla riconosciuta superiorità della cultura Cinese. La diplomazia culturale acquisisce perciò un peso determinante nei rapporti tra Cina e i suoi vicini, in quanto Pechino intende fare leva sulla forza unificatrice della cultura per ricondurre alleati ed avversari sotto la sua egemonia ideologica.
La strategia cinese è volta, anzitutto, a favorire la riunificazione con Taiwan: la “provincia ribelle” che, dal 1949 è la sede della Repubblica di Cina (RDC), rappresenta – con le sue vivaci democrazia e società civile – una sfida al progetto di ricostituzione di una “Grande Cina” comprensiva dei territori di Hong Kong, Macao e Taiwan. La diade Cina-Taiwan è la conseguenza diretta della guerra civile cinese, a seguito della quale il governo nazionalista guidato da Chiang Kai-shek si era ritirato sull’isola di Taiwan, proclamando l’illegittimità del regime comunista di Mao. Dalla fondazione della Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) nel 1945, la RDC era uno di cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU come rappresentate legittimo del popolo cinese. Tuttavia, all’inizio degli anni 70, una combinazione di fattori geopolitici – non ultimo il disgelo nelle relazioni tra Washington e Pechino – portarono alla sostituzione della RDC con la Cina Popolare come membro ONU. Attualmente, rapporti tra la Cina e Taiwan sono regolati dalla One China Policy, sottoscritta dagli Stati Uniti, che riconosce l’esistenza di una sola Cina inclusiva di Taiwan senza però specificare quale ne sia il governo. Lo scopo della One China Policy è quello di permettere la pacifica coesistenza delle “due Cine” in funzione di una possibile riunificazione. Ma a dispetto delle crescenti pressioni diplomatiche ed economiche di Pechino, Taiwan continua a difendere la sua indipendenza e preservare la sua identità. La RDC ha da tempo adottato un sistema di governo democratico e questo, unito al dinamismo economico e culturale di Taiwan, rende i taiwanesi sempre meno inclini a riconoscersi nella retorica unionista della Cina Popolare. Ciò nonostante, la società taiwanese conserva ancora molti tratti fondamentali della cultura sinica: la lingua ufficiale di Taiwan è il mandarino, la popolazione è in gran maggioranza di discendenza cinese, e i musei e templi dell’isola hanno preservato intatti i tesori artistici e religiosi della Cina Imperiale (salvati dalla distruzione che li avrebbe travolti durante la cosiddetta “rivoluzione culturale” maoista).

E proprio i musei e le grandi mostre d’arte sono lo strumento attraverso cui la Cina cerca di legittimare le sue pretese di unificazione, rimarcando il comune retaggio storico e culturale che unisce gli abitanti di Taiwan a quelli della Cina continentale. Tra il 2008 e il 2016, il processo di distensione politica promosso dal governo dal Partito Nazionalista Cinese (Kuomintang) a Taiwan ha favorito l’intensificarsi degli scambi culturali tra le due parti. La ritrovata armonia a livello politico è stata celebrata con una serie di mostre d’arte che hanno coinvolto i principali musei Taiwanesi, tra cui il Taipei Fine Arts Museum (TFAM) e il Taipei National Palace Museum (NPM). Quest’ultimo ospita una della più importanti collezioni di arte cinese al mondo, composta dai tesori che adornavano i padiglioni della Città Proibita di Pechino. Il NPM è diventato quindi il focus principale di una strategia volta a riavvicinare Cina e Taiwan facendo leva sull’orgoglio di appartenenza ad una civiltà millenaria. La risposta il NPM è stata un’intelligente politica di appeasement che punta a valorizzare il ruolo di Taiwan come alter ego democratico della Cina, capace di coniugare i valori confuciani con le esigenze di una società giovane e aperta al mondo.

Gli eventi realizzati in collaborazione con i partners cinesi sono quindi diventati l’occasione per inserire il NPM nel circuito di promozione internazionale creato da Pechino ma, al tempo stesso, “mettere in mostra” le diversità e alterità di Taiwan rispetto alla Cina Popolare. Contrariamente all’opinione più diffusa, la funzione politica delle grandi mostre d’arte non si esaurisce negli aspetti celebratori, ma risiede nella possibilità che esse offrono di riscrivere la storia e l’identità di un popolo attraverso il linguaggio visivo e simbolico dell’allestimento museale. Una volta inserite in un contesto taiwanese, le opere d’arte prestate dai musei cinesi assumono quindi un significato molto diverso da quello che gli viene attribuito dal governo e pubblico cinesi. Laddove la narrativa ufficiale di Pechino enfatizza i caratteri di unicità e continuità dell’arte sinica, la strategia espositiva del NPM ne esalta la vitalità e la capacità di sintetizzare tradizioni ed estetiche diverse.

La stessa logica anima i programmi didattici e di marketing culturale sviluppati dal NPM, che puntano sui linguaggi più innovativi per promuovere una versione aggiornata e ibridata della cultura tradizionale cinese, in sintonia con lo spirito taiwanese. Questo approccio comunicativo, scevro dai forti toni ideologici che caratterizzano la narrativa della sponda opposta, si è rivelato funzionale all’identificazione di Taiwan come una società colta, benevola, e raffinata in contrasto con quella della Cina continentale, ancora pervasa di autoritarismo maoista. Il ruolo simbolico e politico di Taiwan come “l’altra Cina” viene ribadito con forza ancora maggiore nel contesto delle esposizioni di arte contemporanea ospitate dal TFAM. La presenza di artisti cinesi di fama internazionale come Fang Lijun (2009), Cai Guo-Qiang (2010), Ai Weiwei (2012) e Xu Bing (2014) è servita, infatti, a rinforzare le credenziali democratiche di Taiwan. Sebbene questi artisti siano acclamati in patria la loro attività si svolge principalmente all’estero in modo da evitare le fitte maglie della censura governativa.

Come affermato dallo stesso Ai Weiwei, la retorica unionista del governo cinese che dipinge Taiwan come parte integrante ed inalienabile della Cina ha contribuito non poco a legittimare l’esistenza di Taiwan come spazio libero in cui le idee e le potenzialità inespresse  insite nella cultura sinica possono trovare espressione. La strategia di engagement culturale con la Cina adottata dai musei taiwanesi  si è quindi rivelata  efficace nel promuovere Taiwan come modello di democrazia liberale e pluralista (ma) con radici nella tradizione confuciana, la cui legittimità si fonda  sulle stesse basi ideali su cui Pechino cerca di creare il consenso alla sua ascesa. La dirigenza cinese è infatti consapevole che, senza l’adesione dei partners regionali ad un sistema di valori comuni, l’egemonia di Pechino nell’Asia-Pacifico non può affermarsi in modo duraturo. Per questo cerca di rinvigorire gli ideali (neo)confuciani come fondamento etico di un nuovo ordine regionale sinocentrico. In tale contesto, la RDC è emersa come un interlocutore chiave per Pechino, e le grandi mostre d’arte hanno avuto un ruolo decisivo nel rafforzare il ruolo di Taiwan come laboratorio culturale e politico per la formazione di una nuova identità regionale, facilitando di conseguenza il persistere dello status quo tra le due sponde dello Stretto di Taiwan.

Dal 2016, la vittoria elettorale, presidenziale e parlamentare, del Democratic Progressive Party (DPP), tradizionalmente foriero di istanze indipendentiste, ha determinato una brusca svolta nella dialettica tra la RDC e la Cina Popolare. In ambito culturale, la nuova dirigenza taiwanese sta mettendo in atto una serie di misure volte a ridefinire l’identità di Taiwan in termini nativisti, valorizzando quindi le culture locali e i legami con le nazioni insulari del Pacifico e del Sud-est asiatico. Significativa in questo senso è l’apertura della Southern Branch del NPM a Taibao, che ospita collezioni provenienti da tutta l’Asia ed include una sala di preghiera per i visitatori musulmani. Queste scelte rispecchiano la volontà della maggioranza dei taiwanesi, per i quali la Cina non costituisce più il principale punto di riferimento identitario. Tuttavia, dal punto di vista geopolitico, si presentano cariche di incognite.

Segnatamente, il governo del DPP gode dell’appoggio dell’amministrazione americana, che ha in Taipei una chiave di volta per la sua strategia di contenimento della Cina nel Pacifico. Nondimeno, la Cina rimane il primo partner commerciale di Taiwan, e sta usando la sua influenza economica, come già spesso è avvenuto, per convincere un numero crescente di alleati della RDC a cambiare campo, mentre diversi stati del Sud-est asiatico e del Pacifico sembrano timorosi di inimicarsi Pechino intensificando le relazioni con Taipei. In queste circostanze, gli scambi culturali e museali tornano ad essere per Taiwan il vettore più sicuro per mantenere i rapporti con la Cina, evitando uno scontro ideologico-identitario dalle conseguenze imprevedibili. Resta da vedere se la nuova dirigenza taiwanese sarà in grado di sviluppare una strategia di engagement culturale equilibrata ed efficace, che rilanci il ruolo di Taiwan come mediatore tra una Cina che sta ancora cercando di ritrovare la sua identità e i paesi dell’Asia-Pacifico che hanno ormai assimilato valori democratici e che, come Taiwan, intendono partecipare alla costruzione del nuovo ordine regionale da protagonisti, non da comprimari o subalterni delle grandi potenze.