Africa: la visione di Taiwan all’insegna del rispetto e della comprensione

Il Presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen, ha annunciato di avere incaricato il Consiglio di sicurezza nazionale di elaborare un “Piano per l’Africa”. La volontà è di mettere insieme le competenze di agenzie governative, ambasciate e uffici di rappresentanza presenti in Africa, missioni tecniche e comunità di operatori economici taiwanesi, con l’obiettivo di rendere più concreto l’impegno di Taiwan a investire risorse per lo sviluppo dell’Africa, sia sul piano delle attività imprenditoriali sia su quello del sostegno umano e sociale.

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Non a caso l’annuncio di Tsai è giunto al suo ritorno da una significativa missione nello Swaziland, nazione dell’Africa meridionale che, nonostante le solite pressioni e offerte da parte della Cina comunista, ha deciso di mantenere le relazioni diplomatiche con Taiwan basate sul reciproco rispetto e sulla volontà di costruire insieme una cooperazione efficace in vari campi, anzitutto nella salute e nella formazione. La missione del Presidente Tsai a Mbabane, avvenuta in occasione delle celebrazioni per il 50° anniversario dell’indipendenza dell’ex colonia britannica, membro del Commonwealth, è apparsa come un “manifesto” della visione che anima Taiwan nelle relazioni con l’Africa e, in generale, con le realtà nazionali definite “in via di sviluppo”.

Attraverso la voce del suo Presidente, Taiwan ha riaffermato il proprio attivo sostegno alla realizzazione del cosiddetto “Swazi 2022”, il piano ultradecennale per lo sviluppo dello Swaziland approvato dal Re Mswati III. Taiwan ha avviato, e continua a gestire, nello Swaziland (ma anche nel Burkina Faso, l’altro Paese africano con cui Taipei intrattiene relazioni diplomatiche) molte iniziative nel campo dell’educazione, della medicina, della modernizzazione delle infrastrutture pubbliche e dei sistemi di coltivazioni agricole. La signora Tsai ha annunciato, tra l’altro, il finanziamento di 100 borse di studio a favore di studenti, senza proprie disponibilità economiche, per completare i propri studi presso lo Swaziland College of Technology, nonché un piano per costruire delle serre in diversi villaggi e formare le donne locali alle più evolute tecniche dell’agricoltura. Nei colloqui tra il Presidente Tsai e il Re Mswati sono state evidenziate l’amicizia tra i due Paesi e la volontà reciproca di sostenersi a vicenda, anche su questioni di carattere più prettamente politico (da sottolineare la proposta dello Swaziland di prendere la parola a nome di Taiwan, nell’imminente Assemblea Mondiale della Sanità, qualora l’assurdo e ingiusto veto politico posto dalla Cina comunista all’invito a Taiwan venisse ancora accettato dal vertice dell’ASM/OMS).

Il “modello Swaziland” – che appare virtuoso nei fini e, soprattutto, nella sua realizzazione concreta – ha ora l’opportunità di essere potenziato ed esteso ad altre importanti realtà africane tramite l’iniziativa annunciata da Tsai. In definitiva, quella di Taiwan è una visione dei rapporti con i PVS improntata al realismo e al mutuo rispetto. Una visione, aggiungiamo, evidentemente molto diversa da quella che, invece, caratterizza la “neo-colonizzazione” cinese dell’Africa in corso ormai da molti anni nella generale e grave disattenzione generale, in particolare dell’Europa. Infatti, mentre gli investimenti cinesi in Africa nel settore manifatturiero sono fortemente cresciuti negli ultimi anni, la penetrazione si concretizza in primo luogo nello sfruttamento del petrolio di varie nazioni produttrici quali il Sudan e l’Angola, i cui regimi vengono foraggiati da Pechino con la forza di molti miliardi di dollari. Questi “aiuti” sono ovviamente distribuiti sulla base di rigidi criteri di “fedeltà politica” a Pechino.

L’altro lato della medaglia di tale pioggia di dollari – anche erogati come crediti che diventano perenni cappi al collo di tanti fragili stati –  è molto negativo: lo dimostra il fatto che il livello di vita delle popolazioni dei Paesi africani “Pechino-dipendenti” non migliora affatto. I danari cinesi di fatto servono a mantenere in piedi regimi assai discutibili: oltre ai già citati Sudan e Angola vi è l’esempio eclatante dello Zimbabwe. Il Paese, una volta definito “il granaio d’Africa”, è uscito da poco da 38 anni di spietata dittatura di Robert Mugabe – messo al bando dal mondo civile per le gravissime violazioni dei diritti umani – che lo ha letteralmente distrutto, con una situazione socio-economica al collasso e una inflazione fuori controllo. Eppure lo Zimbabwe di Mugabe è stato ed è tuttora destinatario di “aiuti allo sviluppo” per miliardi di dollari da parte della Cina. Niente di questo fiume di soldi è andato, a favore delle popolazioni più bisognose, in progetti di sviluppo sul genere di quelli che Taiwan sta invece portando avanti nei settori chiave dell’istruzione, della sanità e dell’agricoltura, sia in Africa sia in numerosi paesi dell’America Latina e dei Caraibi. Gli “aiuti allo sviluppo” di Pechino sono in realtà il mezzo più semplice per assicurarsi l’obbedienza di quelli che i cinesi vedono nient’altro come loro strumenti politico-economici in Africa. Altro pilastro della “neo-colonizzazione” cinese dell’Africa è la costruzione di mastodontiche opere ingegneristiche – strade, ponti, impianti sportivi e, ovviamente, palazzi governativi peraltro costruiti con materiali di rapida deteriorabilità ambientale – spesso destinate ad essere delle “cattedrali nel deserto” all’interno di Paesi in cui la popolazione ha difficoltà quotidiane di mera sopravvivenza. Opere, inoltre, che non generano neppure lavoro a livello locale poiché gli appalti sono gestiti direttamente da società cinesi che si insediano in Africa portando il loro personale. Chi scrive è stato testimone diretto di questo fenomeno durante un viaggio nel Botswana: per decine e decine di chilometri, una distesa di operai cinesi intenti ad allargare una strada di collegamento tra la capitale Gaborone e la seconda città del Paese, Maun. Di manodopera locale nemmeno l’ombra.

I problemi di sviluppo, anzitutto sociali, dell’Africa sono ben noti e presenti nonostante alcuni indicatori macroeconomici indichino il profilarsi di un trend cautamente positivo (ma purtroppo sempre e ancora incapace di alleviare le sofferenze della maggior parte degli africani) in termini di PIL. Il processo di crescita, anche alla luce degli errori compiuti nei decenni passati, non può passare attraverso azioni traumatiche di industrializzazione forzata, o di imposizione di modelli economico-produttivi estranei al contesto locale. Sono oggi in campo, come visto, due modelli alternativi: quello, sia pure modesto, di Taiwan, caratterizzato dalla comprensione dei problemi sul campo, e quello della Cina, caratterizzato da intenti e modalità neo-coloniali e di sfruttamento integrale delle risorse del suolo e del sottosuolo. Il secondo ha dalla sua la enorme potenza di fuoco, politica ed economica, di Pechino; ma il primo ha dalla sua la ragionevolezza e la efficacia sociale di una cooperazione realmente utile alle persone di cui rispetta interamente la dignità umana.