Pechino fa “campagna acquisti” ma Taiwan rilancia

La decisione del Burkina Faso di cedere alle lusinghiere promesse economiche cinesi per rompere con Taiwan segue analoghe vicende diplomatiche anche recenti. Cosa sta accadendo? Forse che Taiwan, oggetto di una potente e spregiudicata offensiva finanziaria da parte della Cina – alla quale le “classi dirigenti” di certi paesi sono facilmente sensibili – si sta indebolendo sulla scena internazionale? E, ancora, che la “potenza di fuoco” messa in campo dal gigante asiatico in Africa e America Latina, per concupire gli amici di Taiwan, sta riuscendo nello scopo di mutare lo status quo nello Stretto di Taiwan? A prima vista verrebbe da rispondere affermativamente. Ad un più profondo livello di analisi, però, è possibile compiere valutazioni di altro tipo.

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Una di esse riguarda le nazioni che decidono di rompere con Taiwan relazioni pluridecennali e, dal punto di vista della cooperazione  allo sviluppo, per loro assai fruttuose. L’esperienza di diversi di questi paesi, negli scorsi anni, dimostra che i mirabolanti investimenti promessi da Pechino ai nuovi “amici” si sono spesso rivelati una amara illusione per i popoli teorici destinatari. Il rapporto che si instaura, infatti – dopo l’euforia iniziale, il saldo di qualche “fattura” e la cortina fumogena di roboanti dichiarazioni reciproche – non è all’insegna del rispetto e della comprensione reciproca, bensì di un totale squilibrio a favore di Pechino e delle sue necessità di accaparramento di tutte le risorse possibili che offre il tal paese. Le uniche vere beneficiarie della “cooperazione alla cinese” sono le autorità politiche locali pro-tempore al governo. 

 La seconda valutazione è che la “diplomazia del dollaro” della Cina, volta a indebolire Taiwan, deve fare i conti con un imponente ostacolo che ha radici profonde nella situazione geostrategica della regione: i rapporti di Taipei con gli Stati Uniti.  Il 12 giugno gli Stati Uniti inaugureranno la nuova sede della loro Rappresentanza a Taiwan, un compound da oltre 14mila metri quadrati, segno tangibile del rilievo che gli USA danno al valore politico, economico e militare delle relazioni con l’Isola, baluardo di democrazia la cui esistenza, libera e sovrana, impedisce una fatale egemonia cinocomunista nell’Asia-Pacifico. Annunciando l’evento, al quale parteciperà la Presidente Tsai e molti ospiti da Washington, il rappresentante americano a Taipei, Kin Moy, ha definito Taiwan come “un partner vitale e affidabile con la volontà e la capacità di svolgere un ruolo positivo nelle sfide regionali e globali”. In concomitanza con questo annuncio, al Congresso degli Stati Uniti – dove il sostegno bipartisan a Taiwan è pressochè unanime – è iniziato l’iter di un Disegno di Legge volto a impegnare il Segretario alla Difesa, tramite l’istituzione di una apposita Commissione, ad elaborare a breve proposte operative per migliorare la capacità di difesa di Taiwan che, come è noto, sulla base del Taiwan Relation Act del 1979 ogni anno riceve da Washington consistenti forniture militari, indispensabili a mantere valido il deterrente nei confronti di un regime cinocomunista sempre più minaccioso e aggressivo. A questa iniziativa si è affiancata quella del Senatore repubblicano Cory Gardner, Chairman of the Foreign Relations Subcommittee on East Asia, the Pacific, and International Cybersecurity Policy –  proprio nei giorni scorsi in visita a Taipei dove ha avuto colloqui con la Presidente e i più alti esponenti del governo  – che ha promosso, insieme al collega democratico Edward J. Markey, un Disegno di Legge per favorire la partecipazione di Taiwan agli organismi internazionali multilaterali. Questi due importanti sviluppi avvengono a meno di tre mesi dalla firma del Presidente Trump dello U.S.–Taiwan Travel Act, la nuova Legge che pone le basi per una ancor più intensa collaborazione in tutti i campi tra gli Stati Uniti e Taiwan. 

Dunque la forza dell’asse con Washington – a fianco del quale, in totale convergenza, vi è il Giappone –  è un esempio chiaro di come Taiwan non è e non sarà mai isolata. Lo dimostrano anche altri segnali, meno cogenti ma comunque significativi: dal successo della missione a Ginevra del Ministro della Salute, Chen Shih-chung, in corrispondenza dei lavori dell’Assemblea Mondiale della Sanità dai quali Taiwan è stata esclusa per il diktat cinese subito dai vertici dell’OMS – in stridente contraddizione con lo stesso Statuto dell’Organizzazione – nonostante il sostegno a Taipei da parte di USA, Canada, Australia, Regno Unito, Unione Europea e tanti altri paesi.  Il Ministro taiwanese ha incontrato decine di colleghi, tra i quali il Segretario alla Salute degli Stati Uniti, ed ha pure ricevuto un premio dalla Federazione Mondiale delle Associazioni per la Salute Pubblica.  

Infine, in questi giorni si sono svolte a Taiwan le visite del Segretario Generale del SICA – il Sistema di Integrazione dell’America centrale (a cui Taiwan partecipa con lo status di Osservatore) – l’ex Presidente del Guatemala Vinicio Cerezo Arevalo, e del Presidente di Haiti, Jovenel Moise, altra nazione da tempo oggetto delle mire cinesi. Moise ha firmato nuovi Accordi ed ha rinnovato a Taiwan il suo appoggio sottolineando la gratitudine del suo popolo non solo per i numerosi, concreti progetti di sviluppo umano, economico e sociale – tra questi uno essenziale per la elettrificazione del Paese –  ma anche per il grande aiuto offerto dopo il devastante terremoto del 2010.