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Who is Who: Liu He

Nome: Liu He (刘鹤)
Nazionalità: Cinese
Data di nascita: 25 gennaio 1952
Ruolo: Vicedirettore della National Development and Reform Commission – membro dell’Ufficio Politico del PCC  – Direttore dell’Ufficio Generale del Central Leading Group for Financial and Economic Affairs

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Di etnia Han, Liu He è nato nella municipalità di Pechino. Ha lavorato come “zhiqing” nel programma di educazione giovanile voluto da Mao durante la Rivoluzione Culturale che portò milioni di giovani residenti urbani, tra cui anche il futuro Segretario Xi Jinping, a lavorare come manovalanza nelle campagne. Ha servito anche nell’Esercito Popolare di Liberazione fino al 1973. Nel 1967, il padre di Liu He si è suicidato lasciandolo solo con la madre.

A Pechino ha frequentato le scuole e, successivamente, la facoltà di Economia Industriale. Trasferitosi negli Stati Uniti, ha completato il suo percorso di studi alla Seton Hall University e, infine, alla Harvard University con un master in Public Administration. Intanto, però, è entrato a far parte della National Development and Reform Commission, l’agenzia di policy planning e analisi macro-economica dell’esecutivo cinese, dove ha lavorato fino al 1998 quando è passato al think tank associato alla NDRC, lo State Information Center, rimanedovi fino al 2011.

Nel 2012 entra a far parte del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese dopo il 18esimo Congresso che porterà Xi Jinping alla guida del PCC e della Repubblica. Parallelamente, nell’aprile 2013 viene nominato dal Consiglio di Stato, vice-direttore della NDRC e diventa membro del Leading Group for Financial and Economic Affairs, la commissione interna al Comitato Centrale deputata a supervisionare le politiche macro-economiche del paese. E’ stato promotore di molte delle politiche economiche condotte a partire da Hu Jintao ed è la mente dietro il documento approvato al Terzo Plenum del PCC tenutosi nel novembre 2013, in cui vengono delineate le linee guida della politica economica di Xi Jinping, tra cui la necessità di bonificare il panorama delle SOE, le imprese di stato, lasciando fallire quelle meno performanti ed evitando così la privatizzazione. Nel 2013, Xi Jinping lo ha presentato al consigliere per la Sicurezza Nazionale di Barack Obama come una persona “molto importante” per lui, dimostrando l’autorità guadagnata da Liu He.

Nel 2017, il 19esimo Congresso del Partito lo ha riconfermato al Comitato Centrale e lo ha promosso al Politburo inserendolo tra le 32 persone che guideranno il PCC e, quindi, lo Stato cinese per i successivi 5 anni.

E’ considerato un fidato consigliere di Xi Jinping (secondo molti un vero e proprio amico di lunga data e compagno di scuola a Pechino) pur avendo servito a stretto contatto anche con il predecessore Hu Jintao e ha ottenuto un così grande prestigio e potere da essere definito “l’architetto della politica economica cinese”. Insieme a Wang Huning, membro oggi del Comitato Permanente, è da ritenersi l’ideologo del Partito Comunista Cinese.

Nei prossimi anni potrà giocare un ruolo sempre più centrale nella definizione delle politiche della Repubblica Popolare Cinese ma, per limiti d’età, è da escludere che possa entrare a far parte del Comitato Permanente, l’organo ristretto alla guida del Partito.

Il futuro delle Cross-Strait relation all’indomani del Congresso del Partito comunista cinese

Nelle tre ore e mezza del suo discorso inaugurale al diciannovesimo Congresso del Partito comunista cinese (PCC) Xi Jinping ha affrontato molti temi, dalla necessità di ridurre la grande disparità sociale che si sta formando nel paese alla programmazione di ambiziosi modelli di modernizzazione da realizzare nei prossimi venti anni sino all’enunciazione della “nuova era del socialismo con caratteristiche cinesi”. Il pensiero di Xi è stato inserito nella Costituzione del PCC, un onore che era stato tributato finora solo a Mao Zedong e a Deng Xiaoping. Ma il contributo di Deng fu inserito solo dopo la sua morte, quindi il recente congresso di Pechino ha di fatto elevato il rango di Xi a quello di Mao.

Il futuro delle Cross-Strait relation all’indomani del Congresso del Partito comunista cinese - Geopolitica.info

Durante il suo discorso il presidente cinese si è riferito in più occasioni al futuro delle relazioni con Taiwan, il silenzio assordante tra Taipei e Pechino e le numerose ritorsioni cinesi nei confronti della democrazia taiwanese, in particolare le estromissioni dai principali eventi delle organizzazioni internazionali, avevano lasciato presagire un ulteriore raffreddamento dei rapporti tra i due paesi. Tutti gli analisti erano concordi sulla necessità di attendere il congresso per avere una chiara idea dell’atteggiamento cinese nei confronti di Taiwan, la volontà di Xi Jinping era quella di arrivare al cruciale appuntamento politico senza nessun tipo di polemica nei confronti del delicato futuro delle relazioni sino-taiwanesi.

Xi Jinping si è riferito alla questione taiwanese dopo aver parlato di Hong Kong e di Macao, lo ha fatto sottolineando l’accettazione del consenso del 1992 come prerequisito fondamentale per le relazioni tra i due paesi. Xi Jinping non ha mai nominato esplicitamente la Presidente Tsai Ing-wen ma il riferimento alla leader taiwanese è sembrato abbastanza chiaro. Xi ha ribadito la volontà di garantire l’integrità nazionale cinese e di essere pronto a rispondere con la forza ad un eventuale tentativo di indipendenza taiwanese. L’opposizione di Pechino all’indipendenza di Taiwan è uno strumento di propaganda che la Cina ha frequentemente usato negli scorsi decenni. La sovranità taiwanese è dimostrata dalla rete di relazioni internazionali che il Paese mantiene, dai numerosi uffici di rappresentanza presenti nella capitale che funzionano da ambasciate e consolati, dalla validità del passaporto della Repubblica di Cina in tutti i paesi del mondo, dai meccanismi democratici della partecipazione popolare e dalla presenza di tutti i requisiti del diritto internazionale come il controllo del territorio, la piena giurisdizione, la presenza di forze armate e da tanti altri aspetti che abbiamo analizzato più volte negli articoli di questa rubrica. I riferimenti di Xi vanno letti nell’ottica della propaganda del Partito comunista cinese e nella inevitabile cornice del congresso, numerosi analisti hanno interpretato il discorso del leader cinese come una possibile apertura nei confronti di Taiwan.

Xi Jinping ha esplicitamente menzionato la possibilità di un dialogo con Tsai Ing-wen, a patto dell’accettazione del “Consenso del 1992”. Una dinamica che non era affatto scontata e potrebbe portare ad un nuovo approccio cinese nei confronti di Taipei. Xi ha anche elencato i vari benefici che la popolazione taiwanese potrebbe conseguire da una unificazione con la Repubblica Popolare cinese. Anche qui si tratta di un inevitabile azione di propaganda in occasione del Congresso, gli analisti cinesi hanno compreso in maniera chiara la forte volontà del popolo taiwanese. I gruppi politici che supportano a Taiwan una eventuale riunificazione con la Cina sono assolutamente minoritari, probabilmente sovvenzionati direttamente da Pechino e non nutrono nessun tipo di seguito nel paese. Anche tra gli esponenti del Kuomintang i sostenitori di un possibile processo di riunificazione sono praticamente scomparsi e tutti i sondaggi interni dimostrano chiaramente come la volontà di tutti i taiwanesi di mantenere la propria sovranità sia una caratteristica condivisa tra cittadini di variegati orientamenti politici e distinta appartenenza anagrafica.

Fino a qualche anno fa il miraggio di un miglioramento delle condizioni economiche ha costituito la principale spinta per i gruppi che hanno promosso delle istanze pro unificazione a Taiwan, ma la deriva di Hong Kong ha seriamente compromesso questa interpretazione. Una deriva che non è esclusivamente limitata alle libertà civili, una dinamica facilmente prevedibile, ma si estende anche allo sviluppo economico dell’ex colonia britannica. L’economia di Hong Kong sta infatti vivendo un momento complesso, il grande afflusso di capitali cinesi ha determinato un aumento del costo della vita sostanziale mentre le opportunità di crescita sono ostacolate dalla concorrenza cinese. Le precedenti generazioni avevano scelto di accettare le forti limitazioni di partecipazione alla vita politica per mantenere la competitività economica e il diffuso benessere sociale. Negli ultimi anni sempre più giovani lasciano l’ex possedimento britannico, gravati sia da una speculazione immobiliare alimentata da capitali cinesi sia dall’inedito fenomeno della corruzione dei funzionari. Le vicende di Hong Kong sono seguite molto attentamente a Taiwan e costituiscono un monito nei confronti di qualsiasi politica pro Cina. Pechino è ben cosciente dell’impossibilità di conquistare i cuori e le menti dei taiwanesi, d’altra parte la retorica del PCC non consente un arretramento di fronte alle rivendicazioni cinesi nei confronti di Taiwan. Il gelo sino-taiwanese durante il primo anno di governo della Presidente Tsai Ing-wen è stato, secondo molti analisti, causato proprio dalla preparazione al congresso del Partito comunista e alla necessità di Xi di non mostrare alcun segno di cedimento nei confronti di Taiwan. Nelle prossime settimane sarà possibile comprendere il futuro delle Cross-Strait relation e il possibile punto di partenza potrà essere proprio una interpretazione condivisa del gioco di parole che si cela dietro al “Consenso del 1992”.

#IlCongressodiXi – Il pensiero di Xi Jinping

La centralità del pensiero di Xi Jinping all’interno del Partito Comunista Cinese e della Repubblica Popolare è andata crescendo sempre più dalla sua ascesa nel 2012. La consacrazione ufficiale potrebbe arrivare con il 19° Congresso iniziato il 18 ottobre e che potrebbe inscrivere il pensiero di Xi all’interno dello Statuto del Partito. Se e come tale riconoscimento avrà luogo, sarà un importante indizio sulla fiducia e sulla popolarità di cui gode il leader cinese.

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Ad oggi, lo statuto del Partito recita: “il PCC assume come guida della propria azione il Marxismo-Leninismo, il pensiero di Mao Zedong, la teoria di Deng Xiaoping, l’importante Teoria delle tre rappresentanze e la visione scientifica dello sviluppo.” Gli unici due nomi, quindi, sono quelli di Mao e Deng, ma vengono menzionati (anonimamente) anche i concetti formulati da Jiang Zemin e Hu Jintao. L’omissione dei nomi, pur sembrando una piccolezza, in realtà testimonia il processo di rivendicazione collettiva di quei concetti fatto dal Partito.

Da domani, potremmo leggere anche i concetti centrali del pensiero di Xi Jinping. Dal 2012, l’attuale segretario del PCC ha pubblicato tre libri, il più rilevante dei quali è “Governare la Cina”, una raccolta di discorsi in cui vengono riportate le linee guida del suo pensiero riassumibili nella nozione di “Sogno Cinese”, l’aspirazione ad assurgere nuovamente all’apice del sistema internazionale. La riaffermazione (un “risorgimento nazionale”) della Cina dopo il trauma storico del “secolo delle umiliazioni” (ca. 1849-1949) è, in realtà, una retorica ripresa da tutti i leader cinesi a partire da Sun Yat-sen in poi.

Xi, dal canto suo, ha declinato questo concetto in riferimento all’appuntamento storico dei “Due Cento” per i quali la Cina dovrà diventare una società moderatamente prospera (2021, centenario della fondazione del PCC) e un paese “prospero, forte, democratico, avanzato culturalmente e armonioso (2049, centenario della fondazione della Repubblica), correggendo le distorsioni sociali ed economiche provocate da una cavalcata economica lunga 40 anni: consumi risicati, tassi di risparmio elevati, grande disuguaglianza regionale, un ceto medio urbano propenso a disaffezionarsi al Partito, tra gli altri problemi. Xi dimostra grande lucidità analitica quando nel suo discorso di apertura al 19° Congresso afferma che “la principale contraddizione che la società cinese affronta oggi è quella tra uno sviluppo squilibrato e insufficiente e la crescente domanda di benessere della popolazione” e che, a tal fine, la RPC ha bisogno di una “nuova visione di sviluppo”.

All’interno di questa cornice trovano spazio i c.d. “Quattro Principi Comprensivi” secondo i quali la leadership cinese dovrà lavora in modo integrato per:

  1. Costruire una società moderatamente prospera
  2. Intensificare le riforme
  3. Affermare lo stato di diritto
  4. Amministrare il partito rigidamente

L’obiettivo? Perseguire i “Quattro Grandi”:

  1. Confrontarsi con grandi sfide
  2. Costruire grandi progetti
  3. Promuovere grandi imprese
  4. Realizzare grandi sogni

Rivolgendosi al Partito, Xi ha ideato i c.d. “Quattro Principi della Fiducia in sé stessi”, secondo i quali il PCC dovrà confidare nel proprio cammino, nelle proprie teorie, nei propri sistemi, nella cultura del “Socialismo dalle caratteristiche cinesi”. Il ruolo del Partito è centrale nella riflessione di Xi poiché considerato l’unico soggetto capace di guidare il paese nelle acque profonde delle riforme strutturali da intraprendere. Un Partito che, quindi, si deve stringere attorno alle proprie strutture, alla propria storia, ai propri leader e alle proprie idee evitando “errori sovversivi”. Non a caso la prima delle raccomandazioni fatte da Xi al 19° Congresso è di “assicurare la leadership del Partito su tutti gli impegni di sviluppo”.

Nell’affermazione internazionale della RPC, un ruolo peculiare è conferito da Xi alle Forze Armate. Dal 2012 l’Esercito Popolare di Liberazione è stato oggetto di una riorganizzazione profonda ispirata a 3 obiettivi principali:

  1. Un miglioramento professionale del personale
  2. Una riorganizzazione dall’alto delle strutture per una maggiore efficienza e fedeltà
  3. Un maggiore impegno all’estero sia per le missioni internazionali di peacekeeping che per la sicurezza commerciale e dei propri investimenti

La chiusura del 19° Congresso del Partito Comunista Cinese darà le risposte alla domanda principale: il pensiero di Xi Jinping diventerà parte della dottrina del Partito e, quindi, dello Stato cinese? Il nome di Xi verrà accostato ai leader del passato, Mao e Deng? La leadership cinese del futuro si ispirerà ai principi e ai concetti elaborati in questi anni da Xi Jinping?

#IlCongressodiXi – Cina, verso il 19° Congresso del Partito Comunista

Il Partito Comunista di Cina è lo Stato cinese. La sovrapposizione tra organi di Partito e organi dello Stato ha creato nei decenni un ibrido politico-istituzionale e, per questo, il Congresso quinquennale del PCC è un appuntamento cruciale per la comprensione del comportamento cinese nell’arena internazionale.

#IlCongressodiXi – Cina, verso il 19° Congresso del Partito Comunista - Geopolitica.info

Questo contributo rientra all’interno di una serie di approfondimenti che Geopolitica.info condividerà per monitorare gli sviluppi dell’imminente Congresso del PCC. Segui su Facebook gli aggiornamenti attraverso l’hashtag #IlCongressodiXi. LEGGI ANCHE “LE SFIDE FUTURE DELLA CINA

Il 19esimo Congresso del Partito Comunista Cinese si aprirà il 18 ottobre nella Grande Sala del Popolo a Piazza Tienanmen, Pechino, e arriva in un momento complesso per la leadership cinese. Vediamo quali gli sviluppi dall’ultimo Congresso (2012):

FRONTE INTERNO

Xi Jinping è stato indicato come “core leader” del Partito, seguendo le orme di Deng e prima di Mao. L’aggettivo non implica nessun potere ma dimostra l’effettivo prestigio e primato di Xi all’interno del PCC e, quindi, dell’amministrazione cinese. Il pensiero di Xi sta diventando, oggi, filosofia dell’azione politica ed economica del paese. Xi arriva al Congresso dopo alcune importanti iniziative interne di cui è stato promotore. In particolare:

  • La grande campagna anticorruzione che avrebbe colpito 210 mila persone solo nella prima metà del 2017 guidata da un fedelissimo di Xi. La massiccia operazione ha colpito un buon numero di alti funzionari, eliminando parte del fronte dissidente all’interno della nomenklatura (il caso più emblematico è Sun Zhengcai), e anche importanti uomini di affari (uno su tutti Guo Wengui).
  • La politica economica volta a fare della Cina una nazione prospera e pienamente sviluppata. Gli obiettivi sintetizzati da Xi nel concetto di “New Normal”. Le linee guida di questo nuovo orientamento sono inserite all’interno della più vasta cornice del c.d. “Sogno Cinese”, cioè il consolidamento interno e internazionale della RPC, e dei “Due Cento”, i due obiettivi di sviluppo in vista delle ricorrenze del 2021 e del 2049 (centenario dalla fondazione del PCC e centenario dalla fondazione della RPC). Il piano quinquennale 2016-2020 ha ufficializzato tale orientamento, evidenziandone gli obiettivi principali: un tasso di crescita del PIL del 6,5 % annuo, una crescita quality-oriented, cioè sostenibile e tecnologicamente avanzata, una riduzione degli investimenti pubblici, una riduzione delle esportazioni, un aumento dei consumi interni per risolvere il problema del “saving glut”, un aumento del settore terziario, la riduzione degli stock, in particolare quelli immobiliari, la riduzione dell’indebitamento (de-leveraging), queste le priorità.

L’attivismo di Xi e la capacità dimostrati da Xi e il suo entourage hanno fatto parlare Andrew Gilholm su Foreign Affairs di “Xitocrazia”, il dominio incontrastato sul Partito e sullo Stato.

 

FRONTE INTERNAZIONALE

L’iniziativa principale della leadership cinese di Xi Jinping sul fronte internazionale è il progetto “One Belt, One Road”, costituito da due direttrici, una terrestre ed una marittima e che dovrebbero collegare paesi che coprono insieme circa il 55% del PIL mondiale, il 70 % della popolazione e il 75 % delle riserve energetiche ad oggi conosciute. È considerato il Grand Design di Xi, paragonato al Piano Marshall per il proposito di inondare i mercati stranieri con le proprie merci e collegare le economie di mezzo mondo a Pechino. Parallelamente ad OBOR, la Cina si è fatta promotrice in campo finanziario di alcune importanti iniziative: la Nuova Banca di Sviluppo (NDB BRICS) nel luglio 2014, la Banca Asiatica d’Investimento per le infrastrutture (AIIB) nell’ottobre 2014, e la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) che dovrebbe essere finalizzata nei prossimi mesi.

L’affare più impellente è, però, la Corea del Nord. La posizione cinese rischia di essere compromessa da un’escalation che nessuno desidera ma che nessuno sembra voler o poter interrompere. Le rigidità e gli interessi degli attori in gioco (Corea del Nord, Cina e USA, Giappone e Corea del Sud) hanno inasprito il dialogo, trasformando un dossier secondario in un caso internazionale. Xi dovrà dimostrarsi capace, contemporaneamente, di risolvere la tensione intercedendo significativamente presso Pyongyang e di salvaguardare gli interessi nazionali di sicurezza.

 

CONCLUSIONI

La leadership di Xi arriva solida e propositiva al Congresso. È molto improbabile, quindi, che vi siano complicazioni per la riconferma di Xi a guida del paese. Interessante sarà vedere chi sarà eletto al Comitato Centrale, deputato poi ad eleggere i membri dell’Ufficio Politico e del Comitato permanente, l’organo ristretto al vertice del Partito. Inoltre, potremmo sapere se esista ancora, dopo la campagna anti-corruzione, un dissenso interno verso Xi e quali siano i temi di contrasto. Xi, ovviamente, punta ad uscire dal Congresso con un Comitato centrale leale ed accondiscendente per procedere con le riforme che ha in mente.

Le sfide future della Cina

La Repubblica Popolare Cinese (RPC), nata nel 1949 dalla frattura rivoluzionaria compiuta dal Partito Comunista Cinese (PCC), è oggi la seconda potenza economica del mondo con un Prodotto Interno Lordo (PIL) di 11 mila miliardi di dollari. Si stima che la crescita annua media tra il 1980 e il 2016 del PIL cinese ammonti a 9,64 %, con un picco storico nel 1984 del 15,2 %. Con, inoltre, una popolazione di quasi 1,375 miliardi di persone, un tasso di disoccupazione, nel 2015, del 4 %, una bilancia dei pagamenti in positivo per 293 miliardi di dollari, la RPC è oggi un gigante economico, demografico e politico.

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Le sfide economiche e finanziarie

La sfida principale è sulla crescita. La ristrutturazione del sistema economico in atto è disseminata di ostacoli e dubbi. L’approvazione del XIII piano quinquennale nel marzo 2016 ha prefissato degli obiettivi da raggiungere nel corso del prossimo quinquennio, ma ha anche gettato le basi di quello che dovrà essere lo sviluppo cinese di lungo termine (orizzonti 2021 e 2049). La percezione, però, è che la Cina, per raggiungere gli obiettivi preposti, possa perdere proprio il terreno su cui aveva scommesso e vinto 40 anni fa, quello delle esportazioni e del lavoro a basso costo. Con il “New normal” e gli aumenti degli stipendi, gli investimenti si allontaneranno e le imprese delocalizzeranno, la crescita rallenterà per poi assestarsi. Il passaggio da un modello export-led ad uno consumption-led è, infatti, lento e rischioso e implica una modernizzazione istituzionale e politica che il PCC potrebbe non volere.

Un altro ambito in cui la RPC dovrà dimostrare maggiore presenza è quello finanziario. È il generale Qiao, autore del celebre “Guerre senza limiti” e voce autorevole del pensiero strategico cinese, ad individuare la finanza internazionale come il banco di prova per la RPC. In una rapida digressione storica, il generale individua il 1971, l’anno della dismissione del gold standard sancito 27 anni prima a Bretton Woods, come il reale turning point della storia economica mondiale. Abbandonando la convertibilità aurea del dollaro e potendo apprezzare e deprezzare la propria valuta liberamente, gli USA avrebbero costruito la propria supremazia, gestendo a proprio piacimento i flussi di capitali mondiali, ancorati alla propria moneta fluttuante attraverso diversi accordi (Accordi del Plaza, c.d. Bretton Woods II etc.). In particolare, gli USA, essendo denominata la maggior parte degli scambi mondiali in dollari e, in particolare, quelli del petrolio (petro-dollari), hanno avuto la possibilità di rifinanziare il proprio debito a tassi di interesse molto bassi.

 

Dopo l’inserimento dello yuan tra le valute di riserva (prima) e nel paniere dei DSP (dopo) da parte del FMI, la Cina dovrà riuscire a far denominare un numero sempre maggiore di scambi in renminbi, ma incontra alcuni ostacoli su questo percorso (Lee, 2016):

  • Un mercato finanziario non sviluppato che non riesce ad attrarre lo stesso volume di investimenti di quello americano.
  • La scarsa credibilità cinese in campo politico e militare rispetto a quella degli Stati Uniti.
  • Il tempo e gli sforzi necessari per l’internazionalizzazione di una moneta.
  • La necessità di raggiungere un accordo con Washington per ridurre la resistenza americana all’affermazione dello yuan.

In quest’ottica si possono leggere gli innumerevoli progetti di collegamento fisico e non che il governo cinese, attraverso la propria politica estera e le proprie SOE o SCE, sta portando avanti. Per esempio le nuove alleanze di natura regionale o inter-regionale di cui la Cina si è fatta promotrice, prima tra tutti la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), l’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) e la New Development Bank (NDB) la c.d “banca dei BRICS”.

Le sfide geopolitiche e strategiche

Figura 2. La prospettiva geografica cinese

Fonte: FRIEDMAN G. & SHAPIRO J. L, 2017

La sfida economico-finanziaria pone, quindi, implicite sfide geopolitiche. La Cina, infatti, per internazionalizzare la propria moneta dovrà portare i propri prodotti e il proprio capitale (fisico e umano) nei mercati mondiali. Per farlo avrà bisogno di una rete di alleanze e collegamenti strategici, un piano Marshall cinese, con cui presidiare il globo.

Attriti geopolitici, quindi, potrebbe derivare dalla strategia della Cina per le isole del Mar Cinese Meridionale e Orientale e dai molti progetti cinesi attivi nel mondo.  Le rivendicazioni cinesi nel Mare meridionale ricco di isole che, se in mano straniera, potrebbero compromettere il traffico navale e la sicurezza dell’Heartland cinese (e far perdere alla Cina un’importante risorsa di pesca ed energia) cozzano con gli interessi strategici delle medie potenze vicine. Il progetto del c.d. canale “anti-Panama”, proposto ma bloccato ad uno stadio iniziale per problemi finanziari dell’azienda è un esempio dell’ampio respiro del disegno geopolitico cinese. Appena inaugurato è, invece, l’oleodotto che collega Cina e Myanmar che porterà il petrolio al dragone cinese senza passare per il dedalo di “choke points” del Sud Est asiatico, e in particolare dello Stretto di Malacca. I progetti cinesi nel continente africano legano i paesi e le classi politiche africane al consenso e agli IDE cinesi.

 

Le nuove vie della seta

Figura 3. Le rivendicazioni nel Mar Cinese Meridionale


Fonte: www.thesouthchinasea.org

A rappresentare al meglio il nuovo orientamento economico e strategico della RPC è il progetto delle “Nuove Vie della Seta”. Per sfuggire al “contenimento” (c’è chi lo definirebbe “congagement”, crasi del più classico “containment” e dell’amichevole “engagement”) della propria potenza da parte delle medie e super (il Giappone) potenze regionali e degli USA, la Cina ha pensato di fare appello ai suoi nuovi (e ai potenziali) alleati con un ambizioso progetto di infrastrutture, lanciato con il motto di “One Belt, One Road” (OBOR). Il piano è costituito da due direttrici, una terrestre ed una marittima. Nel suo insieme il progetto OBOR dovrebbe collegare paesi che coprono insieme circa il 55% del PIL mondiale, il 70 % della popolazione e il 75 % delle riserve energetiche fino ad ora conosciute.

 

In merito alle direttrici scelte per il nuovo progetto, Qiao (2015, p. 202) ha affermato: “Qualcuno potrà obiettare che solitamente il contenimento di un rivale si fa nella sua stessa direzione, ma il modo più efficace per rispondere al perno asiatico è andare nella direzione opposta. Ovvero muoversi verso Occidente. Non per evitare il confronto, né per paura. Quanto per allentare la pressione esercitata su di noi a Oriente”. A 100 giorni dall’insediamento del nuovo presidente, Donald Trump, sono ancora da saggiare i reali propositi strategici del nuovo inquilino di Washington per il Pacific Rim, ma sembra ardua una prospettiva di conciliazione con il gigante cinese. A fungere da merce di scambio potrebbe essere la Nord Corea ma questo dipenderà dalla capacità e dalle volontà delle due dirigenze.

La Nuova Via della seta, il Pakistan e l’India

Le luci puntate sul palcoscenico dell’incontro sulla One Belt One Road tenutosi in Cina dal 12 al 14 maggio hanno rivelato una situazione interessante dal punto di vista della cooperazione e del coinvolgimento nel progetto ma anche delle defezioni. L’iniziativa ha visto lo spiccato interesse di numerosi paesi europei, fra i quali l’Italia, che punta al progetto per la possibilità di investimenti sui suoi porti, oltre che della Russia, ma la significativa defezione dell’India. Da parte dell’Unione Europea invece sono stati fatti rilievi sulla mancanza di assicurazione riguardante la sostenibilità ambientale del progetto.

La Nuova Via della seta, il Pakistan e l’India - Geopolitica.info

E’ noto come Pechino si sia preoccupata della creazione di una infrastruttura finanziaria in grado di sostenere il piano economico che sostiene l’impresa. Il costo generale che ha prospettato all’ultima riunione il Presidente Xi Jinping è di circa 125 miliardi di dollari e verrà in gran parte finanziato dall’AIIB, la Banca asiatica per gli investimenti in infrastrutture. La Banca, costituita con gli sforzi di vari stati concorrenti, fra cui vari stati europei, è già il contraltare degli strumenti finanziari internazionali per l’Asia. Non è un caso che la costituzione della grande struttura finanziaria sia andata di pari passo con alcuni test sostenuti dalla moneta cinese (RMB-Renminbi), ad esempio nell’estate del 2015 la svalutazione concorrenziale della moneta cinese è avvenuta in corrispondenza dell’accordo per la costituzione dell’organismo finanziario. La svalutazione della moneta, promossa e controllata dalla Banca Centrale Cinese servì anche ad alleggerire il peso degli investimenti di base (che erano appunto in moneta cinese), rendendo più appetibile la partecipazione ai paesi stranieri. La AIIB è  insomma stata un grande successo finanziario dell’Era Xi.

La forza del progetto OneBeltOne Road affonda le sue radici nella grande struttura di sostegno e nella entusiasta partecipazione internazionale, specialmente in Asia, che la realizzazione di infrastrutture tramite IDE sta riscuotendo. A tal proposito basta citare la commistione del Pakistan nella realizzazione del China-Pakistan EconomicCorridor(CPEC) che fungerà da collegamento fra la Nuova Via della Seta terrestre e la rotta navale che costituiranno la OBOR. Il CPEC frutterà ad Islamabad investimenti per oltre 62 miliardi di dollari.Ad esempio il porto di Gwadar, costruito con enormi sforzi capitali cinesi in territorio pakistano è il simbolo della rafforzata alleanza fra i due paesi e sarà il nodo fondamentale del CPEC. Ma oltre allo snodo navale è importantissima l’infrastruttura che la Cina andrà a realizzare su tutto il territorio seguendo la rotta del traffico. Proprio la concentrazione sul livello infrastrutturale è la forza del progetto, infatti gli investimenti sul territorio sono il miglior premio per i paesi che si avvicinano all’OBOR.

Resta da vedere quale sarà la gestione effettiva della Cina, e si dovrà valutare attentamente l’impatto ambientale e sociale della manovra di investimenti. Non è un caso che le maggiori riserve dell’Unione Europea sono state proprio relative alla sostenibilità ambientale e sociale.[1] Infatti se l’iniziativa di base sembra essere un passo positivo ed inclusivo verso una liberalizzazione dei mercati, gli stati dell’Unione, in particolare la Germania, rimangono dubbiosi riguardo all’impostazione eccessivamente sviluppista di Pechino e alla carenza di rassicurazioni riguardanti l’armonizzazione alle politiche ambientali europee dell’intero progetto. Germania, Francia e Gran Bretagna hanno anche declinato la firma del comunicato congiunto alla conclusione del summit per la carenza di specifiche rassicurazioni sulla sostenibilità.

Un caso differente e più spiccatamente critico è rappresentato dall’India del conservatore Narendra Modi che si è rifiutata di prendere parte al convegno pur essendo stata invitata. Le ragioni di Nuova Delhi sono ufficialmente un interessamento di secondo piano ai progetti, oltre che un atto di coerente dissenso per la disputa sul territorio del Kashmir. Un tratto del CPEC e di strutture ad esso concorrenti transiteranno infatti sulla parte pakistana del territorio ancora conteso tra Islamabad e Nuova Delhi. Seppure l’atteggiamento indiano sia coerente avrà sicuramente due effetti collaterali: l’isolamento dell’India da un progetto economico e finanziario di importanza mondiale, non concorrere alla stabilità geopolitica dell’Area asiatica che la vede come un tassello fondamentale. L’analisi fondamentale che deve essere fatta è che l’India rappresenta la seconda potenza asiatica e che un equilibrio che prescinda da Nuova Delhi per il panorama asiatico nella sua interezza è pressoché chimerico.

L’India ha un enorme peso economico e soprattutto è security provider dell’Asia centro meridionale e soprattutto dello snodo fondamentale Oceano Pacifico-Oceano Indiano. L’irrigidimento della posizione di Narendra Modi, causato con ogni probabilità da equilibri lobbistici interni dovuti alla forte immagine internazionale che il Baratyia Janata Party(partito conservatore) necessita per legittimarsi, non potrà che portare a ulteriori frizioni con le élites di Pechino. Le frizioni tra India e Cina avranno effetti negativi per ambedue le parti, benché la Cina dichiari che il progetto avrà un normale corso anche senza la presenza del governo indiano, la defezione di Delhi avrà un peso negativo sulla cornice di sicurezza e supporto economico necessaria.

Francesco Valacchi, è Dottorando in geopolitica dell’Università di Pisa e ufficiale in servizio dell’Esercito Italiano. Le sue riflessioni e opinioni sono completamente indipendenti dalla linea di pensiero della Forza Armata.

Le illusioni cinesi del Vaticano

Le relazioni tra Santa Sede e Cina rappresentano uno dei fili rossi delle relazioni internazionali degli ultimi decenni. Soprattutto a partire dal papato di Benedetto XVI – che con una lettera del 2007 dichiarò esplicitamente la propria volontà di aprire un canale di dialogo con le autorità cinesi – il Vaticano ha cercato di dare una svolta ai rapporti bilaterali con la Repubblica Popolare Cinese che potesse portare a un accordo su svariate questioni, a partire dalla vexata quaestio della nomina dei vescovi cinesi. Tuttavia, i rapporti diplomatici tra la Santa Sede e Pechino, interrotti ufficialmente dal 1951, non sembrano aver raggiunto ancora un livello tale da poter accennare, anche lontanamente, a un accordo tra le due parti. Infatti anche gli sforzi di Papa Bergoglio sembrano essersi incagliati contro le parole e le azioni di un regime contrario a qualsiasi svolta che ponga fine alle alle difficili condizioni della comunità cattolica cinese, composta da circa 15 milioni di fedeli. Le notizie degli ultimi mesi, infatti, non sembrano offrire alcun elemento che indichi una qualche evoluzione positiva della trattativa tra le due parti.

Le illusioni cinesi del Vaticano - Geopolitica.info

Nel dicembre scorso, la Nona assemblea dei rappresentanti cattolici cinesi ha ribadito la “indipendenza” e la “autonomia” della Associazione Patriottica (ossia, la Chiesa eterodiretta dal regime comunista attraverso la State Agency for Religious Activities) e il carattere “patriottico” della fede, in linea con le direttive del Presidente cinese Xi Jinping, con cui il leader cinese ha ribadito la volontà di portare avanti un processo di “sinicizzazione” delle religioni in Cina. Una chiusura sostanziale a qualsiasi soluzione riguardante la nomina dei vescovi, che com’è noto vede, da una parte, la Santa Sede ferma sulla volontà di mantenere il potere di nomina dei vescovi e, dall’altra, Pechino indisponibile a svolgere una semplice funzione “consultiva” e a cedere questo potere al Vaticano.
Accanto a questo nuovo stallo politico e diplomatico sulla nomina dei vescovi, vi sono poi le notizie degli ultimi mesi riguardanti le continue azioni repressive delle autorità cinesi contro le comunità cristiane e, più in generale, di altre confessioni, non riconosciute dal regime comunista.
Lo scorso 20 aprile, le forze di polizia hanno interrotto una messa non autorizzata nella regione del Heilongjiang che stava per portare all’arresto del sacerdote della Chiesa di Qinshan. Un’azione, a quanto pare, ispirata dal Ministero per gli Affari Religiosi del regime e dal Fronte Unito, l’organismo statale che attua a livello nazionale e provinciale le direttive politiche del Partito Comunista sulle religioni.

Oltre a questi eventi, continuano poi gli arresti e gli internamenti dei vescovi della Chiesa non ufficiale. A titolo di esempio, lo scorso 4 aprile Vincenzo Guo Xijin, vescovo sotterraneo di Mindong, è sparito, a quanto pare sequestrato dalle autorità cinesi, e pochi giorni dopo, il 12 aprile, stessa sorte è toccata a Pietro Shao Zhumin, vescovo sotterraneo di Wenzhou. Tuttavia, mentre monsignor Shao sembra essere tornato nella propria comunità, non si hanno ancora notizie riguardo a una possibile liberazione di monsignor Guo.

Tutti questi eventi sono poi parte di un quadro ancor più ampio, costellato di abusi e soprusi del regime comunista nei confronti di molte altre comunità cristiane o altre minoranze religiose.  
Non sorprendono, quindi, gli interrogativi che serpeggiano tra la comunità cattolica cinese, e non solo, sulla bontà della politica aperturista del Vaticano, soprattutto del pontificato di Papa Francesco. Tralasciando un inspiegabile silenzio da Roma sui soprusi e le vessazioni della comunità cattolica in Cina (soprattutto considerando il dinamismo mediatico dell’attuale pontefice su molte altre tematiche), la Santa Sede negli ultimi anni ha avuto un atteggiamento piuttosto ambiguo nei confronti del governo di Pechino. Si pensi al fatto che in vista della Nona assemblea dei rappresentanti cattolici cinesi, precedentemente citata, il Vaticano non ha espresso alcuna posizione sulla partecipazione o meno dei vescovi alle attività dell’assemblea; un elemento di discontinuità con il papato di Joseph Ratzinger, che nel 2010, a ridosso della precedente edizione dell’Assemblea, aveva invitato i vescovi a non partecipare.
Per cui, alle parole, alle dichiarazioni e alle conseguenti azioni del Vaticano le autorità cinesi, finora, hanno risposto con una propaganda e azioni repressive volte ad annichilire qualsiasi forma di pratica religiosa non autorizzata o non eterodiretta dal partito comunista. A questo punto, sembra lecito chiedersi quale sia il senso della politica internazionale del Vaticano nei confronti della Cina comunista. Le azioni di Papa Francesco saranno anche mosse dalla speranza di porre fine alla drammatica situazione della comunità cattolica cinese. Ma tra speranze e illusioni c’è una certa differenza.

Lo scacchiere asiatico

Nel panorama anarchico delle relazioni internazionali, i primi mesi del 2017 hanno rappresentato un periodo di decisivi cambiamenti geopolitici dall’esito piuttosto incerto e a tratti preoccupante. Non c’è settore che non sia stato investito da trasformazioni e crisi, e in questa cornice l’Estremo Oriente rappresenta uno degli scenari più interessanti e dinamici del globo. Usa, Cina, Corea del Sud, Corea del Nord, Giappone e Taiwan sono le pedine principali di uno scacchiere frenetico, in cui tensioni internazionali e crisi interne, frizioni militari e guerre commerciali avranno ripercussioni sugli equilibri delle relazioni internazionali in molte altre regioni.

Lo scacchiere asiatico - Geopolitica.info

Di nuovo in Corea
La penisola coreana rappresenta, ancora una volta, il punto più caldo del quadrante Asia-Pacifico. Il 6 marzo, poco dopo l’inizio dell’annuale esercitazione congiunta tra forze armate statunitensi e forze armate coreane denominata Foal Eagle, la Corea del Nord ha simulato per la prima volta un attacco missilistico multiplo, di media gittata, diretto verso il Giappone e le basi statunitensi sul territorio giapponese, con tre missili caduti a circa 300 km dalla costa nipponica. A questa simulazione, in concomitanza con la visita del Segretario di Stato Usa Tillerson a Pechino, ha fatto seguito a stretto giro il test di un nuovo reattore missilistico che, secondo quanto riportato dalla stampa, potrebbe garantire al Pyongyang la capacità di lanciare satelliti oppure missili in grado di raggiungere il suolo statunitense. Questi due test sono stati solo l’ennesima dimostrazione di forza di un regime che negli ultimi sei anni, a seguito della salita al potere di Kim Jong Un, ha condotto decine di test missilistici e tre test nucleari, implementando le proprie capacità belliche.

Questa situazione ha chiaramente prodotto il solito teatrino di botta e risposta diplomatici, ma ha anche provocato un deterioramento delle relazioni nell’intero quadrante, con mosse che non si sono limitate a semplici scaramucce o accuse a mezzo stampa. Gli Usa hanno infatti accelerato lo schieramento, in Corea del Sud, del sistema di difesa missilistico THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) che verrà testato per la prima volta ad Aprile. Questa mossa repentina ha così generato una reazione da parte di Pechino e Mosca, con il regime cinese pronto ad azionare delle sanzioni nei confronti della Corea del Sud, che tuttavia al momento si sono manifestate in maniera piuttosto blanda.

Ciò nondimeno, le dinamiche geopolitiche della penisola coreana, come il dispiegamento del THAAD, sono in parte dettate anche dalle situazioni domestiche dei paesi dell’area, con particolare riferimento al governo di Seoul. Infatti la repubblica sudcoreana si trova oggi ad affrontare un delicato passaggio politico, dopo che l’ormai ex presidente, Park Geun-hye, è stata costretta a dimettersi a causa di una lunga e travagliata procedura di impeachment, nata a seguito di un processo per corruzione che ha già coinvolto svariati uomini del suo entourage e svariati manager delle maggiori aziende sudcoreane, tra cui la Samsung (un processo che, tra l’altro, potrebbe coinvolgere la stessa Park). A questo va aggiunto che in concomitanza con le elezioni presidenziali, indette per il 9 maggio prossimo, il Paese asiatico potrebbe affrontare anche un referendum costituzionale volto a limitare i poteri del presidente sudcoreano. È quindi lecito sospettare che gli Stati Uniti abbiano accelerato il dispiegamento del THAAD anche sulla base di questa crisi politica, che potrebbe portare al governo, fra due mesi, forze politiche meno inclini al forte impegno militare degli Usa in Corea del Sud.

In tutto questo, come già accennato, la settimana scorsa si è svolto il primo tour diplomatico di Rex Tillerson, capo della diplomazia statunitense dell’era Trump. Il tour, che ha avuto come prime tappe Seoul e Tokyo, si è concluso domenica a Pechino, dove il Segretario di Stato Usa ha incontrato le più alte cariche della Repubblica Popolare, compreso chiaramente il presidente Xi Jinping. Tillerson ha caratterizzato il suo tour premendo specialmente sulla questione nordcoreana, sottolineando come gli Stati Uniti abbiano ormai esaurito la pazienza nei confronti di Pyongyang e come, dopo l’evidente fallimento delle strategie utilizzate finora, tutte le opzioni siano oramai sul tavolo. A queste dichiarazioni sono seguite le richieste, supportate, via Twitter dal presidente Usa Donald Trump, di un maggior impegno da parte del governo cinese, principale alleato della Corea del Nord, a dissuadere il governo nordcoreano nel continuare i suoi progetti missilistici e nucleari.

Le altre caselle: Taiwan e Mar Cinese Meridionale
Dal canto suo, la Cina popolare, concluso da poco il Congresso nazionale dei rappresentanti del popolo, ha ribadito di avere tutto l’interesse affinché le relazioni con gli Usa rimangano stabili e proficue. Nulla di nuovo per un Paese che ad ogni occasione pubblica ha ribadito questa linea, ma che nei fatti ha avuto un atteggiamento ambiguo, mostrando quasi sempre una certa disinvoltura nell’utilizzo della leva economica e militare verso paesi alleati degli Stati Uniti, anche in settori diversi dalla storica linea di confronto-scontro sulla penisola coreana. Pechino e Washington infatti continuano a confrontarsi anche in altri settori, come lo stretto di Taiwan e il Mar Cinese Meridionale, e anche in questo caso si parla di aree in cui il confronto tra le due potenze si protrae da anni se non decenni. Tuttavia lo switch della presidenza Trump dalla precedente strategia, molto incentrata sul soft-power, ad una fondata maggiormente sull’hard-power potrebbe portare ad evoluzioni inaspettate.

Taiwan, da quando si è insediata l’amministrazione di Tsai Ing-wen, è oggetto di una certa pressione politica da parte della Cina popolare. I rapporti tra l’isola e il continente sono di fatto congelati da mesi, ossia dall’elezione dell’attuale amministrazione. Il governo di Taipei, seppur intenzionato a inserire le negoziazioni con il regime cinese all’interno di un meccanismo istituzionalizzato, si è caratterizzato sin dal suo insediamento per una politica meno conciliatoria verso la Cina comunista rispetto alla precedente amministrazione taiwanese. Dall’altra parte dello stretto, il governo di Pechino ha continuato a mantenere una posizione apparentemente accondiscendente rispetto alla politica di Taiwan, pur tuttavia ribadendo la totale opposizione a qualsiasi opzione indipendentista dell’isola sulla base del principio della “unica Cina”, condiviso anche dall’amministrazione Trump – nonostante una certa ambiguità iniziale della nuova presidenza Usa. Ciò nonostante, la situazione appare meno fredda e lineare rispetto a quanto ostentato dalle dichiarazioni ufficiali. Da un lato, le notizie di nuove installazioni o di manovre militari delle forze armate di Pechino sullo stretto sono oramai all’ordine del giorno. Dall’altro lato, è probabile che Taiwan potrà giovare in parte della nuova politica muscolare di Washington e del relativo aumento delle spese militari statunitensi: è di pochi giorni fa, infatti, la notizia che nei prossimi mesi potrebbero arrivare nuovi rifornimenti militari per l’isola da parte dell’amministrazione Trump.

Accanto a queste manovre e provocazioni tra Cina, Stati Uniti e alleati sullo stretto di Formosa, si aggiunge poi la delicata situazione del Mar Cinese Meridionale . Infatti, è noto da mesi che il governo di Pechino ha dato inizio alla costruzione di basi e installazioni sulle isole Paracel – rivendicate sia da Taiwan che dal Vietnam – e sulle isole Spratly – rivendicate dalle Filippine -, generando una serie di reazioni diplomatiche e operative da parte del governo di Manila, storico alleato statunitense orientato verso un rafforzamento delle proprie strutture di difesa.
A questo quadro già di per sé complicato bisogna aggiungere poi un altro elemento, ossia l’ingresso in campo del Giappone. Impegnato in prima linea nella complicata crisi coreana, Tokyo appare infatti determinata a giocare un ruolo nella crisi del Mar Cinese Meridionale, dove invierà la propria nave da battaglia Izumo per tre mesi, prima che questa partecipi a delle esercitazioni congiunte con la marina statunitense nell’Oceano Indiano. Questa mossa del governo nipponico, insieme ad altre iniziative, si inscrive all’interno delle logiche di confronto tra gli attori dell’area, ma è anche riconducibile dell’attuale corso della politica giapponese. Shinzo Abe, l’attuale primo ministro nipponico, è da anni sostenitore di un referendum che superi definitivamente il principio del “pacifismo assoluto”, così come previsto dall’articolo 9 della Costituzione giapponese. Questo consentirebbe al Giappone di partecipare o avviare con più disinvoltura azioni di sicurezza e militari, sia sul piano internazionale che quello regionale. Avendo ottenuto una modifica dello statuto del Partito Liberal Democratico che gli consentirà di rimanere leader del partito per altri tre anni, Abe si ripresenterà alle prossime elezioni alla testa dei liberaldemocratici, con la chiara possibilità di vincere le elezioni e quindi continuare la sua azione di governo. E nel caso vincesse, è molto probabile che il superamento del pacifismo assoluto diventi un punto cruciale del suo nuovo mandato. Tuttavia, è lecito sospettare che anche nel caso in cui il PLD non vincesse le prossime elezioni nazionali nel 2018, il tema del superamento dell’articolo 9 rimarrà sul tavolo della politica nipponica. Ed è altrettanto lecito sospettare che tutto questo avrà delle ripercussioni su tutto il quadrante Asia-Pacifico.

Le prossime mosse
Tirando le somme, lo scacchiere asiatico sembra destinata a complicarsi ulteriormente.
I problemi interni dei vari paesi coinvolti, sommati alle strategie regionali dei vari attori, suggeriscono un futuro fatto di crescenti tensioni. La crisi della penisola coreana vede il regime nordcoreano intenzionato a non retrocedere di un passo dalla strategia aggressiva a cui ci ha abituato in questi anni. Bisognerà vedere se e in quale misura la Cina di Xi Jinping riuscirà a placare l’atteggiamento belligerante di Kim Jong Un: tuttavia, per quanto frustrata dall’alleato, la Cina comunista continua a considerare il regime nordcoreano un elemento strategico della propria politica di difesa e pressione, malgrado gli eccessi di Pyongyang. Sull’altro lato della barricata, al di sotto della zona demilitarizzata, la Corea del Sud affronterà nei prossimi due mesi un travagliato periodo elettorale, che potrebbe portare al potere forze forse maggiormente aperte a qualche forma di dialogo con il regime di Pyongyang e sicuramente meno inclini all’impegno militare statunitense sul suolo sudcoreano. Un’eventualità che potrebbe creare qualche grana all’alleato statunitense, che pare ormai indirizzato ad affrontare le controversie dell’intero settore a muso duro, come dimostrano le vicende del sistema THAAD e le routinarie esercitazioni militari congiunte tra l’esercito statunitense e quello sudcoreano.

L’unico alleato sul quale gli Stati Uniti, ad oggi, pare possano fare affidamento ad occhi chiusi è il Giappone di Shinzo Abe: per quanto ancora frenato dalle costrizioni della carta del 1949, solo parzialmente superate dalla dottrina costituzionale nipponica, il governo di Tokyo sembra fermamente intenzionato a ottenere un ruolo sempre più attivo e centrale nelle dinamiche politiche e strategiche della penisola coreana e dell’intero quadrante. Tuttavia, bisognerà attendere più di un anno prima che queste aspirazioni possano effettivamente di divenire una realtà libera dalle limitazioni appena accennate.
Nel frattempo, anche le tensioni sullo stretto di Taiwan e nel Mar Cinese Meridionale continueranno a mantenersi piuttosto elevate. Sia nel primo caso che nel secondo, tutte le pedine appaiono intenzionate a implementare le proprie risorse militari, senza contare altri attori sulla scena, come ad esempio il governo di Tokyo e il già citato caso della nave da battaglia diretta nelle zone calde dell’area.
È chiaro, in ogni caso, come tutte queste dinamiche, con accenti diversi, siano definitivamente legate alle scelte strategiche degli Stati Uniti e della Repubblica popolare cinese. La visita del Segretario di Stato statunitense sommata all’atteggiamento del governo di Pechino, sembrano aver scongiurato, per ora, un’accelerazione della più volte annunciata guerra commerciale tra le due potenze.Tuttavia, come già sottolineato, entrambi gli attori in campo non sembrano voler rinunciare a un atteggiamento muscolare, abbastanza esplicito sia guardando alla crisi coreana, che alle vicende di Taiwan che a quelle delle isole Spratly, Paracel e delle altre zone di tensione nel Mar Cinese Meridionale.

Per cui, la partita a scacchi asiatica si prolungherà per molti mesi e sarà centrale soprattutto capire: se e in quale forma Washington e Pechino riusciranno a trovare dei campi sui quali poter collaborare; se e in quale forma si evolverà il confronto tra i due Paesi, nei casi in cui non sarà possibile trovare un accordo. Ad oggi, fatte salve le dichiarazioni ufficiali, le due potenze sembrano intenzionate a sfruttare al massimo delle strategie fondate sull’hard-power, ma allo stesso tempo entrambi gli attori sembrano intenzionati a scongiurare soluzioni in grado di generare veri e propri conflitti nei settori già citati.
Difficile affermare chi tra i due principali competitor riuscirà ad aumentare la propria influenza. La Cina comunista ha dalla sua parte una strategia consolidata, ossia la capacità di combinare toni diplomatici (in alcuni casi più o meno aggressivi) con azioni spregiudicate. Inoltre la Cina avrà dalla sua la possibilità di espandere la sua influenza (e quindi il suo potenziale di ricatto) economico e commerciale sull’intero quadrante dopo la rinuncia della nuova amministrazione americana al Trans-Pacific Partnership (TPP). Tuttavia, le condizioni interne del paese, le irrisolte questioni di natura economica e finanziaria (come il rallentamento della crescita economica, la sovrapproduzione di materie prime o la preoccupante bolla immobiliare) potrebbero porre un freno alle azioni di Pechino.
Dall’altro lato, gli Stati Uniti potranno giovarsi ancora per un breve-medio periodo dello “effetto sorpresa” generato dalla elezione di Trump alla Casa Bianca. Tuttavia bisognerà vedere se e come questo effetto sorpresa verrà sfruttato. La strategia statunitense ha già subito alcuni cambi di rotta piuttosto significativi (basti pensare all’atteggiamento nei confronti della Corea del Nord, prima cauto e poi decisamente aggressivo) e il rischio è che questo possa minare la rotta che gli Usa sembrano aver imboccato in questi mesi. Senza contare la travagliata situazione politica che Donald Trump e la sua amministrazione saranno costretti ad affrontare a Washington, nei prossimi mesi.