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Cosa è successo all’incontro tra Trump e Xi al G-20?

L’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping a Buenos Aires è giunto in un clima pesante per le relazioni tra USA e Repubblica Popolare Cinese. Al centro delle tensioni tra Cina e USA, due dossier principali: ca. 150 giorni di trade war e lo spettro di un’escalation militare nel Mar Cinese Meridionale.

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Questo articolo inaugura Dazibao – Osservatorio strategico sulla Cina, una rubrica a cura di Lorenzo Termine. Puoi seguirla anche su Twitter: @dazibaocina

 

 

Pronti…

In ambito commerciale, durante l’estate, Trump aveva approvato il National Defense Authorization Act 2019 che dovrà garantire alla Casa Bianca un controllo più stringente sugli investimenti cinesi negli USA e sui trasferimenti di tecnologia verso l’estero e, successivamente, aveva imposto un dazio del 10% su circa 200 miliardi di dollari di prodotti cinesi che è previsto arrivi al 25% nel gennaio 2019. La risposta di Pechino non si era fatta attendere: un dazio tra il 5 e il 10% su una lunga lista di prodotti americani per un valore complessivo di 60 miliardi di dollari. L’inizio della “guerra commerciale” tra Washington e Pechino ha destato inquietudini e paure in tutto il mondo per le possibili ripercussioni sull’economia globale. I negoziati per un accordo che ponesse fine alla disputa sono proceduti attraverso una mezza dozzina di round che, non solo, hanno prodotto un nulla de facto ma hanno anche aumentato la distanza tra le due parti.

In ottobre, era stato il turno del Mar Cinese Meridionale ad incrinare i rapporti tra Pechino e Washington. Le esercitazioni congiunte di Regno Unito e Giappone, al volo di B-52 americani, al passaggio di una nave da guerra sudcoreana e ad una nuova Freedom of Navigation Operation degli Stati Uniti (la settima condotta dall’Amministrazione Trump) nella zona avevano scatenato dure proteste cinesi. Durante quest’ultima operazione si sarebbe sfiorata la collisione evitata solo grazie ad una manovra di evasione della nave americana. Il 9 novembre il Segretario di Stato Mike Pompeo e il Segretario alla Difesa James Mattis avevano ospitato il Ministro della Difesa cinese Wei Fenghe e il membro del Politburo del Partito Comunista Cinese e direttore della Commissione per gli Affari Esteri Yang Jiechi (nonché ex ambasciatore a Washington) per il secondo round dello U.S.-China Diplomatic & Security Dialogue. Il summit non aveva portato ad alcun risultato degno di nota relativamente ai temi più caldi, Mar Cinese Meridionale, Taiwan, Xinjiang pur aprendo alla possibilità di un nuovo set di confidence-building measures che riducesse il rischio di incomprensioni.

Partenza…

Nei giorni precedenti il summit, la confusione ha regnato sovrana. Prima Donald Trump ha minacciato nuove sanzioni per un valore di 267 miliardi di $ se la Cina non si fosse mostrata più disponibile ad un accordo, ma ha, anche, dimostrato fiducia nel negoziato. Tutto ciò mentre Axios rivelava che fonti interne all’Amministrazione non prospettavano alcuna volontà di accordo o di allentamento delle tensioni da parte della Casa Bianca. L’attenzione è stata, quindi, tutta concentrata sul summit di Buenos Aires, considerando anche la notizia secondo cui Liu He, uno delle menti dietro la politica economica cinese, fosse a Washington per preparare l’incontro. In generale, l’opinione di molti era che un incontro al vertice avrebbe rappresentato solo una pausa nell’inasprimento delle tensioni, un successo tattico in una relazione strategica in crisi.

Via!

Le delegazioni cinese e statunitense si sono sedute al tavolo poco dopo le 17.30 (ora locale, mentre in Italia erano le 21.30) per una cena (anticipata) che sarebbe dovuta durare circa 2 ore ma si è prolungata ben oltre, concludendosi, infine, attorno alle 20.15 con un forte applauso che è risuonato in tutta la sala.

Nel breve discorso di apertura, Donald Trump ha pronosticato un risultato positivo per entrambi definendo “incredibile” la sua relazione con Xi. Dal canto suo, il presidente cinese ha ricordato il tempo trascorso dall’ultimo incontro di vertice e ha sottolineato la fondamentale importanza della cooperazione tra i due paesi.

Alla fine, un vero e proprio accordo non è stato raggiunto ma è stato concordato un cessate il fuoco. Donald Trump ha accettato di sospendere per altri 90 giorni l’innalzamento dei dazi al 25% (previsto inizialmente per gennaio 2019). La Cina, dal canto suo, si è impegnata ad acquistare immediatamente un “non specificato ma sostanzioso ammontare di prodotti americani nei settori agricolo, industriale ed energetico”. Entro i 90 giorni, le due parti dovranno raggiungere un accordo.

Interessante notare come i media cinesi non abbiano riportato il termine di 90 gg, limitandosi a riferire che Pechino e Washington hanno concordato di “evitare l’escalation” nella trade-war e di risolvere le “questioni economiche e commerciali” di interesse.

Per i prossimi tre mesi, quindi, le due delegazioni (sarà interessante vedere anche se verranno confermate le formazioni che negli scorsi mesi non sono riuscite a raggiungere un consenso) dovranno lavorare per raggiungere l’accordo oppure il G-20 sarà solo una boccata d’aria prima dell’escalation.

La delegazione cinese:
Xi Jinping
Ding Xuexiang, direttore dell’Ufficio Generale del Partito Comunista Cinese
Liu He, vice-Premier
Yang Jiechi, direttore del Segretariato del Central Leading Group on Foreign Affairs
Wang Yi, ministro degli Esteri
He Lifeng, capo della National Development and Reform Commission
Zhong Shan, ministro del Commercio
Cui Tiankai, ambasciatore della RPC negli USA
Wang Shouwen, vice-ministro del Commercio


La delegazione statunitense:
Donald Trump
Mike Pompeo, segretario di Stato
Steven Mnuchin, segretario del Tesoro
– Gen John Kelly, White House Chief of Staff
Robert Lighthizer, US Trade Representative
John Bolton, consigliere per la sicurezza nazionale
Jared Kushner, Senior Advisor del Presidente
Peter Navarro, consigliere per il commercio e la politica manifatturiera
Larry Kudlow,  consigliere per la politica economica
Matthew Pottinger, consigliere per gli affari asiatici

 

Pechino in Africa, “una storia in cerca di copione”

Parafrasando le parole del prof. Kerry Brown possiamo affermare che, se le mire della Cina riguardo la BRI in qualche modo sono state decifrate, almeno dalla maggior parte degli osservatori, diverso discorso se si parla di Africa. In questo caso le opinioni appaiono decisamente divergenti e a seguire si cercherà di dare conto di alcune di queste diverse visioni.

Pechino in Africa, “una storia in cerca di copione” - Geopolitica.info Photo credit: GovernmentZA on Visual Hunt / CC BY-ND

 

La presenza cinese nel continente subsahariano

Sappiamo – vedi corso online a cura del prof. Marco Cochi – che gli specialisti di numerose discipline individuano principalmente tre aree di interesse in merito alla presenza cinese in Africa: 1) acquisizione di materie prime; 2) ricerca di nuovi mercati; 3) supporto africano nelle istituzioni internazionali.

Scriveva infatti pochi anni fa Giovanni Carbone che quello cinese non è tanto uno sbarco – in riferimento alla crescita esponenziale della presenza di Pechino nelle vicende del continente africano – quanto un ritorno. Infatti a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso si erano sviluppati dei legami con i paesi neoindipendenti della regione, motivati, secondo il politologo, da ragioni politico-ideologiche. Poi negli anni Ottanta una sorta di ripiegamento per una Cina interamente assorbita dal riprogettare il proprio sviluppo interno. Le cose cambiano nuovamente negli anni Novanta e in particolare nel 1993 quando la Cina divenne importatore netto di petrolio. La presenza economico-finanziaria avrebbe in seguito avuto un forte regia centrale, in presenza oltretutto dei forum Cina-Africa organizzati ogni tre anni. Secondo Carbone quindi gli obiettivi economici sono stati da subito cruciali, non fosse altro perché il paese asiatico è costantemente alla ricerca di combustibile. Per non parlare della prospettiva di sfruttare la produzione agricola di un continente a densità di popolazione relativa bassa. Non tutte rose e fiori, come intuibile, visto ad esempio le violente proteste nel 2008 in Zambia riguardo la presenza di manovalanza importata dalla Cina. Parimenti si evidenziano le ragioni politiche, come ad esempio la ricerca di alleati che appoggiassero una linea di non ingerenza di fronte ai massacri di Tiananmen. L’aspetto tipicamente “cinese” inoltre è che la grande potenza del sol levante ha prestato il suo sostegno – inteso anche come forniture di armi – senza discriminare i paesi in base ad eventuali loro mancanze in merito alla lesione di diritti umani. Salvo dover considerare la richiesta non negoziabile in merito alla “one-China policy”, ovvero la pretesa di non riconoscere ufficialmente Taiwan. Un aspetto che ci riporta al terzo punto.

Peraltro – ed è constatazione che riguarda questi ultimissimi anni – da quando Xi Jinping è salito al potere è scomparsa proprio ogni idea di riforma politica reale, la “democrazia è una parola che non ha mai pronunciato”; ed è quindi un contesto che ancor di più evidenzia l’atteggiamento cinese che, in Africa e altrove, non pone problemi riguardo l’eventuale lesione dei diritti umani, civili, politici, economici da parte dei suoi interlocutori internazionali.

Come ha scritto Simone Pieranni – e il concetto vale più che mai per il continente africano – “alla Cina interessa che il mercato sia aperto, che le potenzialità di investimento siano alte, che non ci siano barriere doganali a complicare le cose: per il resto ciascun stato faccia quello che vuole”. Insomma, una globalizzazione alla cinese che non contempla il politicamente corretto delle nostre democrazie.

Kerry Brown, che sembra più attento alle motivazioni politiche della Cina in Africa, ha scritto più diffusamente delle pressioni operate nei confronti dei paesi africani nel contesto della “battaglia per il riconoscimento diplomatico che si disputò tra la Repubblica di Cina a Taiwan e la RPC”.

Se poi è vero che Europa e Stati Uniti sono stati da sempre diffidenti sulla presenza cinese in Africa, non c’è dubbio che il passato colonialista degli occidentali non ha permesso di esprimere critiche senza finire di esser accusati di ipocrisia. Nel frattempo, anche gli studiosi, che magari guardavano con più attenzione alle strategie strettamente politiche dei cinesi, hanno dovuto prendere atto che nel XXI secolo la Cina continua ad essere presente e con atteggiamenti che non hanno nulla a che fare con la sfera ideologica. Uno studioso come Stephen Chan, che oltretutto ha vissuto diversi anni in Africa prima di trasferirsi in Gran Bretagna, ha parlato di una mentalità cinese chiusa e culturalmente insensibile – in riferimento alla presenza di lavoratori cinesi e alle metodologia di investimento – intendendo sostanzialmente che l’interazione economica e il comportamento cinese sono ormai ravvisabili per il loro carattere opportunistico, piuttosto che guidati da un progetto strategico ampio e pienamente intellegibile.

Mentalità – ripetiamolo ancora – che si è scontrata con i sospetti di una popolazione autoctona molto urtata dal fatto che i beni cinesi stessero invadendo i mercati locali e che i lavoratori asiatici potessero togliere loro il lavoro.

Forse più allarmanti le analisi di Antonio Selvatici che riguardo la presenza cinese in Africa scrive di una “tendenza consolidata di conquista”, di Africa come “primo obiettivo della strategia d’espansione cinese”

Negli ultimi anni, fa ancora notare Kerry Brown, si è assistito ad una parziale svolta nei rapporti tra Cina e Africa, in particolare in riferimento ai nuovi piani a lungo termine che hanno voluto dire incrementare la presenza militare. Consideriamo infatti che la Cina non è ancora una vera e propria potenza marittima, ma Xi Jinping ha inteso stabilire un avamposto nel corno d’Africa, ovvero nel povero stato di Gibuti. Le autorità cinesi hanno ribadito che la realizzazione di questo avamposto rappresenta innanzitutto una protezione per le navi che trasportano il petrolio dal Medio Oriente (con conseguenti investimenti nella costruzione di aeroporti): una risposta ufficiale a quegli analisti statunitensi che in questo distaccamento cinese in terra d’Africa vi hanno visto semmai una strategia di Xi Jinping, ormai intento a trasformare l’assetto militare cinese ben al di là della difesa dei confini nazionali.

 

Conclusioni

Possiamo rilevare che Xi Jinping riguardo il continente africano non si è ancora espresso diffusamente con narrazioni enfatiche e quindi il ruolo della Cina in Africa agli occhi degli osservatori rimane ancor di più enigmatico. Una situazione in divenire, non del tutto chiara, che quindi ci riporta al titolo di “una storia in cerca di copione”.

Un oceano per due, la rivalità geopolitica di Cina e India

Per migliaia di anni le regioni corrispondenti a Cina e India hanno potuto quasi ignorasi per via della catena dell’Himalaya, che rende impossibile un’invasione terrestre su larga scala di una delle due civiltà contro l’altra. Oggi però i due giganti asiatici sono diventati potenze industriali affamate di energia, ed è soprattutto la Cina ad avere sia il bisogno di soddisfare un appetito energetico sempre maggiore, sia quello di allontanarsi dal suo spazio geopolitico naturale per uscire dal soffocamento impostogli dalle rotte marittime, dalle quali dipende lo status di potenza commerciale dell’impero di mezzo, con il risultato di entrare in rotta di collisione proprio con l’India nelle acque dell’Oceano Indiano.

Un oceano per due, la rivalità geopolitica di Cina e India - Geopolitica.info

La sopravvivenza della Repubblica Popolare Cinese oggi è legata in maniera determinante all’importazione di fonti energetiche e all’esportazione di manufatti. Per garantire questi flussi commerciali, è fondamentale la rotta del Mar Cinese Meridionale, che collega l’affamata (di energia) e produttiva costa cinese allo Stretto di Malacca, porta di accesso all’Oceano Indiano e quindi al Medio Oriente, all’Africa e all’Unione Europea attraverso il Canale di Suez. Lo Stretto di Malacca è il collo di bottiglia irrinunciabile di questa rotta, un passaggio obbligato che nel suo punto più stretto  – quello in corrispondenza con Singapore – è largo meno di 3 km, condizione che lo rende vulnerabile: basterebbe un numero relativamente contenuto di navi per bloccarlo completamente, strozzando l’economia cinese sia dal lato dell’export di merci, sia da quello dell’importazione di petrolio.

Il controllo dei punti chiave delle rotte navali più importanti del commercio globale è la colonna su cui si fonda la supremazia dell’Impero Americano, e il controllo di quella che consente il passaggio dal Mar Cinese Meridionale all’Oceano Indiano mette nelle mani degli strateghi di Washington la possibilità di soffocare la Cina, minacciando il suo status di potenza commerciale. Una condizione che la Cina non può tollerare.

Per uscire dal “Dilemma di Malacca”, il governo di Beijing  sta portando avanti tutta una serie di progetti di lungo periodo: dal tentativo di conquistare il Mar Cinese Meridionale, ai piani infrastrutturali della Belt and Road Initiative (BRI), le nuove vie della seta per la Cina del futuro. La BRI però è un progetto che preoccupa l’India, al punto che durante l’ultimo summit dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), New Delhi ha negato il supporto al progetto cinese, differenziandosi dalla decisione favorevole espressa da Pakistan, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. L’India è preoccupata dal rischio di ritrovarsi accerchiata dalla presenza cinese, che a cose fatte avrebbe approdi commerciali – e come vedremo, potenzialmente anche militari – tutt’intorno alla sua sfera di proiezione geopolitica.

Spesso quando si parla dell’India si finisce a parlare anche del Pakistan, e questo caso non fa eccezione. Un progetto fondamentale della BRI è il Corridoio Economico Sino-Pakistano (CPEC): una rete di infrastrutture che, attraverso il territorio del Pakistan, collegherà la Cina al porto di Gwadar, approdo che consentirebbe alla Repubblica Popolare di approvvigionarsi via terra anche nel caso in cui le rotte marittime diventassero impraticabili a causa di un conflitto. Tuttavia, anche il percorso del CPEC è vulnerabile visto che attraversa due aree con forti elementi di instabilità quali il Balochistan e lo Xinjiang. Beijing infatti sta progettando di costruire anche un base militare a Jiwani, sempre sulla costa pakistana, un’installazione militare simile a quella operativa a Gibuti, nel Corno d’Africa.

A quel punto, l’India si troverebbe con un insediamento militare cinese sia all’imbocco del Golfo Persico che in quello del Mar Rosso, ma non solo: ci sono anche lo Sri Lanka e il Myanmar.

La Cina ha lavorato a lungo nel creare punti di approdo commerciale in tutto l’Oceano Indiano, per poi i iniziare un’opera di allargamento militare volta a creare un sistema di porti, relazioni e infrastrutture che va da Hong Kong fino al Sudan che gli esperti hanno definito “collana di perle” ma che ormai è più corretto collocare nel contesto generale della BRI. L’esempio calzante è il porto di Hambantota in Sri Lanka. Dopo i pesanti investimenti cinesi, il governo locale  è stato costretto a trovare un accordo con Beijing, risoltosi con la concessione dell’uso esclusivo del porto per 99 anni come saldo per i debiti. La struttura è diventata così un hub commerciale e militare per la marina cinese.

Un’altra storia che dimostra la necessità cinese di svincolarsi dal Dilemma di Malacca è quella dell’oleodotto che, partendo dalla città costiera di Kyaukpyu in Myanmar, attraversa tutto il paese fino ad arrivare nello Yunnan. Anche questo è un corridoio dalla geografia impossibile, finanziato completamente dalle industrie cinesi: 2.400 km di territorio irregolare, giungla, aree tribali e luoghi quasi inaccessibili ma che diventa praticabile se l’obiettivo è  costruire alternative all’approvvigionamento energetico vincolato allo Stretto di Malacca, una priorità della geopolitica cinese che giustifica ogni impresa, anche la più audace e costosa.

L’India dal canto suo è un Paese che cerca di tenersi un equilibrio di relazioni tra la globalizzazione dell’Occidente e quella dei BRICS, portata avanti da Cina e Russia. Dall’inizio degli anni ‘90 New Delhi ha adottato una politica proiettata verso Oriente per contenere e allo stesso tempo unirsi all’ascesa della Cina, aumentando gli scambi commerciali con Beijing e le relazioni strategiche con i paesi del Sud-Est asiatico coinvolti nella disputa del Mar Cinese Meridionale: il Vietnam, le Filippine, la Thailandia e anche il lontano Giappone. La strategia dell’India si distingue da quella degli altri BRICS per un rapporto molto più intenso con l’America, che nella disputa del Mar Cinese Meridionale riveste un ruolo cruciale. L’India infatti partecipa insieme a USA, Giappone e Australia alla Quadrilateral Security Dialogue (QSD o Quad), un’alleanza militare informale in chiave anti-cinese. L’India ha una grande marina militare, ma per competere con la marina oceanica messa in cantiere dalla Cina avrà bisogno dell’appoggio di Washington e dei suoi alleati nella regione.

In conclusione, anche se l’ultimo vertice bilaterale tra Narendra Modi e Xi Jinping è stato un successo e ha aiutato a ristabilire la fiducia reciproca, le problematiche di lungo periodo rimangono sul terreno, inestricabilmente legato alla geopolitica di queste due immense civiltà divenute potenze industriali, militari e stati continentali dalla proiezione incontenibile. Per adesso le tensioni tra Beijing e New Delhi non risultano tanto gravi da portare a uno scontro frontale, ma in futuro dovranno affrontare il conflitto tra i loro interessi geopolitici. La catena dell’Himalaya ormai non è più sufficiente a tener separato il destino dei giganti dell’Asia e lo spazio dell’Oceano Indiano non sembra abbastanza per contenere due ambizioni così grandi.

Cooperazione allo sviluppo vs. “diplomazia del dollaro”

La “diplomazia del dollaro”, denominazione utilizzata nel dopoguerra e negli anni della decolonizzazione dai critici degli Stati Uniti per indicare l’azione volta a portare nel campo occidentale i Paesi di nuova indipendenza, è viva e vegeta grazie al protagonismo spregiudicato della Cina comunista. Appena pochi giorni fa, il 1° maggio, il Ministro degli Esteri della Repubblica Dominicana, Miguel Vargas Maldonado, e quello cinese, Wang Yi, hanno firmato un comunicato che sancisce l’inizio delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi. Lo Stato caraibico ha così chiuso 77 anni di relazioni diplomatiche con Taiwan “convinto” dalla promessa cinese di 3,1 miliardi di dollari da investire in progetti infrastrutturali e in una nuova centrale termoelettrica.

Cooperazione allo sviluppo vs. “diplomazia del dollaro” - Geopolitica.info

La tattica cinese per conquistare nuovi Paesi è ormai vecchia e sperimentata: solo per restare negli anni più recenti, dal 2016 Pechino ha indotto quattro Paesi – Gambia e São Tomé e Principe in Africa; Panama e ora la Repubblica Dominicana in America Latina – a voltare le spalle a Taiwan. Come notato anche dall’Istituto per gli Affari Internazionali, con poche ma efficaci parole, la scelta dei Paesi che decidono di cambiare campo è evidente: “Inseguire le offerte economiche elargite da Pechino”. Il Governo di Santo Domingo potrà ora dormire sonni tranquilli in attesa dell’afflusso dei capitali cinesi per queste imponenti opere? Oggettivamente non c’è da esserne sicuri. Ciò che dovrebbe preoccupare la Repubblica Dominicana è che, in un passato anche recente, le promesse della Cina agli ex alleati diplomatici di Taiwan spesso non si sono trasformate in realtà rimanendo, purtroppo per loro, nel libro dei sogni.

Come è risaputo, infatti, la Cina non ha mai investito in Costa Rica la cifra di 1,4 miliardi di dollari promessi per costruire una raffineria e nuove autostrade. Peccato che siano trascorsi “appena” 11 anni da quando, nel 2007, la Costa Rica ruppe con Taiwan. Più recentemente, per stabilire nuove relazioni diplomatiche con São Tomé e Principe, Pechino ha detto che avrebbe inviato 140 milioni di dollari in aiuti, anche questi mai visti, e costruito importanti infrastrutture sulla base di un piano anch’esso rimasto sulla carta. Secondo il Ministero degli Esteri di Taipei “Le nazioni devono fare attenzione al pericolo di cadere nella trappola dei debiti nel momento in cui si impegnano con la Cina”. Commentando questi eventi, l’ex Segretario di Stato americano Rex Tillerson, ha dichiarato che, nei rapporti con i Paesi in via di sviluppo, Pechino “Incoraggia la dipendenza facendo ricorso a contratti opachi, pratiche di prestito predatorie e accordi basati sulla corruzione che indeboliscono le nazioni e ne limitano la sovranità, negando loro la possibilità di una crescita a lungo termine e autosufficiente“.

Nel caso della Repubblica Dominicana, questi precedenti negativi dovrebbero inquietare pensando a come si è sviluppato, durante gli anni, il sostegno di Taiwan allo sviluppo di quel Paese sulla base di una cooperazione seria, fruttuosa e rispettosa della dignità dominicana, che ha contribuito  alla realizzazione di molti progetti di successo: l’enorme incremento della produzione di riso, che ha reso Santo Domingo un importante esportatore in tutto il mondo; la nascita del “distretto tecnologico” e del Cyber Park; il sostegno al turismo anche tramite l’expertise taiwanese per la prevenzione del crimine, un malanno endemico di molte realtà caraibiche; la costruzione di un moderno centro per la cura di bambini orfani e ammalati. Tutti progetti che hanno visto la partecipazione attiva di importanti settori della popolazione e che ora, con la cessazione delle relazioni con Taiwan, avranno un destino incerto e, probabilmente, infausto come insegnano i pessimi precedenti già avvenuti negli altri citati Paesi. Da Taipei guardano con amarezza a questi eventi e con preoccupazione all’uso prepotente – non solo nella progressione temporale ma anche nelle modalità senza scrupoli – della “diplomazia del dollaro” utilizzata dal regime di Pechino per irretire Nazioni che, nell’ottica imperiale cinese, non contano nulla, politicamente ed economicamente, se non per il fatto di essere ancora amiche di Taiwan e dunque destinatarie di una attenzione e di un desiderio frenetici destinati a svanire subito dopo l’effettuata conquista.

Da parte sua Taiwan, forte delle proprie ragioni, prosegue nella sua azione di sostegno a quei Paesi in via di sviluppo che, resistendo alle profferte di Pechino, decidono di proseguire sulla strada della cooperazione con Taipei. Un’azione che ha il proprio centro operativo nevralgico nel Fondo Internazionale per la Cooperazione e lo Sviluppo (ICDF), dedicato a promuovere il progresso sociale degli Stati partner, valorizzandone le risorse umane, incrementando il tessuto economico su base paritaria e offrendo immediata assistenza in caso di calamità naturali, aiuti effettivi per la ricostruzione post-calamità e assistenza, ove necessaria, nella gestione dei flussi migratori.

L’opera del Fondo si basa su prestiti e investimenti diretti e indiretti, cooperazione tecnica bilaterale e multilaterale, articolata in programmi di carattere umanitario, sociale ed economico nei campi della salute, dell’istruzione e formazione, delle nuove tecniche di coltivazioni agricole, di micro-impresa, della tutela ambientale, e delle più avanzate tecnologie informatiche. Ogni nuovo progetto del Fondo viene gestito con procedure rigorose e in collaborazione con partner locali, nel rispetto delle peculiarità di ciascuno di essi. Il “catalogo” delle attività in corso da parte di Taiwan tramite l’ICDF è molto vasto. Per restare a quanto fatto nel solo ultimo mese citiamo lo sviluppo di nuove tecniche di coltivazione in Nicaragua; l’avvio del progetto triennale per la cura e la prevenzione del diabete a Saint Vincent e Grenadine; la prosecuzione del programma pluriennale per il sostegno alle popolazioni del Nepal colpite dal terremoto del 2015; il restauro di parte del patrimonio urbanistico del Belize; il supporto monetario e tecnico per la costruzione di innovativi impianti fotovoltaici in aree remote del Myanmar.

Un capitolo fondamentale di queste attività riguarda la proficua cooperazione di Taiwan con gli organismi internazionali multilaterali – come la Banca Asiatica per lo Sviluppo, la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, la Banca Interamericana per lo Sviluppo, il Sistema di Integrazione Centro-Americano  – e con le organizzazioni non governative. È recente, ad esempio, l’aggiornamento pubblicato dal Fondo del progetto finalizzato al “Miglioramento della gestione dei rifiuti solidi per le comunità ospitanti e per i rifugiati siriani nella città di Azraq (Giordania)”, portato avanti con “Action Against Hunger”. All’inizio dell’anno erano state già completate la stesura del memorandum con il Comune di Azraq e la cooperativa scelta per collaborare a questo progetto; lo studio di fattibilità per valutare la situazione attuale della gestione dei rifiuti solidi e il potenziale di un impianto di compostaggio; il coordinamento con i partner tecnici quali imprese locali, consulenti e organizzazioni senza scopo di lucro; la campagna di sensibilizzazione sul compostaggio per il personale governativo.

Quanto descritto induce a svolgere una riflessione conclusiva. La cooperazione allo sviluppo è legittimamente, per tutti gli Stati, un importante strumento di politica estera attraverso il quale rafforzare le relazioni bilaterali e contribuire al miglioramento delle condizioni di vita di Paesi e popoli che ancora soffrono condizioni di arretratezza sociale ed economica. In questo contesto spicca il ruolo positivo di Taiwan e, per contrasto, si evidenzia l’assurdità della politica cinese che, per odio al Governo democraticamente eletto dalla popolazione taiwanese nel 2016, ne impone l’emarginazione dai più rilevanti fori internazionali in spregio – come avviene nel caso dell’Assemblea Mondiale della Sanità – delle loro stesse norme fondative statutarie che, per quanto riguarda l’Organizzazione Mondiale della Sanità, recitano solennemente: “Il possesso del migliore stato di sanità possibile costituisce un diritto fondamentale di ogni essere umano, senza distinzione di razza, di religione, d’opinioni politiche, di condizione economica o sociale”.

Ruolo e sfide di Taiwan nel mondo multipolare

Un’analisi sulle vicende contemporanee e le prospettive di un paese relativamente piccolo (più grande del Belgio ma con la popolazione, quasi 24 millioni, della Romania), che è una delle più libere democrazie nel mondo caratterizzato dalle dinamiche di Trump, Xi Jinping, Putin e della vecchia Europa. Una scacchiera con nuove regole e mosse inedite, in cui i ruoli delle pedine si sono evoluti col tempo e in maniera, non raramente, imprevedibile. Quali potrebbero essere le strategie di Taiwan per mantenere lo status quo, tanto invocato da tutte le parti, ma le cui fondamenta potrebbero traballare nei prossimi anni?

Ruolo e sfide di Taiwan nel mondo multipolare - Geopolitica.info

In un mondo sempre più frammentato e interconnesso, nessuno Stato può muoversi liberamente sulla scacchiera internazionale: ogni giorno, ogni vicenda internazionale ci dimostra questa banale, quanto veritiera, regola del nuovo mondo multipolare. E non a causa, come nel passato, di un equilibrio di potenza tra due blocchi, ma a motivo di un equilibrio continuamente precario e continuamente in movimento. E la maggior differenza rispetto al passato è proprio questa. Ossia, che il mondo interconnesso (a livello politico, ma anche economico, tecnologico, sociale) ha portato a una frammentazione degli equilibri e dei disequilibri di cui ogni paese deve tenere conto, che lega e limita inevitabilmente le scelte di ogni attore. Equilibri e disequilibri che neanche la superpotenza statunitense e altre grandi potenze regionali e/o globali (la Cina, in primis) possono più ignorare, tanto più in regioni chiave per gli equilibri internazionali come il Medio Oriente o l’Estremo Oriente.

È proprio per questo che il destino di un paese come Taiwan, di cui la nostra rubrica si occupa da mesi, appare complicato e, a tratti, difficile da prevedere. Appesantito dalla sua condizione anomala sulla scena internazionale cosí come, sul piano interno, da spinte indipendentiste (dalla Cina) e spinte unioniste (verso la Cina), il Governo di Taipei si è districato in un quadro politico e strategico che si è fatto sempre più complesso e in costante movimento, in cui gli equilibri di oggi non sono più quelli di ieri. Dalla fine della Guerra Fredda in poi, e dall’inizio della esemplare stagione democratica della metà degli anni ‘90, tramite la quale ha rinnovato le sue istituzioni rendendole pluralistiche con la piena affermazione della “Rule of Law“, le condizioni politiche, economiche e sociali che hanno garantito a Taiwan la sua indipendenza, la sua sicurezza e la sua fortuna sul piano internazionale (specialmente a livello economico e tecnologico) sono cambiate e stanno ulteriormente cambiando.

Come potrebbe muoversi, allora, questa giovane ma matura democrazia asiatica per preservare quantomeno lo status quo – che è strettamente connesso alla stabilità e alla sicurezza di tutta l’area – di Paese libero, pacifico e aperto alla collaborazione e alla solidarietà internazionali, capace di inserirsi nei meccanismi economici regionali e globali, e coperto a livello strategico, da alleati affidabili e influenti? Domanda alla quale una qualsiasi risposta potrebbe suonare azzardata. Ma una domanda che merita risposte, perché centrale nel dibattito politico estremo-orientale e importante per le analisi di esperti e accademici interessati al quadrante Asia-Pacifico.

 

La risposta che si potrebbe tratteggiare deve tenere conto di almento tre livelli: il piano politico-strategico, le dinamiche di politica economica e altri aspetti legati al cosiddetto soft power, ossia la capacità di acquisire credito politico (sul piano internazionale) attraverso politiche e scambi culturali, o la condivisione di valori umani, politici, sociali (ad esempio quelli legati al pluralismo civile, religioso, parlamentare e sindacale) e altre strategie. Tutti aspetti che è possibile solo abbozzare ma che, comunque, possono offrire un’idea, seppure generale, delle possibili prospettive di questa vibrante società democratica.

 

Sul piano strettamente geopolitico e internazionale, prima di tutto, occorre fare una breve sintesi storica della condizione internazionale di Taiwan che soffre da decenni delle conseguenze diplomatiche generate dall’ostracismo imposto dal Governo di Pechino, e subito dalla maggioranza degli Stati, in contraddizione con la realtà geopolitica e con i principi alla base della esistenza e del ruolo delle Nazioni Unite. Si pensi alla ipocrisia dello slogan onusiano “Non lasciare indietro nessuno” quando un popolo di quasi 24 millioni è escluso dalla famiglia delle Nazioni Unite per il diktat di un regime che si impone sugli altri Paesi per il suo enorme peso economico e finanziario. Dal 1971, infatti, quando con una risicata maggioranza fu assegnato alla Cina popolare il seggio appartenuto, fin dalla fondazione nel 1945, alla Repubblica di Cina (il cui Governo si trasferí a Taiwan nel 1949) non è stata ancora risolto – per la perdurante interdizione cinese – il problema della mancata rappresentanza di Taiwan e del suo popolo. Inoltre, la Cina, dall’altro lato dello Stretto di Formosa, ha reso sempre più evidenti le minacce militari (o di altro tipo) e le pressioni politiche per annettere con la forza l’Isola. Tuttavia, dal 1949 Taiwan ha potuto contare, a difesa della sua libertà e sovranità, sulla protezione militare e geopolitica degli Stati Uniti – una protezione ribadita anche pochi giorni fa dal portavoce del Dipartimento di Difesa degli Stati Uniti, regolata, dal 1979, dal “Taiwan Relations Act” e sostenuta politicamente da una solidarietà che si esprime costantemente, al Congresso, in una stragrande maggioranza bipartisan.

Saltando ad anni più recenti, la tensione tra la Cina comunista e Taiwan si è andata attenuando con nuovo equilibrio fondato sul cosiddetto “1992 Consensus”*. Su questa intesa semantica si è poi sviluppata una tregua diplomatica tra Taipei e Pechino, segnata da alterni momenti di distensione e di tensione come avvenne con le manovre aeronavali cinesi del 1996 alle quali l’Amministrazione Clinton rispose inviando nello Stretto la VI Flotta,  o il dispiegamento nel Fujian di 1000 missili puntati sulle città dell’Isola. Un passo in avanti ancora più chiaro è avvenuto con la crescente interconnessione economica tra Taipei e Pechino, i collegamenti aerei diretti, che continuano,  e la firma di oltre 20 accordi bilaterali.

 

Sul piano economico, infatti, Taiwan, dopo il boom degli anni Settanta e Ottanta, si è ritagliata una posizione invidiabile sui mercati internazionali, perseguendo varie strategie. Puntando principalmente sul manifatturiero, prima, e poi su settori più avanzati (come la produzione e sviluppo di componentistica per le nuove tecnologie), Taiwan ha progressivamente penetrato sia i mercati internazionali sia quello cinese. Ed è proprio con la Cina che lo scambio commerciale, gli investimenti e altri fondamentali dell’economia taiwanese, sono andati crescendo in maniera esponenziale – soprattutto durante gli anni della precedente amministrazione taiwanese, quella di Ma Ying-jeou del Kuomintang (KMT) che ha però pagato elettoralmente l’eccessivo avvicinamento, anche politico, a Pechino.

 

Considerando poi altri aspetti, non secondari, Taiwan è riuscita, con le riforme degli anni ’90, a trasformare il sistema politico, erede della sconfitta subita nel 1949, in senso pienamente democratico e rappresentativo, con una partecipazione e una vivacità analoghe a quella delle grandi democrazie. A questo sviluppo si è accompagnata una significativa partecipazione, a pieno titolo, in organismi internazionali di primaria importanza come il WTO e l’APEC ma anche in alcuni, legati alle attività delle Nazioni Unite, in qualità di Osservatore, anzitutto l’AMS/OMS. Questo, chiaramente, è stato anche facilitato dal tacito assenso cinese fino a che i rapporti si sono mantenuti non-ostili, con aperture al dialogo non scontate – come l’incontro tra Xi Jinping e Ma Ying-jeou del Novembre 2015. Contemporaneamente, le relazioni tra Taiwan e il resto del mondo democratico, USA, Giappone e Unione Europea in primo luogo, sono costantemente migliorate, anche con una crescita dei contatti e delle visite tra le élite politiche, parlamentari e accademiche.

Questo è lo stato dell’arte fino a ieri. Oggi la situazione è cambiata non solo per Taiwan, e non solo guardando all’inossidabile rapporto/confronto con la Cina, ma anche rispetto al più ampio quadro regionale e internazionale.

Come scritto in svariati articoli di questa rubrica, l’elezione nel 2016 del nuovo Presidente taiwanese, Tsai Ing-wen (del Partito Democratico Progressista, pro-indipendenza) – si è trattatato della 6a elezione diretta a suffragio universale dal 1996 e della 3a alternanza tra KMT e DPP – ha portato Pechino ad un aspro ritorno alle vecchie aggressive tattiche ostruzionistiche per accrescere l’isolamento di Taiwan, riprendendo anche già note modalità volte a “soffiare”, per usare un eufemismo, i paesi che tuttora hanno relazioni diplomatiche con Taipei.
Le pressioni cinesi si sono poi pesantemente sentite in organizzazioni multilaterali, a partire dalle Nazioni Unite, nei cui statuti sono escluse categoricamente discriminazioni politiche, razziali, religiose ed economiche che, invece, vengono applicate nei confronti di Taiwan con decisioni discriminatorie in aperto contrasto con i propri principi fondanti.

Il Governo di Taipei, nel corso dell’ultimo anno e mezzo, non ha cosí potuto partecipare a riunioni e discussioni su obiettivi di interesse globale negli organismi internazionali preposti al contrasto delle malattie ed epidemie (AMS/OMS), alla sicurezza aerea (ICAO), alla lotta transnazionale al crimine e al terrorismo (INTERPOL) e alla tutela ambientale e climatica (UNFCCC).  A questo si deve aggiungere l’esclusione di Taiwan da altri progetti ONU di portata universale, come ad esempio le attività per la realizzazione dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. Il tutto nonostante Taiwan, anche se ingiustamente esclusa, continui a perseguire gli obiettivi e a rispettare gli standard degli accordi e dei progetti sviluppati da tali organismi.


Questo è avvenuto, poi, in un quadro geopolitico ed economico in trasformazione, che mantiene alcune caratteristiche di fondo ma segue anche tendenze diverse (e contraddittorie) che potrebbero portare a cambiamenti di peso negli equilibri internazionali. A partire dall’elezione di Trump negli Stati Uniti – con il passaggio della strategia USA dal Pivot to Asia di Obama all’America First della nuova amministrazione – che ha ribadito l’impegno e il sostegno statunitense nei confronti di Taiwan, nel rispetto della One China Policy* e del già citato e fondamentale “Taiwan Relations Act“. Quindi, nel breve periodo, ma ragionevolmente anche nel medio, Taiwan dovrebbe sentirsi al sicuro da interventi militari aggressivi di qualsiasi natura. 
Inoltre, l’interesse del regime di Pechino, come strategia generale, appare quello di dare una spinta, dalle caratteristiche tutte da verificare, alla svolta “globalista” di Xi jinping. La Cina, infatti, forte di ingenti capitali finanziari, e vista la volontà di conquistare il mercato asiatico e il mercato europeo attraverso l’iniziativa “One Belt, One Road”, non può permettersi una guerra ai suoi confini né tantomeno una guerra che la coinvolga: oltre alle imprevedibili conseguenze in tutta l’area, questo potrebbe seriamente compromettere sia il profilo internazionale cinese sia le reali capacità di penetrazione politica ed economica di Pechino. D’altronde, anche considerando ad esempio gli importanti rapporti tra Cina e i paesi dell’Unione Europea, ancora oggi l’Europa non considera la Cina un attore totalmente affidabile: i dazi e le misure protezionistiche dell’UE nei confronti della Repubblica Popolare sono ancora importanti e non sembrano destinati a cadere nel breve periodo.

Per non parlare delle divisioni esistenti, anche se velate da timidità e ipocrisie, sui diritti umani e civili, sulla pena di morte, sulla libertà religiosa, sul rispetto delle minoranze etniche.

Inoltre gli altri attori regionali, a partire dal Giappone, non avrebbero alcun interesse a veder sviluppare l’area di influenza cinese che, se inglobasse Taiwan, avrebbe il controllo geostrategico dell’Asia-Pacifico e li potrebbe isolare dai paesi del Sud-Est asiatico e/o limitarne i collegamenti, magari pagando dazio al regime di Pechino.

In poche parole: nel breve-medio periodo, la sicurezza militare di Taiwan, dunque la sua libertà, non appare in pericolo, al di là dei toni più o meno guerrafondai della propaganda politica.


Il tasto più dolente, ma anche l’opportunità più seria, che Taiwan potrebbe sfruttare è prima di tutto, come è stato in passato, l’aspetto economico e commerciale. La cosiddetta business diplomacy sviluppata da Taiwan grazie e attraverso, soprattutto, i suoi campioni imprenditoriali, rappresenta ancora una carta utilizzabile, a certe condizioni, dal Governo di Taipei. Guardando alla Cina, Taiwan è, volente o nolente, legata a doppio-filo con i destini economici cinesi (e, dall’altra parte, anche se in maniera meno determinante, la stessa Cina dipende dall’andamento dell’economia Taiwanese). Ma Taiwan, rispetto alla Cina, gode di vantaggi legati al suo status democratico e di economia di mercato che le consentono di esportare i propri prodotti più importanti in giro per il mondo, a partire dai Paesi limitrofi fino a quelli europei. Sfruttare questa situazione, in particolare con l’Unione Europea, per implementare la propria presenza sul mercato, in quei settori dove per ora la Cina di Xi Jinping non può arrivare (a partire dai servizi), sarebbe una strategia che potrebbe pagare. Ancor di più potrebbe pagare una strategia più ambiziosa: ossia sfruttare la propria posizione di vantaggio di paese democratico ed economia di mercato (come il Giappone, ma più agilmente), posizionato in una collocazione geografica centrale, per diventare un hub commerciale per i prodotti europei, ma in generale provenienti da altre regioni, per le altre economie regionali (anche per quella cinese, nei settori dove essa non può arrivare).


Il problema è che però queste strategie di politica commerciale (centrali per una media economia come quella taiwanese necessariamente legata al commercio) per avere successo dovrebbero rispettare dei requisiti e affrontare delle difficoltà che andrebbero risolte in maniera razionale e pragmatica, aspetto non così scontato nel vivace panorama politico taiwanese (come in quello di molte altre democrazie). Bisognerebbe, prima di tutto, arrivare ad un accordo di normalizzazione con la Cina, rinunciando a inutili e malamente dissimulati scontri propagandistici**, entrando a far parte di più ampi accordi commerciali a livello regionale. Secondo, bisognerebbe rinunciare al sogno del TPP, dopo l’abbandono americano del progetto originario, e cercare accordi bilaterali con gli Stati Uniti, certamente, ma soprattutto con l’Unione Europea. Infatti, come già accennato, in Europa i margini di un’espansione taiwanese esisterebbero e potrebbero crescere ben più di quello che sono cresciuti in passato. Il vantaggio potrebbe essere ampiamente sfruttato.

Taipei dovrebbe, allo stesso tempo, rinunciare a politiche protezionistiche che ancora parzialmente caratterizzano la sua economia, a scelte anti-mercato che ancora vengono prese (per esempio nel campo della tecnologia militare) e che renderebbero vano qualsiasi tentativo di dinamismo commerciale. Come appare incerto il tentativo di Taipei di reagire alla pressione cinese nel Sud-Est Asiatico con la cosiddetta “Southbound Policy”: per quanto venga presentata come una strategia di lungo periodo, caratterizzata da aspetti legati prima di tutto a scambi culturali, accademici e altri strumenti del soft power, è evidente che essa ha un preciso scopo economico, puntando esplicitamente a un gruppo di nuove economie emergenti. Ma questa strategia è la stessa della Cina, che disponendo di capitali più ingenti e di maggior influenza politica in Paesi poco coordinati tra loro, non sempre limipidi nelle proprie strutture pubbliche e politiche, non incontrando i limiti posti ad esempio dall’UE, ha molte più praterie da conquistare. Per Taiwan sembra essere un generoso buttarsi nella lotta (economica e commerciale) a mani nude con il Golia cinese.

Sono senz’altro meritori gli sforzi e i tentativi che, sul piano del soft power internazionale e in termini di organizzazioni multilaterali, l’amministrazione di Tsai Ing-wen sta portando avanti, e che abbiamo spesso evidenziato su “Taiwan Spotlight”. Ma è palese che questo non basta.


In conclusione, è proprio qui che si evidenzia il nocciolo del problema di Taiwan e delle sue prospettive: il problema politico interno. Tutta la politica dell’ultima amministrazione è stata guidata guardando alle condizioni, polemiche e dinamiche interne, con la difficoltà a delineare chiare linee strategiche e perseguendo strategie arenate (si veda il caso TPP) o deboli (si veda la Southbound Policy). La Presidente, nonostante una presidenza ancora breve, ha già registrato cali di gradimento che rasentano quelli della precedente, e non sembra in grado di sbloccare il silenzio con Pechino. Allo stesso tempo, il Kuomintang non ha trovato un’alternativa credibile all’amministrazione Tsai Ing-wen, bloccato da lotte interne, dall’etichetta di “collaborazionista” con il governo di Pechino e affaticato da un’eredità, quella del precedente regime autoritario, che è ancora viva nel ricordo dei taiwanesi ed è ancora in grado di produrre dispute politiche.


Però, anche in questo caso, il nocciolo del problema potrebbe essere una fonte di opportunità. Infatti Taiwan rappresenta un laboratorio democratico che potrebbe svilupparsi ulteriormente, dando vita a una diplomazia basata sul soft-power più solida e significativa. Una diplomazia che vada oltre il, seppur meritorio, profilo del paese libero e democratico, rispettoso dei diritti umani, sociali e politici, e benevolo nei confronti della cooperazione con i paesi in via di sviluppo, che partecipa ad attività di carattere universalistico e globale come il cambiamento climatico. Potrebbe, insomma, andare oltre il semplice profilo di piccolo paese modello, escluso senza motivo dai consessi internazionali, come quello dell’ONU. Potrebbe infatti presentarsi come un nuovo e originale laboratorio democratico.
In un’epoca in cui le democrazie anche occidentali, nelle loro varie formule, affrontano problemi di crescita, di coesione sociale, di giustizia intergenerazionale, di partecipazione politica, di problemi di efficienza della macchina statale e pubblica, e via discorrendo, Taiwan potrebbe assumersi un ruolo inedito. Quello di paese asiatico, democratico, in grado di guardare alle fondamenta della sua macchina istituzionale, esportando e importando buone prassi, buone leggi, buone regolamentazioni, buoni principi, coniugandoli con la propria particolare struttura sociale e culturale, ossia quella confuciana. D’altronde alcune delle più importanti innovazioni delle liberal-democrazie occidentali, prima di essere formalizzate, sono state spesso il prodotto di prassi e procedure non scritte, specialmente guardando al caso inglese.


Sviluppare questi aspetti potrebbe apparire vago e inconcludente, ed il rischio che lo sia c’è, ma potrebbe non esserlo. Se le classi dirigenti taiwanesi prenderanno in seria considerazione l’idea di riformare i processi politici, seguendo logiche innovative e coraggiose, senza toccare le istituzioni formali (che porterebbe a un inasprimento immediato dei rapporti con la Cina comunista), questo potrà rappresentare un vero valore aggiunto per i rapporti diplomatici e politici con i paesi europei e gli Stati Uniti, il tutto chiaramente supportato da una strategia economica e commerciale pragmatica..

La strada per Taiwan c’è, per quanto ancora definita da contorni imprecisi e dall’ineluttabile possibilità che eventi imprevisti cambino nuovamente le carte in gioco.
E proprio in questa vaghezza che, però, l’agile Governo di Taipei potrebbe trovare le opportunità e il dinamismo necessario per continuare a garantire libertà, sicurezza e benessere ai propri cittadini.


Note:

* Consiste nell’accordo in base al quale Cina e Taiwan hanno riconosciuto l’esistenza di una “unica Cina” (in inglese, One China Principle Policy), lasciando le porte aperte a diverse interpretazioni; infatti, con questa formula, da una parte, la Cina popolare ha lasciato spazio a soluzioni indipendentiste da parte di Taiwan e, dall’altra, Taipei non ha legato il suo destino a progetti di riunificazione con Pechino.
** Come la perdurante “non-citazione” della Presidente Tsai Ing-wen del “1992 Consensus” chiamata dalla Presidente “Status quo”, che ha prodotto le reazioni cinesi.

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La Cina intende davvero utilizzare l’arma atomica?

Potenza economica, politica e sempre più militare, la Repubblica Popolare Cinese (RPC) dispone di un altro potere, quello nucleare a cui ha affidato dal 1964 il vitale compito di dissuadere i nemici dal minacciarla. Che ruolo gioca nella sicurezza nazionale il nucleare cinese? Quali sono le tendenze attuali?

La Cina intende davvero utilizzare l’arma atomica? - Geopolitica.info

La radice storica del pensiero nucleare cinese è da ricercare nell’esperienza traumatica delle crisi dello stretto di Taiwan negli anni ’50 quando gli Stati Uniti, legati alla Repubblica di Cina (Taiwan) contro il comune nemico comunista, avevano ventilato la possibilità di un attacco nucleare contro Pechino. Il traballante rapporto, poi, con l’URSS post-stalinista sarebbe poi culminato nella rottura definitiva del giugno 1959 della cooperazione nucleare.

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→ […] L’ESERCITO POPOLARE DI LIBERAZIONE (EPL) È LA FORZA ARMATA PIÙ GRANDE DEL MONDO E RIUNISCE LE FORZE DI TERRA, LA MARINA, L’AERONAUTICA, UNA FORZA MISSILISTICA E UNA FORZA DI SUPPORTO STRATEGICO […]


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Al momento del primo test cinese nel 1964, due contributi risultarono fondamentali per il processo di elaborazione strategica.

Il primo, quello di “guerra popolare”, fu elaborato da Mao Zedong che poneva la massima attenzione sulla guerra convenzionale, persuaso della divisione inequivocabile tra convenzionale e nucleare e convinto che le superpotenze nucleari non avrebbero mai, nonostante le minacce, utilizzato il nucleare per scoraggiare un attore convenzionale di minor potenza come la Cina. Dotarsi di capacità nucleari, quindi, era importante ma non era l’elemento principale della deterrenza secondo Mao Zedong.

Il secondo, quello di “deterrente esistenziale” elaborato da Zhou Enlai, testimonia quanto una parte della leadership cinese percepisse il rischio di essere esclusa dal club nucleare o, peggio, doverci entrare alle condizioni di qualcun altro. Consci del rischio corso durante gli anni ’50, questi leader vedevano la bomba come lo strumento per scardinare il monopolio bipolare e garantirsi la sopravvivenza in un mondo di “distruzione di massa”.

Con queste premesse si arrivò all’ottobre 1964 quando la RPC condusse il primo test nucleare facendo esplodere un ordigno di 22 kilotoni nello Xinjiang meridionale. Le cronache raccontano che esponenti del governo cinese avrebbero dichiarato dopo il test che “la Cina non avrebbe impiegato le armi nucleari in nessuna circostanza o momento”. Il concetto di “No First Use” è, quindi, tratto congenito della dottrina nucleare cinese.

Nella dottrina nucleare della RPC, almeno fino agli anni ’90, sussisterebbe in virtù dei principi appena riportati una chiara e netta distinzione tra nucleare e convenzionale per cui l’arma nucleare sarebbe da utilizzare solo ed esclusivamente nel caso di un attacco nucleare nemico mentre per tutte le altre opzioni rimarrebbe prerogativa della forza convenzionale proteggere la sicurezza nazionale. Coerentemente con la visione maoista, il convenzionale dissuaderebbe il convenzionale, il nucleare dissuaderebbe il nucleare. Corollario di questo approccio è da considerare l’impegno cinese a non utilizzare l’arma atomica contro uno stato non nucleare o in una zona denuclearizzata e che, quindi, non può esercitare una minaccia nucleare contro Pechino.

I principi essenziali individuati fino a qui aiutano, quindi, a comprendere il perché quando si parli del potere nucleare cinese lo si qualifichi come un “deterrente minimo” e un “deterrente difensivo”, volto a dissuadere potenziali nemici dal minacciare e utilizzare l’arma nucleare contro Pechino tramite la minaccia di una rappresaglia counter-value minima ma credibile.

Il concetto di second strike è quindi centrale nel pensiero strategico cinese e, assicurare che la Cina vanti questa capacità, è una priorità di sicurezza nazionale per la leadership comunista. Nei documenti strategici cinesi, la forza nucleare, per poter assicurare un second strike deve essere resiliente, affidabile e capace di penetrare le difese nemiche. Pur fondamentale, il concetto di second strike dimostra quanto la Cina fosse in una posizione di mera reazione alle capacità di attacco dei nemici.

A partire dagli anni ’90, nei documenti strategici cinesi, pur venendo confermata la piena adesione alla “NFU policy”, vengono aggiunte alcune importante eccezioni, che renderebbero la divisione tra convenzionale e nucleare più sfumata nelle decisioni della leadership cinese e, quindi, sembrano moderare l’importanza del NFU.

Il testo “Science of Second Artillery Campaigns” (2004) del Second Artillery Corps, ad esempio, riporta che un attacco nucleare cinese è da considerare possibile, non solo dopo un first strike nucleare nemico, ma anche dopo la semplice minaccia, in seguito ad un attacco convenzionale contro impianti nucleari (con conseguente pericolo di radioattività) o contro “importanti obiettivi strategici cinesi”, in caso di bombardamento convenzionale prolungato e ad alta intensità da parte di un attore più forte (sia convenzionalmente che strategicamente) che causino danni insostenibili. Inoltre, viene riservata la possibilità di strike nucleare anche come deterrente di un attacco a uno dei nodi fondamentali dell’infrastruttura cinese nucleare.

Se considerate genuine e non un bluff per mostrare i muscoli e rinforzare la deterrenza cinese, queste eccezioni sfumano enormemente il ruolo del NFU cinese, introducendo la possibilità di pre-emptive strike, ossia attacco preventivo, in caso di minaccia imminente e facendo venire meno la distinzione tra attacco convenzionale e nucleare e di fatto aprendo alla possibilità di una rappresaglia nucleare di fronte a un attacco convenzionale.

Inoltre, il combinato disposto delle eccezioni sopra-menzionate e della modernizzazione nucleare cinese in corso sembra rendere l’approccio nucleare odierno più flessibile e meno nitido. Infatti, le nuove tecnologie e i sistemi dual-use (sia per la capacità convenzionale che nucleare) introdotti, quali satelliti, sottomarini ma anche gli stessi missili di teatro o a raggio corto/intermedio (che possono montare o meno testate nucleari), possono, in caso di crisi, fornire lo ‹‹slippery slope›› (il pendio scivoloso) di cui parla Robert Jervis, rischiando di trasformare un conflitto convenzionale in una guerra nucleare. Pechino sarebbe portata a considerare un attacco contro questi sistemi un’avvisaglia dell’imminente first strike americano contro le capacità nucleari cinesi e potrebbe optare per una risposta nucleare.

Sembrerebbe, quindi, che la Cina, forte di un’ascesa economica travolgente, stia affidando al nucleare un ruolo crescente per la deterrenza delle minacce, sia nucleari che convenzionali, alla propria sicurezza nazionale e, a tal fine, stia perseguendo un processo di modernizzazione delle proprie capacità. Valutare se e come questa tendenza influenzi la relazione strategica tra USA e Cina e il contesto di sicurezza in Asia Pacifico è compito arduo ma mostra chiaramente l’aspirazione cinese a un ruolo di leader non solo economico.

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[…] IL SOGNO CINESE”, OVVERO L’ASPIRAZIONE AD ASSURGERE NUOVAMENTE ALL’APICE DEL SISTEMA INTERNAZIONALE […]


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Riprendendo le parole di Xi Jinping (dicembre 2012), il potere nucleare funge non solo da “cardine della deterrenza strategica” e, quindi, della “sicurezza nazionale” cinese ma anche da “supporto allo status di grande potenza del paese”.

L’Esercito di Xi: riforma ed obiettivi

La leadership di Xi Jinping fonda la propria legittimità su una missione primaria, il “risorgimento nazionale”, la riaffermazione cinese al vertice del sistema internazionale. Xi è ben cosciente dell’importanza dell’esercito per ottenere i suoi obiettivi strategici, soprattutto per arrivare dove il soft power cinese e la diplomazia economica di Pechino non basteranno. La Cina dovrà gradualmente abbandonare la sua immagine di potenza benevola per supportare gli sforzi egemonici nella regione.

L’Esercito di Xi: riforma ed obiettivi - Geopolitica.info

L’Esercito Popolare di Liberazione (EPL) è la Forza Armata più grande del mondo e riunisce le Forze di terra, la Marina, l’Aeronautica, una Forza missilistica e, di recente istituzione, una Forza di Supporto Strategico.

Dalla sua nomina nel 2012, Xi Jinping si è fatto promotore di un pacchetto di riforme dell’EPL che, pur essendo importanti, non vanno enucleate dal percorso di modernizzazione delle Forze Armate in moto già prima del 2012, né dalle altre riforme promosse da Xi in settori diversi, volte a garantire alla leadership del Partito il massimo potere decisionale in ogni settore di policy.


[..] NELL’AFFERMAZIONE INTERNAZIONALE DELLA RPC, UN RUOLO PECULIARE E’ CONFERITO DA XI ALLE FORZE ARMATE […] →


L’analisi è focalizzata principalmente sulle riforme della struttura dell’EPL, mentre i cambiamenti della dottrina miiltare non saranno affrontati in questa sede.

L’Esercito Popolare di Xi Jinping

La riforma militare di Xi Jinping ha nel 3 settembre 2015 il suo momento di maggiore notorietà quando il segretario del PCC annuncia, in occasione della parata per il 70esimo anniversario della vittoria nella Seconda Guerra Mondiale, la smobilitazione di 300mila militari. Salutata come una misura inedita, in realtà, a partire dal 1980, quella delle grandi smobilitazioni in concomitanza di più ampie ristrutturazioni della forza militare è una prassi consolidata che risponde a due necessità: uno snellimento o un ribilanciamento della struttura delle FFAA e un repulisti di sacche di dissenso all’interno del potere militare.

Incaricato dello studio e dell’elaborazione della riforma era stato il “Leading Group for Deepening Defense and Military Reforms” della Commissione Militare Centrale, istituito dal Terzo Plenum del 2013.

Figura 1: I nuovi Comandi di teatro

Fonte: Stratfor, 2015

 

Le principali novità introdotte dalla riforma ideata dal LGDDMR, oltre alla sopracitata smobilitazione, sono le seguenti:

  • La creazione di cinque Comandi congiunti di teatro (Est, Ovest, Sud, Nord, Centro del paese) che hanno sostituito i precedenti sette (Figura 1).
  • L’istituzione in seno alla Commissione Militare Centrale di quindici sezioni funzionali tra dipartimenti (6), commissioni (4) e uffici (5 + 1 Ufficio Generale) che hanno sostituito i quattro dipartimenti generali precedenti.
  • La creazione della Forza di Supporto Strategico (servizio che riunisce le competenze C4ISR, di guerra elettronica e spazio), del Joint Operations Command Center, elemento chiave per lo sviluppo di una Forza Armata mobile, multi-dimensionale e multi-funzionale come stabilito nel Libro Bianco della Difesa cinese e della Joint Logistics Support Force (Figura 2).
  • La creazione di un Ufficio per le Operazioni all’estero, deputato a coordinare le operazioni non belliche che la Cina conduce all’estero.

 

Figura 2: La nuova struttura dell’Esercito Popolare di Liberazione

Fonte: China Strategic Perspectives 10, INSS, 2017, p. 10


L’EPL fuori dai confini nazionali

Nonostante le riforme, l’EPL ha storicamente condotto poche operazioni all’estero concentrandosi principalmente sulla protezione dei confini nazionali e sulla sicurezza interna. E’ chiaro, quindi, come soffra di un limitato expertise militare quando si tratti di operare in scenari e ambienti stranieri. Per ovviare a tale limite,  negli scorsi anni la leadership cinese ha aumentato la partecipazione dell’EPL alle cooperazioni militari internazionali e alle missioni di peace-keeping /PKO) ONU e non. Queste iniziative permettono all’EPL, tra le altre cose, di acquisire know-how tecnico e tattico, promuovere la propria immagine, cementare le relazioni bilaterali e multilaterali, conoscere i concetti operativi, le tattiche e gli armamenti di altri paesi.

In ambito ONU, la Cina è il primo tra gli Stati del Consiglio di Sicurezza per truppe impiegate nel peace-keeping portando, ad esempio, in Africa più di 2000 soldati e 200 funzionari e contribuendo a 10 delle 15 PKO attive oggi.

Similmente, l’apertura di una base adiacente al Porto di Doralè, a 5 km dalla capitale del Gibuti, nel Golfo di Aden, è stata motivata dalla leadership cinese come un necessario passo per supportare la Marina e l’Esercito cinesi nelle PKO ONU e nelle operazioni umanitarie. Chiaramente, esso dimostra come per la Cina sia diventato improrogabile garantire la sicurezza dei propri investimenti, dei propri flussi commerciali e, in generale, delle proprie Sea Lines of Communication (SLOC) anche quando si tratti di intervenire in scenari e ambienti nuovi ed estranei.

Conclusioni

La Cina sta attraversando una fase di transizione importante in ambito militare. Se permangono, infatti, costrizioni che limitano l’azione militare  cinese all’esclusiva difesa dei confini e, al massimo, alla difesa del proprio spazio nei mari attigui, è anche vero che la proiezione globale economica e diplomatica preme per una proporzionale garanzia di sicurezza ai propri cittadini, investimenti, risorse. In entrambi i casi, nazionale e internazionale, la modernizzazione delle FFAA cinesi è percepita come improrogabile.

Chinese rising

In the modern political debate, the conception of China as next first world super power has become almost a clichè. The first mistake of a typical western person is to imagine China as a compact power, with a disciplined hierarchy, a good organization, and apart rare disorders in Tibet and Xinjiang, China goes straight toward the conquest of the world. But it’s not so. There are many struggles in all levels of chinese politics, the local entities seem private feuds, handled by micro-dictators, the chinese Communist party is full of rivalities, internal mafias, fights for power under the shadow of weak leaders. But a man has arrived, and he wants to handle a hobbesian context: Xi Jinping.

Chinese rising - Geopolitica.info

The Xi’s rise

Xi Jinping reaches the top of Party on the 15 november 2012, becoming general secretary. He rapidly centralises on himself a huge quantity of power, crushing political opponents, and less often he coopts them and use them. Without any doubt, he is the strongest and most risolute leader after Mao, even more than the architect of the “socialism with chinese characteristics” in the ‘80s, Deng Xiaoping. Once elected secretary of the Party and President of Chinese popular republic, he takes over one of the most important tool in China: the army. Before him, the headquarters had an enormous power. After the measures adopted by Xi Jinping, who put himself on the top of the central military commission, and left it to army generals only the power to follow orders. This strategy is inserted in the context of the reorganisation and simplification of the army, making more immediate the chain of command (the levels were 5, now 3). This is one of the most important differences with the previously secretary, Hu Jintao, who trusted in the quality of the collegiality and of the internal debate, as a necessary way to get good decisions: “Do not shake the ship” was one of its principles. As far as the civil politics is concerned, the anti-corruption campaign has become popular, but it’s mainly a pretext to take down political opponents, corrupted or not.

Once understood the political character and ambition of Xi, it’s more simple to elicit the steps about the relationship with USA. But a premise is necessary. When CIA makes documents and reports for the strategy to be pursued in foreign policy, the time limit is about 2025; for China is 2050. This is the undeniable advantage of those who doesn’t have elections in the way. This must be taken into account.

Since Mao’s time, the chinese geopolitical strategy was based on keeping of a low profile and a prudent definition in pursuing personal interests. It is easy to see why. It’s better not to seem to be a potential threat for the world leadership, at the time when this threat is not strong enough. It must not give the impression that China was willing to undergo required from abroad. It has remained inflexible with its own regard to essential national interests. Instead, China answered to the external provocations with moderation.

Since Xi’s time, China has been speaking another language, by strengthening the military deterrence, and widening its “smart power”, operating either on the front of the hard power (increasing its military expenditure, first military base abroad, in Gibuti), or on the side of the soft power (improving its contribute for UN blue helmets). But in particular, Cina is aiming to geoeconomy in order to reinforce a neo-imperialism that could make it a focus of elaborated commercial network between Eurasia and Africa.

Last chapter of the rising was the Congress of the Communist Party of China that took place on 18 October until 24. It was the consecration of the “Xi Jinping Thought on Socialism with Chinese Characteristics for a New Era”, which was inserted in the Constitution in line with “Mao Zedong Thought” and “Deng Xiaoping Theory”, and above the Hu Jintao’s “scientific development perspective” and Jiang Zemin’s “Important thought of the Three Representsa”.

 

One Belt One Road

The colossal chinese project reminds the ancient silk road through South-West Asia to achieve Europe. BRI: Belt and Road Initiative, or “One Belt One Road”. The impression is that China wants to make normal economical relationships very hard regardless of Beijing. This is the mark and supreme ambition of Xi’s Presidency.

The “Belt and Road Initiative” is a win-win cooperation, which promotes common development and prosperity, working on to build a community of shared interests, destinies and responsabilities, by strengthening a context of political trust, cultural exchange and economic integration.

“Belt” means “economic Belt of the silk road” and it will be developed on a rail routes, from China to Western Europe. We can define 3 geographical lines: the northern belt passing through central Asia, Russia, ending in Europe; the central belt crossing central Asia, western Asia, and then it bifurcates toward the Mediterranean sea and Persian gulf; the southern belt aiming to southern Asia, Indian ocean, crossing several countries like India, Bangladesh and Myanmar. The first important difference between the new silk road and the legendary ancient silk road is that the latter aimed to Europe, and South-East Asia was only a dangerous transit route. Today, the Chinese belt offers equal plans either for European partners than Asiatics’. In fact, the most enthusiastic country is Pakistan.

This colossal commercial way also crosses shipping routes. “Road”, in fact, means “Shipping Silk Road of the 21st century”. It will be concentrate on the countries which border the Southern Chinese Sea, Southern Pacific Ocean, and Indian Ocean. Besides, one terrestrial way, across Pakistan, moves on shipping route that, via Arabic Peninsula, covers the entire Mediterranean.

In total the plan provides to involve 55% of world GDP, 70% of world population and 75% of known energy reserves. Obviously, it will be a very long project, that will last several decades. The completion would be 2049, an excellent way to celebrate the centenary of the Chinese Popular Republic.

 

Funds and strategy

Because of the huge sizes of the project, also the funds should be huge. So here’s where AIIB (Asian Infrastructure Investment Bank) comes into play, the chinese answer to World Bank and International Monetary Fund, both subjected to strategic choices of USA. Thanks to the essential infrastructural necessities of the Silk Road’s project and for the particular nature of AIIB, mainly aiming to financing of infrastructure projects, the 2 projects are sides of the same coin: with complementary functions and overlapping objectives. Imposing the Chinese influence on global governance is the main goal of these economic structures, promoted by the Celestial Empire.

And the USA? After that the Obama’s strategy of containment based on TPP, circling economically China, has been pushed back by Donald Trump, all the world is still waiting for the intentions of the former Tycoon, by clarifying international position and strategy, so far unpredictable. Even though the European countries have ignored the Obama’s require not to access to AIIB (today, even Italy, Germany, France, UK are considered founding countries), and the huge way out of the containment toward west and north, USA haven’t revealed all their tricks up the sleeve to defend the status quo. The future focus of the American strategic moves will be to distance in the time as much as possible the decline of the American Pax. Instead, China, doesn’t want the global leadership, and it would be unable to handle it. But the right to claim its influence in the international community, consecreting the Beijing Consensus and its own international economic network, will be required with increasingly assertiveness.