Archivio Tag: Xi Jinping

Cosa ci dicono il discorso di Pompeo e il Quarto Plenum del PCC sulla relazione USA-Cina?

Mentre quasi 400 persone affollavano la sala dell’Hotel Jingxi per il tanto atteso Quarto Plenum del 19esimo Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, il 30 ottobre scorso il Segretario di Stato americano Mike Pompeo teneva un discorso di fronte agli ospiti di un evento di gala dello Hudson Institute. Il giorno dopo le porte del Plenum del PCC si riaprivano e veniva diffusa la risoluzione adottata dai delegati convenuti. I due momenti testimoniano in maniera speculare la visione del mondo che Washington e Pechino hanno e con cui si preparano ad affrontare la futura competizione.

Cosa ci dicono il discorso di Pompeo e il Quarto Plenum del PCC sulla relazione USA-Cina? - Geopolitica.info

Dall’eloquente titolo “La sfida cinese”, l’intervento di Pompeo conferma alcune parole chiave e linee guida della politica estera trumpiana nei confronti della Repubblica Popolare Cinese e dimostra che anche dopo la dipartita di John Bolton la linea “dura” della Casa Bianca nei confronti di Pechino non si è attenuata.

A parere di chi scrive sono tre le considerazioni principali da trarre dal discorso del Segretario di Stato. Eccole di seguito:

  1. «The communist government in China today is not the same as the people of China». In questo passaggio si coglie una dimensione cruciale della politica estera statunitense così come della cultura politica americana in generale: la distinzione tra classe governante e popolo. È il Partito Comunista Cinese ad essere «realmente ostile» nei confronti degli Stati Uniti e dei loro valori, non la popolazione cinese che, invece, «ama la libertà». Questa divaricazione tra élite repressiva e popolo rientra perfettamente nella dottrina di politica estera di Donald Trump, il “principled realismpropugnato nella National Security Strategy 2017. Questa linea di pensiero se da un lato, infatti, si ispira alle correnti jeffersoniane e jacksoniane dentro e fuori il GOP e patrocina un maggior isolazionismo e il primato della dimensione nazionale su quella internazionale tra le priorità politiche, dall’altro non riesce completamente a rigettare alcuni assunti tipici della politica estera wilsoniana. Il continuo richiamo alla natura autoritaria dei regimi cinese, russo, iraniano e nord-coreano ne è una conferma lampante e pesa nella valutazione strategica degli obiettivi e delle minacce fatta dall’Amministrazione Trump. Come sostenuto nella NSS-17, infatti, la competizione odierna è tra «coloro che difendono regimi repressivi e coloro che supportano società libere».
  2. «Slow to see the risk of China». Pompeo ripete qui uno dei mantra della visione trumpiana degli affari internazionali. Gli Stati Uniti sono stati ingannati da potenze come Cina, Russia, Iran che hanno simulato di voler trasformarsi in «attori benigni» (NSS 2017) mentre erano determinati a rendere le proprie economie sempre meno libere e corrette e i propri regimi sempre più repressivi. Stando a quanto dice Pompeo, tale inganno si è reso possibile per due motivi interconnessi: perché in quanto americani gli Stati Uniti sono portati a «sperare» nello sviluppo democratico degli altri paesi; perché le amministrazioni precedenti hanno perseguito politiche miopi di “coinvolgimento” (engagement) permettendo alla Cina di crescere forte e minacciosa.
  3. La lista di doléances. Il Segretario di Stato conferma qui i fronti più rilevanti nella relazione tra Washington e Pechino: Taiwan, i diritti umani, la disonesta competizione economica e commerciale, la politica di coercizione cinese nei confronti di Filippine e Vietnam. L’elenco ricalca perfettamente il discorso fatto un anno fa dal Segretario in occasione del secondo round dello U.S.-China Diplomatic & Security Dialogue.

Il giorno seguente il discorso di Pompeo, il Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese ha approvato una delibera in sessione plenaria che è stata poi pubblicata sul Quotidiano del Popolo. Il documento riguarda prettamente le questioni di governance della Cina che sono state il nodo centrale delle discussioni durante il Plenum. Con governance si intende il consolidamento del predominio e del controllo del Partito su tutti gli aspetti della vita politica della RPC. Il «PCC comanda ogni cosa: il Partito, il governo, I militari, la società, l’educazione, l’est, l’ovest, il nord e il sud» recita il comunicato finale del Plenum. Nonostante molti commentatori ventilassero la possibilità di un indebolimento della leadership di Xi Jinping, il Quarto Plenum non sembra aver dato adito a quest’ipotesi. Xi, infatti, esce dalla sessione plenaria con la conferma di essere il «nucleo del Partito». La supposta nomina al Comitato Permanente di due membri aggiuntivi non si è verificata e la massima nomenklatura cinese è rimasta immutata. Il vertice del Partito, quindi, manca ancora di un possibile successore di Xi Jinping essendo gli altri sei membri del Comitato Permanente troppo vecchi.

Intanto, il governo del Cile ha fatto sapere che a causa dei tumulti in corso nel paese non sarà più in grado di ospitare il vertice dell’Asia Pacific Economic Cooperation previsto inizialmente per il 12 dicembre. In occasione del summit, ci si aspettava la firma della “fase 1” dell’accordo-tregua sulla trade-war in corso tra Stati Uniti e Repubblica Popolare. Data la decisione cilena, le due parti starebbero cercando una nuova occasione per siglare il cessate il fuoco.

La sensazione è che a spingere Trump a chiudere l’accordo siano più motivi di carattere elettorale visto l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali del prossimo anno. Le parole di Pompeo, inoltre, confermano che l’opinione sulla Cina dell’Amministrazione in carica non è cambiata anche in seguito alla fuoriuscita di Bolton e Mattis. In questa fase di stallo, quindi, le due potenze sembrano continuare a scivolare sempre più verso una “pace inquieta”.

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

L’Italia e le Vie della Seta
E’ oggettivamente presto per riuscire a comprendere la reale portata dell’accordo siglato a Roma tra Italia e Cina. Ci vorranno anni per capire la reale attuazione dei vari punti. Per poter analizzare sia l’accordo siglato sia le interazioni sino italiane può essere utile ripercorrere brevemente le interazioni tra Roma e Pechino negli ultimi decenni.

 

L’Italia e le Vie della Seta - Geopolitica.info

La via della Seta e il presunto neo colonialismo cinese sono stati al centro del dibattito politico e la Cina è diventata per qualche giorno lo scenario internazionale cruciale anche in Italia. Al termine della visita del presidente Xi restano molti dubbi su tante scelte, del presente e del passato, rispetto alla proiezione italiana nei confronti della Cina.

La visita di Xi Jinping a Roma ha catalizzato l’attenzione dei media nazionali e internazionali, dalle consuete descrizioni dei banchetti ufficiali e dei vestiti della first lady, alle inconsuete interazioni con i giornalisti dei funzionari cinesi e alle dettagliate analisi della politica estera cinese. L’opinione pubblica italiana si è mostrata polarizzata, come sempre, rispetto alla valutazione degli accordi. Molti commenti sono stati dedicati alla mancanza di riferimenti alle violazioni dei diritti umani, dalla situazione dello Xinjiang, ai tanti giornalisti detenuti in Cina sino al mancato rispetto degli appelli per la liberazione dei detenuti per reati di opinione. Si tratta di temi cruciali, che abbiamo trattato in maniera estesa in più occasioni, ma va ricordato che le precedenti missioni istituzionali italiane in Cina hanno seguito esattamente la stessa linea. I vari governi che si sono succeduti negli scorsi decenni hanno sempre accuratamente evitato ogni riferimento a temi sensibili a Pechino quando si sono trovati a siglare accordi economici. Le missioni in Cina durante i governi Renzi e Gentiloni, dalla visita del Presidente Mattarella a Pechino alle numerose e proficue iniziative nelle varie provincie cinese guidate dall’allora Sottosegretario allo Sviluppo economico Ivan Scalfarotto, si sono sempre sottratti dal parlare di temi sensibili come quello dei diritti umani negati. Durante ognuna di quelle visite il confronto con la stampa italiana, sia durante sia al termine delle missioni, è stato ridotto all’essenziale. La comunicazione è avvenuta sempre attraverso comunicati congiunti e nessuno spazio è mai stato riservato a un reale confronto con i media.

La Repubblica Popolare cinese percepisce ogni accenno a temi come Taiwan, Tibet, Xinjiang, attivisti per i diritti civili imprigionati e questioni correlate come delle vere e proprie ingerenze nella proprie questioni interne. Negli scorsi anni varie nazioni europee hanno subito l’ostracismo di Pechino per aver sollevato dubbi su questi temi, dalla Norvegia per il Nobel a Liu Xiaobo alla Francia di Sarkozy per l’incontro con il Dalai Lama. Il governo italiano si è sempre tenuto bene alla larga da ogni possibile frizione con la RPC, lasciando l’arduo compito di ammonire Pechino sul rispetto dei diritti umani alla proiezione diplomatica dell’Unione Europea.

“L’operazione cinese” di Matteo Renzi portò notevoli benefici all’Italia che arrivò addirittura a superare la Francia, che ancora scontava la coda delle incomprensioni tra Sarkozy e Pechino, nei volumi di interscambio con la Cina. Il Partito Democratico si è sempre astenuto da qualsiasi critica nei confronti delle libertà civili in Cina, anche per quanto riguarda l’accordo siglato a Roma le principali obiezioni riguardano la natura politica dello stesso e non le possibili criticità legate alle condizioni dei lavoratori nei paesi della Belt Road Iniziative (BRI). Il centro destra ha sempre mantenuto un’approccio abbastanza distante rispetto alla Cina. E’ ben nota la difficoltà dei governi Berlusconi di mantenere una efficace proiezione italiana nei confronti del paese asiatico. Una significativa, ma minoritaria, parte del centro destra legata a una tradizione liberale ha sempre espresso in maniera netta le preoccupazioni rispetto ai temi dei diritti civili in Cina, senza però riuscire a catalizzare l’attenzione all’interno della propria coalizione.

Un’altro tema del dibattito è stato quello della possibilità di accesso al mercato cinese, essendo gli investimenti stranieri  sino ad ora fortemente limitati. L’annuncio dell’apertura dei mercati finanziari nello scorso anno ha generato una grande aspettativa negli investitori. Ma l’effettiva attuazione dell’annuncio cinese lascia tuttavia molti dubbi e gli investitori stranieri non hanno mostrato sinora troppo fiducia nella proposta di Pechino. Il tema della reciprocità dell’economia di mercato in Cina e delle presunte violazioni dei diritti umani sono relativamente deboli, vista la consuetudine italiana (ma anche europea) di dimenticare le criticità cinese quando si tratta di accordi bilaterali di carattere economico con Pechino.

La differenza della visita di Xi Jinping e della firma del memorandum sulla Via della Seta rispetto ai precedenti accordi risiede nella sua natura politica. L’attenzione dei media internazionali nei confronti dell’accordo sino italiano è stata molto grande, sia in Europa e in America che in Asia. I giornali cinesi hanno dato grande risalto alla firma dell’accordo, presentato in Cina come una vera e propria “entrata” a pieno titolo dell’Italia nel progetto BRI.  Molti quotidiani cinesi hanno riportato le presunte ingerenze statunitensi nella politica italiana, sottolineando come la validità del progetto BRI abbia creato le condizioni per la firma italiana. I quotidiani giapponesi hanno evidenziato l’importanza dell’accordo di Roma sulla BRI mentre la visita di Xi e la firma del memorandum hanno conquistato le prime pagine su tutta la stampa occidentale.

Al di là della reale portata e delle conseguenze dell’accordo, a livello politico la visita di Xi Jinping è stata un vero e proprio successo per la RPC. Nella percezione dell’opinione pubblica mondiale la visita è stata un ulteriore trionfo della nuova assertiva politica promossa dal presidente cinese. La scelta cinese di avviare progetti e iniziativa in zone a basso tasso di sviluppo economico in Italia, come la Sicilia, la Sardegna e la Puglia, dove sono presenti delle basi Nato rappresenta una vera e propria sfida all’alleanza atlantica agli occhi di molti osservatori. Mentre le possibili conseguenze dell’inserimento del tema delle telecomunicazioni nell’accordo firmato è un’altro elemento cruciale. Si tratta di una semplice menzione e sono del tutti assenti sia riferimenti precisi sia modalità di attuazione di progetti congiunti. Ma l’idea di una possibile sinergia con la Cina per lo sviluppo della rete infrastrutturale 5G ha spaventato gli alleati in Europa e in America.

In sostanza le modalità dell’accordo non presentano caratteri inediti, tutti i precedenti governi hanno trattato con la Cina in maniera simile. Riuscendo a tenere l’interscambio commerciale in positivo e mantenere la Repubblica Popolare Cinese nel ruolo di indispensabile partner commerciale, senza però tentare di avviare un reale dialogo su temi sensibili come i diritti umani e la reciprocità dell’economia di mercato.

Il progetto BRI presenta delle criticità, ben note, che rimangono tuttora irrisolte. Si tratta di un progetto mastodontico che ha cambiato la natura dei propri contenuti in varie occasioni e che deve ancora essere messo alla prova. La natura fortemente politica, e la rappresentazione dell’accordo al di fuori dei confini nazionali, è una novità assoluta. Sia i contrasti all’interno del governo tra Lega e Movimento 5 Stelle, sia il mancato controllo sulla narrazione nei media nazionali e internazionali hanno determinato un effetto non positivo per l’immagine nazionale e un eccessivo sbilanciamento rispetto agli effettivi contenuti dell’accordo. La mancanza di un dibattito reale sulle delicate questioni strategiche e legate alla sicurezza nazionale che l’accordo evoca ha dimostrato una scarsa capacità dell’esecutivo di comprendere la portata di medio e lungo termine del memorandum. Soprattuto la finalità dell’accordo non risulta chiara mentre i vantaggi di Pechino in termini di immagine sono sin da subito evidenti. Agli occhi dei media mondiali l’accordo ha visto l’ingresso di una delle più importanti economie europee di un membro del G7,  di un paese fondatore della UE e della terza economia dell’Eurozona all’interno del progetto BRI. La realtà è sicuramente diversa ma l’incapacità di comunicare la vera natura dell’accordo è un elemento negativo, rispetto alla proiezione internazionale dell’Italia. Dall’altro lato i vantaggi italiani sembrano più incerti. L’accordo potrebbe generare un maggior interscambio tra i due paesi ma, ad oggi, non possiamo essere certi del risultato.

In Europa sino ad oggi solo la Germania ha mostrato di poter occasionalmente dialogare in maniera efficace con la Cina, mentre i tentativi di approccio bilaterale degli altri paesi non hanno conseguito risultati soddisfacenti. La dimostrazione di una capacità italiana per uno spazio di manovra con la Cina, al di fuori della cornice europea, era evidentemente uno dei principali obiettivi del memorandum appena siglato. Ma la divisione interna del Governo e i dubbi sulle modalità e sulla natura dell’accordo hanno parzialmente sconfessato il ruolo italiano.

L’arrivo di Xi Jinping in Italia. La via della seta non sarà solo commercio ma informazione.

L’Italia, rimasta indietro nella competizione economica con gli altri paesi UE sugli investimenti cinesi, si sta lanciando nella dubbia impresa di recuperare questo gap. La firma degli accordi relativi al memorandum di intesa oggetto della visita di questi giorni di Xi Jinping potrebbe aprire la strada ad una collaborazione lastricata d’oro per la classe politica ed imprenditoriale italiana, ma, nonostante le aspettative, avere conseguenze difficili da prevedere.

L’arrivo di Xi Jinping in Italia. La via della seta non sarà solo commercio ma informazione. - Geopolitica.info

L’ultimo accordo, sulla scia dal Memorandum of Understanding fra Cina e Italia, è quello siglato martedì al Maxxi di Roma, quasi in parallelo all’arrivo di Xi Jinping, tra Sole 24 Ore e Economic Daily Group, su almeno 30 collaborazioni per lo sviluppo di prodotti editoriali rivolti alle imprese italiane e cinesi. Accanto a questo accordo la firma di un memorandum tra Class Editori e l’agenzia di stampa Xinhua News Agency. I due colossi dell’informazione cinese che contano più di 100 milioni di follower sull’account New China e 180 istituti all’estero sono la voce del Partito Comunista nel mondo.

La Cina arriverà anche in tv grazie ad un accordo tra China Media Group e Mediaset attraverso il lancio della versione italiana dei “Classici citati da Xi”, prodotta da CMG che fa capo al Dipartimento di Pubbliche Relazioni guidato dal Partito Comunista Cinese. Si tratta di una serie di video in cui il Presidente Xi Jinping legge e cita i classici cinesi e offre spiegazioni sulla società e la cultura contemporanee cinesi. Una versione per il pubblico italiano che andrà in onda su Class Editori e TgCom24 di Mediaset.

Il vicecapo redattore di China Daily, Sun Shangwu ha ricordato che “l’Italia diventerà il primo paese G7 a entrare nella Nuova Via della Seta”. La collaborazione tra Italia e Cina nel settore dell’informazione perciò sarà fondamentale e svolgerà ruolo di “ponte” dell’iniziativa della Belt and Road verso il resto d’Europa.

Presente all’evento anche l’ambasciatore Li Ruiyu, che ha ribadito  il  messaggio auspicando una sempre maggiore cooperazione tra Italia e Cina per espandere l’influenza del modello cinese nei rapporti internazionali e nei consessi multilaterali.

Opportunità ma anche rischi

Nelle aziende che hanno sottoscritto questi memorandum, giornalisti e editori dovranno interfacciarsi con l’apparato di propaganda del PCC per produrre contenuti e notizie. L’esposizione dei network alla cautela e a forme di auto censura è solo un’ipotesi che però non va sottovalutata. Una cooperazione fra media italiani e cinesi potrebbe rivelarsi in certe occasioni anche un limite alla nostra libertà di informazione. Sebbene il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Vito Crimi abbia rassicurato su questo, il livello di libertà di parola concesso in Cina viola i principi base su cui il nostro ordinamento democratico si fonda.

Nulla di nuovo. Da anni molte organizzazioni internazionali denunciano le violazioni di queste libertà in Cina, la stessa Unione Europea avrà in agenda la difesa dei diritti delle minoranze cinesi, su cui Pechino esercita un forte controllo politico. al meeting Europa – Cina di Aprile. Come non è nuova la pratica di bandire i giornalisti occidentali scomodi e indesiderati dal Paese.

Per anni l’approccio cinese ai mezzi di comunicazione occidentali è stato prettamente difensivo ma da poco più di un decennio un sistema molto più pragmatico cerca spazio nella rete del mainstream globale dell’informazione. L’apertura della sede britannica della China Global Television Network CGTN, a Londra è forse uno dei casi più eclatanti di questa volontà di espansione dei media maturata sotto la leadership di Xi Jinping a partire dal 2016.

Alla narrativa cinese dell’apertura e del mutuo vantaggio, “leitmotiv” della cooperazione sul modello win-win del “socialismo con caratteristiche cinesi” di Xi Jinping. l’Italia sta dando ampio credito con questi accordi.

La cooperazione tra media italiani e media cinesi getta le basi per uno strettissimo rapporto tra i due paesi. Tanto stretto che seppure apparentemente lastricato d’oro si trova esposto al rischio di vedere intrecciarsi, interessi politici, economici e strategici sulla via della seta da Roma a Pechino.

Veniamo infine al resto del MoU. Di progetti lanciati ce ne sono diversi, ancora prima della firma di questo memorandum che ha e avrà sicuramente per l’Italia una valenza politica. Non va dimenticato, infatti, che uno degli obiettivi dell’Intesa potrebbe essere la cooperazione con l’Africa, in tre direzioni: la gestione del flusso migratorio, la disponibilità di accesso a nuovi mercati per le nostre imprese, nonché iniziative di sviluppo economico congiunto assieme ai Paesi africani. Nella visione del Sottosegretario Geraci, la cooperazione con la Cina potrà aiutare l’Italia ad arginare l’immigrazione illegale dall’Africa e offrire così sostegno concreto a politiche di sicurezza nell’area.

In ambito nazionale, i progetti i più discussi sono certamente quelli che riguardano le vie di comunicazione marittime, i porti che potrebbero potenzialmente fungere da accesso all’Europa delle merci cinesi e viceversa. Molto si è detto tirando spesso ad indovinare su quali e quanti sarebbero stati i porti scelti come approdo italiano alle vie della seta. Non è mai emersa infatti una chiara direzione degli investimenti cinesi verso un solo scalo. Presumibilmente non ci saranno investimenti faraonici in una grande opera ma una serie di finanziamenti mirati ad allacciare la viabilità tra i diversi paesi europei o balcanici che avranno firmato i MoU con la Cina. Un esempio in questa direzione è il caso di Venezia che già dallo scorso novembre, aveva ottenuto un investimento dalla Cosco Shipping Company per attivare un collegamento tra il Pireo e il terminal Vecon, accordo finalizzato a febbraio tra il presidente dell’autorità portuale del Nord Adriatico, Pino Musolino, e il CEO dell’autorità portuale del Pireo, Fu Chengqiu. Credo che dovremo abituarci a questo tipo di accordi. Su Trieste, ancora ieri Zeno D’Agostino, a capo dell’autorità di Trieste, si dichiarava disposto ad accettare anche finanziamenti americani, qualora questi dovessero bussare alla sua porta.

Quelli che vediamo oggi sono i risultati dell’intesa tra il governo di Xi Jinping e quello di Conte, come effetti della neo-costituita Task Force Cina voluta dal Ministro Di Maio e guidata dal Sottosegretario Geraci. Il rafforzamento della cooperazione Italia-Cina e l’evoluzione degli accordi delle ultime ore, sono il risultato della loro politica di apertura cinese. Operato che si era posto in linea di continuità con i governi precedenti: già Gentiloni nel 2017 era stato l’unico leader del G7 a partecipare al vertice BRI organizzato da Xi Jinping a Pechino. Ottimi rapporti con l’élite politica cinese intercorrevano anche con Matteo Renzi che più volte è stato invitato in Cina a titolo personale.

Oggi assistiamo ad una evoluzione, molto accelerata certamente dalla figura di Michele Geraci, ma non così inaspettata dei legami tra Roma e Pechino. Da un punto di vista prettamente geopolitico la centralità italiana nel Mediterraneo ne fa uno snodo naturale delle vie della seta ma agire isolata dall’Europa mette l’Italia in una condizione non sostenibile. Inoltre, rappresenta il preludio al sostegno incondizionato verso la politica estera di Pechino. In questa delicata situazione l’Italia non dovrebbe sottovalutare l’impostazione tuttavia autoritaria del suo governo.

Il rischio quindi è che la firma del Memorandum possa autorizzare il sistema economico italiano o parte del suo sistema-paese a sottoscrivere accordi e collaborazioni senza vagliare politicamente la natura degli interlocutori con cui si confronta, diventando una sorta di lascia-passare pericoloso per la Cina in Italia.

Le minacce di Xi, la replica di Tsai e le opinioni dei taiwanesi sulla democrazia e il regime cinese

In un recente discorso ai “compatrioti taiwanesi” il presidente “a vita” cinese Xi Jinping ha ribadito la volontà del suo regime di arrivare, anche con l’uso della forza militare, all’unificazione con Taiwan, proponendo come carota il modello applicato ad Hong Kong. Un discorso al quale Tsai Ing-Wen, presidente taiwanese, ha replicato ribadendo l’esistenza di una Taiwan libera e democratica, respingendo al mittente la prospettiva di una unificazione secondo il modello proposto da Xi i cui esiti negativi sono sotto gli occhi di tutti. Ma cosa ne pensano i cittadini di Taiwan, del proprio regime democratico, della Cina comunista, e dell’ennesimo botta e risposta tra Pechino e Taipei?

Nel discorso dedicato al quarantesimo anniversario della fine del confronto militare tra la Repubblica Popolare Cinese e la Repubblica di Cina (Taiwan), il presidente della Cina comunista, Xi Jinping, ha rivolto un messaggio ai “compatrioti taiwanesi”, definendo la “riunificazione” come l’unico esito possibile dello status quo relativamente pacifico instauratosi tra le due sponde dello stretto di Formosa. Nel suo discorso, Xi ha dichiarato di voler perseguire i suoi obiettivi seguendo il modello “un paese, due sistemi” – ossia, il regime relativamente tollerante ma non democratico imposto all’ex colonia britannica di Hong Kong, la cui amministrazione è controllata ed eterodiretta da Pechino – e che la Cina non rinuncerà all’uso della forza nel caso in cui Taiwan dovesse spingere verso l’indipendenza formale. A stretto giro, la presidente taiwanese, Tsai Ing-wen, ha replicato che la riapertura dei negoziati tra le due parti non potrà partire senza il riconoscimento dell’esistenza della democrazia taiwanese, e ha ribadito il suo rifiuto del “1992 consensus”, ossia l’accordo ufficioso tra il regime di Pechino e l’allora governo di Taipei guidato dal Kuomintang (KMT), in cui era stato coniato il principio dell’esistenza di una “unica Cina”. Non una novità, dato che il mandato della Tsai, iniziato nel 2016, era stato segnato proprio dal non riconoscimento di quell’accordo variamente inteso e interpretato da entrambe le sponde dello Stretto, a seconda delle proprie necessità politiche. Il capo di Stato taiwanese, nella sua risposta, ha poi affermato che la maggioranza dei cittadini dell’Isola è fermamente contraria al modello proposto da Pechino e che il regime cinese, piuttosto che cercare di influenzare con minacce e pressioni la vita democratica della società taiwanese, dovrebbe rispettare l’attaccamento ai valori liberali, fondati sul fondamentale principio del “Rule of Law“, dimostrato negli ultimi decenni dai cittadini di Taiwan. Ma qual è l’opinione dei taiwanesi? La democrazia rappresenta il loro regime politico preferito? Quali sono i loro punti di vista sul decennale confronto tra Taipei e Pechino e, più in generale, nei confronti della Cina popolare? Come si identificano i cittadini di Taiwan? Si sentono cinesi, taiwanesi o qualcosa a metà strada tra le due identità?

Il dibattito sulla democrazia taiwanese e sul reale sostegno popolare alle sue istituzioni da parte della popolazione dell’Isola, come altre discussioni relative all’identità nazionale, culturale ed etnica dei cittadini di Taiwan, rappresentano alcuni dei classici temi del confronto politico tra Taipei e Pechino, e interno ai due Paesi. Questi temi sono di conseguenza entrati nell’agenda di accademici, ricercatori e commentatori interessati al quadrante Asia-Pacifico, che negli ultimi decenni ne hanno analizzato le caratteristiche, cause e implicazioni per mezzo delle più diverse metodologie d’indagine, provocando dibattiti non meno intensi – concettualmente parlando – di quelli osservati in ambito politico.

All’interno di questa discussione, non raramente sviluppata sul confine tra accademia e arena politica, è possibile inserire un recente articolo pubblicato sul portale di Channel AsiaNews della professoressa Yew Chiew Ping, dell’Università delle scienze sociali di Singapore, in cui la docente singaporiana ha sostenuto che il recente discorso di Xi – come anche le altre azioni e pressioni diplomatiche e politiche intraprese dalla Cina negli ultimi due anni, ossia a partire dall’elezione dell’amministrazione Tsai – potrebbe aver provocato reazioni del tutto opposte a quelle sperate dalla nomenclatura comunista di Pechino. Consultando i dati di diversi sondaggi condotti a Taiwan negli ultimi decenni – principalmente, a partire dalla transizione democratica completata con le elezioni presidenziali del 1996 – la professoressa Yew, ha infatti mostrato come i cittadini di Taiwan si riconoscano sempre di più nell’attuale dinamico sistema democratico, si sentano sempre più taiwanesi – piuttosto che cinesi – e abbiano sviluppato un’opinione sempre più scettica e refrattaria nei confronti della Cina. Le rilevazioni più recenti, del 2018, mostrano infatti come il 55,8% degli intervistati si ritenga “taiwanese” (piuttosto che “cinese”, 3,5%, o “sia taiwanese sia cinese”, 37,2%); il 76,4% pensi che la democrazia (anche se segnata da problemi di lieve entità) sia la miglior forma di governo possibile, e che il 68,1% di essi ricorrerebbe alle armi nel caso in cui Pechino attaccasse l’Isola.

Seppur non disponendo di informazioni così aggiornate, i dati consultati da Geopolitica.info sembrano confermare il “trend” proposto dalla professoressa Yew, ma con alcune sfumature rispetto ai dati presentati dall’accademica singaporiana. I sondaggi presi in esame – ossia, la banca dati dell’Asian Barometer Survey (ABS), prodotta dal Center for East Asia Democratic Studies dell’Università Nazionale di Taiwan (NTU) – affrontano due delle tematiche menzionate precedentemente, offrendo la possibilità di guardare il supporto per la democrazia tra il 2001 e il 2014, e le valutazioni dei taiwanesi sulla Cina tra il 2010 e il 2014.

Osservando i primi tre grafici, è possibile notare che durante i 15 anni presi in esame la maggioranza assoluta e/o relativa degli intervistati ha sempre espresso un’opinione positiva sul funzionamento e l’efficacia del proprio regime democratico e lo ha sempre preferito a uno di natura autoritaria. Bisogna però notare come le risposte in favore della democrazia, sia intesa come sistema di governo ideale che riferite al funzionamento del sistema taiwanese, abbiano avuto un andamento non lineare.

Il primo grafico (Fig. 1) mostra come vi sia stato un leggero peggioramento delle opinioni degli intervistati nei confronti del funzionamento della democrazia taiwanese nel 2014 rispetto al 2010, seppure con percentuali di risposta positiva al di sopra della media delle quattro rilevazioni prese nel loro complesso.
Nel secondo grafico (Fig. 2), l’andamento delle opinioni dei taiwanesi a proposito delle preferenze per un sistema democratico (sempre e comunque) o autoritario (in alcune circostanze) ha seguito un andamento simile al precedente, con una lieve flessione dei “democratici”, e un aumento degli “indecisi” e degli “autoritari”.
Infine, anche il terzo grafico (Fig. 3), riguardante una domanda sull’efficacia della democrazia nel risolvere i problemi del Paese, sembra seguire lo stesso trend crescente fino al 2010 e decrescente nel 2014.


Difficile dire se queste oscillazioni siano state determinate dal clima politico del 2014 – estremamente polarizzato e segnato, ad esempio, dalla sconfitta alle elezioni amministrative del KMT e le conseguenti dimissioni dell’allora presidente in carica, Ma Ying-jeou, da segretario del partito nazionalista -, o sia il segno di un aumento, peraltro contenuto, della sfiducia dei taiwanesi nei confronti del loro assetto istituzionale, o sia il frutto di altri fattori. Il quadro presentato dai dati a disposizione sembra però suggerire un leggero raffreddamento delle opinioni dei taiwanesi nei confronti della democrazia – idealmente e concretamente parlando – nel 2014.


A queste variazioni, va poi aggiunto un dato apparentemente incoerente rispetto agli altri: ossia una maggioranza degli intervistati (una media del 76,24% lungo le quattro rilevazioni) che ritengono più importante lo sviluppo economico rispetto alla possibilità di avere un regime democratico (Fig. 4). La domanda, più precisamente, recita (traduzione nostra, nda): “Se si trovasse a scegliere tra democrazia e sviluppo economico, cosa riterrebbe più importante?”. Com’è facile notare, si tratta di una questione molto astratta, che implica una scelta tra due concetti che non si escludono a vicenda, e che potrebbe essere stata inserita nel questionario per “catturare” le preferenze dei taiwanesi nei confronti di una situazione più concreta: ossia, la possibilità che essi rinuncino ai propri diritti politici in cambio di un maggior sviluppo economico che potrebbe essere offerto dalla ipotetica unificazione con la Cina popolare. Tuttavia, non è detto che gli intervistati abbiano interpretato la domanda secondo le (possibili) intenzioni dei ricercatori dell’ABS. Come già sottolineato, la questione appare posta in maniera astratta ed è possibile, quindi, che molti intervistati non abbiano realmente colto la concretezza che la domanda sottintende o, meglio, potrebbe sottintendere.

D’altronde, passando al tema delle opinioni dei taiwanesi nei confronti della Cina, va ricordato che la maggioranza dei taiwanesi intervistati da altre organizzazioni – come è possibile evincere dall’articolo della professoressa Yew – si sia esplicitamente espressa per un mantenimento dello status quo tra i due Paesi, ossia un mantenimento dell’indipendenza di fatto di Taiwan rispetto alla Cina comunista che, va ricordato, dalla sua nascita nel 1949 mai ha esercitato alcuna giurisdizione sul territorio, sullo spazio aereo e marittimo, e sulla popolazione di Taiwan.
Inoltre, come mostrano gli ultimi due grafici, le opinioni dei taiwanesi sul ruolo di Pechino come attore regionale (Fig. 5) e nei confronti di Taiwan (Fig. 6) non dimostrano una gran “simpatia” dei taiwanesi verso la Cina, anche se, nel secondo caso, le opinioni negative e positive sono rimaste complessivamente stabili tra il 2010 e il 2014, con posizioni meno radicali nella seconda rilevazione rispetto alla prima.

È chiaro che semplici percentuali di risposta ad un sondaggio non possano offrire indicazioni univoche rispetto a tematiche al centro del dibattito politico e accademico. Tuttavia, quel che traspare da questi dati è che esista una stabile larga maggioranza del popolo taiwanese fondamentalmente democratica. L’unico dato che potrebbe lasciare spazio ad una interpretazione diversa è rappresentato dalla domanda relativa alla preferenza tra sistema democratico e sviluppo economico (Fig. 4). Tuttavia, come già sottolineato, appare arduo interpretare quel dato come il segno di una maggioranza dei taiwanesi disposta a rinunciare al proprio assetto libero e pluralista, sia guardando alla natura della domanda sia considerando i risultati delle altre domande poste agli intervistati. Appare inoltre assai difficile e improbabile che questo dato segnali una qualche forma di accettazione del processo di unificazione con la Cina comunista.

È chiaro che di fronte ad un eventuale tracollo dell’economia taiwanese si possa intravedere un calo delle opinioni favorevoli al regime politico democratico e l’apertura di un periodo di sua regressione. Ma ad oggi un fenomeno del genere appare lontano e, soprattutto, è ancor più difficile pensare che i taiwanesi, sperando di salvare la propria economia, si consegnino nelle braccia di Pechino. Anche perché – nonostante Xi jinping abbia espresso la volontà di rispettare i costumi, il sistema sociale ed economico dell’Isola – i taiwanesi conoscono benissimo quanto valgano le promesse comuniste e hanno sempre presente la vicenda di Hong Kong e il significato autentico del modello “un paese, due sistemi”: una formula che ha portato l’ex colonia britannica a ottenere un livello di tolleranza superiore rispetto alla dura realtà imperante nel resto del territorio cinese, ma che ha consentito al regime comunista di controllare con i suoi noti sistemi le vicende della città, in barba a tutte le promesse di liberalizzazione politica fatte dalla Cina alla comunità internazionale, prima dell’annessione.

La posizione di Taiwan sulle dichiarazioni di Xi Jinping

Durante un incontro con la stampa italiana il Rappresentante di Taiwan in Italia, l’Ambasciatore Andrea Lee, ha ribadito la posizione di Taipei rispetto al discorso di Xi Jinping sulle Cross Strait relation. Il presidente cinese Xi Jinping il 2 gennaio 2019 ha tenuto un discorso incentrato sulla cosiddetta questione taiwanese, in occasione del 40° anniversario del “messaggio ai compatrioti di Taiwan”. Un messaggio, quello del 1979, che costituì una svolta nei rapporti sino taiwanesi in quanto per la prima volta il Partito Comunista cinese si rivolse direttamente ai cittadini di Taiwan sostenendo la necessità, secondo le logiche e gli interessi del regime di Pechino, di una unificazione fondata sulla loro tesi di un comune destino tra le due sponde dello Stretto.

La posizione di Taiwan sulle dichiarazioni di Xi Jinping - Geopolitica.info

I toni usati nel 1979 dal Comitato permanente dell’ufficio politico del Partito Comunista cinese, all’epoca presieduto da Deng Xiaoping, furono apparentemente legati a uno spirito di riconciliazione mentre il discorso di Xi Jinping è stato di impronta opposta. Il leader cinese ha menzionato apertamente l’urgenza di risolvere una questione che, nell’interpretazione comunista, si è protratta ormai per troppo tempo. Per la prima volta è stata menzionata le necessità di non “rimandare alla prossima generazione” il processo di una unificazione che è stata presentata da Xi come un processo ineluttabile che potrebbe includere anche “l’uso della forza militare”, facendo ricorso a “tutti i mezzi necessari contro le attività separatiste di Taiwan e le forze esterne che interferiscono nel processo di riunificazione” Il discorso di Xi ha generato reazioni preoccupate ovunque nel mondo. La maggior parte dei contenuti erano già stati espressi da Pechino in precedenza ma l’intensità dei toni minacciosi e, soprattutto, la menzione della soluzione “one country, two system” per gestire l’isola di Formosa, dopo l’eventuale unificazione/occupazione, hanno destato importanti segnali di allarme sia a Taiwan sia nei governi e paesi dell’area Asia-Pacifico e, ovviamente, negli Stati Uniti.

Il Rappresentante di Taiwan in Italia, Amb. Andrea Lee, ha incontrato a Roma la stampa italiana per ribadire la posizione del Governo di Taipei rispetto al messaggio di Xi Jinping, con l’esortazione a tutti i Paesi a mantenere relazioni attive con Taiwan per promuovere una soluzione pacifica delle questioni sino taiwanesi. Lee ha ribadito che “Taiwan desidera cooperare strettamente con tutte le nazioni che condividono valori universali come la libertà, la democrazia e lo stato di diritto, in modo da meglio assicurare la pace, la stabilità e la prosperità della regione Asia-Pacifico”. Una esigenza necessaria sia per la difesa della dinamica democrazia taiwanese sia per il mantenimento dell’equilibrio geopolitico della regione. Rispetto alla soluzione “one country, two system” espressa da Xi Jinping il Rappresentante taiwanese in Italia ha esplicitamente dichiarato che si tratta di una soluzione impensabile. Andrea Lee ha ironicamente paragonato la proposta cinese a quella di una persona che propone ad un proprietario terriero di diventare affittuario del suo stesso appezzamento. L’Ambasciatore ha sottolineato come nel discorso tenuto ormai quaranta anni fa, la dirigenza del Partito Comunista cinese offrì a Taiwan la possibilità di mantenere le forze armate e la propria rappresentatività politica.

La risposta della Presidente Tsai Ing-wen al discorso tenuto da Xi Jinping il 2 gennaio 2019

La proposta di Xi Jinping ha invece il sapore della provocazione, specialmente alla luce dell’applicazione comunista del “one country, two system” a Hong Kong, dove Pechino non ha rispettato quanto stabilito negli accordi del 1984 con il Regno Unito relativi alla introduzione, nel 2017, di elezioni pluraliste e democratiche per l’Assemblea legislativa. È a tutti evidente che Taiwan rappresenta un fondamentale baluardo democratico nella regione, una imprescindibile difesa strategica degli interessi occidentali nell’Indo Pacifico ma anche una vibrante economia. Durante l’incontro è stato sottolineato, tra l’altro, il valore significativo dell’interscambio commerciale taiwanese con i 28 paesi membri dell’Unione Europea che si attesta sui 53 miliardi di dollari statunitensi di interscambio commerciale. All’interno di questo quadro l’Italia si colloca al 5° posto con 4,6 miliardi di dollari.

Va ricordato infine un fatto di grande importanza: l’appartenenza storica e politica di Taiwan alla Cina, data per scontata da Pechino, è stata ampiamente smentita da numerosi studiosi. A differenza di altri territori contesi, come il Tibet, lo Xinjiang o la Mongolia interna, l’isola di Formosa non è mai stata parte integrante dell’impero cinese. Gli amministratori imperiali cinesi trattarono l’attuale territorio taiwanese come una vera e propria provincia coloniale. A tutti i cinesi era proibito di stringere relazioni con donne locali, l’emigrazione dalla Cina all’isola di Formosa era severamente proibita e non fu mai conseguito il controllo totale del territorio. Le impervie catene montuose dell’interno furono saldamente in mano alla popolazione aborigine sino all’arrivo dei giapponesi nel 1895. Mentre la narrazione, sostenuta da Pechino, di un ineluttabile processo di unificazione tra due entità profondamente divise dalle vicende politiche e storiche, e dall’attuale radicale differenza tra la libera democrazia taiwanese e il regime comunista cinese, non trova nessun riscontro nelle analisi degli storici e degli esperti.

Who is who: Zhang Youxia

Nome: Zhang Youxia (张又侠)
Nazionalità: Cinese
Data di nascita: luglio 1950
Ruolo: Generale dell’EPL, vice-Presidente della Commissione Militare Centrale

Who is who: Zhang Youxia - Geopolitica.info

Zhang Youxia è un politico e militare della Repubblica Popolare Cinese, attualmente vice-Presidente della CMC, massimo organo decisionale in materia di strategia e difesa, al cui vertice c’è solitamente il Segretario del Partito.

Nato nella municipalità di Weinan nella provincia dello Shaanxi, non distante dalla antica capitale imperiale di Xi’an, Zhang è il figlio di Zhang Zongxun, generale dell’Esercito Popolare durante la Guerra Civile, e ciò fa di lui uno dei “principi rossi” (太子党). Inoltre, il padre fu compagno d’armi e caro amico di Xi Zhongxun, originario anche lui di Weinan e padre dell’attuale Segretario e Presidente della RPC, Xi Jinping. I due padri hanno lavorato insieme come comandante, Zhang, e come commissario politico, Xi, durante le ultime fasi della Guerra Civile. Il rapporto tra i due genitori è citato da molti come uno dei motivi del forte legame tra Zhang e Xi.

Frequentate le scuole alla Beijing Jingshan School, prestigiosa scuola nella capitale, Zhang è entrato nell’esercito a 18 anni per essere spostato al 14esimo Gruppo d’Armata di stanza a Kunming, nella regione militare di Chengdu. A partire dal 1979 prende parte al conflitto di confine con il Vietnam e diventa vice-comandante, prima, e comandante, poi, del 13esimo Gruppo d’Armata. Nel 2005 è promosso a vice-Comandante dell’intera regione militare di Pechino e, poi, comandante della regione militare di Shenyang. Nel 2007 entra nel 17esimo Comitato Centrale del Partito.

Nel 2012, ad un anno dalla sua promozione a Generale, Zhang giunge a dirigere il prestigioso Dipartimento Generale degli Armamenti ed entra nel 18esimo Comitato Centrale, il primo con Xi Jinping Segretario del Partito.  Fonti riportano che Zhang abbia personalmente aiutato Xi Jinping a gestire gli effetti del caso Bo Xilai e del presunto colpo di stato tentato da Zhou Yongkang, nel marzo 2012 e che, per questo, Xi lo avesse voluto con sé nella Commissione Militare Centrale e lo avesse proposto già allora come vice-Presidente della CMC.

Nel 2017 viene confermato membro del 19esimo Comitato Centrale, entra anche nel Politburo, dimostrando il prestigio ottenuto e viene nominato vice-Presidente della Commissione Militare Centrale, facendo parlare di sé come “fratello giurato” di Xi Jinping.

 

(Ancora) “confusione sotto il cielo”: nuove discrepanze tra USA e Cina

Il raggiungimento di una tregua nell’escalation protezionistica che ha impegnato Pechino e Washington negli ultimi mesi ha permesso ai mercati di tirare un sospiro di sollievo. Per i prossimi tre mesi, USA e Cina dovranno negoziare un accordo  che risolva la disputa, senza imporre nuovi dazi e riequilibrando la loro relazione commerciale. Ma è davvero questo che si sono impegnati a fare? Alcuni elementi fanno pensare di no.

(Ancora) “confusione sotto il cielo”: nuove discrepanze tra USA e Cina - Geopolitica.info

L’appuntamento di Buenos Aires era stato al centro dell’attenzione dei commentatori perché Donald Trump e Xi Jinping tornavano ad incontrarsi dopo un lungo anno di trade-war, da un lato, e di tensioni nel Mar Cinese Meridionale, dall’altro, che hanno deteriorato sensibilmente il rapporto tra le due potenze.

Quando le due delegazioni, quindi, si sono sedute al tavolo, il mondo ha tenuto il fiato sospeso aspettando di conoscere l’esito delle negoziazioni che se ha deluso i più ottimisti, non ha, neanche, confermato le previsioni dei più pessimisti. USA e Cina hanno, infatti, concordato una tregua i cui termini, però, non sembrano essere ben chiari ad entrambi.

Come ha rilevato Bloomberg, analizzando i due comunicati finali emergono, infatti, delle discrepanze significative. Se entrambi concordano sul fatto che i dazi di Trump, ora al 10 % per un valore di 200 miliardi di $, non saliranno (come inizialmente previsto) al 25 % il 1° gennaio 2019, non è chiaro se dopo la scadenza dei 90 giorni, il dazio salirà automaticamente a quota 25. Mentre gli americani sposano questa posizione, i cinesi non ne fanno menzione nel loro comunicato.

Non è chiaro, inoltre, quale sia il mandato delle delegazioni che nei prossimi tre mesi dovranno negoziare un accordo. Per Pechino, esso implicherà una rimozione di tutti i dazi, un progresso nelle relazioni in un’ottica di “mutuo beneficio” e una “maggiore apertura dei due mercati”. Al contrario, nel comunicato di Washington non appare nessun riferimento del genere. Confuso risulta, anche, l’impegno cinese ad acquistare un maggior numero di prodotti americani per correggere il deficit commerciale USA e se, ovviamente, negli editoriali inglesi l’importanza di tale promessa è ben evidenziata, in quelli cinesi merita solo una veloce menzione. Infine, piccole discrepanze emergono anche in merito ai dossier Fentanyl e Corea del Nord.

Non più chiara è la futura formazione che Trump schiererà in campo per le negoziazioni. A tal proposito, la presenza di Peter Navarro al summit ha fatto discutere: il Consigliere per il commercio è considerato, infatti, un “falco” quando si tratta di relazioni con la Cina. Fautore di una politica dura, Navarro è autore di un libro dal titolo emblematico, “Death by China”, e, se dovesse assumere la guida della delegazione americana, potrebbe imprimere una svolta ai negoziati.

Infine, un’altra figura che potrebbe assumere maggiore importanza nell’entourage trumpiano è Michael Pillsbury, direttore del Center on Chinese Strategy all’Hudson Institute, un think tank di orientamento conservatore a Washington in cui il vice-Presidente Mike Pence aveva tenuto il duro discorso con cui accusava la Cina di voler interferire con le elezioni di mid-term americane. Anche Pillsbury, a cui Trump si è riferito come il “maggiore esperto sulla Cina” e che si è guadagnato l’attenzione della Casa Bianca nelle scorse settimane pur essendo un personaggio controverso, è autore di un libro dal titolo indicativo, “The Hundred-Year Marathon: China’s Secret Strategy to Replace America as the Global Superpower”. Se ciò dovesse portare ad un ruolo più rilevante per Pillsbury all’interno dell’Amministrazione, c’è da aspettarsi che l’approccio di Trump alla Cina diventi ancora più risoluto.