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Le criticità delle proteste ad Hong Kong

La legge di sicurezza nazionale, approvata da Pechino lo scorso 3 luglio 2020, segna un’accelerazione del processo di integrazione di Hong Kong nella Cina continentale che sembra oramai incontrovertibile.

Le criticità delle proteste ad Hong Kong - Geopolitica.info

L’accordo sino-inglese del 1997, che avrebbe dovuto garantire una certa autonomia giuridica e amministrativa di Hong Kong da Pechino almeno fino al 2047, sembra diventata “carta straccia” così come il principio: “un paese, due sistemi”. Un cambiamento determinato non solo da congiunture internazionali, in particolare la guerra commerciale tra Pechino e Washington, l’aumento dell’assertività americana nel Mar Cinese e la contestata ingerenza negli affari interni cinesi tramite Hong Kong ma anche a causa di questioni endogene alla querelle hongkonghese legate alla mal gestione delle proteste di piazza contro l’assorbimento del “Porto Profumato” nell’Impero di Mezzo.

Gli enormi errori compiuti dai manifestanti di Hong Kong hanno fornito a Pechino il “casus belli” per accelerare un processo che era nell’agenda già da molto tempo. Questo risultato è stato causato in primis dalla mancanza di un’organizzazione verticale del movimento di protesta con leader illuminati in grado di arrivare ad un compromesso con i vertici di Hong Kong sui 5 punti enunciati dalla piazza (maggiori libertà democratiche, il rilascio dei cittadini arrestati, il divieto di estradizione dei cittadini di Hong Kong in Cina, un’inchiesta sulla brutalità della polizia, le dimissioni dell’esecutivo della città), instaurando un dialogo politico di lunga durata nella consapevolezza che il “coltello dalla parte del manico” è impugnato da Pechino.

Secondo, l’incapacità di isolare e condannare la parte violenta-fanatica del movimento, spesso oggetto di “un’omertà di piazza” in nome del comune nemico, ha creato tra gli stessi cittadini hongkonghesi una visione distorta dell’immagine del movimento che manifesta per la democrazia e la libertà di pensiero e poi compie atti di aggressione e vandalismo nei confronti dei propri connazionali (come il cittadino pro-Pechino che è stato bruciato vivo dai manifestanti) e delle forze dell’ordine, rompendo quell’armonia sociale che ha da sempre caratterizzato il rapporto tra cittadini e polizia.

Terzo, l’impatto del movimento, sebbene all’inizio nato con propositi costruttivi, ha avuto nel lungo periodo un effetto nettamente negativo sulla stabilità e sul benessere del “Porto Profumato” e quando un movimento invece di unire la società la divide profondamente, allora ha fallito nel suo intento anche perché una larga fetta della popolazione di Hong Kong è contro questo modus operandi dei rivoltosi. In più lo scetticismo nei confronti delle proteste è amplificato dalla presenza di bandiera statunitensi tra i manifestanti e non di quelle hongkonghesi, il che fa presagire la presenza di un’ingerenza esterna negli affari interni dell’ex colonia inglese.

Quarto, la visione strettamente ideologica del movimento non permette di comprendere i rebus geopolitici in gioco nel “Porto Profumato” tra Cina e USA che travalica il sentimento anti-cinese della piazza. Infatti, è utopistico credere che Washington agisca in base a criteri “democratici” come dimostrato ampiamente dal riconoscimento indiretto, ma de facto, della sovranità di Pechino sulla ex colonia inglese avvenuta con l’approvazione da parte del Congresso americano di sanzioni economiche nei confronti della Cina per l’entrata in vigore della legge sulla sicurezza nazionale.

Si è spesso parlato del rischio di “una nuova piazza Tienanmen” ma nessuno delle élite di Pechino vuole un nuovo spargimento di sangue di quelle proporzioni perché è stato un sacrificio troppo pesante non solo per il popolo cinese ma anche per gli stessi vertici che con Xi Jinping hanno assunto un ruolo paternalistico nei confronti dei giovani, consapevoli che nel bene e nel male sono il futuro della Cina e del ritorno dell’Impero Celeste sullo scacchiere internazionale come grande potenza.

I limiti e gli ostacoli dell’ascesa globale cinese

Le crisi economiche e politiche su scala globale legate all’esplosione della pandemia hanno sollevato molte questioni sulla capacità di leadership degli Stati Uniti d’America in un momento di profonda incertezza nel sistema internazionale. Tutto ciò non ha fatto che alimentare il già noto dibattito sul declino dell’egemonia statunitense che vede alcuni osservatori convinti della contemporanea ed inevitabile ascesa cinese. Cambiamenti di questo genere rimangono difficili da confermare prendendo in considerazione solo una breve finestra temporale, soprattutto quando lo stato revisionista in questione rimane ancora molto distante dalla nazione egemone secondo molti indicatori della potenza.

I limiti e gli ostacoli dell’ascesa globale cinese - Geopolitica.info

L’egemone spicca nel sistema internazionale per la stabilità interna, la capacità di stabilire coalizioni, la potenzialità militare di portata globale, quindi incentrata sul potere marittimo e navale, la forza economica e la localizzazione geografica. Anche il soft power, inteso come capacità di sedurre plasmando le preferenze altrui, gioca un ruolo fondamentale per le strategie delle grandi potenze. La Belt and Road Initiative (BRI) è il tentativo lanciato nel 2013 da Xi Jinping di espandere la propria influenza a livello internazionale e quindi avrebbe importanti ricadute nella seconda dimensione citata del potere. Il progetto è sicuramente ambizioso e consiste nella costruzione di imponenti infrastrutture in paesi utili a Pechino per estendere i propri commerci sino ad arrivare in Africa, Europa e nel resto dell’Asia. Gli investimenti della Cina in tal senso sono notevoli, ma molti governi che stanno ricevendo i finanziamenti da Pechino stanno cominciando a denunciare gli eccessivi costi, la corruzione e gli elevati tassi di interesse. Tuttavia, è innegabile che grazie alla BRI l’attrattiva cinese e l’influenza commerciale di Pechino siano aumentate, e molti analisti vedono nel progetto il primo mattone posto per costruire la sfida agli Stati Uniti. L’espansionismo oltre il continente asiatico è anche dimostrato dall’istituzione della prima base militare fuori dai confini cinesi, a Gibuti. Da queste prime considerazioni notiamo che la Cina sta effettivamente espandendo la sua influenza, ma con due notevoli limiti: 1) la BRI è un’arma a doppio taglio sotto il punto di vista del soft power, e alcuni analisti e governi stanno cominciando a intravederla non più come una opportunità, bensì come una trappola del debito, 2) la prima base militare di Gibuti palesa l’impossibilità di definire la Cina potenza in grado di sfidare gli Stati Uniti perché le sue capacità di intervento su scala globale sono ancora ridotte e non possono contare su una rete di basi militari numerose quanto quelle statunitensi (che si stima si aggirino sulle 800 unità).

Comunque, Il vero punto di forza cinese è l’economia. Jacques nel 2009 in “When China Rules the World” affermava che la Cina grazie alla futura supremazia economica sarebbe diventata l’attore chiave del XXI secolo. Anche Goldman Sachs prevedeva il sorpasso dell’economia cinese su quella statunitense entro il 2027, a dimostrazione di quanto ormai nel dibattito politico la Cina pare possa insidiare l’egemonia americana grazie alle sue risorse economiche. Se la principale fonte di sfida cinese è l’economia, bisogna comunque rimarcarne alcune fragilità. La Cina secondo le stime dell’FMI nel 2019 ha registrato un PIL pari a circa 15,5 miliardi di dollari, avvicinandosi agli Stati Uniti che comunque rimangono tuttora distanti con circa 21,4 miliardi. Più che alla quantità servirebbe dare uno sguardo alla qualità dell’economia cinese. Innanzitutto, è doveroso ricordare che la crescita annuale in questi ultimi anni ha subito una frenata importante, anche se il tasso di crescita è rimasto sul 6%. Ciò che preoccupa non è la normalizzazione della crescita, ma questo rallentamento messo in relazione alla crescita del debito totale cinese. In secondo luogo, infatti, è opportuno sottolineare come il debito totale cinese (delle famiglie, del governo e dei settori finanziari e non) stia crescendo in modo preoccupante. Secondo una stima dell’Institute of International Finance il debito totale della Cina ha raggiunto il 317% del PIL nel 2020. In terzo luogo, è necessario anche rilevare come il debito cinese sia opaco e poco chiaro da analizzare. Molti debiti dei governi locali sono occultati, e l’eventualità che questi ultimi diventino insolventi è un rischio da non sottovalutare per Pechino. Infine, è utile precisare che per non frenare la crescita economica la Cina ha da sempre puntato forte sugli investimenti di imponenti infrastrutture con due conseguenti rischi: 1) la possibilità di investire su infrastrutture che nel lungo periodo potrebbero non avere i ritorni economici attesi, in quanto le allocazioni delle risorse vengono decise a livello governativo senza alcun ruolo chiave lasciato al mercato, e 2) legarsi al rischio finanziario dei paesi che aderiscono ai progetti delle infrastrutture previste dal BRI. Se infatti questi ultimi dovessero rivelarsi insolventi o instabili politicamente e necessitassero di ristrutturare il debito contratto con la Cina, il problema ricadrebbe in modo rischioso su Pechino. Quanto detto deve far riflettere alla luce della forte politica economica espansiva che rischia di creare bolle finanziarie pericolose e infrastrutture poco utilizzate come dimostrano alcune città-fantasma già esistenti oggi.

Sottolineati i rischi economici, comunque, è bene ricordare il limite principale posto alle aspirazioni del governo cinese: la sua collocazione geografica. La Cina ha una collocazione maggiormente continentale e come se non bastasse i vicini del gigante asiatico non sono così accondiscendenti nei confronti di Pechino. Da una parte abbiamo Giappone, Corea del Sud e Filippine che sono alleati fondamentali degli Stati Uniti, dall’altra ci sono paesi come Vietnam e soprattutto India con cui la Cina ha molte dispute territoriali ancora aperte, come dimostrano gli eventi degli ultimi giorni.

In conclusione, possiamo affermare che la Cina sia diventata un attore di primaria importanza del sistema internazionale, ma che comunque sia ancora presto per definirla sfidante dell’egemonia statunitense. La scarsa presenza militare nel mondo e la collocazione geografica non permettono alla Cina una libertà di azione simile a quella degli Stati Uniti. In termini economici la Cina rimane la grande sfidante degli Stati Uniti, ma le scommesse da vincere sulla stabilità finanziaria sono molte e difficili da valutare come variabile di lungo periodo. Grandi sforzi si stanno compiendo in direzione del rafforzamento del soft power e la BRI ne è l’emblema. Con la BRI la Cina sta cercando di sfruttare il momento di erosione di legittimità dell’egemonia statunitense per proporre il suo modello di sviluppo nel mondo, ma correndo in questa direzione si espone a rischi economici e di immagine, come quello di essere accusati di portare avanti pratiche neocolonialiste. Se c’è un campo nel quale gli Stati Uniti devono sentirsi minacciati è proprio quello del soft power. Il dibattito sul rapporto con gli alleati e sulle istituzioni multilaterali rimarranno di primaria importanza per la politica estera statunitense, e il rafforzamento delle alleanze asiatiche per contenere le provocazioni cinesi e limitare l’espansione regionale di Pechino potrebbe essere il tema cruciale della politica estera statunitense nel lungo periodo.

The Room Where It Happened: fine dei giochi per Trump?

“The Room Where It Happened: A White House Memoir” ancora non è in vendita ma già fa scalpore. Quando mancano pochi giorni dall’uscita del libro shock di John Bolton, Consigliere per la Sicurezza Nazionale dell’Amministrazione Trump dall’aprile 2018 al settembre 2019, il Dipartimento di Giustizia ha presentato ad un giudice federale una richiesta d’urgenza per bloccarne la pubblicazione – in modo tale da evitare ripercussioni negative sulla figura del Presidente Trump in vista del 3 novembre – sostenendo che il testo presenti informazioni riservate e classificate.

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La presenza di Donald Trump alla Casa Bianca ha già ispirato una lunga lista di letture, ma l’ultima dell’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton, ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale visto il ruolo ricoperto da quest’ultimo e considerando anche la natura delle sue affermazioni. Infatti, nonostante The Room Where It Happened: A White House Memoir – resoconto dei 17 mesi di Bolton come National Security Advisor – esca il 23 giugno, il contenuto al suo interno soprattutto per quanto riguarda i rapporti con la Cina del Presidente Trump, ha già fatto scoppiare un caso internazionale

Il 17 giugno, dopo un tentativo da parte dell’Amministrazione Trump di bloccare la pubblicazione del libro, è intervenuto il Dipartimento di Giustizia presentando ad un giudice federale un’ordinanza urgente, dichiarando che il libro conterrebbe informazioni riservate e classificate che Bolton non aveva l’autorizzazione a pubblicare. Infatti, secondo la richiesta, l’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale avrebbe violato l’accordo di segretezza sottoscritto con la Casa Bianca, evitando di sottoporre il libro al vaglio delle autorità prima della sua pubblicazione per verificare la presenza o meno di informazioni classificate. La sensazione però è che l’esposto del Dipartimento di Giustizia sia arrivato troppo tardi, perché l’editore Simon & Schuster ha già inviato copie del libro ai principali media e librerie. Non a caso, sempre lo stesso giorno, il Washington Post e il New York Times hanno pubblicato estratti del libro dopo aver ottenuto delle copie pre-pubblicazione, mentre il Wall Street Journal ha pubblicato un contenuto esclusivo del libro firmato proprio da Bolton. 

La casa editrice ha poi dichiarato che “l’esposto di questa notte da parte del governo è insignificante. Centinaia di migliaia di copie del libro sono state già consegnate nel Paese e nel resto del mondo. L’ingiunzione del governo non otterrà nulla”. La risposta del Presidente Trump non si è fatta attendere. Durante un’intervista concessa a Fox News, il tycoon ha pesantemente attaccato Bolton definendolo un “guerrafondaio” e “bugiardo”. “Gli ho dato un’occasione, era un uomo fallito. È stato uno di quelli più in vista che diceva di voler andare in Iraq e le cose non sono andate tanto bene come sappiamo, ed io ero già contrario allora” ha dichiarato il Presidente. “Ha infranto la legge, sono informazioni molto riservate e non aveva l’autorizzazione. Ha violato la legge e ne pagherà le conseguenze” ha continuato Trump. 

Il segretario di Stato Mike Pompeo, direttamente coinvolto nel libro, è stato uno dei primi a prendere le difese di Trump: “Non ho letto il libro ma, dagli estratti che ho visto pubblicati, Bolton sta diffondendo una serie di menzogne, mezze verità e affermazioni completamente false. Bolton è un traditore che ha danneggiato l’America violando la sua fiducia nei confronti della propria gente. Per i nostri amici in tutto il mondo: sapete che l’America di Trump è una forza per il bene nel mondo”. È intervenuto anche Mark Meadows, Capo di Gabinetto della Casa Bianca: “Nulla di quanto Bolton ha toccato si è mai realizzato perché non era in grado di ottenere consenso all’interno dell’Amministrazione”. 

I contenuti del libro

I contenuti più importanti del libro sono stati svelati negli ultimi due giorni da principali media e testate giornalistiche americane. In tutte le 592 pagine del volume, basate su resoconti e su appunti di Bolton che includono numerosi dettagli di riunioni interne e citazioni attribuite a Trump e ad altri membri della sua Amministrazione, l’ex National Security Advisor attacca il tycoon per aver anteposto gli interessi personali a quelli nazionali, partendo dai rapporti con la Cina fino ad arrivare a quelli con l’Ucraina passando per Erdogan e Kim Jong-un. Inoltre, il libro contiene anche storie meno rilevanti ma alquanto singolari. Di seguito i punti più interessanti ricavati dagli estratti:

I rapporti con la Cina – l’aiuto chiesto a Xi Jinping, la questione uigura, Huawei/ZTE e il limite presidenziale: secondo quanto scritto da Bolton, Trump avrebbe chiesto al leader cinese di aiutarlo a vincere le prossime elezioni. Durante un colloquio avvenuto a margine del G20 tenutosi in Giappone nel giugno del 2019, l’ex National Security Advisor racconta di come, mentre i due stavano discutendo dell’ostilità americana nei confronti della Cina, Trump abbia spostato la conversazione alle imminenti elezioni presidenziali alludendo alle capacità economiche della Cina di influenzare le campagne in corso “supplicando Xi di assicurarsi che Trump vincesse”. Trump successivamente “ha sottolineato l’importanza degli agricoltori e l’aumento degli acquisti cinesi di soia e grano per il risultato elettorale”.

Nello stesso incontro il leader cinese ha anche difeso la costruzione dei campi che ospitano, secondo i documenti del Partito Comunista cinese trapelati a novembre, circa 1 milione di uiguri, minoranza etnica presente nella regione dello Xinjiang, e Trump avrebbe dato la sua approvazione. “Secondo il nostro interprete, Trump ha detto che Xi dovrebbe andare avanti con la costruzione dei campi perché pensava fosse esattamente la cosa giusta da fare”, ha scritto Bolton. Inoltre, viene riportato che Trump ha definito Xi come “il miglior presidente cinese degli ultimi 300 anni”.

Nell’ultimo estratto rilasciato dal Wall Street Journal, l’ex National Security Advisor ha dichiarato che ogni decisione presa da Trump durante il suo mandato è stata guidata da calcoli per ottenere la rielezione. Bolton riporta la gestione delle minacce poste dalle società cinesi Huawei e ZTE: il Presidente nel 2018 ha invertito le sanzioni che il Segretario del Commercio Ross e il suo Dipartimento avevano inflitto a ZTE, mentre nel 2019 si sarebbe offerto di invertire il procedimento penale contro Huawei se questo avesse aiutato nell’accordo commerciale. “Queste ed innumerevoli altre conversazioni simili con Trump hanno dato vita ad un modello di comportamento fondamentalmente inaccettabile che ha eroso la legittimità stessa della presidenza”, ha scritto Bolton.

Bolton ha poi affermato che durante il G20 di Buenos Aires del 2018, Trump abbia dichiarato al leader cinese che gli americani avrebbero voluto apportare cambiamenti costituzionali necessari per aumentare il limite di due mandati presidenziali: “Un momento interessante è arrivato quando Xi ha dichiarato di voler lavorare con Trump per altri sei anni e il tycoon gli ha risposto che la gente voleva che il limite costituzionale di due mandati presidenziali fosse abrogato per lui”. 

L’Ucraina e la critica ai democratici: per Bolton, la Casa Bianca avrebbe abbandonato e ricattato l’Ucraina per fini di politica interna. Secondo Trump, Kiev era un nemico che aveva cercato di ostacolare la sua campagna nel 2016. Il tycoon sarebbe stato contrario ad inviare loro aiuti di tipo militare fino a quando le autorità ucraine non avessero ripreso le indagini contro Hillary Clinton e Joe Biden. L’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale sostiene invece di aver insistito molte volte con il Presidente affinché gli Stati Uniti sbloccassero gli aiuti all’Ucraina. Bolton ha poi criticato i democratici sulla questione dell’impeachment al Presidente, affermando che se non si fossero concentrati solo sulla questione ucraina ma avessero ampliato le indagini, probabilmente Trump sarebbe stato rimosso dall’incarico.

In merito a questo argomento, non sono mancate le critiche da parte di alcuni democratici tra cui Adam Schiff, presidente della Commissione Intelligence della Camera dei Rappresentanti, che ha scritto su Twitter: “Quando ai membri dello staff di Bolton fu chiesto di testimoniare alla Camera sugli abusi di Trump, lo fecero. Avevano molto da rimetterci ma dimostrarono coraggio. Quando fu chiesto a Bolton si rifiutò, e disse che avrebbe fatto causa se gli fosse stato presentato un mandato di comparizione. Invece, si è tenuto tutto per raccontarlo in un libro. Bolton sarà uno scrittore, ma non è un patriota”

Trump e Erdogan: Bolton racconta che Erdogan avrebbe consegnato a Trump un promemoria in cui dichiarava l’innocenza della società finanziaria turca Halbank messa sotto inchiesta dal procuratore del Distretto Sud di New York per aver violato le sanzioni iraniane. “Trump ha poi detto a Erdogan che si sarebbe occupato di tutto, spiegando che i procuratori del Distretto Sud non erano suoi uomini ma di Obama e che però li avrebbe sostituiti”. 

Il Venezuela e Putin: Trump avrebbe affermato che sarebbe “fico” invadere il Venezuela e che la nazione sudamericana era “veramente parte degli Stati Uniti”. Bolton ha scritto che in una telefonata del maggio del 2019 Putin ha dato una “brillante dimostrazione della propaganda in stile sovietico” paragonando Guaidó ad Hillary Clinton e ciò “ha ampiamente convinto Trump”. Secondo l’ex National Security Advisor, l’obiettivo di Putin era difendere il suo alleato Maduro. 

NATO, Regno Unito e Finlandia: Bolton ha scritto che ad un vertice della NATO nel 2018 Trump avrebbe deciso di uscire dalla NATO: “Usciremo e non difenderemo coloro che non hanno pagato”.

Bolton ha affermato come le conoscenze di Trump avessero molte lacune. Infatti, racconta che durante un incontro del 2018 con l’allora Primo Ministro britannico Theresa May, Trump chiese se il Regno Unito fosse effettivamente un Paese nucleare. Oppure, ricorda di quando, prima di un incontro con Putin ad Helsinki, il tycoon gli chiese se la Finlandia fosse “una specie di satellite della Russia”

Trump ridicolizzato da alcuni membri della sua Amministrazione: il libro di Bolton riporta diversi esempi di funzionari della Casa Bianca che deridono il Presidente. Quando divenne National Security Advisor, il Capo di Gabinetto John Kelly, lo avvertì dicendogli che era un brutto posto per lavorare. Si dice che persino Mike Pompeo, considerato uno dei più fedeli a Trump, abbia criticato a più riprese il tycoon soprattutto per le questioni con la Corea del Nord.

I tanti contenuti trapelati in questi giorni lasciano spazio a molte domande ma a poche risposte. Perché Trump avrebbe avuto veramente bisogno dell’aiuto di Xi? Perché il libro è uscito solamente ora a 4 mesi dalle presidenziali? Perché Bolton non ha raccontato tutte queste sue “avventure” durante le udienze per l’impeachment del Presidente? Tutto ciò avrebbe influenzato l’esito dell’impeachment? E ancora…quanto questo libro conterà sul risultato finale del 3 novembre?

Sarebbe impossibile dare una risposta univoca a tutte queste domande, senza considerare il fatto che Bolton e Trump non si erano lasciati nel migliore dei modi vista anche la controversia riguardo alle sue presunte “dimissioni”. Una cosa è certa: vero o non vero, quanto scritto dall’ex National Security Advisor rischia di influenzare ancora più negativamente la popolarità di Trump che ha già subito un calo drastico. Fine dei giochi?

Alessandro Savini,
Geopolitica.info

Aumenta l’ostilità nel Mar Cinese Meridionale

Il Mar cinese meridionale si conferma il centro delle tensioni nella regione dell’Indo-Pacifico, e uno dei principali teatri della rivalità tra Cina e Stati Uniti.

Aumenta l’ostilità nel Mar Cinese Meridionale - Geopolitica.info

La diffusione del contagio per coronavirus nel Sud-est asiatico non ha placato le acque del Mar cinese meridionale, attraversate da dispute su isole e risorse. La Cina più di tutti, con la sua rivendicazione della quasi totalità di questo mare, contenuto nella “linea dei nove punti”, costituisce la principale fonte di preoccupazione per paesi come Vietnam, Malesia e Filippine, i quali si trovano ad avere di frequente problemi diplomatici con l’imponente vicino. Le frizioni diplomatiche tra Pechino e i paesi citati si sono intensificate in aprile. All’inizio del mese infatti, un peschereccio vietnamita è stato speronato ed affondato da un’imbarcazione cinese della guardia costiera, a largo delle isole Paracelso, isole contese tra i due paesi. L’evento è stato subito condannato anche dalle Filippine, memori di aver subito un’azione analoga lo scorso anno, sempre a causa di una nave della Repubblica Popolare.

Altro teatro di tensione è stato a largo delle coste della Malesia orientale, un tratto di mare caratterizzato dalla presenza di idrocarburi nel fondale marino. Il 16 dello stesso mese, secondo il sito malese Marine Traffic, la nave da ricerca cinese Haiyang Dizhi 8 ha iniziato le sue operazioni vicino ad un vascello malese che conduceva trivellazioni esplorative per conto della PETRONAS, compagnia petrolifera del governo malese. Gli idrocarburi sono già stati il motivo del logoramento dei rapporti tra Pechino e Kuala Lumpur nel 2018, quando l’allora primo ministro malese, il 92enne Mahathir Mohamad, interruppe i lavori per tre oleodotti che avrebbero dovuto collegare le ricche coste malesi alla Cina, dopo aver reputato eccessiva la crescente influenza cinese nel paese.

L’invio della Haiyang Dizhi 8 in prossimità delle acque malesi ha scatenato la reazione dell’altra potenza navale del Pacifico, gli Stati Uniti. Nei giorni successivi nelle vicinanze hanno fatto la loro comparsa la nave d’assalto anfibia USS America e l’incrociatore missilistico USS Bunker Hill, seguiti successivamente dall’australiana HMAS Parramatta e da un terzo vascello americano, lo USS Barry. Il 23 aprile, in una videoconferenza con i paesi dell’ASEAN, Mike Pompeo ha accusato la Cina di voler approfittare del caos generato dalla pandemia per guadagnare dei vantaggi strategici sulle rivendicazioni territoriali nella regione. Il Segretario di Stato americano ha citato in particolare l’affondamento del peschereccio vietnamita e la proclamazione unilaterale di due nuovi distretti amministrativi cinesi, corrispondenti alle contese Isole Spratly e Paracelso.

Il dispiegamento di navi effettuato nelle acque malesi ha quindi la funzione di dimostrare che anche durante la pandemia gli Stati Uniti non hanno perso interesse nella regione e che la loro presenza non è in alcun modo ridimensionata. A tal proposito è stata manifestata, da alcuni esponenti politici americani e da ufficiali militari, la necessità in investire ulteriormente in equipaggiamenti militari nella zona dell’Indo-Pacifico. A marzo di quest’anno , il generale del corpo dei Marins David Berger ha presentato il report Design Force 2030, con il quale descrive il nuovo approccio che le forze statunitensi dovrebbero adottare per fronteggiare la minaccia cinese, un approccio “più agile”, con meno mezzi pesanti e fanteria e basato di più su missili di precisione.

Mac Thornberry, deputato della Camera dei Rappresentanti per il Texas e ranking member della House Committee on Armed Services, la commissione permanente per i fondi al Dipartimento della Difesa, ha richiesto la costituzione di un fondo apposito per fronteggiare la crescita militare cinese, denominato Indo-Pacific Deterrence Initiative (IPDI). Il fondo, che dovrebbe contenere la cifra di 6 miliardi di dollari, andrebbe ad implementare la National Security Strategy del 2018 (NSS), un documento che presenta esplicitamente la Cina come un rivale che “sfida il potere, l’influenza e gli interessi americani, cercando di erodere la sicurezza e la prosperità americane”. Con riferimento all’Indo-Pacifico, la NSS propone una narrativa per la quale nella regione è in atto un conflitto tra due visioni del mondo, una libera e una repressiva, e tra le “azioni prioritarie” da attuare in campo militare pone il mantenimento della presenza militare e il rafforzamento della cooperazione con i paesi del Sud-est asiatico nel campo della difesa e dell’intelligence. Offrire cooperazione in ambito militare consente agli Stati Uniti di guadagnare influenza in cambio di deterrenza contro l’espansionismo cinese. 

La crescita militare della Repubblica Popolare Cinese è quindi il motivo principale per il ravvivato interesse di Washington per l’Indo-Pacifico, ma è soprattutto il motivo che ha determinato negli ultimi anni la militarizzazione dei paesi del Sud-est asiatico. Secondo il rapporto sulle spese militari nel mondo del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), pubblicato nel 2019, la spesa militare nel Sud-est asiatico nel periodo 2009-2018 è aumentata del 33%, passando da 30,8 a 40 miliardi di dollari. Tra i maggiori importatori di armamenti vi sarebbe Singapore, la città-stato affacciata sullo Stretto di Malacca, geograficamente piccola ma grande dal punto di vista economico, seguita da Vietnam e Indonesia. Il Vietnam in particolare sembra aver iniziato una nuova fase nell’ambito della difesa con il nuovo documento sulla difesa nazionale del 2019, nel quale vengono ribaditi i principi della politica estera vietnamita, ovvero il non entrare a far parte di alleanze militari, l’astenersi dal sostenere un paese piuttosto che un altro nell’ambito di un conflitto, il non consentire la presenza di basi militari straniere nel territorio o lo svolgimento in esso di esercitazioni militari di truppe straniere, ma integra la possibilità di cooperare con gli altri paesi per la sicurezza del Vietnam, instaurando, a seconda del contesto, relazioni militari nel rispetto dell’indipendenza reciproca. Possiamo interpretare la visita della portaerei USS Theodore Roosevelt e del USS Bunker Hill al porto di Da Nang, il 9 marzo di quest’anno, in occasione dell’anniversario dei 25 anni di relazioni diplomatiche tra i due paesi, come un primo passo verso una maggiore cooperazione militare nella regione tra Vietnam e Stati Uniti. Il Vietnam, grazie alla sua posizione geografica che lo proietta direttamente sul Mar cinese meridionale, rappresenterebbe un alleato fondamentale per gli Stati Uniti per il contenimento della Cina. 

L’asse americano-vietnamita potrebbe portare Hanoi ad intensificare le relazioni con quei paesi che insieme agli Stati Uniti formano il Quad (Quadrilateral Security Dialogue), ovvero India, Giappone e Australia. Il Quad, nato nel 2007, è ritornato sulla scena con il summit dei paesi ASEAN di Manila nel 2017. Tramite la cooperazione nell’ambito della sicurezza e le esercitazioni militari congiunte, il Quad si pone come un argine di paesi democratici a contenimento della crescente forza militare cinese nella regione, motivo per cui potremmo nel prossimo futuro assistere ad ulteriori sviluppi nelle relazioni tra Quad e paesi dell’ASEAN, soprattutto se dovessero continuare le tensioni con Pechino. Ad oggi, il Mar cinese meridionale rimane uno degli epicentri di tensione più caldi del pianeta, vista anche la militarizzazione avvenuta negli ultimi anni. Nell’equilibrio nella regione giocano un ruolo fondamentale quei paesi al centro dell’occhio del ciclone come Vietnam, Filippine, Malesia e Indonesia, che possono da una parte cercare il dialogo con la Cina, che però non rinuncia alle sue pretese sul Mar cinese meridionale, dall’altra contribuire a costruire insieme ai paesi del Quad un fronte unito dalla comune necessità di tutelarsi dagli interessi cinesi nell’Indo-Pacifico.

Mattia Patriarca,
Geopolitica.info

Il Coronavirus non blocca il contenimento cinese nel Pacifico

Mentre Washington sta affrontando una pesante crisi sanitaria per via del Covid-19, la strategia di contenimento nei confronti della Cina per la regione dell’Indo Pacifico continua.

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Nei giorni scorsi un membro influente della House Armed Services Committee (Commissione del Senato USA che si occupa delle spese militari e dello stanziamento dei fondi per il Pentagono), il senatore repubblicano William McClellan “Mac” Thornberry, ha depositato una proposta di legge che mira a potenziare ulteriormente il Comando militare statunitense del Pacifico. Nella proposta (denominata Indo-Pacific Deterrence Initiative) il senatore chiede alla commissione di stanziare circa 6 miliardi di dollari per il dipartimento della Difesa al fine di rafforzare il comando militare di Washington del Pacifico, al fine di ultimare nuove strutture militari statunitensi dispiegate nel Pacifico e sostenere ’addestramento delle forze alleate dei paesi della regione. Nella bozza si propone anche di consolidare il dispiegamento a rotazione delle forze militari statunitensi, rafforzare le strutture militari americane di Guam e realizzare una nuova stazione radar nelle Hawaii.

La proposta di legge del senatore repubblicano si inserisce bene nella strategia di Washington, lanciata dall’insediamento dell’amministrazione di Donald Trump, di contenere una possibile espansione geostrategica e geoeconomica di Pechino nella regione del Pacifico, che Washington continua a valutare come strategicamente importante per garantire la propria supremazia e proiezione di potenza.

Se è vero che in questo periodo è difficile fare previsioni certe su come le due maggiori potenze usciranno dalla pandemia, è pur vero che la questione del Coronavirus sembra aver acuito lo scontro sino-statunitense. In questo senso, il mondo cambierà dopo l’epidemia, ma le grandi potenze si stanno già muovendo per ottenere vantaggi significativi Lo scontro egemonico quindi ha coinvolto, dopo la guerra commerciale e tecnologica, anche l’ambito sanitario.

La Regione dell’Indo-Pacifico resterà la priorità per Washington

Per i vertici militari statunitensi il Pacifico sarà il principale fronte caldo della futura disputa egemonica tra gli Stati Uniti e la Cina. Sin dai tempi dell’Amministrazione di Barack Obama, che approntò verso la regione indo-Pacifica la politica del Pivot to Asia, Washington ha tentato di evitare che la Cina iniziasse una espansione aggressiva, cercando al contrario di incanalare le ambizioni. Con l’avvento di Xi Jinping, il lancio del progetto delle nuove vie della Seta, e l’avvento dell’amministrazione di Donald Trump le relazioni bilaterali hanno subito una evoluzione (o, meglio, un’involuzione). 

Da una parte la Cina ha tentato di “estirpare” gli Stati Uniti dalla regione principalmente tramite strumenti geo-economici, dall’altra Washington con Trump ha tentato di frenare l’espansione di Pechino. Con Trump alla Casa Bianca ad esempio si sono intensificati anche i rapporti informali con Taiwan, la piccola isola che resta il principale obiettivo strategico di Pechino e che la RPC mirerebbe a riportare sotto il proprio controllo entro il 2049. 

Molti analisti si domandano se le politiche dell’Amministrazione Trump siano da considerare un unicum, una parentesi quasi patologica della condotta americana. Tuttavia, gli esperti tendono a concordare che il modus operandi di Washington nei confronti della Cina non cambierà direzione se il tycoon dovesse perdere le elezioni 2020. Tutta la classe dirigente di Washington, infatti, ora vede Pechino come il principale competitor degli Stati Uniti. Se da un lato, Pechino ha infatti più volte dichiarato di non avere alcuna intenzione di espandere la propria proiezione politico-militare, anche per via del gap che la divide dagli USA, dall’altro ha significativamente aumentato gli strumenti geoeconomici a disposizione con il progetto delle nuove vie della Seta e ha consolidato la sua presenza nelle organizzazioni internazionali.

Difficilmente, in caso di vittoria del candidato in pectore dei Dem Joe Biden (ex VicePresidente di Obama), i democratici allenteranno la pressione nei confronti della Cina. Il Pacifico, pertanto,rimarrà il fronte principale nella competizione tra Stati Uniti e Cina.

Le risposte che la Cina deve al mondo

Mentre il governo Conte ha annunciato il prolungamento del lockdown del nostro Paese fino al 3 maggio, nel mondo si moltiplicano gli articoli e gli interventi che cercano di chiarire le cause della diffusione del coronavirus COVID-19.

Le risposte che la Cina deve al mondo - Geopolitica.info

Sebbene la genesi e le modalità di contagio del virus non siano ancora state bene chiarite, le richieste di trasparenza e chiarimento si stanno facendo particolarmente pressanti nei confronti del Paese dove tutto questo è iniziato, ossia la Cina. La pandemia originatasi a Wuhan rischia di provocare, oltre che un’emergenza sanitaria globale, anche un disastro economico di proporzioni mai sperimentate prima. 

Il Washington Post è stato tra i primi a porsi degli interrogativi sulla versione ufficiale del governo di Xi Jinping, definendola “traballante”. In particolare l’autorevole quotidiano d’Oltreoceano ha messo in dubbio la spiegazione fornita da Pechino a proposito della genesi del contagio. Secondo il governo cinese il nuovo coronavirus si sarebbe diffuso a partire dal mercato del pesce della città, dove alcuni acquirenti avrebbero comprato e mangiato animali contaminati. 

Citando uno studio della rivista medica The Lancet però, il Washington Post sostiene non esserci nessuna correlazione provata tra i primi contagiati e il mercato del pesce di Wuhan. 

Secondo il quotidiano statunitense, esisterebbe una teoria alternativa che potrebbe spiegare la diffusione del contagio. Nelle vicinanze del Huanan Seafood Market si troverebbero due laboratori per lo studio ed il controllo delle malattie. Il primo è la sede locale del China Center for Disease Control ed è un laboratorio classificato al livello di sicurezza BSL 4. Il secondo è il Wuhan Institute of Virology, che invece ha un livello di sicurezza molto più basso, BSL 2. Alcuni studiosi afferenti ad entrambi i laboratori hanno pubblicato nei mesi scorsi alcuni paper scientifici menzionando la raccolta di differenti campioni di coronavirus provenienti dai pipistrelli con lo scopo di prevenire future epidemie. Esisterebbe anche un video che mostra studiosi del Wuhan CDC prelevare campioni di coronavirus dei pipistrelli senza adeguate protezioni individuali e con procedure decisamente rischiose. Alcuni scienziati avrebbero catturato direttamente i pipistrelli in alcune caverne senza misure protettive esponendosi alle urine e alle feci degli animali. Secondo alcuni quindi sarebbe possibile ipotizzare un contagio fortuito avvenuto all’interno delle due strutture poi diffuso all’esterno in maniera inconsapevole. 

La cosa peraltro era stata trattata anche da un servizio del TG3 Leonardo del 17 febbraio del 2020 a pochi giorni dal diffondersi dell’epidemia in Cina.  

Le responsabilità della Cina sarebbero quindi molto gravi e l’idea che il paese orientale debba sforzarsi di ricostruire in maniera trasparente la catena degli eventi si sta diffondendo, soprattutto nel mondo anglosassone. 

Anche il Sunday Times, attraverso un duro editoriale del famoso docente di storia Niall Ferguson, ha posto sei domande ai governanti cinesi che riportiamo qui di seguito per la loro notevole rilevanza (trovate l’originale pubblicato anche sul Boston Globe qui): 

1. Cosa è successo esattamente a Wuhan all’inizio dell’epidemia? Il virus si è sviluppato davvero nel mercato di Wuhan, ha originato davvero dal pipistrello che viene venduto come genere commestibile? Questo sarebbe già un fatto non solo disgustoso, ma politicamente rilevante perché un paese che opera nel commercio mondiale non può avere simili bassezze sanitarie. Ma se invece si fosse originato presso il locale laboratorio del CDC a causa di pratiche sciatte sarebbe molto peggio. Non è accettabile che studi su una zoonosi potenzialmente letali siano condotti nel cuore di una metropoli così ampia come Wuhan con quei metodi. 

2. La dichiarazione dell’emergenza a Wuhan è arrivata solo a metà gennaio, mentre le morti da coronavirus di cui ora abbiamo conoscenza sono censite già tra il 12 dicembre e la fine del mese. Perché la linea ufficiale del governo cinese era che non ci fossero prove evidenti della trasmissione uomo a uomo? E perché solo dopo il 20 gennaio la posizione governativa è cambiata? 

3. Perché il governo cinese il 23 gennaio dopo aver messo in lockdown la città di Wuhan ha stoppato i voli dalla metropoli verso il resto della Cina, ma non i voli dalla provincia di Hubei (la provincia della città di Wuhan, ndr) verso il resto del mondo? 

4. Perché il portavoce del ministero degli Esteri ha diffuso notizie, evidentemente false, di una cospirazione USA (ha affermato che il virus in realtà è un prodotto americano, ndr) e non è stato rimosso? 

5. Dove sono finiti il tycoon Ren Zhiqiang e il medico di Wuhan Ai Fen? Avevano criticato il regime sulla gestione del coronavirus, sono scomparsi, di loro non si hanno più notizie. 

6. Quante persone realmente sono state uccise dal virus? 

Sono domande più che legittime per un mondo in cui, con tutta evidenza, le cose non saranno più come prima. 

Davide Allegri,
Università degli Studi di Trento

Myanmar, un difficile equilibrio tra Pechino e Washington

Negli ultimi anni lo Stato del Myanmar è stato oggetto di interesse delle principali potenze mondiali, diventando di fatto terreno di confronto fra Cina e Stati Uniti. Quali sono i fattori che hanno determinato tale situazione?

Myanmar, un difficile equilibrio tra Pechino e Washington - Geopolitica.info

Tre sono gli elementi di maggior rilievo che hanno permesso un miglioramento delle relazioni politiche e diplomatiche tra Myanmar e Stati Uniti: il “Pivot to Asia”, avviato nel periodo dell’amministrazione Obama, il ruolo di Aung San Suu Kyi, vincitrice del premio Nobel per la pace nel 1991, e come ultimo punto bisogna ricordare il timore americano per la politica revisionista cinese che rappresenta una costante minaccia alla superiorità internazionale americana. Il “Pivot to Asia”, che abbiamo ricordato essere stato attuato dall’amministrazione Obama, rappresenta un elemento caratterizzante della politica estera americana. È importante far notare come tale strategia non sia esclusivamente inerente alla sfera politico-diplomatica, ma come implichi ingenti investimenti nell’ambito economico e militare nell’area dell’Asia-Pacifico. Il “Pivot to Asia” rientra difatti nel più complesso piano di contenimento e bilanciamento della potenza cinese nei territori asiatici, con il fine dunque di tutelare il peso internazionale americano. 

Non è da sottovalutare inoltre l’importanza rivestita da Aung San Suu Kyi, Consigliere di Stato del Myanmar; la figura politica di Suu Kyi è strettamente legata al processo di democratizzazione che ha investito il paese negli ultimi anni a partire dalla data cruciale del 2015, anno in cui il NDL (National Leauge of Democracy), partito della vincitrice del premio Nobel , acquista la maggioranza dei seggi in Parlamento. La carriera politica di Aung San Suu Kyi, contraddistinta dalle lotte politiche intraprese contro il regime militare allora al potere, è stata sostenuta e apprezzata nel tempo da Washington e Bruxelles. Questi ultimi hanno fortemente appoggiato le battaglie della donna, considerata una paladina della democrazia, in quanto vista come figura potenzialmente in grado di attuare una politica di rottura e di chiusura contro la Repubblica Popolare Cinese. 

D’altra parte, non si può trascurare il travagliato rapporto che Myanmar intraprende con la potenza cinese. L’elemento che più influenza i rapporti tra i due stati è geografico; L’ex Birmania rappresenta oggetto di profondo interesse per la Repubblica Popolare Cinese in quanto possiede un accesso diretto all’Oceano Indiano e, dunque, una possibilità di aggirare lo Stretto di Malacca, riuscendo così a risolvere quello che Hu Jintao ha delineato come “Malacca Dilemma”, e di una riduzione di tempi e costi delle attività commerciali. Altro fattore di cooperazione è la sfera commerciale che unisce i due paesi, in quanto il Myanmar esporta in Cina ingenti materie prime, tra le quali gas, petrolio e pietre preziose. Il Myanmar inoltre confina con la potenza cinese per oltre duemila chilometri; tale frontiera è stata fonte di attriti tra i due paesi, proprio per la questione della presenza lungo di essa di minoranze etniche e per le politiche adottate dal Myanmar in materia. I rapporti tra i due Stati subirono un raffreddamento sotto la presidenza di Thein Sei, il quale cercò un avvicinamento e un miglioramento dei rapporti diplomatici con Washington e decise l’interruzione dei lavori di costruzione della diga Myitsone, progetto gestito dalla China Power Investment Corporation. Questo particolare periodo di tensioni subì un cambiamento nel 2015, data in cui Aung San Suu Kyi visitò Pechino dove venne accolta dal presidente e segretario del partito comunista cinese, Xi Jinping. L’incontro, che avvenne in vista delle elezioni previste per quello stesso anno, nacque dalla necessità della certezza e della tutela degli interessi  economici esistenti tra i due paesi.

Il 2020 si apre con due eventi cruciali per le relazioni interazioni del Myanmar: la visita ufficiale di Xi Jinping nel Myanmar che viene inaugurata il 17 gennaio e il verdetto della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja riguardante la minoranza mussulmana dei Rohingya. 

Il 17 gennaio 2020 il presidente cinese arriva nello stato del Myanmar, l’anno in cui si celebrano peraltro i 70 anni di relazioni diplomatiche tra i due Stati; Il fine principale di tale incontro , che finisce quasi per assumere un significato simbolico, risiede nel rafforzamento della sfera politico-economica e nell’affermare la presenza cinese in tale territorio. Verranno firmati difatti più di trenta accordi che rappresentano una conferma delle relazioni politico-economiche tra l’ex-Birmania e la Repubblica Popolare Cinese.

Altro evento di fondamentale rilevanza è il verdetto espresso il 23 gennaio di quest’anno della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja sulla questione della minoranza mussulmana dei Rohingya, la quale ha stabilito che lo Stato del Myanmar, portato in giudizio dal Gambia, dovrà prendere tutte le misure in suo potere per garantire a tale comunità il rispetto degli obblighi stabiliti dalla Convenzione sul genocidio del 1948. Ciò che ha indotto il Gambia a portare il caso di fronte alla Corte è stata la violazione massiccia e ripetuta dei diritti umani fondamentali, denunciata dall’emigrazione di massa verso il Bangladesh della minoranza mussulmana. Gli atti illeciti commessi dal Tatmadaw (le forze armate birmane)nei confronti dei Rohingya hanno destato la riprovazione e la condanna della comunità internazionale e soprattutto hanno comportato un raffreddamento nei rapporti con Washington e Bruxelles.  Il 29 aprile 2019 il Consiglio dell’Unione Europea, a causa della continua violazione dei diritti umani, ha prorogato di un anno le misure sanzionatorie in vigore nei confronti del Myanmar; Tali misure restrittive riguardano l’embargo sulle armi e sulle attrezzature utilizzabili nella repressione interna del paese stesso. Il regime sanzionatorio “vieta altresì di fornire addestramento militare alle forze armate del Myanmar (Tatmadaw) e la cooperazione militare con le stesse”*.  Stando a quanto riporta Bloomberg News, il ministro del commercio del Myanmar, Than Mynt, ha risposto alle sanzioni avvertendo che le misure approvate dall’Occidente stanno provocando un avvicinamento dei legami con gli alleati asiatici, e più specificatamente dunque con la Repubblica Popolare Cinese. Anche la  “paladina della democrazia” Aung San Suu Kyi è stata fonte di pesanti critiche per il ruolo rivestito e le posizioni prese di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja rispetto alla questione dei Rohingya. Suu Kyi è stata fortemente decisa nel prendere le difese del Tatmadaw, dichiarando l’inconsistenza delle accuse e l’incompletezza del quadro che risulta essere inoltre fuorviante. Abbiamo già ricordato come gli Stati Uniti appoggiarono nel tempo le sue battaglie politiche nella speranza, che possiamo considerare ormai erronea, di una possibile uscita del Myanmar dall’orbita di influenza asiatica e soprattutto cinese. 

Possiamo dunque comprendere come un paese “lillipuziano” come il Myanmar, per esprimerla nei termini di Robert Keohane (“Lilliputians dilemmas: Small States in International politics”,1969), sia fondamentale per analizzare il più ampio confronto a livello internazionale tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese.