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Aumenta l’ostilità nel Mar Cinese Meridionale

Il Mar cinese meridionale si conferma il centro delle tensioni nella regione dell’Indo-Pacifico, e uno dei principali teatri della rivalità tra Cina e Stati Uniti.

Aumenta l’ostilità nel Mar Cinese Meridionale - Geopolitica.info

La diffusione del contagio per coronavirus nel Sud-est asiatico non ha placato le acque del Mar cinese meridionale, attraversate da dispute su isole e risorse. La Cina più di tutti, con la sua rivendicazione della quasi totalità di questo mare, contenuto nella “linea dei nove punti”, costituisce la principale fonte di preoccupazione per paesi come Vietnam, Malesia e Filippine, i quali si trovano ad avere di frequente problemi diplomatici con l’imponente vicino. Le frizioni diplomatiche tra Pechino e i paesi citati si sono intensificate in aprile. All’inizio del mese infatti, un peschereccio vietnamita è stato speronato ed affondato da un’imbarcazione cinese della guardia costiera, a largo delle isole Paracelso, isole contese tra i due paesi. L’evento è stato subito condannato anche dalle Filippine, memori di aver subito un’azione analoga lo scorso anno, sempre a causa di una nave della Repubblica Popolare.

Altro teatro di tensione è stato a largo delle coste della Malesia orientale, un tratto di mare caratterizzato dalla presenza di idrocarburi nel fondale marino. Il 16 dello stesso mese, secondo il sito malese Marine Traffic, la nave da ricerca cinese Haiyang Dizhi 8 ha iniziato le sue operazioni vicino ad un vascello malese che conduceva trivellazioni esplorative per conto della PETRONAS, compagnia petrolifera del governo malese. Gli idrocarburi sono già stati il motivo del logoramento dei rapporti tra Pechino e Kuala Lumpur nel 2018, quando l’allora primo ministro malese, il 92enne Mahathir Mohamad, interruppe i lavori per tre oleodotti che avrebbero dovuto collegare le ricche coste malesi alla Cina, dopo aver reputato eccessiva la crescente influenza cinese nel paese.

L’invio della Haiyang Dizhi 8 in prossimità delle acque malesi ha scatenato la reazione dell’altra potenza navale del Pacifico, gli Stati Uniti. Nei giorni successivi nelle vicinanze hanno fatto la loro comparsa la nave d’assalto anfibia USS America e l’incrociatore missilistico USS Bunker Hill, seguiti successivamente dall’australiana HMAS Parramatta e da un terzo vascello americano, lo USS Barry. Il 23 aprile, in una videoconferenza con i paesi dell’ASEAN, Mike Pompeo ha accusato la Cina di voler approfittare del caos generato dalla pandemia per guadagnare dei vantaggi strategici sulle rivendicazioni territoriali nella regione. Il Segretario di Stato americano ha citato in particolare l’affondamento del peschereccio vietnamita e la proclamazione unilaterale di due nuovi distretti amministrativi cinesi, corrispondenti alle contese Isole Spratly e Paracelso.

Il dispiegamento di navi effettuato nelle acque malesi ha quindi la funzione di dimostrare che anche durante la pandemia gli Stati Uniti non hanno perso interesse nella regione e che la loro presenza non è in alcun modo ridimensionata. A tal proposito è stata manifestata, da alcuni esponenti politici americani e da ufficiali militari, la necessità in investire ulteriormente in equipaggiamenti militari nella zona dell’Indo-Pacifico. A marzo di quest’anno , il generale del corpo dei Marins David Berger ha presentato il report Design Force 2030, con il quale descrive il nuovo approccio che le forze statunitensi dovrebbero adottare per fronteggiare la minaccia cinese, un approccio “più agile”, con meno mezzi pesanti e fanteria e basato di più su missili di precisione.

Mac Thornberry, deputato della Camera dei Rappresentanti per il Texas e ranking member della House Committee on Armed Services, la commissione permanente per i fondi al Dipartimento della Difesa, ha richiesto la costituzione di un fondo apposito per fronteggiare la crescita militare cinese, denominato Indo-Pacific Deterrence Initiative (IPDI). Il fondo, che dovrebbe contenere la cifra di 6 miliardi di dollari, andrebbe ad implementare la National Security Strategy del 2018 (NSS), un documento che presenta esplicitamente la Cina come un rivale che “sfida il potere, l’influenza e gli interessi americani, cercando di erodere la sicurezza e la prosperità americane”. Con riferimento all’Indo-Pacifico, la NSS propone una narrativa per la quale nella regione è in atto un conflitto tra due visioni del mondo, una libera e una repressiva, e tra le “azioni prioritarie” da attuare in campo militare pone il mantenimento della presenza militare e il rafforzamento della cooperazione con i paesi del Sud-est asiatico nel campo della difesa e dell’intelligence. Offrire cooperazione in ambito militare consente agli Stati Uniti di guadagnare influenza in cambio di deterrenza contro l’espansionismo cinese. 

La crescita militare della Repubblica Popolare Cinese è quindi il motivo principale per il ravvivato interesse di Washington per l’Indo-Pacifico, ma è soprattutto il motivo che ha determinato negli ultimi anni la militarizzazione dei paesi del Sud-est asiatico. Secondo il rapporto sulle spese militari nel mondo del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), pubblicato nel 2019, la spesa militare nel Sud-est asiatico nel periodo 2009-2018 è aumentata del 33%, passando da 30,8 a 40 miliardi di dollari. Tra i maggiori importatori di armamenti vi sarebbe Singapore, la città-stato affacciata sullo Stretto di Malacca, geograficamente piccola ma grande dal punto di vista economico, seguita da Vietnam e Indonesia. Il Vietnam in particolare sembra aver iniziato una nuova fase nell’ambito della difesa con il nuovo documento sulla difesa nazionale del 2019, nel quale vengono ribaditi i principi della politica estera vietnamita, ovvero il non entrare a far parte di alleanze militari, l’astenersi dal sostenere un paese piuttosto che un altro nell’ambito di un conflitto, il non consentire la presenza di basi militari straniere nel territorio o lo svolgimento in esso di esercitazioni militari di truppe straniere, ma integra la possibilità di cooperare con gli altri paesi per la sicurezza del Vietnam, instaurando, a seconda del contesto, relazioni militari nel rispetto dell’indipendenza reciproca. Possiamo interpretare la visita della portaerei USS Theodore Roosevelt e del USS Bunker Hill al porto di Da Nang, il 9 marzo di quest’anno, in occasione dell’anniversario dei 25 anni di relazioni diplomatiche tra i due paesi, come un primo passo verso una maggiore cooperazione militare nella regione tra Vietnam e Stati Uniti. Il Vietnam, grazie alla sua posizione geografica che lo proietta direttamente sul Mar cinese meridionale, rappresenterebbe un alleato fondamentale per gli Stati Uniti per il contenimento della Cina. 

L’asse americano-vietnamita potrebbe portare Hanoi ad intensificare le relazioni con quei paesi che insieme agli Stati Uniti formano il Quad (Quadrilateral Security Dialogue), ovvero India, Giappone e Australia. Il Quad, nato nel 2007, è ritornato sulla scena con il summit dei paesi ASEAN di Manila nel 2017. Tramite la cooperazione nell’ambito della sicurezza e le esercitazioni militari congiunte, il Quad si pone come un argine di paesi democratici a contenimento della crescente forza militare cinese nella regione, motivo per cui potremmo nel prossimo futuro assistere ad ulteriori sviluppi nelle relazioni tra Quad e paesi dell’ASEAN, soprattutto se dovessero continuare le tensioni con Pechino. Ad oggi, il Mar cinese meridionale rimane uno degli epicentri di tensione più caldi del pianeta, vista anche la militarizzazione avvenuta negli ultimi anni. Nell’equilibrio nella regione giocano un ruolo fondamentale quei paesi al centro dell’occhio del ciclone come Vietnam, Filippine, Malesia e Indonesia, che possono da una parte cercare il dialogo con la Cina, che però non rinuncia alle sue pretese sul Mar cinese meridionale, dall’altra contribuire a costruire insieme ai paesi del Quad un fronte unito dalla comune necessità di tutelarsi dagli interessi cinesi nell’Indo-Pacifico.

Mattia Patriarca,
Geopolitica.info

Il Coronavirus non blocca il contenimento cinese nel Pacifico

Mentre Washington sta affrontando una pesante crisi sanitaria per via del Covid-19, la strategia di contenimento nei confronti della Cina per la regione dell’Indo Pacifico continua.

Il Coronavirus non blocca il contenimento cinese nel Pacifico - Geopolitica.info

Nei giorni scorsi un membro influente della House Armed Services Committee (Commissione del Senato USA che si occupa delle spese militari e dello stanziamento dei fondi per il Pentagono), il senatore repubblicano William McClellan “Mac” Thornberry, ha depositato una proposta di legge che mira a potenziare ulteriormente il Comando militare statunitense del Pacifico. Nella proposta (denominata Indo-Pacific Deterrence Initiative) il senatore chiede alla commissione di stanziare circa 6 miliardi di dollari per il dipartimento della Difesa al fine di rafforzare il comando militare di Washington del Pacifico, al fine di ultimare nuove strutture militari statunitensi dispiegate nel Pacifico e sostenere ’addestramento delle forze alleate dei paesi della regione. Nella bozza si propone anche di consolidare il dispiegamento a rotazione delle forze militari statunitensi, rafforzare le strutture militari americane di Guam e realizzare una nuova stazione radar nelle Hawaii.

La proposta di legge del senatore repubblicano si inserisce bene nella strategia di Washington, lanciata dall’insediamento dell’amministrazione di Donald Trump, di contenere una possibile espansione geostrategica e geoeconomica di Pechino nella regione del Pacifico, che Washington continua a valutare come strategicamente importante per garantire la propria supremazia e proiezione di potenza.

Se è vero che in questo periodo è difficile fare previsioni certe su come le due maggiori potenze usciranno dalla pandemia, è pur vero che la questione del Coronavirus sembra aver acuito lo scontro sino-statunitense. In questo senso, il mondo cambierà dopo l’epidemia, ma le grandi potenze si stanno già muovendo per ottenere vantaggi significativi Lo scontro egemonico quindi ha coinvolto, dopo la guerra commerciale e tecnologica, anche l’ambito sanitario.

La Regione dell’Indo-Pacifico resterà la priorità per Washington

Per i vertici militari statunitensi il Pacifico sarà il principale fronte caldo della futura disputa egemonica tra gli Stati Uniti e la Cina. Sin dai tempi dell’Amministrazione di Barack Obama, che approntò verso la regione indo-Pacifica la politica del Pivot to Asia, Washington ha tentato di evitare che la Cina iniziasse una espansione aggressiva, cercando al contrario di incanalare le ambizioni. Con l’avvento di Xi Jinping, il lancio del progetto delle nuove vie della Seta, e l’avvento dell’amministrazione di Donald Trump le relazioni bilaterali hanno subito una evoluzione (o, meglio, un’involuzione). 

Da una parte la Cina ha tentato di “estirpare” gli Stati Uniti dalla regione principalmente tramite strumenti geo-economici, dall’altra Washington con Trump ha tentato di frenare l’espansione di Pechino. Con Trump alla Casa Bianca ad esempio si sono intensificati anche i rapporti informali con Taiwan, la piccola isola che resta il principale obiettivo strategico di Pechino e che la RPC mirerebbe a riportare sotto il proprio controllo entro il 2049. 

Molti analisti si domandano se le politiche dell’Amministrazione Trump siano da considerare un unicum, una parentesi quasi patologica della condotta americana. Tuttavia, gli esperti tendono a concordare che il modus operandi di Washington nei confronti della Cina non cambierà direzione se il tycoon dovesse perdere le elezioni 2020. Tutta la classe dirigente di Washington, infatti, ora vede Pechino come il principale competitor degli Stati Uniti. Se da un lato, Pechino ha infatti più volte dichiarato di non avere alcuna intenzione di espandere la propria proiezione politico-militare, anche per via del gap che la divide dagli USA, dall’altro ha significativamente aumentato gli strumenti geoeconomici a disposizione con il progetto delle nuove vie della Seta e ha consolidato la sua presenza nelle organizzazioni internazionali.

Difficilmente, in caso di vittoria del candidato in pectore dei Dem Joe Biden (ex VicePresidente di Obama), i democratici allenteranno la pressione nei confronti della Cina. Il Pacifico, pertanto,rimarrà il fronte principale nella competizione tra Stati Uniti e Cina.

Le risposte che la Cina deve al mondo

Mentre il governo Conte ha annunciato il prolungamento del lockdown del nostro Paese fino al 3 maggio, nel mondo si moltiplicano gli articoli e gli interventi che cercano di chiarire le cause della diffusione del coronavirus COVID-19.

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Sebbene la genesi e le modalità di contagio del virus non siano ancora state bene chiarite, le richieste di trasparenza e chiarimento si stanno facendo particolarmente pressanti nei confronti del Paese dove tutto questo è iniziato, ossia la Cina. La pandemia originatasi a Wuhan rischia di provocare, oltre che un’emergenza sanitaria globale, anche un disastro economico di proporzioni mai sperimentate prima. 

Il Washington Post è stato tra i primi a porsi degli interrogativi sulla versione ufficiale del governo di Xi Jinping, definendola “traballante”. In particolare l’autorevole quotidiano d’Oltreoceano ha messo in dubbio la spiegazione fornita da Pechino a proposito della genesi del contagio. Secondo il governo cinese il nuovo coronavirus si sarebbe diffuso a partire dal mercato del pesce della città, dove alcuni acquirenti avrebbero comprato e mangiato animali contaminati. 

Citando uno studio della rivista medica The Lancet però, il Washington Post sostiene non esserci nessuna correlazione provata tra i primi contagiati e il mercato del pesce di Wuhan. 

Secondo il quotidiano statunitense, esisterebbe una teoria alternativa che potrebbe spiegare la diffusione del contagio. Nelle vicinanze del Huanan Seafood Market si troverebbero due laboratori per lo studio ed il controllo delle malattie. Il primo è la sede locale del China Center for Disease Control ed è un laboratorio classificato al livello di sicurezza BSL 4. Il secondo è il Wuhan Institute of Virology, che invece ha un livello di sicurezza molto più basso, BSL 2. Alcuni studiosi afferenti ad entrambi i laboratori hanno pubblicato nei mesi scorsi alcuni paper scientifici menzionando la raccolta di differenti campioni di coronavirus provenienti dai pipistrelli con lo scopo di prevenire future epidemie. Esisterebbe anche un video che mostra studiosi del Wuhan CDC prelevare campioni di coronavirus dei pipistrelli senza adeguate protezioni individuali e con procedure decisamente rischiose. Alcuni scienziati avrebbero catturato direttamente i pipistrelli in alcune caverne senza misure protettive esponendosi alle urine e alle feci degli animali. Secondo alcuni quindi sarebbe possibile ipotizzare un contagio fortuito avvenuto all’interno delle due strutture poi diffuso all’esterno in maniera inconsapevole. 

La cosa peraltro era stata trattata anche da un servizio del TG3 Leonardo del 17 febbraio del 2020 a pochi giorni dal diffondersi dell’epidemia in Cina.  

Le responsabilità della Cina sarebbero quindi molto gravi e l’idea che il paese orientale debba sforzarsi di ricostruire in maniera trasparente la catena degli eventi si sta diffondendo, soprattutto nel mondo anglosassone. 

Anche il Sunday Times, attraverso un duro editoriale del famoso docente di storia Niall Ferguson, ha posto sei domande ai governanti cinesi che riportiamo qui di seguito per la loro notevole rilevanza (trovate l’originale pubblicato anche sul Boston Globe qui): 

1. Cosa è successo esattamente a Wuhan all’inizio dell’epidemia? Il virus si è sviluppato davvero nel mercato di Wuhan, ha originato davvero dal pipistrello che viene venduto come genere commestibile? Questo sarebbe già un fatto non solo disgustoso, ma politicamente rilevante perché un paese che opera nel commercio mondiale non può avere simili bassezze sanitarie. Ma se invece si fosse originato presso il locale laboratorio del CDC a causa di pratiche sciatte sarebbe molto peggio. Non è accettabile che studi su una zoonosi potenzialmente letali siano condotti nel cuore di una metropoli così ampia come Wuhan con quei metodi. 

2. La dichiarazione dell’emergenza a Wuhan è arrivata solo a metà gennaio, mentre le morti da coronavirus di cui ora abbiamo conoscenza sono censite già tra il 12 dicembre e la fine del mese. Perché la linea ufficiale del governo cinese era che non ci fossero prove evidenti della trasmissione uomo a uomo? E perché solo dopo il 20 gennaio la posizione governativa è cambiata? 

3. Perché il governo cinese il 23 gennaio dopo aver messo in lockdown la città di Wuhan ha stoppato i voli dalla metropoli verso il resto della Cina, ma non i voli dalla provincia di Hubei (la provincia della città di Wuhan, ndr) verso il resto del mondo? 

4. Perché il portavoce del ministero degli Esteri ha diffuso notizie, evidentemente false, di una cospirazione USA (ha affermato che il virus in realtà è un prodotto americano, ndr) e non è stato rimosso? 

5. Dove sono finiti il tycoon Ren Zhiqiang e il medico di Wuhan Ai Fen? Avevano criticato il regime sulla gestione del coronavirus, sono scomparsi, di loro non si hanno più notizie. 

6. Quante persone realmente sono state uccise dal virus? 

Sono domande più che legittime per un mondo in cui, con tutta evidenza, le cose non saranno più come prima. 

Davide Allegri,
Università degli Studi di Trento

Myanmar, un difficile equilibrio tra Pechino e Washington

Negli ultimi anni lo Stato del Myanmar è stato oggetto di interesse delle principali potenze mondiali, diventando di fatto terreno di confronto fra Cina e Stati Uniti. Quali sono i fattori che hanno determinato tale situazione?

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Tre sono gli elementi di maggior rilievo che hanno permesso un miglioramento delle relazioni politiche e diplomatiche tra Myanmar e Stati Uniti: il “Pivot to Asia”, avviato nel periodo dell’amministrazione Obama, il ruolo di Aung San Suu Kyi, vincitrice del premio Nobel per la pace nel 1991, e come ultimo punto bisogna ricordare il timore americano per la politica revisionista cinese che rappresenta una costante minaccia alla superiorità internazionale americana. Il “Pivot to Asia”, che abbiamo ricordato essere stato attuato dall’amministrazione Obama, rappresenta un elemento caratterizzante della politica estera americana. È importante far notare come tale strategia non sia esclusivamente inerente alla sfera politico-diplomatica, ma come implichi ingenti investimenti nell’ambito economico e militare nell’area dell’Asia-Pacifico. Il “Pivot to Asia” rientra difatti nel più complesso piano di contenimento e bilanciamento della potenza cinese nei territori asiatici, con il fine dunque di tutelare il peso internazionale americano. 

Non è da sottovalutare inoltre l’importanza rivestita da Aung San Suu Kyi, Consigliere di Stato del Myanmar; la figura politica di Suu Kyi è strettamente legata al processo di democratizzazione che ha investito il paese negli ultimi anni a partire dalla data cruciale del 2015, anno in cui il NDL (National Leauge of Democracy), partito della vincitrice del premio Nobel , acquista la maggioranza dei seggi in Parlamento. La carriera politica di Aung San Suu Kyi, contraddistinta dalle lotte politiche intraprese contro il regime militare allora al potere, è stata sostenuta e apprezzata nel tempo da Washington e Bruxelles. Questi ultimi hanno fortemente appoggiato le battaglie della donna, considerata una paladina della democrazia, in quanto vista come figura potenzialmente in grado di attuare una politica di rottura e di chiusura contro la Repubblica Popolare Cinese. 

D’altra parte, non si può trascurare il travagliato rapporto che Myanmar intraprende con la potenza cinese. L’elemento che più influenza i rapporti tra i due stati è geografico; L’ex Birmania rappresenta oggetto di profondo interesse per la Repubblica Popolare Cinese in quanto possiede un accesso diretto all’Oceano Indiano e, dunque, una possibilità di aggirare lo Stretto di Malacca, riuscendo così a risolvere quello che Hu Jintao ha delineato come “Malacca Dilemma”, e di una riduzione di tempi e costi delle attività commerciali. Altro fattore di cooperazione è la sfera commerciale che unisce i due paesi, in quanto il Myanmar esporta in Cina ingenti materie prime, tra le quali gas, petrolio e pietre preziose. Il Myanmar inoltre confina con la potenza cinese per oltre duemila chilometri; tale frontiera è stata fonte di attriti tra i due paesi, proprio per la questione della presenza lungo di essa di minoranze etniche e per le politiche adottate dal Myanmar in materia. I rapporti tra i due Stati subirono un raffreddamento sotto la presidenza di Thein Sei, il quale cercò un avvicinamento e un miglioramento dei rapporti diplomatici con Washington e decise l’interruzione dei lavori di costruzione della diga Myitsone, progetto gestito dalla China Power Investment Corporation. Questo particolare periodo di tensioni subì un cambiamento nel 2015, data in cui Aung San Suu Kyi visitò Pechino dove venne accolta dal presidente e segretario del partito comunista cinese, Xi Jinping. L’incontro, che avvenne in vista delle elezioni previste per quello stesso anno, nacque dalla necessità della certezza e della tutela degli interessi  economici esistenti tra i due paesi.

Il 2020 si apre con due eventi cruciali per le relazioni interazioni del Myanmar: la visita ufficiale di Xi Jinping nel Myanmar che viene inaugurata il 17 gennaio e il verdetto della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja riguardante la minoranza mussulmana dei Rohingya. 

Il 17 gennaio 2020 il presidente cinese arriva nello stato del Myanmar, l’anno in cui si celebrano peraltro i 70 anni di relazioni diplomatiche tra i due Stati; Il fine principale di tale incontro , che finisce quasi per assumere un significato simbolico, risiede nel rafforzamento della sfera politico-economica e nell’affermare la presenza cinese in tale territorio. Verranno firmati difatti più di trenta accordi che rappresentano una conferma delle relazioni politico-economiche tra l’ex-Birmania e la Repubblica Popolare Cinese.

Altro evento di fondamentale rilevanza è il verdetto espresso il 23 gennaio di quest’anno della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja sulla questione della minoranza mussulmana dei Rohingya, la quale ha stabilito che lo Stato del Myanmar, portato in giudizio dal Gambia, dovrà prendere tutte le misure in suo potere per garantire a tale comunità il rispetto degli obblighi stabiliti dalla Convenzione sul genocidio del 1948. Ciò che ha indotto il Gambia a portare il caso di fronte alla Corte è stata la violazione massiccia e ripetuta dei diritti umani fondamentali, denunciata dall’emigrazione di massa verso il Bangladesh della minoranza mussulmana. Gli atti illeciti commessi dal Tatmadaw (le forze armate birmane)nei confronti dei Rohingya hanno destato la riprovazione e la condanna della comunità internazionale e soprattutto hanno comportato un raffreddamento nei rapporti con Washington e Bruxelles.  Il 29 aprile 2019 il Consiglio dell’Unione Europea, a causa della continua violazione dei diritti umani, ha prorogato di un anno le misure sanzionatorie in vigore nei confronti del Myanmar; Tali misure restrittive riguardano l’embargo sulle armi e sulle attrezzature utilizzabili nella repressione interna del paese stesso. Il regime sanzionatorio “vieta altresì di fornire addestramento militare alle forze armate del Myanmar (Tatmadaw) e la cooperazione militare con le stesse”*.  Stando a quanto riporta Bloomberg News, il ministro del commercio del Myanmar, Than Mynt, ha risposto alle sanzioni avvertendo che le misure approvate dall’Occidente stanno provocando un avvicinamento dei legami con gli alleati asiatici, e più specificatamente dunque con la Repubblica Popolare Cinese. Anche la  “paladina della democrazia” Aung San Suu Kyi è stata fonte di pesanti critiche per il ruolo rivestito e le posizioni prese di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja rispetto alla questione dei Rohingya. Suu Kyi è stata fortemente decisa nel prendere le difese del Tatmadaw, dichiarando l’inconsistenza delle accuse e l’incompletezza del quadro che risulta essere inoltre fuorviante. Abbiamo già ricordato come gli Stati Uniti appoggiarono nel tempo le sue battaglie politiche nella speranza, che possiamo considerare ormai erronea, di una possibile uscita del Myanmar dall’orbita di influenza asiatica e soprattutto cinese. 

Possiamo dunque comprendere come un paese “lillipuziano” come il Myanmar, per esprimerla nei termini di Robert Keohane (“Lilliputians dilemmas: Small States in International politics”,1969), sia fondamentale per analizzare il più ampio confronto a livello internazionale tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese.

Il coronavirus: una battuta d’arresto per la Cina di Xi

Lo scoppio dell’epidemia del coronavirus, originatasi a Wuhan e diffusasi velocemente in molte parti del mondo, rappresenta una battuta d’arresto per l’ascesa della Cina ma potrebbe costituire un’opportunità per il potere personale di Xi Jinping. La natura emergenziale del virus, infatti, determina due conseguenze importanti per la Cina.

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In primo luogo, il virus è una battuta di arresto nell’internazionalizzazione politica, culturale ed economica della Repubblica Popolare poiché ha esposto il paese alle critiche e alla disapprovazione dei leader internazionali che, a volte anche in maniera superficiale, hanno attaccato il governo di Pechino, colpevole di un nuovo contagio all’apparenza incontrollabile. Mentre Pechino è in procinto di rilassare le restrizioni sociali imposte durante l’apice della crisi, il virus si è, infatti, diffuso a macchia d’olio in paesi che, a causa del ritardo, non sono preparati ad affrontarlo e che, non potendo fare affidamento sulla struttura autoritaria della governance cinese, non dispongono degli stessi strumenti preventivi. L’impatto sull’economia mondiale è difficile da prevedere ex ante ma le stime parlano di un rallentamento (se non di una recessione) significativo dei ritmi di crescita anche per i paesi ad economie avanzate. Per alcuni di questi, tra cui l’Italia, ciò comporterebbe un pesante aggravio per la già precaria ripresa economica. In questo senso si deve leggere il tentativo dell’Ambasciatore cinese alle Nazioni Unite Zhang di celebrare gli sforzi che il suo paese sta facendo per debellare il virus e convincere che la «Cina non sta combattendo solo per sé stessa, ma per il mondo intero». Quella che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito una “emergenza sanitaria globale” avrà necessariamente effetti sulla capacità di persuasione e attrazione del sistema Cina all’estero. Il soft power cinese, già relativamente basso, sarà, quindi, pesantemente scosso dal caso coronavirus.

Come ci spiega Joseph Nye nel suo “Leadership e potere”, però, le «urgenze e le crisi» hanno anche un secondo risvolto rilevante per i leader politici: permettono loro di assumere poteri maggiori e imporre una narrazione preferita sugli eventi all’interno dei confini nazionali. È questo che la Presidenza di Xi Jinping starebbe cercando di fare e in questo senso il virus potrebbe rappresentare un’opportunità per Xi. Ovviamente non si intende che il virus avrà effetti positivi assoluti, anzi esso rappresenta un «test serissimo per il sistema e la capacità di governo del Partito comunista cinese», come lo stesso Xi ha più volte sottolineato, e voci di dissenso si sono alzate in tutto il paese, dalle strade di Wuhan alle Università della capitale. Tuttavia, se il Presidente riuscirà a sfruttare l’emergenza a proprio vantaggio potrà limitare i danni alla sua immagine e rafforzare l’autorità della corrente del Partito Comunista a lui più fedele. Durante l’acme della crisi sanitaria in Hubei, ad esempio, a tutti era apparsa sorprendente l’assenza di Xi da Wuhan e, in generale, dai media nazionali ed internazionali. La sensazione è che Xi preferisse attendere e capire se la crisi potesse compromettere seriamente il comando politico del Partito. Al suo posto, il Segretario ha preferito inviare in avanscoperta il premier Li Keqiang così da poterlo incolpare nel caso in cui l’emergenza sociale si fosse aggravata. In aggiunta, la purga del Segretario del Partito in Hubei si era dimostrata provvidenziale per poter scaricare la colpa delle inefficienze nel contenimento del virus a livello locale e per poter sostituire i quadri regionali con funzionari più fedeli (in questo caso, il sindaco di Shanghai). A tal scopo, la Commissione centrale per l’ispezione disciplinare di Zhao Leji si dimostrerà ancora una volta uno strumento fondamentale per la leadership di Xi. Infine, l’epidemia ha permesso al Partito di stringere ancor di più il regime di controllo sociale della popolazione attraverso un capillare utilizzo di tecnologie per il monitoraggio e l’identificazione dei cittadini.

Fin quando Pechino non si scrollerà di dosso questo drammatico episodio, un minor apprezzamento all’estero e il tentativo di conseguire un maggior controllo interno saranno due tratti ricorrenti per la Cina di Xi Jinping.

Una pace nella guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti

La guerra dei dazi USA-Cina iniziata due anni fa il 22 marzo 2018, ha visto una sua nuova evoluzione tre giorni fa, il 15 gennaio appunto, con la firma di una pace, giunta dopo mesi di negoziazioni.

Una pace nella guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti - Geopolitica.info

Il trattato di 86 pagine, o meglio “accordo fase uno”, è stato firmato a Washington e prevede: che gli Stati Uniti rinuncino a imporre gli annunciati dazi del 15% su circa 160 miliardi di dollari di prodotti cinesi; che Pechino si impegni nei prossimi due anni ad aumentare gli acquisti di una serie di servizi e prodotti americani per un valore di 200 miliardi di dollari; che Pechino si impegni a proteggere la proprietà intellettuale “made in USA” e a non svalutare la propria moneta.

Tutto il resto è rimasto invariato, compresi i dazi già in vigore. L’accordo è stato firmato dal Presidente Donald Trump per la parte americana, e dal Vice-Primo Ministro Liu He per la parte cinese. A questo punto una domanda sorge spontanea: perché Xi Jinping non c’era? Per spiegarlo bisogna tornare a ottobre 2019, mese in cui sono iniziate le negoziazioni sui termini dell’accordo di pace. Le trattative sono state condotte da Liu He e Robert Lighthizer, Rappresentante del Commercio Americano. Nel novembre 2019 si sarebbe dovuto tenere a Santiago del Cile il summit dell’Apec (Asia-Pacificc Economic Cooperation) durante il quale si sarebbero dovuti incontrare Donald Trump e Xi Jinping per dialogare circa i termini dell’accordo. A causa delle proteste cominciate in Cile, il convegno è stato cancellato. Da qui le delegazioni dei due Paesi hanno cercato di trovare una possibile nuova location in cui far avvenire l’incontro tra i due presidenti, ma senza successo. Il problema risiedeva probabilmente nel fatto che Xi Jinping volesse incontrare Trump in un contesto che si potrebbe ritenere “laterale”. Così come era accaduto al G20 di Osaka nel giugno 2019, dove il Presidente cinese si era recato per partecipare principalmente al summit e poi, secondariamente, si è intrattenuto in un colloquio privato, vis a vis, con Donald Trump, Xi avrebbe voluto riproporre la stessa dinamica all’Apec. Nel momento in cui questa occasione è venuta a mancare è stato molto difficile, e alla fine impossibile, riuscire a cercare e di conseguenza trovare, una nuova location per l’incontro. Intanto, nel mese di novembre, si sono susseguite una serie ci circostanze che hanno evidentemente condotto il presidente cinese ad essere sempre più restio: dalla fuoriuscita di informazioni delicate come quelle dei “Xinjiang Papers”, alla firma da parte di Trump dell’“Hong Kong Human Rights and Democracy Act”. Nonostante tutto comunque, verso dicembre 2019, le due delegazioni avevano comunicato il raggiungimento di un’intesa sulla pace delle trade war e che il documento che ne avrebbe suggellato l’ufficializzazione sarebbe stato siglato agli inizi di gennaio 2020. I due firmatari dell’accordo sarebbero dovuti essere Liu He e Robert Lighthizer, essendo loro i portavoce delle rispettive delegazioni. Poco prima della firma però, Trump ha deciso di firmare in prima persona l’accordo andando così a creare uno sbilanciamento: da un lato si trovava un vice-primo ministro, dall’atro un presidente. Con le elezioni americane che si avvicinano sempre più e il processo di impeachment che si fa sempre più pressante, evidentemente Trump ha deciso di ricorrere a questo escamotage per motivi elettorali.

Se comunque la “fase uno” dovesse dare risultati positivi, prossimamente si potrà giungere ad una “fase due”, ma molti sono gli scettici al riguardo.