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Myanmar, un difficile equilibrio tra Pechino e Washington

Negli ultimi anni lo Stato del Myanmar è stato oggetto di interesse delle principali potenze mondiali, diventando di fatto terreno di confronto fra Cina e Stati Uniti. Quali sono i fattori che hanno determinato tale situazione?

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Tre sono gli elementi di maggior rilievo che hanno permesso un miglioramento delle relazioni politiche e diplomatiche tra Myanmar e Stati Uniti: il “Pivot to Asia”, avviato nel periodo dell’amministrazione Obama, il ruolo di Aung San Suu Kyi, vincitrice del premio Nobel per la pace nel 1991, e come ultimo punto bisogna ricordare il timore americano per la politica revisionista cinese che rappresenta una costante minaccia alla superiorità internazionale americana. Il “Pivot to Asia”, che abbiamo ricordato essere stato attuato dall’amministrazione Obama, rappresenta un elemento caratterizzante della politica estera americana. È importante far notare come tale strategia non sia esclusivamente inerente alla sfera politico-diplomatica, ma come implichi ingenti investimenti nell’ambito economico e militare nell’area dell’Asia-Pacifico. Il “Pivot to Asia” rientra difatti nel più complesso piano di contenimento e bilanciamento della potenza cinese nei territori asiatici, con il fine dunque di tutelare il peso internazionale americano. 

Non è da sottovalutare inoltre l’importanza rivestita da Aung San Suu Kyi, Consigliere di Stato del Myanmar; la figura politica di Suu Kyi è strettamente legata al processo di democratizzazione che ha investito il paese negli ultimi anni a partire dalla data cruciale del 2015, anno in cui il NDL (National Leauge of Democracy), partito della vincitrice del premio Nobel , acquista la maggioranza dei seggi in Parlamento. La carriera politica di Aung San Suu Kyi, contraddistinta dalle lotte politiche intraprese contro il regime militare allora al potere, è stata sostenuta e apprezzata nel tempo da Washington e Bruxelles. Questi ultimi hanno fortemente appoggiato le battaglie della donna, considerata una paladina della democrazia, in quanto vista come figura potenzialmente in grado di attuare una politica di rottura e di chiusura contro la Repubblica Popolare Cinese. 

D’altra parte, non si può trascurare il travagliato rapporto che Myanmar intraprende con la potenza cinese. L’elemento che più influenza i rapporti tra i due stati è geografico; L’ex Birmania rappresenta oggetto di profondo interesse per la Repubblica Popolare Cinese in quanto possiede un accesso diretto all’Oceano Indiano e, dunque, una possibilità di aggirare lo Stretto di Malacca, riuscendo così a risolvere quello che Hu Jintao ha delineato come “Malacca Dilemma”, e di una riduzione di tempi e costi delle attività commerciali. Altro fattore di cooperazione è la sfera commerciale che unisce i due paesi, in quanto il Myanmar esporta in Cina ingenti materie prime, tra le quali gas, petrolio e pietre preziose. Il Myanmar inoltre confina con la potenza cinese per oltre duemila chilometri; tale frontiera è stata fonte di attriti tra i due paesi, proprio per la questione della presenza lungo di essa di minoranze etniche e per le politiche adottate dal Myanmar in materia. I rapporti tra i due Stati subirono un raffreddamento sotto la presidenza di Thein Sei, il quale cercò un avvicinamento e un miglioramento dei rapporti diplomatici con Washington e decise l’interruzione dei lavori di costruzione della diga Myitsone, progetto gestito dalla China Power Investment Corporation. Questo particolare periodo di tensioni subì un cambiamento nel 2015, data in cui Aung San Suu Kyi visitò Pechino dove venne accolta dal presidente e segretario del partito comunista cinese, Xi Jinping. L’incontro, che avvenne in vista delle elezioni previste per quello stesso anno, nacque dalla necessità della certezza e della tutela degli interessi  economici esistenti tra i due paesi.

Il 2020 si apre con due eventi cruciali per le relazioni interazioni del Myanmar: la visita ufficiale di Xi Jinping nel Myanmar che viene inaugurata il 17 gennaio e il verdetto della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja riguardante la minoranza mussulmana dei Rohingya. 

Il 17 gennaio 2020 il presidente cinese arriva nello stato del Myanmar, l’anno in cui si celebrano peraltro i 70 anni di relazioni diplomatiche tra i due Stati; Il fine principale di tale incontro , che finisce quasi per assumere un significato simbolico, risiede nel rafforzamento della sfera politico-economica e nell’affermare la presenza cinese in tale territorio. Verranno firmati difatti più di trenta accordi che rappresentano una conferma delle relazioni politico-economiche tra l’ex-Birmania e la Repubblica Popolare Cinese.

Altro evento di fondamentale rilevanza è il verdetto espresso il 23 gennaio di quest’anno della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja sulla questione della minoranza mussulmana dei Rohingya, la quale ha stabilito che lo Stato del Myanmar, portato in giudizio dal Gambia, dovrà prendere tutte le misure in suo potere per garantire a tale comunità il rispetto degli obblighi stabiliti dalla Convenzione sul genocidio del 1948. Ciò che ha indotto il Gambia a portare il caso di fronte alla Corte è stata la violazione massiccia e ripetuta dei diritti umani fondamentali, denunciata dall’emigrazione di massa verso il Bangladesh della minoranza mussulmana. Gli atti illeciti commessi dal Tatmadaw (le forze armate birmane)nei confronti dei Rohingya hanno destato la riprovazione e la condanna della comunità internazionale e soprattutto hanno comportato un raffreddamento nei rapporti con Washington e Bruxelles.  Il 29 aprile 2019 il Consiglio dell’Unione Europea, a causa della continua violazione dei diritti umani, ha prorogato di un anno le misure sanzionatorie in vigore nei confronti del Myanmar; Tali misure restrittive riguardano l’embargo sulle armi e sulle attrezzature utilizzabili nella repressione interna del paese stesso. Il regime sanzionatorio “vieta altresì di fornire addestramento militare alle forze armate del Myanmar (Tatmadaw) e la cooperazione militare con le stesse”*.  Stando a quanto riporta Bloomberg News, il ministro del commercio del Myanmar, Than Mynt, ha risposto alle sanzioni avvertendo che le misure approvate dall’Occidente stanno provocando un avvicinamento dei legami con gli alleati asiatici, e più specificatamente dunque con la Repubblica Popolare Cinese. Anche la  “paladina della democrazia” Aung San Suu Kyi è stata fonte di pesanti critiche per il ruolo rivestito e le posizioni prese di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja rispetto alla questione dei Rohingya. Suu Kyi è stata fortemente decisa nel prendere le difese del Tatmadaw, dichiarando l’inconsistenza delle accuse e l’incompletezza del quadro che risulta essere inoltre fuorviante. Abbiamo già ricordato come gli Stati Uniti appoggiarono nel tempo le sue battaglie politiche nella speranza, che possiamo considerare ormai erronea, di una possibile uscita del Myanmar dall’orbita di influenza asiatica e soprattutto cinese. 

Possiamo dunque comprendere come un paese “lillipuziano” come il Myanmar, per esprimerla nei termini di Robert Keohane (“Lilliputians dilemmas: Small States in International politics”,1969), sia fondamentale per analizzare il più ampio confronto a livello internazionale tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese.

Il coronavirus: una battuta d’arresto per la Cina di Xi

Lo scoppio dell’epidemia del coronavirus, originatasi a Wuhan e diffusasi velocemente in molte parti del mondo, rappresenta una battuta d’arresto per l’ascesa della Cina ma potrebbe costituire un’opportunità per il potere personale di Xi Jinping. La natura emergenziale del virus, infatti, determina due conseguenze importanti per la Cina.

Il coronavirus: una battuta d’arresto per la Cina di Xi - Geopolitica.info

In primo luogo, il virus è una battuta di arresto nell’internazionalizzazione politica, culturale ed economica della Repubblica Popolare poiché ha esposto il paese alle critiche e alla disapprovazione dei leader internazionali che, a volte anche in maniera superficiale, hanno attaccato il governo di Pechino, colpevole di un nuovo contagio all’apparenza incontrollabile. Mentre Pechino è in procinto di rilassare le restrizioni sociali imposte durante l’apice della crisi, il virus si è, infatti, diffuso a macchia d’olio in paesi che, a causa del ritardo, non sono preparati ad affrontarlo e che, non potendo fare affidamento sulla struttura autoritaria della governance cinese, non dispongono degli stessi strumenti preventivi. L’impatto sull’economia mondiale è difficile da prevedere ex ante ma le stime parlano di un rallentamento (se non di una recessione) significativo dei ritmi di crescita anche per i paesi ad economie avanzate. Per alcuni di questi, tra cui l’Italia, ciò comporterebbe un pesante aggravio per la già precaria ripresa economica. In questo senso si deve leggere il tentativo dell’Ambasciatore cinese alle Nazioni Unite Zhang di celebrare gli sforzi che il suo paese sta facendo per debellare il virus e convincere che la «Cina non sta combattendo solo per sé stessa, ma per il mondo intero». Quella che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito una “emergenza sanitaria globale” avrà necessariamente effetti sulla capacità di persuasione e attrazione del sistema Cina all’estero. Il soft power cinese, già relativamente basso, sarà, quindi, pesantemente scosso dal caso coronavirus.

Come ci spiega Joseph Nye nel suo “Leadership e potere”, però, le «urgenze e le crisi» hanno anche un secondo risvolto rilevante per i leader politici: permettono loro di assumere poteri maggiori e imporre una narrazione preferita sugli eventi all’interno dei confini nazionali. È questo che la Presidenza di Xi Jinping starebbe cercando di fare e in questo senso il virus potrebbe rappresentare un’opportunità per Xi. Ovviamente non si intende che il virus avrà effetti positivi assoluti, anzi esso rappresenta un «test serissimo per il sistema e la capacità di governo del Partito comunista cinese», come lo stesso Xi ha più volte sottolineato, e voci di dissenso si sono alzate in tutto il paese, dalle strade di Wuhan alle Università della capitale. Tuttavia, se il Presidente riuscirà a sfruttare l’emergenza a proprio vantaggio potrà limitare i danni alla sua immagine e rafforzare l’autorità della corrente del Partito Comunista a lui più fedele. Durante l’acme della crisi sanitaria in Hubei, ad esempio, a tutti era apparsa sorprendente l’assenza di Xi da Wuhan e, in generale, dai media nazionali ed internazionali. La sensazione è che Xi preferisse attendere e capire se la crisi potesse compromettere seriamente il comando politico del Partito. Al suo posto, il Segretario ha preferito inviare in avanscoperta il premier Li Keqiang così da poterlo incolpare nel caso in cui l’emergenza sociale si fosse aggravata. In aggiunta, la purga del Segretario del Partito in Hubei si era dimostrata provvidenziale per poter scaricare la colpa delle inefficienze nel contenimento del virus a livello locale e per poter sostituire i quadri regionali con funzionari più fedeli (in questo caso, il sindaco di Shanghai). A tal scopo, la Commissione centrale per l’ispezione disciplinare di Zhao Leji si dimostrerà ancora una volta uno strumento fondamentale per la leadership di Xi. Infine, l’epidemia ha permesso al Partito di stringere ancor di più il regime di controllo sociale della popolazione attraverso un capillare utilizzo di tecnologie per il monitoraggio e l’identificazione dei cittadini.

Fin quando Pechino non si scrollerà di dosso questo drammatico episodio, un minor apprezzamento all’estero e il tentativo di conseguire un maggior controllo interno saranno due tratti ricorrenti per la Cina di Xi Jinping.

Una pace nella guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti

La guerra dei dazi USA-Cina iniziata due anni fa il 22 marzo 2018, ha visto una sua nuova evoluzione tre giorni fa, il 15 gennaio appunto, con la firma di una pace, giunta dopo mesi di negoziazioni.

Una pace nella guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti - Geopolitica.info

Il trattato di 86 pagine, o meglio “accordo fase uno”, è stato firmato a Washington e prevede: che gli Stati Uniti rinuncino a imporre gli annunciati dazi del 15% su circa 160 miliardi di dollari di prodotti cinesi; che Pechino si impegni nei prossimi due anni ad aumentare gli acquisti di una serie di servizi e prodotti americani per un valore di 200 miliardi di dollari; che Pechino si impegni a proteggere la proprietà intellettuale “made in USA” e a non svalutare la propria moneta.

Tutto il resto è rimasto invariato, compresi i dazi già in vigore. L’accordo è stato firmato dal Presidente Donald Trump per la parte americana, e dal Vice-Primo Ministro Liu He per la parte cinese. A questo punto una domanda sorge spontanea: perché Xi Jinping non c’era? Per spiegarlo bisogna tornare a ottobre 2019, mese in cui sono iniziate le negoziazioni sui termini dell’accordo di pace. Le trattative sono state condotte da Liu He e Robert Lighthizer, Rappresentante del Commercio Americano. Nel novembre 2019 si sarebbe dovuto tenere a Santiago del Cile il summit dell’Apec (Asia-Pacificc Economic Cooperation) durante il quale si sarebbero dovuti incontrare Donald Trump e Xi Jinping per dialogare circa i termini dell’accordo. A causa delle proteste cominciate in Cile, il convegno è stato cancellato. Da qui le delegazioni dei due Paesi hanno cercato di trovare una possibile nuova location in cui far avvenire l’incontro tra i due presidenti, ma senza successo. Il problema risiedeva probabilmente nel fatto che Xi Jinping volesse incontrare Trump in un contesto che si potrebbe ritenere “laterale”. Così come era accaduto al G20 di Osaka nel giugno 2019, dove il Presidente cinese si era recato per partecipare principalmente al summit e poi, secondariamente, si è intrattenuto in un colloquio privato, vis a vis, con Donald Trump, Xi avrebbe voluto riproporre la stessa dinamica all’Apec. Nel momento in cui questa occasione è venuta a mancare è stato molto difficile, e alla fine impossibile, riuscire a cercare e di conseguenza trovare, una nuova location per l’incontro. Intanto, nel mese di novembre, si sono susseguite una serie ci circostanze che hanno evidentemente condotto il presidente cinese ad essere sempre più restio: dalla fuoriuscita di informazioni delicate come quelle dei “Xinjiang Papers”, alla firma da parte di Trump dell’“Hong Kong Human Rights and Democracy Act”. Nonostante tutto comunque, verso dicembre 2019, le due delegazioni avevano comunicato il raggiungimento di un’intesa sulla pace delle trade war e che il documento che ne avrebbe suggellato l’ufficializzazione sarebbe stato siglato agli inizi di gennaio 2020. I due firmatari dell’accordo sarebbero dovuti essere Liu He e Robert Lighthizer, essendo loro i portavoce delle rispettive delegazioni. Poco prima della firma però, Trump ha deciso di firmare in prima persona l’accordo andando così a creare uno sbilanciamento: da un lato si trovava un vice-primo ministro, dall’atro un presidente. Con le elezioni americane che si avvicinano sempre più e il processo di impeachment che si fa sempre più pressante, evidentemente Trump ha deciso di ricorrere a questo escamotage per motivi elettorali.

Se comunque la “fase uno” dovesse dare risultati positivi, prossimamente si potrà giungere ad una “fase due”, ma molti sono gli scettici al riguardo.

Cosa ci dicono il discorso di Pompeo e il Quarto Plenum del PCC sulla relazione USA-Cina?

Mentre quasi 400 persone affollavano la sala dell’Hotel Jingxi per il tanto atteso Quarto Plenum del 19esimo Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, il 30 ottobre scorso il Segretario di Stato americano Mike Pompeo teneva un discorso di fronte agli ospiti di un evento di gala dello Hudson Institute. Il giorno dopo le porte del Plenum del PCC si riaprivano e veniva diffusa la risoluzione adottata dai delegati convenuti. I due momenti testimoniano in maniera speculare la visione del mondo che Washington e Pechino hanno e con cui si preparano ad affrontare la futura competizione.

Cosa ci dicono il discorso di Pompeo e il Quarto Plenum del PCC sulla relazione USA-Cina? - Geopolitica.info

Dall’eloquente titolo “La sfida cinese”, l’intervento di Pompeo conferma alcune parole chiave e linee guida della politica estera trumpiana nei confronti della Repubblica Popolare Cinese e dimostra che anche dopo la dipartita di John Bolton la linea “dura” della Casa Bianca nei confronti di Pechino non si è attenuata.

A parere di chi scrive sono tre le considerazioni principali da trarre dal discorso del Segretario di Stato. Eccole di seguito:

  1. «The communist government in China today is not the same as the people of China». In questo passaggio si coglie una dimensione cruciale della politica estera statunitense così come della cultura politica americana in generale: la distinzione tra classe governante e popolo. È il Partito Comunista Cinese ad essere «realmente ostile» nei confronti degli Stati Uniti e dei loro valori, non la popolazione cinese che, invece, «ama la libertà». Questa divaricazione tra élite repressiva e popolo rientra perfettamente nella dottrina di politica estera di Donald Trump, il “principled realismpropugnato nella National Security Strategy 2017. Questa linea di pensiero se da un lato, infatti, si ispira alle correnti jeffersoniane e jacksoniane dentro e fuori il GOP e patrocina un maggior isolazionismo e il primato della dimensione nazionale su quella internazionale tra le priorità politiche, dall’altro non riesce completamente a rigettare alcuni assunti tipici della politica estera wilsoniana. Il continuo richiamo alla natura autoritaria dei regimi cinese, russo, iraniano e nord-coreano ne è una conferma lampante e pesa nella valutazione strategica degli obiettivi e delle minacce fatta dall’Amministrazione Trump. Come sostenuto nella NSS-17, infatti, la competizione odierna è tra «coloro che difendono regimi repressivi e coloro che supportano società libere».
  2. «Slow to see the risk of China». Pompeo ripete qui uno dei mantra della visione trumpiana degli affari internazionali. Gli Stati Uniti sono stati ingannati da potenze come Cina, Russia, Iran che hanno simulato di voler trasformarsi in «attori benigni» (NSS 2017) mentre erano determinati a rendere le proprie economie sempre meno libere e corrette e i propri regimi sempre più repressivi. Stando a quanto dice Pompeo, tale inganno si è reso possibile per due motivi interconnessi: perché in quanto americani gli Stati Uniti sono portati a «sperare» nello sviluppo democratico degli altri paesi; perché le amministrazioni precedenti hanno perseguito politiche miopi di “coinvolgimento” (engagement) permettendo alla Cina di crescere forte e minacciosa.
  3. La lista di doléances. Il Segretario di Stato conferma qui i fronti più rilevanti nella relazione tra Washington e Pechino: Taiwan, i diritti umani, la disonesta competizione economica e commerciale, la politica di coercizione cinese nei confronti di Filippine e Vietnam. L’elenco ricalca perfettamente il discorso fatto un anno fa dal Segretario in occasione del secondo round dello U.S.-China Diplomatic & Security Dialogue.

Il giorno seguente il discorso di Pompeo, il Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese ha approvato una delibera in sessione plenaria che è stata poi pubblicata sul Quotidiano del Popolo. Il documento riguarda prettamente le questioni di governance della Cina che sono state il nodo centrale delle discussioni durante il Plenum. Con governance si intende il consolidamento del predominio e del controllo del Partito su tutti gli aspetti della vita politica della RPC. Il «PCC comanda ogni cosa: il Partito, il governo, I militari, la società, l’educazione, l’est, l’ovest, il nord e il sud» recita il comunicato finale del Plenum. Nonostante molti commentatori ventilassero la possibilità di un indebolimento della leadership di Xi Jinping, il Quarto Plenum non sembra aver dato adito a quest’ipotesi. Xi, infatti, esce dalla sessione plenaria con la conferma di essere il «nucleo del Partito». La supposta nomina al Comitato Permanente di due membri aggiuntivi non si è verificata e la massima nomenklatura cinese è rimasta immutata. Il vertice del Partito, quindi, manca ancora di un possibile successore di Xi Jinping essendo gli altri sei membri del Comitato Permanente troppo vecchi.

Intanto, il governo del Cile ha fatto sapere che a causa dei tumulti in corso nel paese non sarà più in grado di ospitare il vertice dell’Asia Pacific Economic Cooperation previsto inizialmente per il 12 dicembre. In occasione del summit, ci si aspettava la firma della “fase 1” dell’accordo-tregua sulla trade-war in corso tra Stati Uniti e Repubblica Popolare. Data la decisione cilena, le due parti starebbero cercando una nuova occasione per siglare il cessate il fuoco.

La sensazione è che a spingere Trump a chiudere l’accordo siano più motivi di carattere elettorale visto l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali del prossimo anno. Le parole di Pompeo, inoltre, confermano che l’opinione sulla Cina dell’Amministrazione in carica non è cambiata anche in seguito alla fuoriuscita di Bolton e Mattis. In questa fase di stallo, quindi, le due potenze sembrano continuare a scivolare sempre più verso una “pace inquieta”.

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

L’Italia e le Vie della Seta
E’ oggettivamente presto per riuscire a comprendere la reale portata dell’accordo siglato a Roma tra Italia e Cina. Ci vorranno anni per capire la reale attuazione dei vari punti. Per poter analizzare sia l’accordo siglato sia le interazioni sino italiane può essere utile ripercorrere brevemente le interazioni tra Roma e Pechino negli ultimi decenni.

 

L’Italia e le Vie della Seta - Geopolitica.info

La via della Seta e il presunto neo colonialismo cinese sono stati al centro del dibattito politico e la Cina è diventata per qualche giorno lo scenario internazionale cruciale anche in Italia. Al termine della visita del presidente Xi restano molti dubbi su tante scelte, del presente e del passato, rispetto alla proiezione italiana nei confronti della Cina.

La visita di Xi Jinping a Roma ha catalizzato l’attenzione dei media nazionali e internazionali, dalle consuete descrizioni dei banchetti ufficiali e dei vestiti della first lady, alle inconsuete interazioni con i giornalisti dei funzionari cinesi e alle dettagliate analisi della politica estera cinese. L’opinione pubblica italiana si è mostrata polarizzata, come sempre, rispetto alla valutazione degli accordi. Molti commenti sono stati dedicati alla mancanza di riferimenti alle violazioni dei diritti umani, dalla situazione dello Xinjiang, ai tanti giornalisti detenuti in Cina sino al mancato rispetto degli appelli per la liberazione dei detenuti per reati di opinione. Si tratta di temi cruciali, che abbiamo trattato in maniera estesa in più occasioni, ma va ricordato che le precedenti missioni istituzionali italiane in Cina hanno seguito esattamente la stessa linea. I vari governi che si sono succeduti negli scorsi decenni hanno sempre accuratamente evitato ogni riferimento a temi sensibili a Pechino quando si sono trovati a siglare accordi economici. Le missioni in Cina durante i governi Renzi e Gentiloni, dalla visita del Presidente Mattarella a Pechino alle numerose e proficue iniziative nelle varie provincie cinese guidate dall’allora Sottosegretario allo Sviluppo economico Ivan Scalfarotto, si sono sempre sottratti dal parlare di temi sensibili come quello dei diritti umani negati. Durante ognuna di quelle visite il confronto con la stampa italiana, sia durante sia al termine delle missioni, è stato ridotto all’essenziale. La comunicazione è avvenuta sempre attraverso comunicati congiunti e nessuno spazio è mai stato riservato a un reale confronto con i media.

La Repubblica Popolare cinese percepisce ogni accenno a temi come Taiwan, Tibet, Xinjiang, attivisti per i diritti civili imprigionati e questioni correlate come delle vere e proprie ingerenze nella proprie questioni interne. Negli scorsi anni varie nazioni europee hanno subito l’ostracismo di Pechino per aver sollevato dubbi su questi temi, dalla Norvegia per il Nobel a Liu Xiaobo alla Francia di Sarkozy per l’incontro con il Dalai Lama. Il governo italiano si è sempre tenuto bene alla larga da ogni possibile frizione con la RPC, lasciando l’arduo compito di ammonire Pechino sul rispetto dei diritti umani alla proiezione diplomatica dell’Unione Europea.

“L’operazione cinese” di Matteo Renzi portò notevoli benefici all’Italia che arrivò addirittura a superare la Francia, che ancora scontava la coda delle incomprensioni tra Sarkozy e Pechino, nei volumi di interscambio con la Cina. Il Partito Democratico si è sempre astenuto da qualsiasi critica nei confronti delle libertà civili in Cina, anche per quanto riguarda l’accordo siglato a Roma le principali obiezioni riguardano la natura politica dello stesso e non le possibili criticità legate alle condizioni dei lavoratori nei paesi della Belt Road Iniziative (BRI). Il centro destra ha sempre mantenuto un’approccio abbastanza distante rispetto alla Cina. E’ ben nota la difficoltà dei governi Berlusconi di mantenere una efficace proiezione italiana nei confronti del paese asiatico. Una significativa, ma minoritaria, parte del centro destra legata a una tradizione liberale ha sempre espresso in maniera netta le preoccupazioni rispetto ai temi dei diritti civili in Cina, senza però riuscire a catalizzare l’attenzione all’interno della propria coalizione.

Un’altro tema del dibattito è stato quello della possibilità di accesso al mercato cinese, essendo gli investimenti stranieri  sino ad ora fortemente limitati. L’annuncio dell’apertura dei mercati finanziari nello scorso anno ha generato una grande aspettativa negli investitori. Ma l’effettiva attuazione dell’annuncio cinese lascia tuttavia molti dubbi e gli investitori stranieri non hanno mostrato sinora troppo fiducia nella proposta di Pechino. Il tema della reciprocità dell’economia di mercato in Cina e delle presunte violazioni dei diritti umani sono relativamente deboli, vista la consuetudine italiana (ma anche europea) di dimenticare le criticità cinese quando si tratta di accordi bilaterali di carattere economico con Pechino.

La differenza della visita di Xi Jinping e della firma del memorandum sulla Via della Seta rispetto ai precedenti accordi risiede nella sua natura politica. L’attenzione dei media internazionali nei confronti dell’accordo sino italiano è stata molto grande, sia in Europa e in America che in Asia. I giornali cinesi hanno dato grande risalto alla firma dell’accordo, presentato in Cina come una vera e propria “entrata” a pieno titolo dell’Italia nel progetto BRI.  Molti quotidiani cinesi hanno riportato le presunte ingerenze statunitensi nella politica italiana, sottolineando come la validità del progetto BRI abbia creato le condizioni per la firma italiana. I quotidiani giapponesi hanno evidenziato l’importanza dell’accordo di Roma sulla BRI mentre la visita di Xi e la firma del memorandum hanno conquistato le prime pagine su tutta la stampa occidentale.

Al di là della reale portata e delle conseguenze dell’accordo, a livello politico la visita di Xi Jinping è stata un vero e proprio successo per la RPC. Nella percezione dell’opinione pubblica mondiale la visita è stata un ulteriore trionfo della nuova assertiva politica promossa dal presidente cinese. La scelta cinese di avviare progetti e iniziativa in zone a basso tasso di sviluppo economico in Italia, come la Sicilia, la Sardegna e la Puglia, dove sono presenti delle basi Nato rappresenta una vera e propria sfida all’alleanza atlantica agli occhi di molti osservatori. Mentre le possibili conseguenze dell’inserimento del tema delle telecomunicazioni nell’accordo firmato è un’altro elemento cruciale. Si tratta di una semplice menzione e sono del tutti assenti sia riferimenti precisi sia modalità di attuazione di progetti congiunti. Ma l’idea di una possibile sinergia con la Cina per lo sviluppo della rete infrastrutturale 5G ha spaventato gli alleati in Europa e in America.

In sostanza le modalità dell’accordo non presentano caratteri inediti, tutti i precedenti governi hanno trattato con la Cina in maniera simile. Riuscendo a tenere l’interscambio commerciale in positivo e mantenere la Repubblica Popolare Cinese nel ruolo di indispensabile partner commerciale, senza però tentare di avviare un reale dialogo su temi sensibili come i diritti umani e la reciprocità dell’economia di mercato.

Il progetto BRI presenta delle criticità, ben note, che rimangono tuttora irrisolte. Si tratta di un progetto mastodontico che ha cambiato la natura dei propri contenuti in varie occasioni e che deve ancora essere messo alla prova. La natura fortemente politica, e la rappresentazione dell’accordo al di fuori dei confini nazionali, è una novità assoluta. Sia i contrasti all’interno del governo tra Lega e Movimento 5 Stelle, sia il mancato controllo sulla narrazione nei media nazionali e internazionali hanno determinato un effetto non positivo per l’immagine nazionale e un eccessivo sbilanciamento rispetto agli effettivi contenuti dell’accordo. La mancanza di un dibattito reale sulle delicate questioni strategiche e legate alla sicurezza nazionale che l’accordo evoca ha dimostrato una scarsa capacità dell’esecutivo di comprendere la portata di medio e lungo termine del memorandum. Soprattuto la finalità dell’accordo non risulta chiara mentre i vantaggi di Pechino in termini di immagine sono sin da subito evidenti. Agli occhi dei media mondiali l’accordo ha visto l’ingresso di una delle più importanti economie europee di un membro del G7,  di un paese fondatore della UE e della terza economia dell’Eurozona all’interno del progetto BRI. La realtà è sicuramente diversa ma l’incapacità di comunicare la vera natura dell’accordo è un elemento negativo, rispetto alla proiezione internazionale dell’Italia. Dall’altro lato i vantaggi italiani sembrano più incerti. L’accordo potrebbe generare un maggior interscambio tra i due paesi ma, ad oggi, non possiamo essere certi del risultato.

In Europa sino ad oggi solo la Germania ha mostrato di poter occasionalmente dialogare in maniera efficace con la Cina, mentre i tentativi di approccio bilaterale degli altri paesi non hanno conseguito risultati soddisfacenti. La dimostrazione di una capacità italiana per uno spazio di manovra con la Cina, al di fuori della cornice europea, era evidentemente uno dei principali obiettivi del memorandum appena siglato. Ma la divisione interna del Governo e i dubbi sulle modalità e sulla natura dell’accordo hanno parzialmente sconfessato il ruolo italiano.