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Geopolitica della crisi venezuelana

Il Venezuela è nel baratro, a un passo dal default e dalla guerra civile. Le immagini che provengono dal paese, con gente ridotta alla fame per mancanza di cibo e acqua sembrano provenire dai libri di storia. Per le strade di Caracas scarseggiano i beni di prima necessità, la gente è in coda dalle prime luci dell’alba per acquistare cibo nei supermercati ormai vuoti.

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Nella Repubblica Bolivariana di Venezuela, l’inflazione all’inizio dell’anno ha sfiorato il 200 per cento. La crisi cha attanaglia il paese sudamericano è dovuta principalmente al crollo del prezzo del petrolio grazie a cui il paese incassava il 90 per cento di valuta estera dalle esportazioni.

A livello politico, il presidente Nicolas Maduro, erede e delfino del compianto presidente Hugo Chavez, è alle prese con forti proteste di piazza che chiedono le sue dimissioni. Lui, il presidente, continua a temporeggiare e a incolpare della crisi e della conseguente mancanza di cibo, farmaci ed elettricità  soggetti esterni.

Insomma ciò che sta divorando la Repubblica Bolivariana del Venezuela è un complotto per Maduro che ha decretato lo stato d’emergenza. Il presidente  respinge e dichiara incostituzionale ogni tentativo dell’opposizione di indire un referendum per destituirlo. “Se l’opposizione riuscisse a centrare il proprio obiettivo e a togliere di mezzo questo figlio di Chàvez, questo umile operaio, non chiedeteci nessuna clemenza”, ha affermato il presidente nel momento in cui gli hanno presentato il milione di firme raccolte per chiedere il referendum revocatorio nei suoi confronti.

Lo spettro di un golpe o di una guerra civile aleggiano dalle parti di Caracas, mentre le risse davanti ai supermercati e alle farmacie sono all’ordine del giorno. La tensione sociale è altissima, non a caso dall’inizio del 2016 sono aumentate in maniera esponenziale le rapine e gli omicidi.

Ma quali sono le cause che hanno portato la Repubblica Bolivariana cosi ricca di petrolio e materie prime sull’orlo del default e della guerra civile? Come detto in precedenza, il calo del prezzo del petrolio, di cui il paese è esportatore.

Altra causa della crisi è la debolezza del Bolivar, la moneta venezuelana. Ma a pesare è soprattutto la corruzzione, un socialismo applicato in maniera molto personale da Maduro e ancor prima da Chàvez, a cui molti in realtà attribuiscono le colpe maggiori della crisi.

Ma nonostante tutti questi segnali economici negativi, il Venezuela regge. Il paese paga regolarmente le rate sul debito e inoltre, caso molto curioso, attrae gli investitori stranieri. Il paese con più riserve al mondo di petrolio potrebbe risollevarsi non appena il prezzo del greggio tornerà ad aumentare.

Ma, a pesare sul futuro del Venezuela c’è come già detto la crisi politica e sociale. L’Osa (Organizzazine degli Stati Americani) potrebbe intervenire per applicare la “Carta Democratica”, utilizzabile per i paesi in cui la democrazia è minacciata.

Anche il referendum per destituire Maduro, se realizzato entro la fine dell’anno potrebbe cambiare l’assetto politico del paese. Le firme raccolte dall’opposizione sono state riconosciute legittime, ora non ci rimane che vedere cosa farà Maduro per restare a galla e riportare pace e giustizia sociale ai suoi cittadini.

Perché l’emergenza primaria per la Repubblica Bolivariana, al di là dei risvolti politici, rimane la fame che attanaglia il popolo venezuelano.

Venezuela al capolinea? Intervista all’economista Asdrúbal Oliveros

Dalla morte del Presidente Hugo Chavez, avvenuta il 5 Marzo 2013, il Venezuela ha iniziato una spirale economica negativa che sembra inarrestabile. Quarant’anni fa era la quarta economia del mondo (in termini pro-capite), oggi rischia il default. Per decifrare le cause della crisi economico-politica più grave del Sudamerica (persino peggiore della crisi brasiliana) Geopolitica.info ha intervistato Asdrúbal Oliveros, uno degli economisti più esperti e stimati del Paese. Oliveros è direttore di Ecoanalitica, società venezuelana di consulenza economico-finanziaria, ex Senior Economist di Santander Investment a Caracas, editorialista per Infolatam e altre riviste di settore.

Venezuela al capolinea? Intervista all’economista Asdrúbal Oliveros - Geopolitica.info

Può descriverci la situazione attuale?

Il Venezuela vive una crisi molto grave, non solo economica, con ripercussioni sociali, politiche, istituzionali e internazionali. Parliamo di un Paese che ha sperimentato una distruzione istituzionale e che, con la caduta dei prezzi del petrolio come detonante, ha portato in superficie una crisi economica molto grave, prodotto dei disequilibri multipli accumulatesi nel tempo senza essere risolti (e che tutt’oggi risultano irrisolti). Il governo ha optato per applicare misure singole, senza una risposta strutturale. Come risultato, dal 2013 gli indicatori economici continuano a deteriorarsi: contrazione dell’economia, incremento dell’inflazione e, di conseguenza, aumento della povertà. Tutto questo prefigura uno scenario sufficientemente complesso.

Pensa che il Paese sia già vicino al default?

Dal punto di vista tecnico il Venezuela ha rispettato tutti i suoi impegni finanziari (buoni del tesoro e altre obbligazioni). Tuttavia, dal 2012 il debito con il settore privato non ha fatto che aumentare e praticamente il Paese non ha accesso al credito internazionale, così da rendere il finanziamento alle importazioni inesistente.

Quali pensa siano le tre principali cause del fallimento economico?

In primo luogo, la incapacità dell’Esecutivo di creare e mettere in pratica un programma di ripresa economica integrale di ampio respiro. In secondo luogo, il chavismo in quanto modello economico è pensato come una struttura clientelare di distribuzione della rendita petrolifera; è diventato sovra-dipendente da questa portando lo Stato a non avere, oggi, alternative. Terzo, la incapacità [dell’Esecutivo, ndr] di stabilire accordi con i vari attori della società sulle sfide verso i cambiamenti da attuare nell’economia venezuelana.

Recentemente The Economist ha paragonato il Venezuela attuale allo Zimbabwe degli anni 2000. Le sembra una analogia corretta?

Vi sono molte similitudini, soprattutto perché il Venezuela si avvia, se non vengono presi correttivi in tempo, verso un processo iper-inflazionario. Infatti, analizzando i dati fino a marzo, la inflazione sottostante già segna 568,7% anno su anno. Nel 2015 l’inflazione sottostante calcolata da Ecoanalitica segnava  383,1% mentre nei primi tre mesi del 2016 è già salita a 105,1%.

L’opposizione controlla da dicembre l’Assemblea parlamentare. Ha presentato un pacchetto di riforme economiche in contrasto al “paquete economico” già presentato dal Presidente Maduro?

Oltre ai poteri che vengono riconosciuti all’opposizione con la maggioranza qualificata, la grande sfida che i deputati eletti hanno di fronte a loro sarà legiferare, svolgere il ruolo di controllori e contrappeso al potere esecutivo. L’Assemblea Nazionale deve concentrare i suoi sforzi su tre aree chiave. La prima, interpellare i ministri e chiedere un rendiconto sul loro operato valutando le misure economiche prese e le azioni che intendono prendere per superare la crisi. La seconda, esercitare un maggior controllo sull’esecuzione del bilancio, dato che attualmente la spesa non è né controllata né trasparente. La terza, esigere la trasparenza e la prontezza nella pubblicazione delle statistiche e dei dei dati ufficiali, così come l’implementazione della Ley de Acceso a la  Información, misura imprescindibile per valutare le politiche pubbliche.

L’ideale è che si possa stabilire un meccanismo di costruzione del consenso attorno alle riforme economiche e istituzionali e che queste vengano inserite in una agenda condivida dai poteri pubblici. Tuttavia, date le circostanze attuali ciò risulta improbabile. Quindi, cosa può fare una Assemblea Nazionale controllata dall’opposizione in uno scenario di scontro istituzionale? La Assemblea dovrebbe, oltre ai suoi compiti legali e costituzionali, concentrarsi su una riforma istituzionale che consideri due elementi chiave in una democrazia moderna: la costruzione di contrappesi e la decentralizzazione.

Inoltre, l’Assemblea deve forzare l’Esecutivo ad attuare i correttivi di politica economica. Esiste il rischio che la Assemblea rimanga inattiva, pensando che senza agire non sopporterà costi e che i costi politici siano maggiori nel caso promuovesse correttivi. Data la situazione economica che vive il Venezuela, il costo di continuare ad essere considerato un potere pubblico inoperante può essere molto alto. E questo non è ad esclusivo appannaggio del partito di governo. Questo punto è un fattore chiave per il successo di un programma correttivo: si tratta della capacità di costruire consenso tra diversi attori politici che vantano interessi divergenti. Il lavoro della coalizione di opposizione all’interno dell’Assemblea esige maturità politica. Se è vero che non sono i responsabili diretti della situazione economica attuale, è altrettanto vero che non hanno margine di manovra per implementare un programma di riforme. Così, hanno ora il compito di iniziare a formare le basi per il superamento della crisi con un nuovo quadro istituzionale nel contesto di un modello che ha collassato.

Quale reputa sia la misura più urgente che il Governo, con l’appoggio dell’opposizione, dovrebbe adottare?

Anzitutto, il controllo cambiario (in Venezuela il mercato valutario è regolato dallo Stato, ndr). La teoria economica spiega che i disequilibri nel mercato valutario comportano alte ripercussioni negli altri mercati, soprattutto in quelle economie mono-produttrici e con un alto grado di apertura commerciale. È il caso del Venezuela, dove il 33,5% dei beni finali sono importati. Attualmente il Paese si appoggia su un meccanismo di distribuzione e controllo della vendita di valute che presenta deficienze funzionali, incluso un sistema di cambi differenziali con distorsioni che rendono il cambio non ufficiale posizionato 100 volte più in alto rispetto al tasso ufficiale di VEB 10/US$.

Raccomandiamo una flessibilizzazione dei prezzi partendo da una revisione dei prodotti che sono attualmente controllati. In uno studio abbiamo stimato che circa il 70% del paniere è regolato. La percentuale potrebbe scendere al 20%, includendo il gruppo di prodotti di consumo basici del cittadino venezuelano. Quei prodotti sottoposti a controllo cambiario devono essere soggetti ad una revisione trimestrale dei prezzi. Una politica di flessibilizzazione dei prezzi deve essere orientata a diminuire la scarsità strutturale che affligge il Paese, una misura chiave per la riattivazione dell’apparato produttivo e per incrementare la produzione locale. Sebbene come conseguenza di questa revisione dei prezzi l’inflazione aumenterebbe, è possibile mitigare l’impatto nel potere d’acquisto con misure compensative indirizzata alla fascia di popolazione più colpita.

Per riattivare l’apparato produttivo, oltre alla flessibilizzazione del controllo cambiario è necessario diminuire gli ostacoli prodotti dalla burocrazia nonché offrire una maggiore protezione per la proprietà privata. In altre parole: migliorare gli indicatori Doing Business (Indicatori economici segnati dalla Banca Mondiale, ndr) creando un clima imprenditoriale migliore e propizio per l’attrazione di capitali.  

Sul fronte monetario si deve eliminare il finanziamento monetario del Banco Central de Venezuela (BCV). Per fare questo risulta fondamentale una svalutazione del tipo di cambio Cencoex che consenta a Pdvsa (Petróleos de Venezuela, l’azienda petrolifera statale, ndr) di vendere valuta a un tipo di cambio superiore rispetto a quello attuale. In questo modo si allevierebbe il flusso di cassa di Pdvsa, la quale è e rimarrà in difficoltà per la diminuzione dei prezzi del petrolio.

Si deve programmare una politica monetaria restrittiva che dia al BCV il controllo totale della politica monetaria con l’obiettivo di controllare l’inflazione nei prossimi anni. Visto le dimensioni del deficit fiscale e il suo meccanismo di finanziamento, quanto maggiore sarà il correttivo valutario scelto (e, quindi, minore emissione monetaria), maggiori saranno le ripercussioni sul mercato non ufficiale. Parimenti, è necessario un aggiustamento graduale dei tassi di interesse portandoli a tassi reali positivi, contestualmente all’obiettivo della riduzione di inflazione così da incrementare nel  medio e lungo periodo la capacità di risparmio del venezuelano.

Una importante fonte di disequilibrio economico è la dimensione del deficit fiscale del settore pubblico in senso stretto. Considerando le distorsioni macroeconomiche la svalutazione da sola non è sufficiente. È fondamentale la razionalizzazione della spesa poiché un aggiustamento del tasso di cambio senza una riduzione della spesa pubblica non diminuirà significativamente il deficit.

Inoltre: un aggiustamento importante come quello che si propone deve essere accompagnato da misure sociali compensative orientate ai settori della popolazione maggiormente colpiti. In uno scenario di aggiustamento dei prezzi si deve garantire a questi settori l’accesso ai prodotti basici del paniere, i più soggetti all’aumento dell’inflazione. È altrettanto importante concentrarsi sul settore sanitario salute, area fondamentale nella quale ben si esprime la diseguaglianza. É importante l’enfasi nella prevenzione e nella qualità dei servizi offerti. Per questo è vitale l’accesso delle valute nel settore sanitario, in modo che la rete di ospedali e cliniche possa contare su ingressi che consentano la operatività. Altri settori nei quali canalizzare risorse sarebbero la sicurezza urbana e il trasporto pubblico, che prende in considerazione un settore più ampio della popolazione, così da incrementare la qualità di vita di tutti i venezuelani.

Pensa che, nella situazione attuale, vi sia un vero dialogo tra la dirigenza moderata di Governo e opposizione? Il Governo può ancora contare su alleati in grado di sostenerlo? (Cuba, Bolivia, Equador?)

Penso che non sia ancora stato avviato un processo formale di dialogo. Esistono conversazioni informali, ma nulla di più. La ragione principale risiede nel fatto che il chavismo non si sente sufficientemente debole per propiziare o vedersi obbligato a iniziare questo processo. È un elemento chiave che emergerà nei prossimi mesi e fondamentale per superare la crisi. In merito agli alleati, il Venezuela risulta sempre più isolato nel contesto internazionale benché il resto dell’America Latina stia affrontando i suoi propri dilemmi interni.

La gente in Venezuela si è accorta del cambio di rotta in America Latina, dai governi populisti ai governi liberali di destra?

Certo, anche qui il chavismo ha perso sostegno popolare. Cosa più importante, il chavismo ha smesso di essere maggioranza. Tutti gli studi seri di opinione mostrano che oggi il chavismo è dato perdente in qualsiasi elezione. Questo è un cambiamento di importanza radicale. L’opposizione è riuscita, nel dicembre scorso, ad ottenere la maggioranza dei 2/3 del potere legislativo combattendo una campagna diseguale e senza risorse. Un cambiamento storico. Tuttavia, non bisogna smettere di ricordarlo, il chavismo continua a mantenere il controllo istituzionale dello Stato, un apparato gigante e potente.

Ultima domanda. Perché la Colombia ha fatto un balzo in avanti rispetto al Venezuela negli ultimi 15 anni pur presentando caratteristiche similari? Quali sono state le decisioni economiche chiave dietro a questo successo? Bogotà potrebbe essere un modello per Caracas?

Credo che Colombia e Venezuela non siano così simili, a parte la vicinanza geografica. La Colombia è testimone di un lungo processo di implementazione di riforme, con un quadro istituzionale più forte e il dramma di affrontare per molto tempo un conflitto armato – ciò prefigura una realtà molto diversa. Questo cammino ha permesso alla Colombia di crescere, ridurre la povertà e ampliare il bacino della classe media. Tra le tante sfide, le tocca ora quella della disuguaglianza. Però oggi è molto meglio posizionata rispetto al Venezuela. Invece di imitarla Caracas ha bisogno di sostituire il suo modello con uno che le permetta lo sviluppo di tutto il nostro potenziale, e questo è fattibile e credo che siamo vicini ad ottenerlo.

 

La vittoria della MUD e il tramonto del chavismo in Venezuela

I risultati delle elezioni venezuelane sono un forte segnale contro le politiche di Maduro. Dopo la vittoria di Macri in Argentina e la grave crisi brasiliana, gli equilibri dell’America latina sono definitivamente mutati, ma la fase di transizione per il paese che ha guidato lo spostamento a sinistra nella regione sarà complessa.

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La vittoria dell’opposizione in Venezuela è stata netta e decisa, perfino il distretto 23 de Enero, considerato una vera e propria roccaforte del chavismo, tanto da ospitare la tomba di Hugo Chávez ha votato contro Nicolás Maduro. I numerosi tentativi di Maduro di occupare, anche parzialmente, il vuoto mediatico lasciato dalla morte di Chávez sono miseramente falliti. Gli interminabili show con cui il defunto presidente intratteneva il paese sono stati imitati e replicati da Maduro e da altri esponenti dell’assemblea nazionale con risultati sia di audience che di ritorno d’immagine assolutamente scadenti. Le cadenas nacionales, una modalità di comunicazione prevista dalla costituzione che permette al presidente di parlare alla nazione interrompendo i programmi televisivi, hanno costituito il vero e proprio tratto fondante della politica di Chávez.

Oltre 2200 apparizioni in undici anni di presidenza, circa una trasmissione ogni due giorni, hanno accompagnato ogni momento della vita del paese. Le cadenas e il successivo fallimento delle tentate riedizioni di Maduro rappresentano al meglio l’impossibilità di raccogliere il lascito politico della rivoluzione bolivariana iniziata da Chávez nel 1999.  Un sistema basato sul superamento del liberismo economico e del “capitalismo selvaggio” in favore di un modello di crescita autonomo, ispirato a un misto di giustizia sociale e populismo nazionalista. Ma soprattutto una autocrazia basata su un vero e proprio culto della personalità che ha avviato un processo di concentrazione della gestione del potere nelle mani di un élite di anno in anno sempre più ristretta. Le difficoltà economiche legate all’abbassamento del prezzo del greggio hanno influito in maniera determinante ma la personalizzazione della scena politica avviata da Chávez ha di fatto reso impossibile un prosieguo credibile.

La corruzione nel paese caraibico è giudicata come endemica da tutti gli osservatori internazionali, il tasso di criminalità è tra i più alti al mondo e le città venezuelane primeggiano nelle classifiche delle metropoli più pericolose del globo. La triste vicenda che ha visto coinvolti due cugini della first lady, arrestati negli Stati Uniti per traffico di droga, non ha certo aiutato la campagna elettorale e al tempo stesso rappresenta una metafora di un paese oramai ripiegato su stesso. L’inflazione ha raggiunto tassi iperbolici, circa il 200 per cento nell’ultimo biennio e le file per acquistare beni di prima necessità sono la norma ormai da alcuni anni. Maduro ha dichiarato che accetterà il verdetto delle urne “con etica e morale”, ma gli ostacoli sul percorso del chavismo in Venezuela sembrano essere molti.

I riferimenti ai complotti internazionali e a fantomatici nemici esterni non hanno impressionato i cittadini venezuelani e la situazione economica del paese appare gravissima. Il rischio di un default per il prossimo anno sembra concreto e le uniche soluzioni percorribili in tempi brevi sono uno smantellamento del complesso sistema sistema statale messo in piedi da Chávez e una riforma del controllo valutario della Banca Centrale del Venezuela, praticamente una vera e propria rinuncia al lascito della rivoluzione bolivariana.  Anche i prossimi passi del partito di opposizione uscito vincitore dalle urne, la Mesa de la Unidad Democrática (MUD), non semplici. Le prime mosse saranno probabilmente legate alla liberazione dei tanti prigionieri politici detenuti nelle carceri venezuelane, la campagna elettorale è stata fortemente incentrata su questo tema e la popolazione si è mostrata molto sensibile alle continue violazione dei diritti umani esercitate dal governo.

La maggioranza dei due terzi permetterà alla MUD di controllare sia l’autorità elettorale che la nomina dei giudici della corte suprema. La minaccia di un possibile referendum costituzionale per sottoporre al giudizio popolare il prosieguo della presidenza Maduro giocherà un ruolo fondamentale, ma la riconversione ad una economia di mercato sarà un processo lungo e complesso. La grave crisi del paese potrebbe ulteriormente acuirsi e generare scenari drammatici e una possibile coesistenza tra la MUD e il chavismo sembra improbabile. La maggior parte dei leader dell’opposizione hanno vissuto in prima persona le conseguenze della repressione politica e la contrapposizione tra i due blocchi appare insanabile.

Gli equilibri della regione sono sempre più instabili, con il Brasile che si sta avviando verso una probabile nuova fase politica e un vento di liberismo ispirato dalla vittoria di Macri in Argentina. Un supporto della comunità internazionale per il Venezuela appare come la soluzione più auspicabile e il paese potrebbe trasformarsi in un laboratorio politico per la regione, cercando un equilibrio con l’Europa e soprattutto trovando un inedito rapporto con gli Stati Uniti.

 

Argentina e Venezuela: processi di democratizzazione a confronto

Fin dai tempi più antichi la democrazia è stata oggetto di riflessione per luomo e nonostante le siano state attribuite numerose definizioni e metri di misurazione, gli otto criteri di Robert A. Dahl sono quelli che riscontrano maggior consenso tra gli studiosi. Tali criteri sono: il diritto di voto, il diritto di poter essere eletti, lesistenza di elezioni libere e pacifiche, il diritto dei leader politici di competere per il consenso del voto, la libertà di associazione, la libertà di espressione, lesistenza di fonti alternative di informazione, lesistenza di istituzioni che rendono le politiche pubbliche dipendenti dal voto e da altre espressioni delle preferenze.

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Al tempo stesso, Freedom House classifica i Paesi come liberi, parzialmente liberi o non liberi secondo indicatori non troppo diversi da quelli appena elencati, ovvero i diritti politici, come il diritto di partecipare a elezioni libere e competitive e i diritti civili, come la libertà di parola e di associazione.

Le tre ondate di democratizzazione in America

Il celebre politologo Samuel Huntington sostiene che la democrazia si è affermata a partire dal XIX secolo attraverso le ondate di democratizzazione. Per ondata di democratizzazione intendiamo una serie di passaggi da regimi autoritari a regimi democratici, concentrati in un determinato periodo di tempo, in cui il numero di fenomeni che si producono nella direzione opposta è nettamente inferiore. Questi movimenti comprendono anche quei processi di democratizzazione parziale ovvero, quei Paesi che non sono sfociati necessariamente nella piena democrazia. Nel mondo moderno si sono verificate tre ondate di democratizzazione e due ondate cosiddette di “reflusso” che hanno seguito le prime due.

La prima ondata, della durata di quasi un secolo, trova le sue radici nelle rivoluzioni francese e americana ma la data in cui convenzionalmente si fa iniziare è il 1828. Questa ondata è caratterizzata specialmente dall’introduzione di istituzioni democratiche a livello nazionale, come l’allargamento del suffragio e l’introduzione dello scrutinio segreto. Gli anni venti e trenta del XX secolo sono caratterizzati invece da un ritorno alle forme tradizionali di autoritarismo: non a caso infatti la prima ondata di reflusso si fa iniziare con la marcia su Roma di Mussolini.

La seconda ondata di democratizzazione è certamente più breve della prima e prende piede alla fine della seconda guerra mondiale. In America Latina i Paesi che tentarono la strada verso la democrazia durante gli stessi anni della guerra furono Brasile, Uruguay e Costa Rica.

Altri Stati tra cui Argentina, Colombia, Venezuela e Perù elessero dopo il 1945 dei governi con suffragio popolare i quali però non riuscirono a sopravvivere a lungo. Il riflusso di questa ondata sfociò infatti in un ritorno a varie forme di autoritarismo soprattutto in questa area geografica. Il processo democratico venne infatti bloccato da dittature militari particolarmente drammatiche. Tra gli anni sessanta e settanta si assistette a numerosi golpe di stampo militare soprattutto in Argentina, Brasile e Cile tanto che si arrivò a parlare di “autoritarismo burocratico”. Sono tipiche di questi anni alcune teorie legate proprio alle scarse possibilità di riuscire ad applicare la democrazia nei paesi in via di sviluppo.

Infine, la terza ondata prese inizio con la Rivoluzione dei Garofani in Portogallo nel 1974 e da questo momento in poi, il passaggio verso la democrazia ha avuto dimensioni globali. L’eco europeo della terza ondata giunse alla fine degli anni settanta nel continente sud americano: in Brasile venne eletto il primo presidente civile nel 1974 dopo il processo di “apertura” e in Argentina fu la sconfitta della guerra delle Falkland che favorì l’elezione di un governo civile nel 1983.

La difficile democratizzazione del continente

Nel corso della storia, è facile riscontrare eventi simili che sono avvenuti più o meno contemporaneamente in Paesi vicini. Questo discorso vale anche per le ondate di democratizzazione. Il ruolo del “contagio” o effetto emulativo è molto forte nella nostra area di interesse, come si può riscontrare nella serie di golpe militari avvenuti in un breve arco temporale oppure la crisi dei regimi che colpì Bolivia, Argentina e Brasile tra gli anni settanta e ottanta. In questa area furono predominanti i fattori politico-militari durante i mutamenti di regime. In Argentina il sistema politico oscilla tra la democrazia e l’autoritarismo, quasi come se fosse un’alternanza fra partiti: questo sistema viene detto “schema ciclico”. In questi Paesi si registrano degli alti livelli di disordine e corruzione e l’intervento militare è spesso indispensabile. Nonostante il favore popolare, i militari, non riuscendo ad affrontare la crisi economica e la politicizzazione dell’esercito, sono costretti a ritirarsi.

In Venezuela invece lo schema di cambiamento di regime viene definito del “secondo tentativo”. In questi casi un Paese passa da un regime autoritario ad uno democratico in un primo momento; successivamente il sistema fallirà per una serie di motivi come una guerra o una crisi economica. Questo è il momento per un nuovo regime autoritario di prendere il potere per un determinato periodo di tempo, fino a quando non sarà compiuto un secondo e più riuscito sistema democratico.

Argentina e Venezuela oggi

I dati statistici di Freedom House riportano che in America il 68% degli Stati sono totalmente liberi, il 29% parzialmente liberi e il 3% è rappresentato dall’unico Paese non libero, Cuba.

L’Argentina appartiene alla categoria dei Paesi liberi e il suo punteggio di freedom rating nel 2014 (ovvero quel criterio che valuta ad esempio il rispetto dei diritti politici e delle libertà civili) era pari a 2,0 su una scala da 1 a 7, dove il punteggio 1 è considerato la massima soglia di libertà e democraticità. Al contrario il Venezuela appartiene alla categoria dei Paesi parzialmente liberi e il suo punteggio di freedom rating è 5,0. Esso rappresenta la quarta economia dell’America Latina, basata soprattutto sull’estrazione e la raffinazione del petrolio (il Venezuela è membro dell’Opec). Maduro, attuale Presidente della Repubblica, ha cercato con la sua amministrazione di stabilizzare l’economia, non riuscendo però a diminuire il tasso d’inflazione che è il più alto al mondo. Il Venezuela sta seguendo un trend piuttosto in discesa per quanto riguarda il suo status democratico: ciò deriva soprattutto dalla risposta repressiva del governo durante alcune manifestazioni dell’opposizione, con arresti di massa e un utilizzo eccessivo della forza da parte delle forze dell’ordine. Proprio a causa di simili episodi, il diritto di protestare è diventato un tema piuttosto sensibile negli ultimi anni, nonostante la libertà di riunione e associazione pacifica vengano garantite dalla Costituzione.

A livello politico il voto e il conteggio sono considerati liberi ed equi ma la distinzione tra le istituzioni statali e il partito al governo è praticamente inesistente. Il sistema giudiziario è altamente politicizzato e corrotto: la corruzione dilaga in tutto il Paese tanto che il Venezuela si è classificato al 161° posto su 175 Paesi intervistati nel 2014 riguardo l’indice di corruzione.

La libertà di culto viene generalmente rispettata, mentre la libertà di stampa e quella di espressione subiscono diverse restrizioni. Il governo ha infatti il potere di controllare il contenuto della radio e della televisione e una legge del 2004 impone delle limitazioni sull’uso di internet. Nonostante questo, i social network tra cui Twitter hanno un ruolo chiave e restano enormemente popolari soprattutto per dare voce ad attivisti e giornalisti dell’opposizione.

Purtroppo anche la protezione dei Diritti Umani non viene sempre ben attuata dal governo venezuelano. I reati di violenza contro le donne sono piuttosto diffusi ma difficilmente  puniti; inoltre le donne sono scarsamente rappresentate nel governo.

Le condizioni carcerarie e dei detenuti sono tra le peggiori del continente: si contano almeno 150 morti all’interno delle carceri nei primi sei mesi del 2014. Infine, i diritti fondamentali dei popoli indigeni, i quali rappresentano circa il 2% della popolazione, raramente vengono rispettati dalle autorità locali. Nonostante la situazione sotto il Presidente Chavez sia andata notevolmente migliorando, queste comunità sono soggette ad abusi in particolare lungo il confine con la Colombia; la Costituzione riserva loro tre seggi all’Assemblea Nazionale.

La situazione dell’Argentina risulta diversa. Collocata tra i Paesi liberi, rappresenta insieme al Brasile una tra le nazioni più sviluppate dell’America Latina. Tuttavia l’alto tasso d’inflazione sta peggiorando notevolmente le sorti dell’economia, raggiungendo tra il 2014 e il 2015 quasi l’orlo della bancarotta. Una forte crisi economica prese piede già negli anni 2001/2002 quando la nazione dovette dichiarare il default sulle obbligazioni internazionali, ammettendo la sua impossibilità di far fronte agli impegni economici.

Come si è detto, in Argentina la democrazia si instaurò definitivamente nel 1983 con la sconfitta delle Falkland che portò la fine della dittatura militare e l’elezione del Presidente Alfonsìn. La spietata dittatura che interessò gli anni dal 1976 al 1983 si macchiò di gravi crimini contro l’umanità: il governo infatti condusse una crudele politica di repressione nei confronti dell’opposizione. Sequestri, arresti e deportazioni di massa erano all’ordine del giorno: si parla di circa 30.000 desaparecidos, ovvero persone sparite letteralmente nel nulla.

Il diritto di organizzare partiti politici viene tendenzialmente rispettato e il sistema multipartitico offre una reale possibilità di competere per il potere politico. La libertà di espressione e associazione si realizzano nelle organizzazioni civiche che svolgono un ruolo chiave all’interno della società, soprattutto per combattere l’alto tasso di corruzione che, come in quasi tutto il continente sud americano, ha radici molto profonde. Lo stato si è infatti classificato al 107° posto nell’indice di corruzione del 2014.

Le donne partecipano attivamente alla vita politica argentina, esempio lampante è la figura del Presidente Cristina Fernàndez de Kirchner; inoltre nel 2010 l’Argentina è diventata il secondo Paese del continente americano, dopo il Canada, a legalizzare le unioni omosessuali a livello nazionale.

Conclusioni

La crisi politica ed economica che sta vivendo il Venezuela è osservata in silenzio dalla comunità internazionale, in particolare da quella sud americana. Le pratiche anti democratiche possono sfociare facilmente in catastrofi internazionali e le democrazie spesso compiono l’errore di attendere lo scoppio di una crisi prima di intervenire.

La terza ondata di democratizzazione ha portato più di ottanta Paesi verso la svolta democratica nonostante in alcuni casi non si sia del tutto realizzata.  La Storia però ci insegna che il processo democratico può essere esportato, anche laddove le premesse non sono favorevoli, attraverso il “contagio” dei suoi ideali e non per mano militare.

Who is who: Nicolas Maduro

Nome: Nicolas Maduro
Nazionalità: venezuelana
Data di nascita: 23 novembre 1962
Chi è: neo-eletto presidente venezuelano successore di Chavez

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Nicolas Maduro Moros è stato eletto presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela lo scorso 15 aprile con un margine del 1,73% di voti sullo sfidante Enrique Capriles. Non gli è servito a nulla dunque l’interim presidenziale iniziato il 5 marzo – che aveva notificato ex post una vicepresidenza vicaria che durava invece dall’inizio di dicembre – per consolidare l’investitura di Chavez.  

L’ormai scomparso ex presidente aveva infatti annunciato al popolo l’8 dicembre, oltre al ricovero all’Havana per la recrudescenza del tumore, di fare affidamento su Maduro durante la sua assenza e di votare per lui qualora non fosse stato più in grado di svolgere il mandato presidenziale. In quasi quattro mesi Maduro ha avuto dunque la possibilità di provare le sue doti di “delfino” sia in Venezuela che nel resto dell’America Latina. L’eredità lasciata da Chavez è stata però oltremodo gravosa: continuare a portare avanti il verbo bolivarista nel paese e nel continente Sud Americano. E l’esito delle elezioni ha sancito un dato di fatto: il puro bolivarismo è nato e si è concluso con Chavez, seguendo la stessa parabola del leader carismatico.

A Maduro non è bastato sfruttare l’onda emotiva per la morte di Chavez, e pur conducendo una campagna elettorale di pochi giorni, è riuscito a bruciare quel milione di voti di vantaggio portati dal caudillo nell’ultima tornata elettorale dell’ottobre scorso, vinta proprio contro Capriles. La pesante e farraginosa ridistribuzione dei proventi del petrolio connesso all’abbassamento generale dei prezzi dei combustibili fossili, la mancanza di una libera iniziativa privata, le forti carenze strutturali del mercato interno connesse ad uno sviluppo industriale inadeguato, il pesante welfare, e infine la violenza endemica nelle zone urbane, fanno del Venezuela un paese a forte rischio di disgregazione. La mano forte di Chavez, legata ad una capacità di tenere legate le varie fazioni del Partito Socialista Unito (Psuv) con una attenta distribuzione delle cariche, aveva impedito forti scosse sociali.

La figura di Maduro, ex autista di autobus divenuto nel 2006 ministro degli Esteri, è stata incapace di affascinare come il primo Chavez anche per il peso di una rivoluzione socialista che ormai metà del popolo rifiuta in nome di una politica riformista più moderata e liberale incarnata da Capriles. Eppure Maduro era stato scelto per la sua fedeltà, oltre che a Chavez, alla “rivoluzione” bolivariana e per i suoi ottimi contatti affinati negli anni soprattutto con Cuba, la migliore alleata del Venezuela. Negli ultimi anni però l’afflato del bolivarismo è venuto meno manifestandosi in tutta la sua evidenza nei giorni delle elezioni: Maduro era dato vincente con almeno dieci punti percentuali di vantaggio. Ora con il paese spaccato e la dura repressione nelle piazze dei dissidenti, il mandato di Maduro inizia in salita: ha di fronte due scelte.

Continuare con una politica accentratrice intransigente per avere ancora dalla sua l’apparato militare e non disgregare il partito; oppure iniziare con un’apertura all’opposizione per evitare tensioni sociali tali da sfociare in rivolta. Comunque vada il bolivarismo e le sue emanazione interregionale (Alba) subiranno una battuta d’arresto: l’impossibilità di affermare la via al socialismo del XXI secolo in casa propria rende politicamente improbabile una piena supremazia regionale venezuelana nell’area a nord del Rio delle Amazzoni. 

 
Evoluzioni controverse nella politica venezuelana

La situazione politica in Venezuela è sempre più indecifrabile. Nel senso che gli avvenimenti sembrano andare in un’unica direzione, ma l’opinione pubblica nordamericana ed europea, in particolare, interpretano scenari che differiscono dalle notizie che ci giungono dal paese. Il 14 agosto l’Assemblea Nazionale ha approvato la controversa Ley Orgánica de Educación (LOE). La legge, come si evince facilmente dal titolo, si riferisce all’educazione e alla pubblica istruzione.

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In realtà Chavez ha inserito nella stessa molti articoli che avrebbero dovuto trovare posto nella cosiddetta nuova “Ley Mordaza”, legge bavaglio come la chiama l’opposizione, ossia una normativa volta a limitare la libertà di stampa tramite una sospensione della licenza a “quei media che promuovono, fanno apologia o incitano alla guerra, al delitto, alla discriminazione o siano in qualsiasi modo contrari alla sicurezza nazionale”. Già esiste una normativa del 2004 molto severa nei confronti dei mezzi di informazione difformi rispetto alla dottrina di stato, ma Chavez ha più volte anticipato di voler rivedere la stessa giudicata inadeguata rispetto alla “propaganda imperialista”. La stessa LOE contiene i prodromi della nuova legge “Mordaza”, all’articolo 50 si proibisce la “pubblicazione di informazioni che producano terrore tra i bambini, incitino all’odio, all’aggressività e all’indisciplina”.

Insomma una serie di limitazioni che non si rifanno a regole o canoni misurabili ma che si prestano facilmente come strumento di censura arbitraria. Il giorno stesso dell’approvazione della legge si sono svolte una serie di manifestazioni spontanee nella città di Caracas e un’assemblea degli studenti, che ha convocato una corteo di protesta per lo scorso 22 Agosto. Quando, il giorno prestabilito, la manifestazione giunse all’Avenida Libertador, essa fu dispersa dalla Polizia e dalla Guardia Nacional con i lacrimogeni, senza che nessuno dei partecipanti avesse in qualche modo attuata qualche forma di violenza. Le immagini della repressione della protesta furono trasmesse solo da Globovision e tutti i partiti dell’opposizione accusarono il capo della Guardia Nacional della violazione del diritto alla manifestazione pacifica, sancito dalla costituzione. Ma lo stesso presidente Chavez assume su di sé la responsabilità dell’intervento dichiarando che “chiamai Benavides(il capo della Guardia Nacional) e mi disse che stavano provocando lui e la sue truppe” e che la vera colpa era “dei borghesi e dei borghesucci che manifestano contro la dignità della patria”. Il 26 agosto 13 dipendenti del Comune di Caracas sono stati arrestati mentre protestavano pacificamente sotto il Tribunale Supremo di Giustizia proprio contro la decisione di trasferire tutte le competenze economiche dell’amministrazione cittadina ad una nuova autorità federale appositamente approvata da Chavez.. Le elezioni del novembre 2008 hanno eletto Ledezma come sindaco di Caracas, ma il governo di Chavez ha sempre ostacolato l’operato dell’esecutivo cittadino, prima negando l ‘accesso al Municipio, poi varando una serie di norme ad hoc che delegittimano l’autonomia della giunta municipale. Nella giornata seguente il Prefetto di Caracas Richard Blanco è stato prelevato da sei uomini armati ed arrestato. Blanco è a tutti gli effetti il vice di Ledezma ed è il presidente del partito politico del sindaco di Caracas.

Lo studente Julio Rivas ha passato 22 giorni in prigione sempre a causa della partecipazione ad una marcia di protesta. L’amministrazione di Chavez controlla sia la Corte Suprema che altri tribunali minori, e le proteste dell’opposizione non riescono a raggiungere l’opinione pubblica estera. La recente passerella del presidente venezuelano a Venezia in occasione della mostra del cinema, al di là delle solite e sterili polemiche politiche sull’opportunità della visita, non ha costituito un’occasione per parlare della situazione del paese. L’anomalia della democrazia in Venezuela è evidente e andrebbe affrontata dalla stampa estera in maniera serena e al di là delle differenze ideologiche. Purtroppo, le interpretazioni pregiudiziali fioccano ed occupano l’intero spazio pubblico destinato al dibattito, dove dovrebbero al contrario affermarsi analisi anideologiche. Un imperativo sempre più impellente, specie per l’Italia: dal nostro Paese salparono infatti i progenitori di molti dei venezuelani di oggi.

 

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