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Venezuela: intervista all’Onorevole Delmastro
Intervista di Giangiacomo Calovini all’Onorevole Delmastro sulla situazione in Venezuela.

Venezuela: intervista all’Onorevole Delmastro - Geopolitica.info

Onorevole Delmastro quanto accade in Venezuela in queste ore è al centro dell’attenzione in ogni parte del mondo ma il declino di questo paese è iniziato da molto tempo. Come mai se ne parla solo adesso?

L’iperinflazione, la corruzione governativa e l’assoluta mancanza di una politica industriale sono tra le cause originarie di questa tragedia; inoltre la ricchezza petrolifera è stata utilizzata solo in termini di redistribuzione senza mai immaginare un progetto industriale che potesse aiutare il paese e di certo anche le sanzioni degli Stati Uniti hanno accelerato il processo. In ogni caso il mainstream di una parte del Parlamento italiano ha steso una cortina di fumo sul fallimento dell’ennesimo esperimento di socialismo economico e poco o nulla si sapeva delle sanguinarie violazioni dei diritti umani che hanno condotto all’esodo forzato più di 2.000.000 di Venezuelani.
L’Europa nelle ultime ore ha mostrato più coraggio allineandosi alle posizioni del nord e sud America? E’ un passaggio obbligato anche se tardivo?
 
L’Europa ha emesso l’ennesimo ruggito del coniglio. La posizione può sintetizzarsi così: nessun riconoscimento delle elezioni farsa di Maduro, appoggio all’ Assemblea Nazionale e al leader Guaidó, invocazione di libere elezioni, ma incredibilmente nessun riconoscimento di Guaidó quale Presidente ad interim. Ancora una volta l’Europa si tiene una porta aperta e la sua diplomazia è sempre felpata. Ci sono però momenti in cui il cerchiobottismo Europeo non è altro che l’incapacità di salire sul treno della storia.
Cina e Russia si ostinano a difendere Maduro parlando di ingerenze da parte degli USA? Non le pare un po’ paradossale detto da due paesi che di certo non si limitano ad intervenire negli equilibri di altre nazioni?
Pechino e Mosca sono tra i paesi più interventisti del mondo e talvolta non è di certo un danno. Se Putin non fosse intervenuto oggi l’integralismo islamico, indirettamente agevolato dall’Occidente, governerebbe probabilmente la Siria, aprendo scenari inquietanti per la sicurezza Europea. Il diritto all’autodeterminazione dei popoli con la logica della violazione dei rapporti di forza in campo o l’interventismo in nome di diritti inviolabili e umani utilizzati a corrente alternata non sono altro che espedienti per giustificare una posizione o la sua opposta. La Russia ha interessi geostrategici, militari e economici in Venezuela punto!

La frattura tra USA e CINA è sempre più insanabile e quale scenario ci aspetta?
La frattura tra Cina e America è difficile immaginare quale scenario ci riserverà in futuro. Certo è che tale fattura ha determinato la fine della globalizzazione e forse anche la fine del libero mercato. Dazi, protezionismo, difesa della industria nazionale sono i temi dell’agenda Trump in materia economica. Non so se Trump abbia trovato le risposte giuste per le grandi sfide economiche poste dalla Cina ma va riconosciuto che ne ha compreso la gravità e questo è già tantissimo. Sino ad oggi l’Occidente intero si cullava nella convinzione che saremmo diventati una economia di servizi mentre la Cina con piani industriali quinquennali ha mirato a smontare le nostre capacità imprenditoriali, parzialmente riuscendoci. Trump ha compreso la “dichiarazione di guerra industriale” e ha colto come un paese non può sopravvivere con un’ economia di servizi. La risposta è quella giusta? Non so, la storia si incaricherà di dircelo. Certo è finita la politica dello struzzo e l’intervento dello Stato nella difesa della produzione nazionale è l’unica risposta all’altezza del pericolosissimo mix di dirigismo, capitalismo e pianificazione industriale orientale. Si aprono tempi e scenari interessanti.

Lei è stato tra i primi a prendere posizione sulla vicenda Venezuelana a nome del suo partito chiedendo il riconoscimento di Guaidò ma il Governo nicchia. Come mai e che giudizio da all’ Esecutivo di Conte in Politica Estera?
Anche sul Venezuela l’Italia paga la frattura ideologica e politica tra i due azionisti di Governo. Un Esecutivo che nasce da un contratto è già un Governo che ammette l’esistenza di interessi contrapposti. Evidentemente la vita e la politica si incaricano di introdurre imprevisti e allora scoppiano le contraddizioni. Sul Venezuela la Lega sembra intenzionata a non farla passare liscia al sanguinario dittatore Maduro e sembra voler intervenire al fianco della nostra comunità nazionale ma il movimento penta stellato sembra collocarsi agli antipodi. In Commissione Esteri il grillino Cabras ha elogiato la grande, avanzata e libera democrazia di Maduro e ascoltandolo mi sembrava di essere su un altro pianeta. I colleghi della Lega erano in imbarazzo, ma alla fine hanno chiesto il rinvio della mia risoluzione che chiedeva il riconoscimento di Guaidó. Ma non è la prima volta che questo accade. Sulle sanzioni alla Russia la Lega pensa una cosa e il M5S l’esatto opposto: tragicamente siamo andati in Europa a votarle e confermarle contro tutte le promesse di Salvini in campagna elettorale. Sulla politica estera l’Italia oscillerà spaventosamente tra posizioni grilline e leghiste cosicché ancora una volta la posizione dell’Italia è terribilmente inesistente. Ricordo a tutti che in Venezuela c’e una enorme comunità nazionale di italiani, stremati, impauriti, affamati che urlano libertà e ci vogliono al loro fianco. Sarebbe criminale lasciarli attendere una posizione chiara dell’esecutivo che pare talvolta scegliere con il lancio della monetina.
Due governi per un paese in ginocchio: la crisi Venezuelana

Lo scorso 23 gennaio l’opposizione al governo chavista è scesa in piazza per una protesta poderosa in tutto il paese. Contemporaneamente il presidente dell’Assemblea Nazionale Juan Guaidó, si autoproclama nuovo presidente temporaneo del paese. Dall’altro lato Maduro ha risposto chiamando i propri sostenitori in strada in difesa del governo dando di fatto il via all’ennesimo scontro tra i due poli opposti che attualmente animano un’alterna guerra civile nel paese. Ad oggi questi scontri hanno generato 16 vittime.

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Siamo tuttavia dinanzi all’ennesimo atto di una vicenda che parte da lontano ovvero dal giorno della morte di Hugo Chavez (5 marzo 2013). Con la morte del leader massimo del movimento socialista e bolivarista venezuelano (oggi riassunto con il termine chavismo) si è creato un vuoto politico nel paese difficile da colmare soprattutto considerando il carisma insostituibile dello stesso Chavez. Detto ciò le successive elezioni hanno comunque premiato la corrente socialista seppur con un esiguo vantaggio (50,78% dei consensi) e portato alla guida del paese Nicolas Maduro. Ma proprio il cambio alla leadership ha evidenziato una vulnerabilità del progetto socialista incapace di uscire dalla visione storica e chiavista per rinnovarsi in un necessario adattamento alle nuove sfide. Vulnerabilità ben letta dall’opposizione che in apertura del 2014 è subito scesa in piazza per “chiedere” una maggiore sicurezza sociale. Preteste che tuttavia sono presto tramutate in vere e proprie guerriglie di piazza aggravando oltre misura le statistiche nazionali collegate alla violenza e alle morti violente. La risposta del governo è stata altresì dura giungendo fino alla detenzione di importanti leader di opposizione come Leopoldo Lopez. Ma il 2014 ha visto il paese caraibico impegnato su un altro fronte ovvero il crollo internazionale del prezzo del petrolio. Questo è stato per Caracas un duro colpo in termini finanziari ed economici visto che la stessa economia del paese è collegata pericolosamente al settore energetico tanto da definirsi “economia monoprodotto”. Dall’inizio della presidenza Chavez ad oggi infatti il Venezuela ha sì nazionalizzato il settore energetico, ma da questo non è riuscito a svincolarsi in termini di dipendenza. A nulla sono valsi i tentativi di diversificazione produttiva mediante l’incentivo all’iniziativa privata cooperativa e le ingenti misure assistenziali per la redistribuzione delle ricchezze sono rimaste una voce importante delle spese dello stato. Spese ripagate a loro volta dal petrolio che una volta accusata la recessione ha visto Caracas in forte difficoltà finanziaria. Difficoltà ulteriormente aggravata dal subentrare di sanzioni finanziarie unilaterali ai propri danni introdotte dall’amministrazione Obama che nella destabilizzazione sociale venezuelana ha inteso vedere un “pericolo per la propria sicurezza”. Sanzioni tutt’oggi in essere in quanto confermate e ampliate dall’amministrazione Trump. Il blocco finanziario e il crollo del prezzo del petrolio uniti agli ingenti investimenti interni sostenuti dal governo non hanno fatto altro che dar vita ad una galoppante inflazione che di conseguenza ha fatto registrare una regressione del benessere sociale (oggi secondo la Caritas le famiglie venezuelane in condizioni di povertà sono l’82%). A poco sono valsi i pagliativi trovati dal governo per mitigare la svalutazione: rilancio del Bolivar Soberano come nuova moneta, creazione della criptovaluta Petro, continuo innalzamento del salario minimo hanno avuto un effetto brevissimo per dirsi validi strumenti di rilancio economico ed anche la conclamata diversificazione produttiva resta tutt’oggi un miraggio difficile da conseguire (soprattutto con la situazione sociale in essere).

A fine 2015 lo stesso popolo venezuelano ha poi bocciato la linea politica chavista esprimendosi nelle elezioni legislative in favore dell’opposizione al governo. Con il voto di fine 2015 l’Assemblea Nazionale, ovvero l’organo legislativo del paese, ha subito un ribaltamento in termini di composizione politica finendo con l’essere a maggioranza assoluta in mano alle forze politiche d’opposizione. Situazione difficile che rischiava di creare un vero e proprio blocco legislativo e che è stata evasa nel 2017 dal governo con la creazione di un nuovo organo, l’Assemblea Costituente, capace di sostituirsi nelle sue funzioni all’Assemblea Nazionale. Una scelta politica che non ha fatto altro che acuire gli antagonismi interni al paese e le proteste contro il governo.

Da questo momento in poi, anzi già dal 2016, l’opposizione sfida il governo a livello internazionale arrogandosi il diritto di rappresentare il paese in ambito internazionale. Uno dei leader dell’opposizione, Henrique Capriles Radonski, infatti inizia un tour ufficiale nella regione per accogliere consensi istituzionali nella campagna anti Maduro: Argentina, Paraguay e infine l’OSA (Organizzazione degli Stati Americani) accolgono con favore le istanze dell’opposizione e si schierano apertamente contro il governo chavista. L’OSA addirittura impugna più volte la Carta della Democraticità (articolo che prevede l’imprescindibilità per un paese membro di rispettare i parametri di democraticità) per imbastire un’azione ingerente nella questione venezuelana. Democraticità poi finita anche sotto la lente d’ingrandimento del Mercosur (di cui il Venezuela è membro) con la conseguente sospensione temporanea (2017). Tutti contro Maduro quindi che di tutta risposta ha avviato la procedura d’uscita del proprio paese dall’OSA e ad ha mantenuto una dialettica aggressiva nei confronti delle sovranità ostili. Internamente poi ha cercato in modo blando di imbastire un dialogo con le opposizioni che di contro chiedevano e continuano a chiedere nuove elezioni. Elezioni che in vero ci sono state nel 2018, ma le stesse sono state boicottate dal grosso degli oppositori politici dando spazio ad una riconferma di Maduro con il 60,84%. Un dato che in realtà è difficile da leggere vista la non convergenza dei dati dell’affluenza alle urne: l’opposizione parla del 30% mentre il governo attesta le affluenze tra il 40 e il 50%. Elezioni che poi sono state non riconosciute dal Gruppo di Lima (un apposito organo internazionale latinoamericano costituito nel 2017 per analizzare la questione venezuelana e costituito da Argentina, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Guatemala, Guyana, Honduras, Messico, Panama, Paraguay, Perù e Santa Lucia) e dagli Stati Uniti.

Condizione non proprio idilliaca per Maduro che vede ulteriormente accrescere la tensione interna nel paese tanto da subire un attentato il 4 agosto 2018 e ripetuti tentativi di golpe disinnescati da un attento esercito ancora oggi fedelissimo alleato e parte integrante del chavismo. Ma proprio dall’esercito viene l’ultimo tentato colpo di stato: il 21 gennaio scorso 27 militari hanno tentato un assalto ad una caserma. Un’insurrezione fallita ma significativa visto anche quanto accaduto due giorni dopo ossia il 23 gennaio data dell’autoproclamazione alla presidenza del leader d’opposizione Juan Guaidó. Questo nuovo governo, che attualmente convive con quello in essere chavista è stato sin da subito riconosciuto dai governi di Stati Uniti, Canada, Ecuador, Perù, Argentina, Brasile, Colombia e a seguire da Regno Unito, Spagna e Francia. Si sono astenuti Messico e Uruguay mentre ad esprimere il proprio disaccordo e al contempo appoggio al governo di Maduro sono stati Bolivia, Cuba, Nicaragua, El Salvador, Russia, Cina e Turchia. La risposta immediata di Maduro è stato un esplicito atto d’accusa nei confronti degli Stati Uniti e conseguente espulsione di tutti i funzionari statunitensi dal territorio venezuelano. Di contro Washington ha in prima battuta vietato il rimpatrio per poi procedere al recupero dei propri funzionari dal paese caraibico.

Le scelte dell’amministrazione Trump vanno ben oltre la questione democratica ed ideologica ed hanno una natura molto più pragmatica. Se le accuse di Maduro sono dirette all’ingerenza statunitense nella questione politica del paese, le scelte di Trump appaiono come un’ammissione di colpa e un’inamovibile desiderio di cambiamento politico nel paese caraibico. Le congetture internazionali hanno subito un definitivo assestamento con le elezioni brasiliane dell’autunno 2018. Con la vittoria di Bolsonaro il paese più importante in termini economici del Sud America ha portato gli equilibri regionali in un’inconfutabile riallineamento alla Dottrina Monroe: Argentina, Ecuador, Colombia, Paraguay, Perù e infine il Brasile hanno visto un ripristino dell’ideologia neoliberista alla ledership dei rispettivi paesi e quindi hanno dato spazio ad una contrapposizione ideologica importante e maggioritaria all’ideologia chavista. Con Bolsonaro il quadro regionale quindi appare favorevole all’innescamento di una pressione internazionale nei confronti di Maduro che agli occhi di Washington (punto di vista pragmatico) ha la colpa di mantenere una nazionalizzazione del settore energetico poco conforme alle necessità del libero mercato. Ciò va considerato soprattutto se si analizza come il Venezuela sia in possesso delle riserve petrolifere mondiali più importanti (concentrate nel Bacino dell’Orinoco) e come lo stesso paese preferisca siglare accordi di partnership con Cina e Russia (competitor economici degli Stati Uniti). L’amministrazione Trump ha bisogno di foraggiare il rilancio economico su vasta scala del proprio paese e per fare ciò non può prescindere dalle ricchezze di paesi vicini come il Venezuela.

Maduro indubbiamente nel suo percorso politico ha fatto numerosi errori che lo hanno spinto ad essere immagine di un governo sempre più vulnerabile e solo, ma la scelta internazionale di legittimare un governo d’opposizione parallelo a quello chavista può solo aggravare la situazione interna nel paese andando a colpire la popolazione che oggi risulta spaccata in questo schieramento di forze andando a delineare una situazione di guerra civile. La strategia internazionale e dell’opposizione appare chiara: mettere sempre più pressione al governo per indurlo all’errore capace di determinare un’ingerenza esplicita da parte dei paesi favorevoli al cambio di governo. Intanto si cerca anche la strada per giungere ad un’implosione interna del sistema chavista: Juan Guaidó ha offerto l’amnistia a chi voglia abbandonare il chavismo per congiungersi al Venezuela che verrà. Una sorta di occhiolino all’esercito (vero ago della bilancia per il buon esito del colpo di stato), ma anche un’offerta a Maduro per uscire indenne da ogni possibile ingerenza statunitense.

 

 

Venezuela e Colombia dopo il voto: gli opposti lungo la linea del confine

Per certi versi sembrerà di rivivere il periodo 2002-2010 quando la leadership colombiana era guidata da Álvaro Uribe Vélez e in Venezuela Hugo Rafael Chávez Frías era saldamente alla guida del paese. Oggi come allora, si torna ad una scomoda convivenza regionale tra uribisti e chavisti.

Venezuela e Colombia dopo il voto: gli opposti lungo la linea del confine - Geopolitica.info

Il 20 maggio a Caracas è stata sancita la continuità del governo di Nicolas Maduro tra tante polemiche interne e una reiterata ostilità internazionale. Maduro ha vinto con ben il 67,76% dei voti in una tornata elettorale caratterizzata da un’affluenza in vero scarna (circa il 46%). Elezioni alle quali si è arrivati con il grosso dell’opposizione per propria volontà, spettatrice passiva di una vittoria annunciata. Una protesta che se da un lato ha concesso alla leadership una facile riconferma, dall’altro lato ne mette in dubbio ogni autentica capacità rappresentativa della propria popolazione. Le ragioni delle opposizioni sono ben consolidate nel tempo e partono dalle proteste del 2014 fino ad arrivare alla tessitura di una rete internazionale atta ad istituzionalizzare la condanna del governo chavista.

Il 2014 si apriva con le proteste di piazza contro l’aumento della violenza nel paese per poi trascendere a loro volta in ulteriori atti di violenza. Ma lo stesso 2014 porta con se il drastico ribasso dei prezzi del petrolio a livello internazionale, finendo per evidenziare per l’ennesima volta le contraddizioni del Venezuela: paese ricco di risorse, ma con un’economia cronicamente dipendente da queste. Il petrolio perde valore e l’economia venezuelana vacilla pericolosamente portando sino ad oggi gli effetti di misure assistenzialiste perpetrate nel tempo, mancanza di diversificazione produttiva, incompiuto sviluppo infrastrutturale. L’alta inflazione è solo uno dei tanti effetti di questo sistema che vede anche azzerato il successo di Chavez in termini di riduzione della povertà e creazione di benessere sociale. L’opposizione ha approfittato della situazione di crisi per aggredire istituzionalmente il governo in carica ottenendo anche molti successi nazionali e internazionali: nel 2015 il MUD, ossia l’ampia coalizione antichavista, ha vinto le elezioni parlamentari conquistando la maggioranza dei seggi nell’Assemblea Nazionale e rischiando di fatto di portare a una situazione di immobilismo legislativo. Empasse risolta dal governo in modo sempre meno diplomatico senza mai cercare un concreto dialogo con l’opposizione ma estromettendola di fatto da ogni partecipazione: all’inizio i decreti d’urgenza del presidente della repubblica venivano utilizzati per evadere ogni passaggio istituzionale dall’Assemblea Nazionale e successivamente, una riforma costituzionale nel 2017 sostituisce l’organo legislativo con l’Assemblea Costituente.

Da questo momento parte una controffensiva di opposizione che oltre a mantenere alto il livello di proteste interne al paese, crea una rete internazionale di condanna all’operato del governo di Maduro. Nel 2015 il primo passo viene fatto da Obama che da Washington attiva un primo pacchetto di sanzioni finanziarie contro Caracas definendola un pericolo per la sicurezza nazionale (sanzioni poi inasprite negli anni da Trump). Nel 2016 è l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) a mettere forti dubbi sulla democraticità dell’operato del governo chavista e a questa farà eco il Mercosur fino alla sospensione ufficiale di Caracas dal Mercato Unico del Sud (2017). Atto finale di questa contrapposizione internazionale, a decisione di non riconoscere l’esito delle elezioni dello scorso 20 maggio da parte di molti paesi della regione e non solo.

Lo scorso 17 giugno anche in Colombia si è decisa la leadership presidenziale da qui al 2021. Il primo turno (27 maggio) ha evidenziato quanto era già percepibile da un anno a questa parte ovvero la forte ascesa degli uribisti nel favore popolare, poi confermata proprio il 17 giugno con il 53,98% dei voti in favore di Ivan Duque. I conservatori di Centro Democratico tornano alla guida del paese dopo ben due mandati del liberista e socialista Juan Manuel Santos Calderón. L’uscente presidente ha comunque lasciato un segno indelebile nella storia del paese portando all’epilogo una guerra civile di oltre mezzo secolo che infettava la stabilità del paese. La pace tra governo e i guerriglieri delle FARC non è che il più importante lascito di un presidente nell’ultimo secolo di storia del paese.

Ma proprio dalla pace occorre ripartire per valutare quanto da ora in poi avverrà con Ivan Duque e ancor prima dal suo mentore ossia colui che è a capo dello stesso partito vincitore: Alvaro Uribe. Da sempre contrario ad una transizione pacifica nel conflitto tra guerriglia e governo, Uribe è stato tra i principali critici al governo di Santos. Lo stesso Uribe nel 2016 ha promosso, ottenuto e vinto un referendum atto a rinegoziare i contenuti dell’accordo di pace tra Farc e governo. Un primo tassello al ritorno della corrente uribista alla guida del paese. Ma il segnale più evidente è stato dato dal risultato elettorale per l’elezione dei componenti del nuovo parlamento (11 marzo 2018): il Centro Democratico ha conquistato 33 seggi (su 166) alla Camera e 19 al Senato (su 102 totali). Numeri relativamente importanti se sommati ai seggi di altri partiti di destra con i quali è possibile giungere ad una convergenza politica.

Ed eccoci infine al 17 giugno e alla vittoria del quarantunenne Duque sull’uomo della sinistra radicale Gustavo Petro. Una vittoria che riporta all’ordine del giorno i contenuti dell’accordo di pace con i guerriglieri delle FARC con il neopresidente che in campagna elettorale si è mostrato fermamente convinto sulla necessità di riformare unilateralmente i contenuti dell’accordo. L’impressione è quella che a FARC disarmate si possa attivare un contro processo che di fatto riporterebbe i militanti guerriglieri ad una latitanza per evitare la scure degli uibisti mai inclini al dialogo. Scure che potrebbe tradursi in arresti tra le alte sfere dell’ex nucleo guerrigliero e nell’estromissione degli stessi dalla partecipazione attiva alla vita politica del paese. Un ritorno al passato dunque per la pace sociale colombiana, ma questa volta con i guerriglieri in netto svantaggio strategico nei confronti del governo centrale.

Ma come in passato è un altro il tema che tornerà nei prossimi giorni all’ordine del giorno: la contrapposizione ideologica tra chavisti e uribisti che tornano a doversi confrontare a livello istituzionale. Uribe non ha mai nascosto la propria insofferenza nei confronti di Chavez e con Santos, seppur i rapporti tra i due paesi fossero notevolmente migliorati, è rimasta nitida l’impressione di essere al cospetto di due paesi che si sopportano ma che non si amano (soprattutto se vista dal punto di vista di Bogotà). Ma con l’ascesa di Doque le tensioni tra i due paesi confinanti potrebbero tornare a crescere andando ulteriormente ad intaccare la visione di una regione unita nello sviluppo e nell’interazione politico-sociale.

VIII Summit delle Americhe: premesse

Dal 13 al 14 Aprile avrà luogo a Lima (Perù) l’ottavo Summit Ordinario delle Americhe. L’incontro internazionale avviene prima dei grandi appuntamenti elettorali che riguarderanno i principali paesi del Sud America e nel bel mezzo del attuazione di una politica commerciale di chiusura da parte degli Stati Uniti.

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A pochi giorni dall’apertura del Summit Ordinario delle Americhe è utile vedere quali sono le condizioni geopolitiche in cui si arriva a tale incontro internazionale appartenente all’OSA (Organizzazione degli Stati Americani). Innanzi tutto partiamo dagli assenti ovvero il Venezuela di Nicolas Maduro e Cuba. L’isola caraibica come da consuetudine si autoesclude dopo esser stata formalmente riammessa nel 2009 all’interno dell’OSA. L’Avana resta ferma sulla sua posizione quale atto di protesta nei confronti del persistere dell’embargo unilaterale statunitense da oltre cinquant’anni attivo a proprio sfavore. E Cuba lascerà vacante si la sua poltrona, ma rimarrà pur sempre nei pensieri di chi si riunirà a Lima. Soprattutto Donald Trump avrà modo di dibattere sulla condizione dell’isola scambiando pareri ufficiosi sul prossimo cambio alla leadership che riguarderà la stessa Cuba. Raul Castro questo il 19 aprile lascerà la guida del paese segnando un cambio storico sull’isola caraibica. Dopo il piano di riforme economiche avviato nel 2008 dallo stesso Raul succeduto al fratello Fidel Castro, oggi è il sistema politico a riformarsi partendo proprio dai suoi vertici. Cuba cambia e Washington appare avere una posizione attendista nei suoi riguardi in attesa di capire come e se varieranno le attitudini politiche di L’Avana e del suo nuovo leader (tutto sembra portare alla nomina di Miguel Diaz-Canel).

Differente invece il caso di Caracas. Il Venezuela pur avendo avviato nel 2017 la procedura per abbandonare l’OSA (gesto di protesta nei confronti del persistere di una generalista condanna internazionale nei confronti del governo di Maduro e della sua gestione dell’attuale crisi economico-politica interna) avrebbe tutto il diritto di prender parte al Summit. Una partecipazione utile anche per tentare di smorzare i toni e riaprire tavoli di dialogo con gli attori internazionali a Caracas contrapposti (in primis Washington che ha avviato da tempo diverse procedure sanzionatorie contro il governo venezuelano), ma che non avrà luogo a causa del mancato invito all’appuntamento di Lima. Pedro Pablo Kuczynski, (ex)presidente del Perù, ha infatti escluso ufficialmente Maduro dal Summit facendosi in vero portavoce del più generico antagonismo governo chavista (più volte esplicitato dagli attuali governi di Stati Uniti, Argentina, Brasile, Paraguay tra gli altri). Resta tuttavia, quello venezuelano, un altro tema all’ordine del giorno del summit seppur non espressamente dichiarato. A tener banco sono le prossime e discusse elezioni presidenziali (20 maggio salvo nuove variazioni) che vedranno contrapposto all’uscente Maduro un esiguo e poco carismatico numero di alternative (i nomi più popolari sono stati estromessi dalla candidatura dallo stesso governo in carica). Non si può non constatare quanto le elezioni venezuelane saranno in prospettiva oggetto di grande dibattito internazionale e da queste scaturiranno nuove e diverse interazioni geopolitiche regionali.

Tra i presenti invece abbiamo alcuni presidenti che quest’anno lasceranno la guida dei rispettivi paesi e che quindi si congederanno a questo Summit dalla platea internazionale. Juan Manuel Santos presidente della Colombia conoscerà il suo successore il 27 maggio prossimo e lo farà con la certezza di aver lasciato un segno indelebile nella storia del suo Paese. Proprio Santos è stato protagonista dell’avvio e della conclusione del processo di pace interno al paese che ha portato all’epilogo una condizione di guerra civile longeva oltre mezzo secolo. Differente invece la posizione di Michel Temer in Brasile, che il prossimo ottobre lascerà la presidenza senza alcuna speranza di riconferma. Temer, subentrato a Dilma Rousseff, dopo la destituzione di questa per impeachment (2016), non ha certo lasciato il segno nella popolazione brasiliana e da questa ha progressivamente preso le distanze perseguendo una politica fortemente neoliberale atta a rimuovere gran parte della progettualità di lungo periodo predisposta dal Partido dos Trabalhadores. Ma è proprio il PT a cercare nuovamente la leadership del paese sventolando la candidatura del carismatico Lula da Silva, una mossa che se da un lato pone il partito in una condizione di vantaggio nei confronti dei suoi rivali, dall’altro fa trapelare una pericolosa imprescindibilità dal suo più blasonato esponente politico. Anche Enrique Peña Nieto si presenterà al Summit sul finire della propria presidenza. A luglio il Messico deciderà a chi affidare la presidenza di un paese che con Nieto non ha certo vissuto momenti facili. L’eredità che il prossimo presidente riceverà dall’attuale mandatario è quella di un paese in cui la violenza è tornata a crescere in modo preoccupante e ancor peggio una situazione geopolitica di non facile gestione. Città del Messico infatti sembra destinata a perdere il suo principale partner commerciale e politico, ovvero gli Stati Uniti che con Donald Trup riscrivono il quadro delle relazioni strategiche regionali. Se la dialettica del tycoon sul muro alla frontiera messicana lascia il tempo che trova, il dietrofront sugli accordi del NAFTA, causano concrete preoccupazioni al Distretto Federale. La chiusura commerciale statunitense vuol dire dover trovare un nuovo mercato di destino per quanto di quel poco più del 70% dell’export (a tanto ammonta l’incidenza del mercato statunitense sull’export messicano) verrà estromesso dall’interscambio con il paese a nord del Rio Grande. Città del Messico dovrà con ogni probabilità riscrivere le proprie strategie puntando su una più che equilibrata diversificazione dei propri partner commerciali guardando a sud dei propri confini e cercando di implementare gli interscambi con il mercato asiatico.

Tra gli altri illustri invitati ci saranno Evo Morales (Presidente Bolivia) e il neo eletto (dicembre 2017) presidente cileno Sebastián Piñera e tra i due un esposto boliviano al Tribunale dell’Aia avente ad oggetto l’accesso sovrano all’Oceano Pacifico. Da un lato Evo Morales, che lascerà la presidenza nel 2019, chiede a gran voce il ripristino della sovranità boliviana sui territori a nord del Cile (persi nella Guerra del Pacifico di fine ‘800) e dall’altra la presidenza cilena che a prescindere dai suoi interpreti ha sempre inteso ignorare ogni pretesa del paese andino. Al summit ci sarà Lenín Moreno (Presidente Ecuador) figlio della Rivoluzione Cittadina del suo predecessore Correa, ma che dalla stessa ha inteso prendere le distanze per dare una propria identità al nuovo corso politico ecuadoriano. Ma fra i tanti mandatari ci sarà anche una defezione dell’ultimo momento che stride fortemente con la cornice delineata. Mancherà proprio il firmatario degli inviti al summit ossia il Presidente peruviano Kuczynski che a poco meno di due anni dall’elezione rinuncia alla presidenza surclassato dagli scandali che lo vedo al centro di una compravendita di voti in parlamento volti a evitarsi la più grave accusa di corruzione. L’ormai ex mandatario infatti sembra aver favorito l’impresa di costruzione brasiliana Odebrecht nell’acquisizione di diversi appalti sul territorio peruviano. Una situazione paradossale per il paese ospitante del Summit anche perché il titolo dato a questa sezione di lavori non è altro che “La governabiltà democratica dinanzi alla corruzione”. Spetterà a Martín Vizcarra, vice di Kuczynski e ora suo successore, fare gli onori di casa per un Summit delle Americhe che appare più che altro interlocutorio tra paesi per lo più nel pieno della propria transizione politica compreso quello che più di tutti appare il grande osservatore d’eccellenza, ovvero gli Stati Uniti dove Donald Trump ad oggi non ha ancora dato un segno concreto alla politica estera statunitense nel sub continente latinoamericano. Ogni presidente statunitense è stato artefice di un Corollario alla Dottrina Monroe, ovvero di una personale interpretazione all’influenza geopolitica di Washington a sud del Rio Grande, ma Trump ad oggi ha più provocato che attuato una propria strategia.

Dopo l’arresto di Lopez e Ledezma in Venezuela, cosa fa l’Italia?

Leopoldo Lopez, cofondatore insieme a Henrique Capriles e Julio Borges di Primero Justicia, e Antonio Ledezma, ex sindaco di Caracas, entrambi già agli arresti domiciliari, sono stati prelevati durante la notte e portati in un carcere militare. L’accusa è legato a un presunto piano di fuga preparato dai due oppositori di Maduro.

Dopo l’arresto di Lopez e Ledezma in Venezuela, cosa fa l’Italia? - Geopolitica.info

Si tratta chiaramente della immediata conseguenza della nuova Costituente, il presidente venezuelano aveva esplicitamente dichiarato che il ruolo principale dell’organismo era diretto a contrastare l’azione dell’opposizione e la stampa indipendente. Maduro aveva minacciato di attivare una repressione violenta nei confronti dei leader dell’opposizione, colpevoli di fomentare “le insensate manifestazioni degli ultimi mesi”. Le elezioni per la Costituente si sono tenute la scorsa domenica, durante la giornata elettorale le opposizioni, che hanno boicottato le urne, hanno ripetutamente mostrato le foto dei seggi vuoti. L’affluenza dichiarata dal governo è del 41 per cento mentre seconde le opposizioni solo 2,5 milioni di venezuelani si sono recati alle urne, facendo registrare un’astensione del 90 per cento. Il dato più grave della giornata elettorale restano i 16 morti, tra cui due minori e un candidato alla Costituente.

Le risposte di molti paesi sono state immediate Messico, Argentina, Cile, Perú, USA, Panama, Colombia, Paraguay, Brasile, Canada, Costa Rica, Svizzera e Spagna hanno dichiarato di non riconoscere il risultato elettorale. Il comunicato del ministro Angelino Alfano si attesta su toni decisamente diversi: “L’avvio dei lavori dell’Assemblea non fa venir meno la necessità urgente di un dialogo costruttivo con l’opposizione, sulla base delle quattro condizioni poste dalla Santa Sede, per scongiurare il rischio di una definitiva frattura politica e istituzionale nel Paese”. La tentata mediazione del Vaticano è stata descritta da molti analisti come l’ennesima mossa di Maduro per poter guadagnare tempo e sconfiggere l’opposizione interna, già in precedenza una lunga trattativa portata avanti da Zapatero con il governo venezuelano si era dimostrata controproducente. Le proteste di piazza stanno andando avanti da quasi un anno e solo negli ultimi quattro mesi hanno perso la vita oltre 120 persone.

Migliaia di uomini e donne, giovani e anziani, scendono in pazza tutti i giorni rischiando la propria vita per manifestare l’opposizione a Maduro. La situazione interna del paese è sempre più grave, le trattative sono purtroppo ormai inutili. La frattura nel paese evocata da Alfano si è già consumata, in questi mesi il Venezuela sta vivendo una vera e propria guerra civile, ognuna delle parti in causa è ben cosciente dei pericoli del futuro. La risposta del ministro Alfano è con le parole della giornalista italo venezuelana Marinellys Tremamunno: “una chiara accettazione dell’insediamento della Costituente, motivo scatenante dell’ira degli italo-venezuelani sui social network, visto che attendevano una condanna netta della Costituente da parte del governo italiano”.

Condanna che è arrivata con le parole dell’ex ministro degli affari esteri Terzi di Sant’Agata che ha espresso la sua vicinanza ai due prigionieri auspicando “la fine della sanguinaria violenza perpetrata da un regime superato dalla storia, per rendere Giustizia alle vittime, e punire i criminali di questo immane disastro”

In Venezuela è presente una consistente comunità italiana e si stima che più di un milione di venezuelani abbiano origini italiane. L’attenzione di Roma nei confronti della grave crisi umanitaria che il paese sta vivendo deve necessariamente essere diversa. L’Unione Europea ha mostrato un chiaro disappunto nei confronti dei risultati elettorali di domenica, secondo l’Alto rappresentante Federica Mogherini l’elezione “ha aumentato la divisione nel Paese e porterà a de-legittimare ulteriormente le istituzioni democraticamente elette”. Un primo passo dell’Italia in vista di un’azione decisa contro il governo Maduro potrebbe essere proprio il mancato riconoscimento del risultato elettorale di domenica, seguendo l’esempio della UE e di molti altri paesi. Al di là delle palesi irregolarità nelle votazioni, una giornata elettorale che lascia sedici morti sull’asfalto e che viene seguita dall’arresto dei due principali oppositori politici dimostra come il tempio del dialogo costruttivo evocato da Alfano sia irrimediabilmente passato.

Crisi in Venezuela: intervista alla giornalista Marinellys Tremamunno

Nei mesi scorsi il Venezuela ha conosciuto un escalation di violenza tra gli oppositori del governo di Nicolas Maduro e le forze di sicurezza fedeli all’esecutivo. All’interno di questa conflittualità vengono espresse istanze complesse ed eterogenee. Le cronache parlano di un tessuto sociale lacerato e, oramai, una ricomposizione dall’alto appare difficile. L’insofferenza verso la classe politica bolivariana si sente anche tra le fila di Esercito e Polizia come dimostra il recente episodio di cui è stato protagonista il detective della CICPC, Oscar Perez che da un elicottero in volo ha lanciato granate e sparato colpi da fuoco contro il palazzo della Corte Suprema. Ne parliamo con Marinellys Tremamunno, giornalista italo-venezuelana, autrice del recente “Venezuela. Il crollo di una rivoluzione” ed esperta di America Latina.

Crisi in Venezuela: intervista alla giornalista Marinellys Tremamunno - Geopolitica.info

 

  • Dott.ssa Tremamunno, il conflitto socio-politico esploso nei primi mesi del 2017 è l’ultima manifestazione di un dissenso verso Maduro più o meno violento iniziato già nel 2013. Molti ne hanno sottolineato la motivazione economica. Secondo lei questo malcontento ha motivazioni prettamente economiche oppure esprime ragioni più profonde? E quanto di quello che sta accadendo oggi in Venezuela è imputabile all’attività di governo di Maduro e quanto, invece, a cause di lungo periodo presenti anche durante il governo chavista?

Per poter rispondere a questa domanda , è necessario fare alcune puntualizzazioni: contro le forze di sicurezza fedeli a Nicolas Maduro, oggi, si confronta un popolo, non solo un’opposizione parlamentare od un partito. Dentro questo movimento, è rappresentata una vasta composizione politica e sociale: partiti di sinistra, di centro, di destra, chavisti dissidenti. Rispondendo alla tua domanda, invece: l’insofferenza popolare non ha radici esclusivamente economiche. Il problema è molto più complesso e bisogna, anche in Italia, eliminare la lente ideologica per capirne l’origine. La crisi venezuelana è il risultato del crollo del sistema politico-economico chavista, sintetizzato dal concetto di “Socialismo del XXI secolo”. Il Venezuela oggi è uno Stato fallito sia politicamente che economicamente. Partiamo dall’inizio: sicuramente nel ’98 Chavez ha vinto grazie ad un discorso incentrato sull’uguaglianza, sulla lotta alla povertà e all’emarginazione, intercettando il malessere e il disagio di una gran parte della popolazione, questo è innegabile. Successivamente, però, la moltiplicazione della struttura statale, sempre più presente nell’economia nazionale, la corruzione e il clientelismo dilaganti, e la promozione di accordi internazionali (PetroCaribe in primis) non vantaggiosi per il Venezuela hanno neutralizzato l’effetto benefico del rialzo dei prezzi del petrolio. Inoltre, sono state create strutture amministrate inefficientemente dai militari, come PDVAL, che hanno richiesto ingenti finanziamenti a fronte di risultati risicati. Stesso esito ha avuto la nazionalizzazione delle imprese (vera e propria espropriazione) che ne ha portate migliaia al fallimento. Queste politiche hanno desertificato il sistema produttivo del paese, azzerandone gli investimenti, impoverendo la popolazione costretta ad emigrare sottraendo al Venezuela importanti risorse di know-how. Oggi, il Venezuela importa petrolio da altri paesi (ad es. Algeria, Nigeria e Angola), producendo per sé solo il 42% del fabbisogno nazionale, e benzina dagli Stati Uniti, pur essendo uno dei paesi più ricchi di petrolio del mondo.

  • Nicolas Maduro spesso paventa una regia americana dietro le proteste contro il suo governo. Secondo lei è plausibile un’interferenza del genere da parte del Dipartimento di Stato USA o dalle agenzie di intelligence oppure sarebbero accuse infondate? Pensa che gli USA trarrebbero alcun vantaggio dalla destituzione dell’esecutivo venezuelano?

Questo è un discorso che è stato importato da Cuba e ripetuto continuamente, ma privo di alcun fondamento. Io penso che se gli USA avessero avuto degli interessi a destituire Chavez e, oggi, Maduro, non ne staremmo  a parlare, sarebbe già avvenuto, come ci dimostra la storia. Aggiungo inoltre, che se gli USA volessero cacciare Maduro avrebbero tutte le prove a sostegno della propria azione: molti importanti quadri dell’amministrazione venezuelana sono segnalati dalla DEA come narco-trafficanti. Penso che gli USA non avrebbero nessun vantaggio a deporre Maduro al quale, tra l’altro, vendono benzina in grandi quantità.

  • Se dei rapporti tra Chiesa romana e Cuba e dell’attività di mediazione svolta da Papa Francesco tra La Havana e Washington si è scritto ampiamente, altrettanta attenzione non è stata riservata ai rapporti tra la Santa Sede e il Governo venezuelano. Dott.ssa Tremamunno, scrivendo di relazioni tra l’America Latina e il Vaticano, che opinione si è fatta del ruolo della Chiesa e, in particolare, di Papa Francesco, nella risoluzione della crisi venezuelana?

E’ necessario fare una distinzione iniziale tra Episcopato venezuelano e Vaticano. L’Episcopato venezuelano è profondamente coinvolto nella mobilitazione anti-Maduro e gode di un grande supporto popolare, essendo il 96% della popolazione di fede cattolica. Per questo la Chiesa venezuelana ha subito persecuzioni e minacce da parte dell’esecutivo. Passando alla tua domanda: i colloqui ci sono stati ma sono falliti e per capirne il fallimento dobbiamo guardare a chi vi ha preso parte. La scelta di 4 presidenti mediatori (Zapatero, Fernandez, Samper, Torrijos) che in passato hanno espresso solidarietà al regime chavista ha reso di fatto il negoziato impossibile per l’opposizione venezuelana. Inoltre, secondo l’Episcopato Venezuelano, il governo di Maduro non ha rispettato le condizioni che il Vaticano aveva posto per il proseguimento del dialogo:

  1. Liberazione dei prigionieri politici
  2. Rispetto del ruolo del Parlamento Venezuelano
  3. Elezioni democratiche
  4. Autorizzazione dell’invio di assistenza umanitaria

Maduro ha, infatti, prolungato il negoziato fino a che non fosse scaduto il termine per la presentazione del referendum revocatorio che lo avrebbe potuto destituire, dopodiché lo ha semplicemente lasciato fallire.

  • La situazione nel paese è drammatica e si delinea una vera e propria crisi umanitaria. Quali sono secondo lei le prospettive di risoluzione del conflitto in corso? L’opposizione accetterebbe un compromesso che mantenga Maduro al potere? Il presidente sarebbe disposto a scendere a patti? Oppure la conflittualità ha già oltrepassato la linea di risoluzione pacifica?

No, onestamente, non credo che ci sia una possibilità di accordo con un presidente che ha dichiarato il 27 giugno che “quello che non siamo riusciti a fare con i voti lo faremmo con le armi”. L’azione di polizia e repressione quotidiana conferma questa intransigenza dell’esecutivo (mi riferisco, tra gli altri, al caso di violenza gratuita di Los Verdes) e non mi fa sperare per una soluzione negoziata.

L’opposizione intanto ha organizzato un grande plebiscito auto-organizzato (sul modello cileno del 1988) il 16 luglio, promosso da tutti i dissidenti, appellandosi agli articoli 333 e 350 dell’attuale Costituzione Venezuelana. Questo plebiscito consta di 3 quesiti riguardanti la legittimazione del Parlamento (dopo che è stato esautorato dalla Corte Suprema), il ruolo delle forze armate, legittimazione di tutte le forze politiche venezuelane. A tale plebiscito, si vogliono far partecipare anche i venezuelani all’estero.

  • Infine, Italia e Venezuela condividono un forte legame testimoniato dai 150 mila italiani che vivono sul suolo venezuelano. Quale è la condizione economica, politica e sociale di questa comunità? Ha una voce all’interno del conflitto politico venezuelano?

La comunità italo-venezuelana è enorme, molto più grande di quella registrata dall’Anagrafe Italiani residenti all’estero (A.I.R.E.) che non prende in considerazione la gran parte degli italiani che hanno dovuto cambiare cittadinanza per lavorare in Venezuela. Io stessa sono cresciuta in una famiglia italiana che non ha mai dimenticato le proprie origini. Anche gli italo-venezuelani sono stati vittime dell’ondata di repressione e di espropriazioni e soffrono le pene di questa crisi terribile.

Cosa sta succedendo in America Latina? Intervista a Carmine de Vito.

Il Centro studi Geopolitica.info ha intervistato l’analista Carmine de Vito, esperto di politica e geopolitica sudamericana. Un’occasione per comprendere le tensioni che avviluppano l’America Latina in questo complicato frangente storico. Le rivolte in Venezuela, il disarmo delle Farc in Colombia, la crisi politica in Brasile, il crollo dei prezzi delle materie prime.

Cosa sta succedendo in America Latina? Intervista a Carmine de Vito. - Geopolitica.info

Cosa sta succedendo in Venezuela?
La situazione in Venezuela è molto grave, anzi drammatica per le sue conseguenze sociali e umanitarie.  Al di là dei numeri da capogiro in cui si sta avviluppando l’economia e tutto il Paese: un’inflazione vicino all’800% , un deficit pubblico al 17% del Pil, doppio cambio e mercato nero a prezzi altissimi sui beni di prima necessità e la crisi della materia prima di riferimento; quello che più spaventa e che rende la partita fuori controllo è il clima di radicalizzazione, di odio sociale, fino a condizioni di para-anarchia. La rivoluzione bolivariana nella sua vocazione politica e diplomatica non esiste più, come non esiste tutta un’America latina che per più di un decennio ha sviluppato lungo l’asse Kirchner-Lula-Chávez un’originale politica di sistema continentale e di protagonismo internazionale. Oggi il Venezuela è la polveriera in un continente bloccato da un caos politico, istituzionale ed economico.

Si avverte tantissimo l’assenza di una potenza regionale autorevole, legittimata, capace di gestire  una mediazione sicura, garante tra le parti dei conflitti istituzionali in corso.

Il Brasile con la crisi del “Lulismo” e l’impeachment della Rousseff ha abdicato a tale ruolo, ripiegando su se stesso, con una involuzione che merita un’analisi a parte, con la conseguenza di atomizzare tutti i conflitti regionali, senza un sostegno di sistema.

È come se questa macro-area che aveva ottenuto forza, riconoscimento e onore in consessi internazionali (G20-G22), nelle nuove dinamiche economiche (Brics) si sia risvegliata un giorno con i piedi d’argilla, sgretolandosi nell’antico caos latinoamericano, tra l’esotico e il malinconico, senza sintesi e visione.

Il pessimismo su una via di uscita in Venezuela risiede proprio in questo; nel riaffaciarsi del vecchio schema che vede l’America latina muoversi come “arcipelago”, senon più giardino di casa del  vecchio Zio, ma semplicemente client degli interessi altrui. Sulla regione convergono ovviamente molti interessi.

In questo quadro di assenza di credibilità ed autorevolezza, ha senso il tentativo del Ministro degli Esteri argentino Susana Malcorra,che vede in prima linea il Vaticano e papa Francesco. Ma per riprendere il dialogo sembrerebbe che il Papa abbia posto come imprescindibile l’accettazione da parte del governo Maduro delle quattro condizioni fissate nel dicembre scorso dal cardinale segretario di stato Pietro Parolin, ovvero: l’autorizzazione all’invio di assistenza sanitaria internazionale; un calendario elettorale chiaramente stabilito; la restituzione delle prerogative al parlamento; la liberazione di tutti i prigionieri politici. Condizioni già respinte con sdegno, acuendo ulteriormente la diffidenza e radicalizzando lo scontro.

Un’altra personalità che potrebbe reggere le trame di una mediazione con qualche possibilità è quella dell’ex presidente dell’Uruguay Pepe Mujica che è intervenuto con un’intervista rilasciata a Carasy Careta sostenendo che “Il peggio che possiamo fare come latinoamericani è fare da sponda all’interventismo. La radicalizzazione e quello che sta facendo Almagro nell’Osa è un pericolo, non solo per il Venezuela, ma per tutto il continente”, riferendosi alla richiesta del presidente dell’Organizzazione degli stati americani volta a chiedere la sospensione del Venezuela. Ma, francamente l’impressione è che tutti lavorino per l’opzione Almagro.

 

In che modo la crisi venezuelana è legata alle vicende politiche colombiane?

Assolutamente, proprio in questi giorni la rivista colombiana La Semana è uscita con un articolo dal titolo “El fantasma del castrochavismo” sottotitolato “La mitad del país cree que Colombia está en peligro de convertirse en la próxima Venezuela. ¿Cuáles son las posibilidades reales de que eso suceda?”

Secondo un sondaggio promosso da Caracol Tv, Blu Radio e La Semana, il 55,4% dei colombiani ritiene che il paese sia “a rischio Venezuela”.

Colombia e Venezuela sono due “gemelli diversi”, tanto vicini e simili, quanto diversi anche nella composizione etnica e atavica. Negli ultimi lustri i due paesi sono stati interpreti di due esperienze politiche totalmente opposte, fino a momenti di quasi conflitto: ricordo solo, ad esempio, in relazione ai rapporti con i movimenti di guerriglia, l’uccisione di Raul Reyes nel 2008, il duro scambio di accuse tra Uribe e Chavez e l’invio dell’esercito a presidiare i confini.

Senza dubbio, la Colombia è attualmente il paese per dimensioni macroeconomiche più dinamico e quello che ha vissuto un processo di modernizzazione importante. Fino allo storico accordo di pace con le Farc siglato a Cartagena il 26 settembre scorso. In quell’accordo c’era tutto,  la sfida  all’ isolazionismo precipuamente culturale, le nuove e proficue relazioni con l’Unione europea, l’eliminazione del visto di ingresso nell’area Schengen, la fiducia nelle opportunità di una nuova fase.

La campagna referendaria terminata con la sconfitta del 2 ottobre ha rovesciato il clima rimettendo al centro del dibattito i sentimenti di vendetta e di paura; il castrochavismo così brandito sarà inevitabilmente un tema forte che condizionerà la campagna elettorale per le presidenziali del 2018, trattandosi di una crisi che porta con sè problematiche quotidiane sulla frontiera, sulla presenza di profughi e sulle possibili derive militari.

 

Il disarmo delle Farc come procede? La Colombia può sperare in un futuro di pace?

Il cronoprogramma previsto dal trattato di pace per il disarmo non sta subendo nessuna interruzione di sorta con le parti, che appaiono serie ed impegnate. Per parti intendo governo e Farc. Entrambi si stanno muovendo con un profilo di rispetto istituzionale;  chi non ha interesse alla pace, o meglio ha interessi legati all’indotto della cosiddetta “guerra permanente” o alla speculazione politica, ha maggiore agibilità nel caos. Purtroppo in questa America latina la condizione di caos finanziario, politico ed istituzionale è condizione attuale e trasversale fino all’Argentina passando per Brasilia.

In questi giorni le Farc hanno reso noto di aver consegnato la seconda trance delle proprie armi al personale delle Nazioni Unite incaricato di sorvegliare e garantire le parti nel disarmo.

Il gruppo dirigente delle Farc si dimostra molto avveduto, sa bene che non esistono le condizioni per la guerriglia e che le originali istanze di autodifesa hanno migliori prospettive in un accreditamento internazionale del ruolo sociale e dell’impegno storico alla pace.

Le parole del comandante delle Farc Pablo Catatumbo hanno questo senso: “Con questo evento, leFarc vogliono mostrare al paese e al mondo che stanno chiudendo un capitolo della storia del nostro paese e cominciano a scriverne un altro: quello della pace”.

 

Esiste una vera lotta alla produzione e al commercio internazionale di droga?

La domanda ha sia il pregio della logica, sia quello della chiarezza. Pertanto la risposta non può che essere negativa.

Ovviamente sono necessarie alcune osservazioni: la prima è che la Colombia non è lo stato fragile degli anni ’80 e ’90. Il Plan Colombia in questo senso, ha dato il migliore contributo,  specie nel sostegno strutturale alle istituzioni, alla riqualificazione dei processi di coordinamento e affermazione statuale tra centro e periferia. Altri aspetti sono più discutibili.

Affinché ci sia o ci possa essere una vera lotta alla produzione e al commercio internazionale di droga è necessaria la volontà di tutti gli attori sul campo.

Il governo con la rinnovata considerazione internazionale deve avere la capacità di controllare tutto quell’arcipelago di interessi, distretti, signorie terriere che si muovono in contiguità all’affairdroga. Quindi, l’eliminazione delle formazioni paramilitari che sono la plastica espressione di questi interessi e di una non volontà governativa.

Nel 2008 l’argentino Luis Moreno Ocampo, procuratore capo della Corte penale internazionale, dichiarava che le Farc e l’Eln erano responsabili del 12% delle vittime civili nei sanguinosi conflitti armati in Colombia, mentre l’80% era da attribuirsi alle formazioni paramilitari collegate ai cartelli del traffico della droga e il restante 8% alle forze di sicurezza governative .

L’accordo di pace raggiunto necessitadella convergenza di queste condizioni al fine di sostituire le colture illecite nelle aree di influenza delle Farc e un programma sanitario e sociale di sostegno alle economie rurali.

La lotta al narcotraffico non può essere la lotta di una nazione, deve necessariamente essere un’azione di contrasto di sistema nella macro-area, intensificando le politiche di cooperazione internazionale nelle aree di consumo. Ma tali considerazioni non sono compatibili con la condizione di caos continentale attuale. Non è un buon momento.

 

La crisi dei prezzi delle materie prime intacca l’intera America latina. Quali sono le cause? Come stanno reagendo i vari stati?

Assolutamente. Il crollo delle quotazioni delle materie prime, minerarie e alimentari, ha radicalizzato la crisi in economie mai diversificate e totalmente dipendenti. La condizione di vulnerabilità di tutta l’area è ancora più evidenziata dall’assenza o stagnazione di qualsiasi politica integrazionista.

Il Mercosur e altri tentativi di esprimere un progetto di integrazione e di tutela di economie strutturate verso l’export vivono una crisi politica di leadership.  Il cambio politico in Brasile e Argentina – le due locomotive continentali – ha prodotto una condizione di “liberi tutti” e la conseguente ricerca della più facile e immediata soluzione personale.

La geopolitica corre veloce, consuma posizioni e ribalta le opportunità; nel mondo vince chi fa politica , analisi e determina le condizioni del gioco. L’America latina in questa fase di caos politico e finanziario si riposiziona nella sua storica marginalità, dopo che le politiche di integrazione e coesione regionali le avevano assegnato un ruolo di global player per oltre due lustri.

In Brasile la lobby giapponese – i cosiddetti nippo-brasiliani, il 5% della popolazione – ha ripreso la sua centralità nei processi decisionali e di influenza in aderenza con la rinnovata politica estera giapponese nell’area del pacifico. Un’analoga attività si riscontra per gli interessi tedeschi in Brasile,  Argentina e Cile.

Alla sua terza visita in America latina, il presidente cinese Xi Jinping ha inaugurato la centrale idroelettrica Coca Codo Sinclair in Ecuador, finanziata con denaro cinese, stipulando in Ecuador,  Perù e Cile  accordi di cooperazione culturale ed economica nei settori strategici dell’energia, dell’estrazione mineraria e delle infrastrutture. Il cambio di strategia della Cina è radicale: non promuove la cooperazione tra aree di sistema e di convenienza, ma mira ad incunearsi nelle difficoltà particolari per massimizzare il risultato.

 

Anche il Brasile (membro Brics) vive una fase di profonda crisi economica e politica. E’ solo qualcosa di passeggero?

Brasile è il centro della crisi. L’acronimo Brics  è comunemente in disuso e derubricato in Rics.  È davvero molto complicato spiegare come un paese in pochissimo tempo passi dal riconoscimento internazionale come nuova potenza economica e modello di riferimento nella macro-area, fino ad implodere in una terribile crisi politica e istituzionale prima, economica e sociale dopo.

Ovviamente  la crisi delle quotazioni delle materie prime, la ristrutturazione del modello di sviluppo che negli anni di prosperità doveva rimodularsi e qualificarsi in servizi, qualità ed eccellenza sono seri elementi di discussione, ma sarebbe semplicistico ricondurre ad essi le cause delblack out del paese.

Vi è stato un corto circuito nella classe dirigente che non ha retto la competizione internazionale e le crescenti pressioni legate al processo di espansione dell’economia. I due eventi simbolo dell’ascesa brasiliana nel club dei global player, ovvero il mondiale di calcio nel 2014 e le olimpiadi di Rio de Janeiro nel 2016, lungi dal consolidare il prestigio e la crescita complessiva del paese e della sua rinnovata società civile, hanno man mano minato il consenso verso Dilma Ruoseff e, con l’incedere della recessione, hanno contribuito a costruire un clima di contestazione e sfiducia.

È questo il momento della rottura. Il sistema paese non regge e gli scandali e le inchieste sulla corruzione coinvolgono tutti, anche il “Lulismo” in una condanna generalizzata, arrivando al punto di non ritorno. Qui si ferma la corsa del gigante verde-oro che esce dalla geopolitica che conta, ripiegandosi su se stesso, sui suoi limiti e opportunismi.  Trasformismo, interi settori finanziari e conservatori, lobby e circoli autoreferenziali hanno fatto sì che un parlamento di corrotti animato da una furia moralizzatrice arrivasse a votare  la destituzione della Rouseff per presunto maquillage del bilancio – una sorta di “correzione non corretta” del bilancio pubblico – e sostituita dal suo vice Michel Temer, il quale non ha esitato a voltarle le spalle.

Procedura regolare, ma che cambia l’indice di credibilità e visione del paese. Quando si passa dalla spigolosità di una donna torturata con l’elettroshock dalla dittatura militare ad un piccolo imprenditore di provincia che cambia ogni giorno amici, il passo è breve.

 

Il sogno di una America latina integrata in una sola entità politica rimane un’utopia?

Octavio Paz defniva l’America latina come la “terra del perenne futuro”. L’utopia è uno stato emozionale che vive nei popoli sudamericani, ma senza etica tutto è molto più difficile.