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Venezuela, tra Covid, Mahan Air e l’ombra di Noriega. Quanto ossigeno resta a Maduro?

La pandemia più devastante, più globalizzata dell’ultimo secolo non sembra aver ammorbidito la postura della Casa Bianca sul Venezuela. A confermarlo, una serie di fatti e avvenimenti in via di sviluppo in queste settimane sull’asse Washington-Caracas, e che hanno determinato azioni e reazioni uguali e contrarie negli schieramenti di attori da ambo le parti. 

Venezuela, tra Covid, Mahan Air e l’ombra di Noriega. Quanto ossigeno resta a Maduro? - Geopolitica.info

L’emergenza sanitaria mondiale, che si è già palesemente tramutata in uno scenario di competizione ibrida tra grandi potenze, anziché posporre i piani di Trump, potrebbe anzi costituire un’occasione irripetibile per accelerazioni improvvise su determinati scacchieri per un’Amministrazione che si è dimostrata particolarmente affezionata al fattore sorpresa. Nonostante le difficoltà indotte dalla crisi globale del Covid-19, non è così surreale se qualcuno, alla Casa Bianca, guardando la cartina della Repubblica Bolivariana, ha pensato “se non ora, quando?”. 

A questo farebbe pensare infatti un deciso cambio di passo impresso dalla Casa Bianca sulla porzione più calda dello scacchiere emisferico, quella venezuelana, a partire da fine marzo. Un cambio di passo segnato dall’ingresso, nell’armamento trumpiano, di nuovi elementi (almeno di pressione, se non addirittura potenzialmente risolutivi), in precedenza solo minacciati o nell’aria da troppo tempo per sembrare armi concretamente sfoderabili e pronte all’uso.

Cosa fa Washington?

E’ anzitutto il caso della storica, inattesa decisione del Dipartimento di Giustizia statunitense (26 marzo) di elevare formalmente, nei confronti dei più alti vertici del regime di Caracas, accuse di narcoterrorismo, riciclaggio internazionale, traffico di droga e corruzione internazionale. Una decisione che proviene sì dal settore giurisdizionale dell’amministrazione federale USA, ma che va a complementare gli sforzi politici e diplomatici della politica americana verso il regime change nel Paese che diede i natali a Simon Bolivar.

Le figure direttamente colpite dall’incriminazione, oltre a Maduro, sono i più alti ranghi del regime, escluso il “clan” dei fratelli Rodriguez. Da Diosdado Cabello (presidente dell’Assemblea Nazionale Costituente, il parlamento parallelo e illegittimo) a Padrino Lopez (ministro della difesa e grande amico di Mosca, al vertice delle forze armate che sono puntello e supporto fondamentale nella trama criminale del governo usurpatore), passando per Tareck Al Aissami (siro-venezuelano, potentissimo ministro dell’Industria e pochi giorni fa nominato anche ministro del Petrolio, figura chiave nei rapporti con Teheran, una sorta di “ambasciatore” di Hezbollah a Caracas in servizio permanente ed effettivo), senza dimenticare Maikel Moreno (presidente del Tribunale Supremo di Giustizia, soggetto con poco conosciuti ma sicuri “interessi” in Italia): la dittatura bolivariana risulta così de facto messa in stato d’accusa da parte della giustizia federale americana, aprendo una fase in cui le autorità giurisdizionali statunitensi potrebbero legalmente avvalersi del supporto di law enforcement della DEA (l’antidroga USA), nonché dell’incentivo “economico”, messo a disposizione dal Dipartimento di Stato in termini di vere e proprie taglie poste sulla testa dei principali accusati, che saranno incassate da chiunque fosse in grado di fornire informazioni determinanti per la cattura dei ricercati.

Una decisione, quella del Dipartimento di Giustizia, a suo modo storica, si è detto, anche se non inedita. C’è infatti un altro caso del tutto simile nella storia non remota dei rapporti tra USA e la regione caraibica: è il caso dell’analoga accusa elevata a metà del 1988 contro l’allora dittatore de facto di Panama, Manuel Antonio Noriega, sul capo del quale pesava l’incriminazione di narcotraffico chiesta da una procura della Florida. E sulle spalle del quale pesava la crescente ostilità di Washington per la sua gestione del Canale di Panama, oltre che per il suo ruolo nei grandi flussi di narcotraffico che inondavano di cocaina gli Stati Uniti.

Ed è proprio nel parallelismo evidente con la vicenda di “cara de piña” Noriega che possiamo cogliere la rilevanza e la portata dell’impatto extragiudiziale e “politico” dell’annuncio dell’Attorney General. Ciò che fino a pochi giorni fa, e da svariati anni, era al centro di inchieste giornalistiche e ricostruzioni di analisti, è oggi fatto proprio, con parole chiare ed inequivocabili, dall’amministrazione della giustizia federale statunitense, sulla base di un quadro probatorio guirisdizionalmente ricostruito da alcune procure americane tanto grave, circostanziato e convergente da condurre alla messa in moto formale del poderoso e multiforme apparato di law enforcement USA. L’attivazione della giustizia americana tuttavia non è di per sé risolutiva nello sblocco dello stallo venezuelano, pur contribuendo alla pressione che pesa su Caracas. 

Al fantasma di Noriega che ora aleggia sul futuro di Maduro e degli altri gerarchi, si è aggiunto a inizio aprile un ulteriore elemento alla rinnovata assertività della strategia americana per il ritorno della democrazia in Venezuela, ovvero l’annuncio del “Democratic Transition Framework for Venezuela” da parte del Segretario di Stato Pompeo, che rende note le clausole “contrattuali” offerte dall’amministrazione Trump al sistema di potere che governa lo stato caraibico-andino. Come si può leggere nel testo, il piano americano chiede molto e concede non poco, ma d’altra parte si tratta di una proposta per una uscita pacifica dalla crisi istituzionale venezuelana che strizza comprensibilmente l’occhio alla realpolitik, forse ancor più necessaria in un momento in cui, alla gravissima crisi umanitaria perdurante nel Paese si sta aggiungendo la devastazione sanitaria dovuta al Covid-19. Ad oggi, il piano USA ha incassato il sostegno non solo degli alleati latinoamericani -con pochissime eccezioni-, ma soprattutto quello delle più influenti cancellerie europee, nonché quello dell’UE che, per voce del suo Alto Rappresentate per la Politica Estera, ha accolto “positivamente il documento [che] va nella direzione proposta dall’Unione per una soluzione pacifica della crisi venezuelana”.

Sostanzialmente, il documento propone lo smantellamento dell’architettura istituzionale del regime, il recupero pieno delle istituzioni democratiche parlamentari, giurisdizionali ed elettorali, la formazione di un governo di emergenza e transizione (con la esautorazione di Maduro, ritenuto presidente illegittimo) il più possibile inclusivo (al punto da comprendere anche elementi indicati dal partito chavista PSUV) e la celebrazione di elezioni libere e trasparenti nell’arco di un anno. Il tutto, in cambio della rinuncia di Guaidò alla presidenza interinale (potrà però candidarsi alla Presidenza in caso di elezioni libere), della promessa di revoca delle sanzioni sia individuali che di settore verso quanti contribuiranno, mettendosi da parte o accettando le clausole del piano USA.

Se è improprio chiamarlo ultimatum, e ancor troppo presto per definirlo una roadmap per il post-Maduro, il frameworkche punta a creare di fatto un governo di emergenza nazionale, come auspicato da Guaidò in queste settimane, è certamente una novità di forte portata politica, dal momento che il documento contiene un piano sequenziale, sviluppato per punti cronologicamente tra loro conseguenti, componenti una via di uscita diplomatica concreta (non necessariamente accettabile o accettata) per i principali elementi, sia individuali che amministrativi, che tengono ancora oggi insieme i cocci di un vaso dittatoriale sì fragile ma, contro ogni aspettativa, ancora in grado di reggere agli urti dell’assertività americana. 

La complessità della intricata tela –anche di natura criminale, ma comunque sostanzialmente politica e diplomatica- di interessi internazionali e transnazionali che hanno fornito finora la colla di emergenza per impedire al vaso rotto del regime di non infrangersi è tale da rendere chiaro, con ogni probabilità, sia all’opposizione democratica che a Washington come le speranze di un regime change siano da riporsi nel ricorso concentrico e parallelo a più forme di pressione. 

In questo quadro di multiple iniziative, rientra anche l’avvio di una operazione di contrasto al narcotraffico nel Mar dei Caraibi e nel Pacifico orientale: un dispiegamento di forze sostanzialmente navali volto a bloccare le rotte del traffico di cocaina, ad oggi senza appoggio aereo e di uomini in grado di “sbarcare” in Venezuela e portare a termine una operazione chirurgica di decapitazione del regime e arresto di Maduro e degli altri membri del cosiddetto “Cartello dei Soli”, formato da tutto l’anello superiore delle gerarchie di Caracas. Tuttavia, è prevedibile che le reali intenzioni comprendano la volontà della Casa Bianca di esercitare una concreta minaccia di blocco navale de facto, per indebolire sia l’economia -per così dire- informale che le rotte di rifornimento di idrocarburi tra le coste venezuelane e Cuba, elemento cruciale della partita regionale anche se (quasi) mai citato nei documenti ufficiali e nei piani operativi.

Evoluzioni e novità

Se da un lato è difficile prevedere nel concreto quale possa essere lo sbocco di un simile cumulo di iniziative concentriche, dall’altro lato non possiamo non cogliere e sottolineare alcuni elementi di analisi utili alla comprensione di una situazione che, come spesso, nasconde tumultuosi movimenti difficilmente intellegibili al di fuori dei canali comunicativi aperti tra Casa Bianca e opposizione democratica venezuelana – e non solo.

E’ fuor di dubbio che le iniziative delle ultime settimane segnino un passaggio da un approccio più tradizionalmente diplomatico a supporto della pressione interna, a manovre più direttamente aggressive, dotate di una qualche minacciosità non soltanto verbale, che puntano a causare, in qualche modo, l’implosione del regime madurista, lavorando parallelamente sul piano diplomatico anche con i Paesi europei per una soluzione pacifica che non escluda a priori nessuna delle parti politiche sul campo (come di fatto auspicato dall’esperimento multilaterale di dialogo battezzato dall’UE attraverso il gruppo di contatto nel corso di tutto il 2019). Ma parimenti senza escludere del tutto il ricorso a manovre a sorpresa e di natura più interventista, sulla scorta delle accuse penali che incombono sui gerarchi del regime. Le molte somiglianze tra il caso attuale e quello dell’allora uomo forte di Panama non devono ingannare: la presenza, emblematica ed evocativa, di William Barr e Eliott Abrams nel circolo di figure dell’amministrazione americana coinvolte ai massimi livelli nella strategia di regime change panameño ieri, venezuelano oggi, non autorizza ad ignorare le notevoli differenze tra i due scenari, anche dal punto di vista tattico-operativo. Differenze che risaltano, nel caso della repubblica bolivariana, quali altrettante difficoltà rispetto ad una operazione boots on the ground di estrazione chirurgica dei gerarchi “wanted”. Ciò che a Panama non fu comunque una passeggiata, nel Venezuela in cui scorrazzano guerriglie colombiane, gruppi paramilitari irregolari anche di provenienza extranazionale diverrebbe assai, assai più complicato.

Altro aspetto di novità di sicura rilevanza è il carattere più direttamente multilaterale delle iniziative in corso: non solo il dispiegamento di forze navali coinvolge, a vario titolo, assieme agli Stati Uniti, molti Paesi del TIAR (una sorta di Patto Atlantico dell’emisfero americano, e ripescato da John Bolton l’anno scorso quale strumento di hard power per forzare il regime change); è la stessa accusa elevata rivolta a due capi delle FARC dal Dipartimento di Stato a dimostrare come l’interesse di Washington verso al transizione democratica a Caracas vada ben oltre i confini della Repubblica madurista. L’uscita di scena del regime di Maduro è parte di una strategia regionale, condivisa da altri alleati storici direttamente investiti dalle ripercussioni e dai prolungati sussulti di uno Stato istituzionalmente decomposto, divenuto riparo di guerrillas, narcos e terroristi. La Colombia ha pertanto sempre più interesse a prestare supporto sempre più diretto, ancorché discreto, alle manovre statunitensi: una soluzione alla crisi venezuelana consentirebbe a Bogotà di alleggerire il peso ormai insostenibile dell’esodo di profughi dal Venezuela, e di sferrare al contempo un duro colpo al narcocrimine autoctono che, nonostante il processo di pace del 2016, continua a compromettere la sicurezza domestica ed il pieno controllo del territorio (in particolare dei lunghissimi confini comuni, quasi 2200 km) grazie alla protezione e al sostegno attivo o passivo garantiti dal regime chavista. Non è un caso se, nella lista degli incriminati dalla Giustizia americana, compaiano due cittadini colombiani, più noti con i loro nomi di battaglia, Ivan Marquez e Jesus Santrich, tra i più alti in grado nella gerarchia militare della FARC cd. Dissidenti, usciti dallo schema del processo di pace di L’Avana e datisi alla macchia più di un anno fa. Secondo l’intelligence americana e colombiana, sarebbero localizzati tra il Venezuela e Cuba, rifugi che hanno preferito rispetto ai comodi seggi in parlamento a Bogotà, offerti dall’Accordo di Pace entrato in vigore nel 2016. E tuttavia, considerando la fluidità dei confini colombo-venezuelani e brasiliano-venezuelani, Bogotà e Brasilia non smettono di preferire soluzioni non interventiste, o quantomeno non tradizionalmente militari, nel timore che queste potrebbero aprire la strada a scenari di ingovernabilità con conseguente esplosione di incontenibili e incontrollabili fenomeni di crimine transfrontaliero. Ciò, a ulteriore conferma della delicatezza della situazione sul terreno.

Evoluzione e complessità: Covid e Teheran, tra oro nero, oro bianco e oro grezzo.

A complicare il quadro dell’analisi e delle possibili previsioni, da ultimo, due elementi. 

Il primo: l’arrivo in Venezuela dell’ondata pandemica, che se sul piano teorico congela ogni verosimile attività politica di piazza per l’opposizione, sul piano pratico rappresenterà nelle prossime settimane un ulteriore elemento di difficoltà per la tenuta del regime. In un Paese dove lo scenario ordinario degli ultimi anni corrispondeva alla peggiore crisi umanitaria della storia latinoamericana, soprattutto per il tracollo dei servizi pubblici e sanitari di base, è tutto da verificare se e quanto la popolazione, cui appartiene il grosso delle forze armate e di sicurezza, riuscirà a sopportare un ulteriore, drammatico e repentino peggioramento delle condizioni di vita, deteriorato anche da una pressoché totale scarsità di carburante che rende plasticamente l’idea della tragedia di un Paese, primo al mondo per riserve accertate di idrocarburi, costretto a importare benzina (proveniente anche da Paesi mediterranei). Ciò che è sicuro, è che quotidianamente si susseguono proteste e saccheggi in diverse zone del Paese, per ora lontano da quelle grandi città costiere nelle quali però si assiste a scontri urbani tra gruppi irregolari a colpi di arma da fuoco, talvolta anche di granate (come in questi giorni a Petare, sobborgo di Capitale tra i più degradati dell’intero continente).

Il secondo: un engagement rinnovato, diretto, fortissimo, quasi dichiarato da parte di Teheran. In un Paese che sin dalla metà degli anni 2000 ha eletto ad asse strategico le relazioni con la teocrazia degli Ayatollah (proxy libanese compreso), una trentina circa di voli (quasi tutti diretti, talvolta con scalo ad Algeri) di Mahan Air sugli aeroporti della costa venezuelana, e l’ulteriore ascesa della figura del già citato Tareck Al Aissami nella piramide di potere del narcoregime, sono il segno inequivocabile che l’Iran, tra i più assidui e convinti sostenitori dello status quo a Caracas, ha quantomeno deciso di alzare il rischio politico (e militare) per chi a Washington governa le manovre concentriche anti-Maduro. Nel frattempo, il regime sciita cerca di spremere quanto più possibile l’Amazzonia venezuelana ancora ricchissima di oro, uranio e torio. Di quel petrolio il cui prezzo è crollato, secondo fonti difficilmente confermabili, si starebbero pure occupando squadre di tecnici iraniani, ufficialmente al lavoro per riattivare impianti di raffinazione nella penisola, molto “sciita”, di Paraguanà, noto e incontrollabile snodo di traffico di idrocarburi e cocaina. E Mentre le forze navali della coalizione multilaterale (con qualche inserto europeo) a guida americana presidiano le bollenti acque dei Caraibi per togliere al regime anche l’ossigeno degli introiti derivanti dalle attività illecite, e a Caracas la cupola compie i preparativi per il dispiegamento di un piano di protezione della capitale dal nome altamente evocativo (“Plan Damasco”), all’aeroporto di Maiquetia, pochi giorni fa, atterrava un aereo privato, proveniente dal continente africano: un veivolo la cui sigla ci riconduce, in quella porta girevole della geopolitica che ormai il Venezuela tragicamente rappresenta, molto vicino a casa nostra, in Libia, da dove fonti rivelano che Khalifa Haftar non si sia spostato per una sosta ai Caraibi, ma da cui qualcuno al suo posto deve aver pensato che Caracas valeva bene una visita, ancorché breve. In fin dei conti, Mosca solo a parole –neanche troppo convincenti- si è disimpegnata dal Venezuela, dove il regime e i suoi alleati internazionali cominciano, forse, a considerare la fattibilità di uno scenario mediorientizzato in risposta ad un eventuale, iniziale successo della strategia americana.

Nessuno scenario è impossibile

In sostanza, si conferma rischioso tracciare analisi predittive sull’evoluzione della crisi venezuelana, tradizionalmente soggetta a improvvise fughe in avanti e improvvisi arresti, ed ancor più in un quadro globale, come quello attuale, che non consente di avventurarsi con margini di ragionevole probabilità oltre una serie di punti ed elementi che pure affiorano dalle recenti, sicuramente significative scosse politico-diplomatiche e para-giudiziarie che percorrono le instabili faglie della tettonica caraibica. 

E se è presto per stilare previsioni sul successo della rinnovata postura americana e sulla resilienza del regime di Caracas, non è invece cosi tardi per ammettere come, nonostante lo tsunami globale del virus cinese, la Casa Bianca (idem Teheran o Mosca) non abbia evidentemente messo in stand-by l’agenda politica di alcuni dossier ritenuti di cruciale importanza. Men che meno se si tratta di dossier che godono dell’appoggio congressuale bipartisan. E men che meno, in annata elettorale che risulta ora rimettere in discussione il secondo mandato di The Donald, contro ogni recente pronostico. In un anno già cosi stravolgente, un terremoto politico a Caracas, per imprevedibile che sia, è quanto meno impossibile da escludersi. E perfino lo scenario che apparentemente rasenta il surreale, cioè una gattopardesca conservazione dello status quo, potrebbe non essere così inammissibile. Perché a Caracas, nessuna sorpresa è poi così sorprendente.

Andrea Merlo,
Geopolitica.info

Crisi Venezuelana. Intervista a Mariela Magallanes, deputata dell’Asamblea Nacional

Il 5 gennaio 2020 il regime di  Nicolas Maduro ha voluto impedire a tutti costi la ratifica di Juan Guaidò come Presidente legittimo del Parlamento venezuelano. Le forze armate hanno circondato il perimetro dell’Asamblea Nacional per impedire a Guaidò e ai deputati che lo sostenevano di entrare ad effettuare la votazione. Poi i deputati e il Presidente riconosciuto da più di 50 paesi, si sono riuniti fuori dal Parlamento e hanno eletto Juan Guaidò Presidente dell’Assemblea nazionale. La ratifica è avvenuta due giorni dopo quando finalmente gli onorevoli sono riusciti a forzare il blocco e ad entrare nel Parlamento.

Crisi Venezuelana. Intervista a Mariela Magallanes, deputata dell’Asamblea Nacional - Geopolitica.info

 

Nelle ultime settimane, il Venezuela è sorprendentemente tornato alla ribalta dell’agenda internazionale, dopo i convulsi fatti di inizio anno che hanno consentito a Juan Guaidò di essere rinnovato come presidente ad interim in quanto presidente del legittimo Parlamento Venezuelano, nonché dopo il suo lungo tour diplomatico tra le Americhe e l’Europa, passando per il Forum Economico di Davos.

A parlarne con il giornalista Carmine Abate, è Mariela Magallanes, deputata eletta nel 2015 nello Stato Aragua (il Venezuela, ricordiamo, è una Repubblica federale) tra le fila del partito “La Causa Radical”. Magallanes, deputata in esilio da dicembre in Italia, assieme all’italo-venezuelano Americo De Grazia, onorevole membro del medesimo partito e dello stesso organo legislativo, era presente a Roma negli scorsi giorni, per una serie di incontri privati con personalità istituzionali e parlamentari italiani per creare le condizioni affinché il governo italiano riveda la sua posizione sul Venezuela. Paese che ad oggi, per Palazzo Chigi, rimane tecnicamente “senza Presidente” (non riconoscendo Juan Guaidò come presidente, né Maduro a causa della illegittimità della elezioni presidenziali del 2018).

Mi parli della sua esperienza da detenuto politico.

All’inizio del 2019 Guaidò dichiarava l’illegittimità e l’irregolarità delle elezioni che nel maggio 2018 hanno eletto Maduro Presidente. Sin da quel momento tutti i deputati che si allineavano alle posizioni di Guaidò hanno cominciato ad essere oggetto di una vera e propria persecuzione politica da parte degli uomini di Maduro. Sono stata presa di mira, l’unica donna ad esser stata privata dell’immunità parlamentare. Dal 30 aprile scorso un gruppo di militari ha deciso di calpestare la nostra costituzione appoggiando un presidente come Maduro. Mi hanno sequestrato il passaporto e posto in stato di fermo.

Per proteggere la mia incolumità sono stata costretta a rifugiarmi all’ambasciata italiana a Caracas. Devo ringraziare il ministro degli Esteri di allora Moavero Milanesi che ha permesso il mio soggiorno in ambasciata, dove sono rimasta per quasi 7 mesi. Il 30 novembre 2019 grazie alla delegazione diplomatica italiana arrivata in Venezuela con a capo il senatore Pierferdinando Casini, siamo riusciti attraverso una  negoziazione politica ad ottenere la libertà di partire da Caracas. Io e altri deputati abbiamo ottenuto asilo politico in Italia, alla quale sarò eternamente grata per avermi permesso di ricongiungermi alla mia famiglia già in Italia da qualche tempo.

Non sono contenta di essere così lontano dalla mia terra, ma sto continuando anche dall’Italia a battermi per i miei connazionali che sono rimasti in Venezuela e che stanno soffrendo. Ringrazio anche l’Unione Europea con la quale sono in continuo contatto e che sta manifestando tutto l’interesse a voler risolvere la situazione nel più breve tempo possibile.

Che cosa ne pensa dell’appoggio di Paesi come Cina e Russia al regime di Maduro?

Questo dice tutto; è un fatto che abbiamo già denunciato in ogni modo. È importante ricordare che oggi nel mondo ci sono quattro Paesi che affrontano una crisi umanitaria complessa. Tre di questi sono in guerra (Yemen, Sudan e Siria); il Venezuela è l’unico Paese al mondo che sta affrontando una crisi umanitaria così grave pur in assenza di guerra. La nostra guerra è di tipo diverso: non si fa con le bombe, ma attraverso la mancanza di cibo, di cure mediche, attraverso il terrorismo psicologico praticato da chi governa la nazione. Ricordo che il regime di Maduro si sta avvalendo della collaborazione oltre che della Russia e della Cina, anche dell’Iran, della Turchia e di Cuba.

Come spiega il fatto che nonostante Guaidò sia riconosciuto Presidente da gran parte della comunità internazionale, Maduro non venga ancora rimosso?

Maduro non è solo. A lui sono legate le organizzazioni criminali del narcotraffico. Il mondo sa che il Venezuela non può farcela da solo; abbiamo bisogno che tutti i Paesi democratici collaborino ad un’uscita politica per la questione venezuelana. Serve un’offensiva diplomatica internazionale.

Che cosa stanno facendo i venezuelani per opporsi a questa drammatica situazione?

I venezuelani da vent’anni stanno cercando di far capire al mondo che il sistema di governo formatosi prima con Chavez e ora con Maduro non è una democrazia. Oggi non si tratta nemmeno di un regime totalitario, ma di un gruppo delinquenziale che si è appropriato del potere. La diaspora venezuelana in tutto il mondo è già arrivata a 5 milioni. Si prevede che a breve saranno 8 milioni i cittadini venezuelani in fuga dalla propria terra. Scappano perché le condizioni sono invivibili: lo stipendio medio di una famiglia è di 3 dollari e mezzo al mese. In Venezuela si muore ogni giorno per mancanza di cibo, di medicine e di libertà. A risentire maggiormente degli effetti della crisi sono le donne, costrette a soffrire quotidianamente per la morte di figli, padri e mariti, a causa una generale mancanza di sicurezza, degli arresti per motivi politici, delle disastrose condizioni igienico-sanitarie.

L’altro giorno nello Stato di Aragua, in cui sono eletta, hanno perso la vita dieci ragazzi uccisi da un incendio mentre erano a caccia di conigli. Erano dei ragazzi minorenni che dovevano essere a scuola, non nel bosco a cacciare conigli per poter portare del cibo alle loro famiglie. Questo tipo di tragedie accadono in Venezuela tutti i giorni e non vogliamo che succedano più.

Prevede tempi lunghi per la risoluzione della crisi? Quali saranno le sue prossime mosse?

I tempi lunghi dipendono da quello che riusciremo a fare con l’appoggio della comunità internazionale. La lotta ad un regime genocida come quello di Maduro, che sta uccidendo lentamente ogni giorno i venezuelani, ci spinge a combattere non da domani ma da sempre.

Come deputata non mi arrenderò mai e continuerò ad andare avanti senza mai pensare, neanche per un solo istante, che la vicenda non avrà un finale felice. Mi è toccato vivere tutto questo come deputata, come madre e come donna, ma proprio pensando a tutto quello che ho passato la forza di non fermarmi cresce ogni giorno che passa. Abbiamo la fede e la speranza di fare ritorno al nostro Paese in una condizione di libertà, di tornare ad essere liberi, di ritornare a poter stabilire chi deve governarci e dove vogliamo vivere.

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

Il ritorno di Juan Guaidó e la fase finale del Venezuela

Il ritorno di Juan Guaidó, l’autoproclamatosi Presidente della Repubblica del Venezuela, è avvenuto il 15 novembre in un comizio tenuto nell’Universidad Central de Caracas davanti agli studenti. La ricomparsa di Guaidó sulla scena politica venezuelana segue il suo spontaneo allontanamento dal Paese dopo la pubblicazione di notizie “scomode”, relative a suoi presunti rapporti con i cartelli narco-colombiani, testimoniate con foto e video. Le ripercussioni anche nel panorama internazionale si inseriscono nella campagna mediatica contro il governo dell’attuale Presidente eletto della Repubblica del Venezuela, Nicolas Maduro.

Il ritorno di Juan Guaidó e la fase finale del Venezuela - Geopolitica.info

 

Una crisi istituzionale iniziata quasi un anno fa: il 23 gennaio 2019, infatti, Guaidó stesso, quale Presidente dell’Asemblea Nacionál, si proclamò Presidente della Repubblica ad interim secondo l’articolo 233 della Costituzione bolivariana del Venezuela, emanata durante la presidenza di Hugo Chavez nel 1999.

Il conflitto politico-costituzionale in atto ha un peso molto forte, se si pensa al panorama politico del Venezuela, che rivela come la crisi dell’ultimo anno sia solo la punta dell’iceberg, un iceberg ricco di conflitti politici, conflitti internazionali e guerre economiche.

In questo contesto si può considerare che la ratifica da parte del Parlamento venezuelano del 17 settembre 2019 della proclamazione di Guaidó sia solo un altro tentativo per sovvertire il governo in carica. Un governo che da oltre un anno ha perso la maggioranza nell’Assemblea Nacionál, organo parlamentare, ma che comunque riesce a imporre il suo potere sulle dinamiche del Paese. Come? Attraverso le dinamiche internazionali, che sono collegate al conflitto interno, ma ben chiare: da una parte il blocco dei nuovi partner economici del Venezuela come Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese, dal momento dell’ascesa di Chavez, morto nel 2013, che ha di molto ridimensionato l’influenza statunitense nel Paese, e dall’altra parte i paesi come gli Stati Uniti e alcuni paesi europei, i quali, facendo perno sui problemi economici e sulle questioni relative alla difesa della libertà e della democrazia, vogliono sovvertire il governo in carica e sostituirlo con uno nuovo, al fine di ristabilire l’egemonia storica in campo economico e politico sul Venezuela degli USA e di alcuni Paesi europei.

Perché il Venezuela è cosi importante? Il Venezuela possiede i giacimenti petroliferi e le riserve di gas naturale più grandi al mondo e una posizione geografica ottimale per gli equilibri geopolitici nel continente centro e sudamericano, ed è sempre stato sotto l’influenza statunitense, che gestiva l’estrazione ed il trasporto delle risorse energetiche fino alla fine del XX secolo, fino cioè all’ascesa di Hugo Chavez nel 1998, il quale si oppose a questa influenza.

Quella di Juan Guaidó, quindi, è una minaccia molto forte, tesa a rinforzare dall’interno una opposizione politica al governo in carica, tacciato di illegittimità. Un governo che da anni viene criticato e denunciato per presunti brogli elettorali. La crisi istituzionale non ha accennato a diminuire, nemmeno dopo la scarcerazione del leader del movimento di opposizione Leopoldo López, agli arresti domiciliari dal 2017, considerato il vero ispiratore della crisi in atto.

Un anno, ormai, di manifestazioni, morti e arresti che hanno visto un paese sprofondare in una crisi economica drammatica, con scarsità di beni di prima necessità, pessime condizioni sanitarie ed embarghi economici internazionali. Sarà quindi questa minaccia l’inizio della fine di questa crisi? O resterà un altro vano tentativo di colpire Nicolas Maduro? Quali saranno i vincitori nel panorama internazionale?

La vicenda del Venezuela non è l’unica nel continente latino-americano. L’area sembra vivere una stagione particolarmente complessa, con rivolte popolari contro i governi in carica in Bolivia (dove lo stesso Evo Morales è fuggito in esilio in Messico), in Cile e in Ecuador. Non v’è dubbio che questo è l’obiettivo di Juan Guaidó, quello che lo stesso chiama la “fase finale”, senza ritorno. Una fase che porta due parlamentari italo-venezuelani, rifugiatisi nell’ambasciata italiana a Caracas dal mese di maggio, Mariella Magallanes e Americo De Grazia, a volare a Roma per evitare l’accusa di cospirazione, privati dell’immunità parlamentare. Una crisi che vede come obiettivo il controllo sul Paese per una strategia energetica di controllo sul petrolio, prima fonte energetica mondiale in utilizzo, che permette quindi in ingenti quantità di controllare le sorti dei mercati internazionali, (obiettivo nel controllo del prezzo del petrolio è la nascita dell’OPEC nel 1960, di cui il Venezuela è membro fondatore, che ha portato allo shock petrolifero degli anni ’70). Una strategia morale e democratica per le contestazioni in merito alla illegittimità di carica di Nicolas Maduro che inizia con la carica di Presidente della Repubblica ad interim nel 2013, iniziativa presa anche da Guaidó lo scorso anno, quando costituzionalmente spettava al Presidente dell’Assemblea Nacional, Cabello, che però sostenne quasi violentemente la carica di Maduro che arrivò quindi alle elezioni presidenziali come già Presidente, clima che fa pensare ad un sistema dittatoriale e di repressione, come testimoniano molte organizzazioni internazionali come “Human Rights Watch”.

Un continente in movimento per i molti Paesi in protesta, tensioni e paure per lo svolgimento politico di questi avvenimenti, avranno ripercussioni ben più ampie di quanto ci si aspetti? O saranno solo singoli eventi di un momento storico?

 

Il ruolo strategico di Russia e Cina in Venezuela: crisi della Dottrina Monroe ed ulteriore passo verso un mondo multipolare?

La crisi venezuelana dura ormai da molti anni (almeno dal 2013) e colpisce a livello sociale, economico e politico. La presenza di due “Presidenti” ostili l’un l’altro e la mancanza cronica di beni di prima necessità (oltre a molte altre problematiche) attanagliano il paese da troppo tempo e rendono la situazione difficilmente risolvibile, almeno nel breve termine. La motivazione principale sta nel fatto che questa nazione è uno dei “campi di battaglia” delle superpotenze nell’arena mondiale.

Il ruolo strategico di Russia e Cina in Venezuela: crisi della Dottrina Monroe ed ulteriore passo verso un mondo multipolare? - Geopolitica.info (ap)

 

Da una parte c’è Washington, con l’attuale Presidente Donald Trump che minaccia da tempo un intervento militare e che sta strozzando l’economia di Caracas con delle sanzioni “draconiane”; l’obiettivo finale di questa politica è l’abbattimento dell’attuale classe dirigente bolivariana e l’insediamento di un Governo più “sensibile” alle volontà statunitensi.
Dall’altra parte sono presenti Mosca e Pechino (con il sostegno dell’Avana) che appoggiano economicamente, politicamente e militarmente Maduro, garantendosi così un’ulteriore “breccia” nel giardino di casa degli USA, un alleato ricco di materie prime e ideologicamente affine (soprattutto con la Cina e con Cuba), nonché un ruolo di primo piano con tutti quei paesi che hanno relazioni difficili con Washington.
Il prosieguo e l’eventuale risoluzione della crisi di questo paese latino-americano sono due dei principali indicatori (insieme, ad esempio, all’esito della guerra dei dazi e alla crisi iraniana) per una reale comprensione di come si stiano evolvendo le relazioni internazionali, nonché di quale sia il peso dei principali attori statali e sovranazionali a livello mondiale.

Le superpotenze in Venezuela
È ormai noto che la Russia e la Cina siano due dei principali sponsor dell’attuale Governo Bolivariano. Mosca ha nel Venezuela socialista uno dei principali partner latinoamericani e caraibici e il tentativo di Putin di ritagliarsi un ruolo internazionale sempre maggiore lo obbliga a considerare di importanza strategica il mantenimento del potere, a Caracas, da parte del PSUV (Partito Socialista Unito del Venezuela). La Russia ha, infatti, sviluppato relazioni strategiche con questo paese a partire dalla vittoria di Chàvez.
Legami politici, economici e militari che garantiscono a Caracas un sostegno decisivo nell’ottica dell’emancipazione dal potente vicino nordamericano e alla Russia un’ulteriore presenza nel giardino di casa degli USA (con significativi vantaggi geopolitici e geoeconomici a tutti i livelli).
Alcuni dati a suffragio di queste considerazioni:

  • Per quanto riguarda la cooperazione tecnico-militare, degni di nota sono il tentativo di modernizzazione dell’aeronautica venezuelana tramite il programma Sukhoi, l’acquisto di Caracas dei sistemi antimissile S-300, la presenza dei Tupulev Tu-160 dell’Aviazione Russa (bombardieri anche nucleari) nel paese latino-americano e il sostegno russo alla generale modernizzazione dell’esercito venezuelano. Si parla di circa 11 miliardi di dollari di investimenti venezuelani per l’acquisto di armamenti russi;
  • In ambito energetico, si segnala che l’8% del processo di estrazione e trasformazione del petrolio venezuelano è in mano a joint-venture a partecipazione russa;
  • Il Cremlino ha supportato la ristrutturazione del debito di Caracas per 3,15 miliardi di dollari;
  • La continua condanna, da parte russa, delle politiche statunitensi nei confronti del Venezuela;

Anche Pechino, come Mosca, decidendo di sostenere il Governo Maduro, si è schierata in aperto conflitto con le volontà di Washington. La politica estera di Xi Jinping si muove seguendo delle linee ben precise che contemplano anche una presenza in America Latina. Questo ha portato il paese asiatico a sviluppare un flusso di ricchezza tale verso questa regione che gli ha garantito un importante accesso in quasi tutte le nazioni dell’area, anche quelle più legate agli USA (la base spaziale in Patagonia ne è un esempio lampante). Ovviamente, per affinità ideologiche e per necessità oggettive, il Venezuela è uno dei partner strategici di Pechino. Anche in questo caso, come per la Russia, notiamo un continuo rafforzamento dei legami tra questi due paesi, con Xi Jinping che aumenta la sfera d’influenza cinese nel mondo, amplia la strategia della Belt and Road Iniziative e si presenta sempre più come uno degli attori principali del tanto “agognato” mondo multipolare, mentre Maduro si ritrova un importante alleato nello sviluppo del progetto bolivariano e per il miglioramento delle condizioni economiche del paese.
Alcuni dati a sostegno di tali considerazioni:

  • La dichiarazione dell’ambasciatore cinese in Venezuela in occasione del 45° anniversario delle relazioni bilaterali tra i due paesi: “L’amicizia tra Cina e Venezuela costituisce una grande ricchezza. Il quarantacinquesimo anniversario delle relazioni diplomatiche ci porta a un nuovo punto di partenza, in cui entrambe le parti sono disposte ad andare avanti insieme per consolidare e promuovere gli scambi bilaterali e la cooperazione, salvaguardando equità e giustizia”;
  • La firma di una “partnership strategica globale” nel 2014;
  • Il prestito cinese al Venezuela, negli ultimi anni, di circa 60 miliardi di dollari, molti dei quali rimborsati in petrolio;
  • I circa 600 progetti congiunti sviluppati in maniera congiunta dai due paesi, con Pechino che ha guadagnato un accesso privilegiato al mercato venezuelano e ne è il massimo creditore del debito pubblico;
  • I continui avvertimenti cinesi a non interferire negli affari interni dei singoli paesi, con preciso riferimento al Venezuela e ai falchi dell’amministrazione USA che spingono per un intervento armato;
  • Gli investimenti diretti di Pechino a Caracas che ammontano, negli ultimi 15 anni, a circa 21 miliardi di dollari, di cui circa 12,7 nel settore energetico. In generale, l’interscambio tra i due paesi è stato di 6,3 miliardi nel 2017;

Come sottolineato, dunque, Russia e Cina (insieme a Cuba), sebbene per motivazioni non del tutto coincidenti, sono i principali alleati del Venezuela Bolivariano. La loro “fedeltà” a questa posizione lascia presagire altri momenti di duro confronto con gli USA, con questi ultimi decisi a non lasciare niente di intentato per non perdere il ruolo preminente nel panorama latino-americano e caraibico.

L’alba di un nuovo ordine mondiale?
L’ “affaire Venezuela” è, secondo il parere di chi scrive, la dimostrazione che il sistema internazionale sviluppatosi dopo la caduta del Muro di Berlino sta “collassando”. L’unipolarismo a guida USA, considerandolo metaforicamente come un software impenetrabile per circa vent’anni, sta subendo attacchi hacker che lo stanno lentamente erodendo. Oggi stiamo assistendo allo sviluppo di un rinnovato “balance of power”, con la Cina e la Russia che stanno guadagnando terreno sugli Stati Uniti d’America, anche attraverso una maggiore saldatura nelle loro relazioni in tutti i campi (in primis politico ed economico).
Infatti, queste potenze, insieme a quelle a carattere più regionale come India, Iran e appunto Venezuela (tra le altre), stanno reclamando maggiori spazi, nonché conquistando “terreni” fino a pochi anni fa impensabili.
La situazione venezuelana può essere considerata l’esempio più lampante delle difficoltà statunitensi nell’arginare lo sviluppo di questo possibile “nuovo ordine mondiale”, con la Dottrina Monroe del 1826 che non sembrerebbe più in grado di garantire la supremazia di Washington nel “suo” continente.
In base a tutto questo, il futuro delle relazioni internazionali non potrà prescindere da almeno due considerazioni fondamentali:

  • L’accettazione di un Sistema Internazionale multipolare, con modelli di sviluppo diversi ma capaci di dialogare e rispettarsi a vicenda, nell’osservanza del principio dell’autodeterminazione dei popoli e della non interferenza;
  • La riforma dell’Organizzazione delle Nazioni Unite che rispecchi la “nuova realtà”, decisamente diversa da quella di settant’anni fa, ma anche di soli venti anni fa. In particolar modo, è necessaria una riforma del Consiglio di Sicurezza che contempli almeno i seguenti punti:
  1. consistente allargamento dei membri, permanenti e non), essendo arrivati a quota 193 stati facenti parte delle Nazioni Unite (l’ultimo aumento dei membri non permanenti del CdS si registrò nel 1963)
  2. migliore suddivisione dei posti tra i membri (nonché una diversa ripartizione del potere di veto), in quanto alcune regioni del mondo sono abbondantemente sottorappresentate nonostante la loro significativa importanza nello scacchiere geopolitico

Il prosieguo di questo clima ostile, con lo sviluppo di una “terza guerra mondiale a pezzi” (definizione di Papa Francesco), sia militare che economico-finanziaria, che sta portando il globo verso una situazione sempre più pericolosa, in cui il fantasma di una guerra atomica “definitiva” per l’umanità non accenna a scomparire.

Il Venezuela oltre la crisi nazionale: strategie e interessi di Cina, Russia e Stati Uniti

Il Venezuela vive oggi una drammatica crisi politica, sociale ed economica, iniziata con la morte di Hugo Chávez nel 2013 e con il successivo crollo del prezzo del petrolio avvenuto nel 2015.  

Il Venezuela oltre la crisi nazionale: strategie e interessi di Cina, Russia e Stati Uniti - Geopolitica.info

La situazione pare essersi aggravata ulteriormente nell’ultimo periodo, come dimostrano i fatti accaduti agli inizi del nuovo anno, in particolare il 23 gennaio 2019, data in cui il giovanissimo leader dell’opposizione Juan Guaidó si è autoproclamato presidente ad interim del paese durante una manifestazione organizzata contro il presidente in carica Maduro.
Lo scenario venezuelano ha catturato l’attenzione mediatica internazionale, non solo per la grave crisi umanitaria che sta portando alla fuga un numero considerevole di venezuelani, ma anche e soprattutto per il coinvolgimento diretto dei più importanti leader mondiali: Trump, Putin e Xi Jinping. 

 

Gli Stati Uniti e l’appoggio a Guaidó

Dopo un periodo di stanca, gli Stati Uniti hanno riacquistato un ruolo di primordine nella lotta al chavismo e al suo principale leader Nicolás Maduro. Non c’è da stupirsi, in effetti, poiché tra i tanti scenari internazionali in cui gli Stati Uniti sono implicati, quello venezuelano risulta particolarmente importante da un punto di vista politico, economico e geostrategico in quanto si trova proprio nel loro “cortile di casa”.  
Preso atto dell’impossibilità di un’immediata implosione del regime dovuta al forte sostegno dell’esercito, il piano dell’amministrazione Trump era quello di rovesciare Maduro senza però intervenire direttamente con le armi, avendo appreso dalla terribile disfatta del 12 aprile 2002, quando contribuirono al tentativo di rovesciare il “comandante eterno” Hugo Chávez, fallendo. Il modo più efficace è sembrato, quindi, quello di sostenere il leader anti-madurista e filoamericano Juan Guaidó sperando potesse dare alla popolazione venezuelana una valida alternativa al regime vigente. 
L’interesse statunitense nella crisi venezuelana è causato in primo luogo da questioni storico-geografiche: come sappiamo infatti, le relazioni tra questi due paesi hanno radici antiche ed è proprio in Venezuela che ha sempre trovato piena applicazione la Dottrina Monroe. 
Successivamente, con la svolta socialista, il paese bolivariano è diventato però una vera e propria spina nel fianco per gli States, tanto che Obama definì Chávez e Maduro minacce alla sicurezza nazionale”.
Per l’amministrazione Trump appare dunque rilevante rimarcare la propria influenza nel continente americano e soprattutto in Venezuela dove oggi si gioca una partita importante con implicazioni non solo regionali ma soprattutto globali. Il protagonismo di attori internazionali come Russia e Cina è un’evidente manifestazione dell’importanza strategica del paese caraibico. 

 

Cina e Russia contro gli Stati Uniti  

La Cina e la Russia nella crisi venezuelana rivestono un ruolo fondamentale, non solo per il sostegno economico e politico manifestato a Maduro ma soprattutto perché anche in questo scenario stanno mostrando la crisi dell’unipolarismo che sta attraversando gli Stati Uniti. 
La Cina è il più rimarchevole avversario strategico americano e porta avanti da diversi anni importanti relazioni economiche con il Venezuela. Fu soprattutto a seguito dell’ascesa di Chavez che le relazioni sino-venezuelane migliorarono considerevolmente e difatti nel 2001 il Venezuela diventò il primo paese ispanico a entrare in una “partnership di sviluppo strategico” con la Repubblica Popolare, diventando poi “partnership strategica globale” nel 2014 a seguito dell’elezione di Nicolás Maduro1. Secondo le stime dell’American Enterprise Institute, la Cina ha investito circa 12,7 miliardi di dollari nello stato latino-americano negli ultimi 15 anni nel settore energetico e ha concesso al paese bolivariano prestiti pari a 62 miliardi di dollari e garantito investimenti per più di 2 miliardi di dollari per lo sviluppo di importanti infrastrutture. 
Oltre che da un punto di vista economico, il Venezuela riveste per la Cina un ruolo strategico rilevante in quantograzie al suo posizionamento geografico, potrebbe essere lo strumento di pressione per dissuadere gli Stati Uniti dall’intervenire nel Mar Cinese Meridionale ed Orientale.
La crisi politico-istituzionale che sta attraversando oggi il paese, però, pone la Cina in una posizione non poco problematica, e se per ora la delegazione cinese ha deciso a di non riconoscere il leader dell’opposizione, Juan Guaidó, come presidente ad interim, non possiamo escludere l’ipotesi che in futuro abbandoni un instabile Maduro qualora l’opposizione rassicuri Pechino sulla continuità delle relazioni economiche in caso di un cambio di governo.
Per ciò che concerne la Russia invece, la forte rivalità con gli Stati Uniti, arrivata all’apice con l’annessione della Crimea da parte del Cremlino, è sicuramente il migliore strumento per comprendere l’atteggiamento russo nella crisi venezuelana. 
Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, “lo spostamento” verso est della NATO e dell’Unione Europea è stata percepita dalla Russia come una minaccia alla sicurezza nazionale. Ciò ha determinato la necessità di intraprendere relazioni con alcuni paesi dell’America Latina non allineati col gigante a stelle e strisceIn effetti, il Venezuela risulta un potenziale avamposto dei russi Oltreoceano e dunque un importante alleato contro gli Stati Uniti Moltre interessi geopolitici e strategici anche in questo caso a giocare un ruolo fondamentale nell’alleanza con Maduro vi sono interessi economici: infatti, secondo Reutersdal 2005 la Russia avrebbe prestato a Caracas circa 17 miliardi di dollari, e inoltre, il colosso petrolifero statale Rosneft avrebbe da anni importanti interessi nell’industria energetica venezuelana. Altrettanto importante è il settore dell’industria bellica: il Venezuela, infatti, è il migliore importatore di armi russe con contratti da miliardi di dollari. 
In merito all’attuale crollo economico e politico-istituzionale, Putin punta il dito contro Washington, ritenendo che le continue sanzioni e l’ingerenza nelle questioni politiche interne facciano in realtà parte di un piano ben orchestrato per bloccare l’influenza russa nel suo “cortile di casa”.  

Per concludere, è chiaro che la crisi che sta attraversando il Venezuela va ben oltre questioni nazionali ma si sta delineando sempre di più come l’ennesimo terreno di scontro tra i tre giganti internazionali.  Ci si chiede dunque, quanto l’influenza di Trump, Putin e Xi abbia inciso nella crisi nazionale e se ci si possa aspettare nei prossimi mesi l’esplosione di una guerra civile o peggio, un vero e proprio conflitto armato. Nonostante le difficoltà nel prevedere cosa succederà nei prossimi mesi e quali siano le reali intenzioni dei leader, appare chiaro che l’unica reale vittima di questa crisi sia il popolo venezuelano, affamato, abbandonato e soggetto a continue e innumerevoli strumentalizzazioni.  

 

USA vs Maduro: alla base della “dottrina Monroe”

Juan Guaidó ha lanciato la sfida a Maduro con il sostegno diretto degli Stati Uniti. L’attuale situazione di apparente stallo non muta la postura americana, che torna ad applicare attivamente i criteri della “dottrina Monroe”.

USA vs Maduro: alla base della “dottrina Monroe” - Geopolitica.info

La situazione interna

Lo scorso 23 gennaio il nuovo presidente dell’Assemblea Nazionale, l’ingegnere Juan Guaidó, ha giurato a Caracas, davanti ad una folla di suoi sostenitori, quale nuovo presidente ad interim della Repubblica Bolivariana del Venezuela. Questa mossa ha ulteriormente precipitato il paese in una spirale di contrapposizione tra le varie forze in campo che si era già manifestata a partire dal 2014, dalle manifestazioni cosiddette delle “guarimbas”. La crisi sociale, economica e politica e la deriva autocratica del presidente Nicolás Maduro (rifiuto di convocazione del referendum revocatorio, scioglimento del parlamento, convocazione dell’Assemblea Costituente, stretta su alcuni oppositori) ha spinto una parte dell’opposizione, la MUD (Mesa de la unidad democrática), a giocare la carta costituzionale, che prevede la possibilità di un presidente ad interim in mancanza dello stesso (e questo perché la MUD considera Maduro illegittimo, non riconoscendo le elezioni presidenziali tenutesi nel maggio del 2018).

Subito dopo la sua proclamazione Guaidó ha ricevuto il riconoscimento ufficiale da parte di diversi governi latino americani e di Stati Uniti, Australia, Canada, Giappone e di diverse cancellerie europee. Maduro è invece riconosciuto come presidente del paese dall’ONU e dalla maggioranza dei suoi stati membri (ma l’appoggio che conta è soprattutto quello di Cina e Russia): in merito il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres,ha sottolineato come l’ONU continui a cooperare con l’attuale governo.

Data la situazione attuale, come accaduto spesso nella storia dell’America Latina, l’ago della bilancia è costituito dalle forze armate, che fino ad ora sono rimaste in larga parte fedeli al governo chavista: va ricordato in merito che Chávez prima e Maduro poi hanno implementato e rafforzato il ruolo dell’esercito, non solo integrando diversi ufficiali nel governo (in particolare durante gli ultimi anni di Maduro) ma anche dando maggiori compiti a corpi quali GNB (la Guardianazionale bolivariana) e FANB (Forza armata nazionale bolivariana).

Questa contrapposizione interna rimane ad oggi priva di reali sbocchi e probabilmente legata alle decisioni dell’esercito: e mentre gli attori venezuelani si confrontano/scontrano, la partita per Caracas sembra giocarsi anche e soprattutto al di fuori del paese.


Perché gli Usa puntano al “regime change”

Per quale motivo Washington è passata all’offensiva finale nei confronti di un governo sempre più debole? Perché la prima potenza mondiale punta il dito contro il malcapitato Venezuela? Diverse sono le ragioni che spingono gli Usa ad occuparsi in modo così plateale della questione venezuelana. Proviamo a capirele motivazioni che informano la politica estera statunitense verso Caracas.

Un fattore, di certo il meno importante, è dato da questioni prettamente interne ed elettorali: il presidente Donald Trump punta alla rielezione nel 2020 e in vista di quell’appuntamento il tycoon vuole riconfermare la vittoria in uno swing state fondamentale come la Florida, dove è presente una folta comunità cubana e ispanica: da qui la retorica contro il binomio Cuba/Maduro e l’attivismo del senatore Marco Rubio (di origine cubana); a ciò si aggiungono gli strali contro il socialismo e contro quei sentimenti “socialisti” che affiorano tra le nuove leve dei democratici e che metterebbero a rischio la democrazia e l’economia americana.

È però qualcos’altro che spinge Washington a cercare di dare la spallata al chavismo, qualcosa che affonda le sue radici nella strategia geopolitica degli Stati Uniti, a quella “dottrina Monroe”spesso citata come mantra da Chávez e Maduro quale esemplificazione del razzismo e dell’imperialismo americani: essa venne formulata in seguito alla guerra con la Gran Bretagna del 1812-1815 al termine della quale, grazie anche al controllo del bacino del Mississippi e all’acquisto della Louisiana dalla Francia di Napoleone nel 1803, le ex colonie iniziavano a guardare al mare, non solo verso est ma anche verso sud. In questo scenario, sebbe negli Usa non fossero ancora in grado di sfidare le potenze coloniali europee, si affacciò tra diversi “padri” americani l’idea di affermare, almeno teoricamente, la supremazia di Washington sull’emisfero occidentale, rifiutando da un lato le ingerenze degli stati europei e dall’altro tenendosi lontani dalle dispute tra le capitali del Vecchio Continente. È a partire da questa scelta che spesso il continente americano nel suo complesso viene definito quale “giardino di casa degli Stati Uniti”: e forse non è un caso che proprio il Venezuela abbia costituito all’inizio del Novecento l’esempio della ferrea volontà statunitense di impedire l’affacciarsi di attori esterni nel continente americano (leggasi “corollario Roosevelt”). La“dottrina Monroe” è stata ed è elemento cardine di come gli Stati Uniti guardano il mondo e in particolare il loro“vicinato”: il padre del containment (Nicholas Spykman) affermò che a garantire “un’indisputabile supremazia navale e aerea” statunitense è innanzitutto il controllo del “Mediterraneo americano”, con Mar dei Caraibi e Golfo del Messico intesi come “mare interno”.

Questa impostazione geopolitica spinge quindi gli Usa a tentare di impedire l’affermarsi di minacce nel continente americano, tanto più in un paese come il Venezuela, importante per vari motivi: oltre a possedere le maggiori riserve di petrolio ad oggi conosciute e oltre ad essere territorio ricco di innumerevoli altre materie prime, i governi chavisti hanno nel corso del tempo intessuto rapporti con forze avverse agli Usa, dall’Iran alla Russia passando per Cina, Cuba e per la Libia del colonello Gheddafi. In particolare Cina e Russia sono ormai “protettori” di Maduro (con Pechino meno incline di Mosca a difendere Maduro ad ogni costo): per Washington gli investimenti di aziende russe e cinesi, per di più legate indirettamente ai loro governi, è elemento non più trascurabile, tanto più che la Cina sta incrementando complessivamente i legami commerciali con i paesi della regione, fino a ventilare la possibile apertura di una base militare in El Salvador o addirittura la costruzione di un canale in Nicaragua in grado di fare concorrenza a quello di Panama (progetto che in realtà sembra già tramontato).

Il Venezuela è quindi paese che ha per Washington una grande valenza geografica e strategica per il suo essere ricco di materie prime, nonché “ponte” tra il sud America e i Caraibi. Inoltre l’area è ulteriormente attenzionata dagli Usa proprio per la presenza del fondamentale “collo di bottiglia” del canale panamense, nonché per il poroso confine con la Colombia, paese da sempre allineato a Washington e che due anni fa ha aderito alla Nato quale “partner globale”: Bogotà ospita già diverse basi statunitensi e garantisce agli Usa “l’affaccio” sul “mare interno” e sul Pacifico, unico stato dell’America meridionale a possedere tale privilegio.

ALBA al tramonto

Nell’ormai lontano dicembre 2004, Hugo Chávez siglò con Cuba un accordo basato sullo scambio tra il petrolio venezuelano e i medici cubani, spesso inviati da L’Avana in vari paesi, in particolare per programmi di vaccinazione. Quell’accordo costituiva la fase embrionale dell’ALBA (Alleanza bolivariana per le Americhe) che vedrà poi anche l’adesione della Bolivia di Evo Morales, dell’Ecuador di Rafael Correa e del Nicaragua sandinista, oltre ad altre piccole realtà statuali dei Caraibi. Nata anche in contrapposizione all’ALCA (Area di libero commercio delleAmeriche, poi rimasta solo sulla carta), quell’accordo fortemente voluto da Chávez e Castro segnava negli anni la conformazione di un “fronte” di paesi che si definivano “antimperialisti” e che puntavano alla creazione di una maggiore integrazione regionale ma anche e soprattutto all’opposizione congiunta alla soverchiante superiorità statunitense nel continente.

Ad affiancarsi a tale organismo vi erano inoltre altri paesi governati da presidenti di sinistra più o meno radicale, dall’Argentina kirchnerista al Brasile del PT, dall’Uruguay del Frente Amplio all’Honduras di Zelaya, dall’FMLN in El Salvador alla parentesi dell’ex vescovo Lugo in Paraguay, oltre al governo di Michelle Bachelet in Cile (con appoggio anche del Partito Comunista nelle elezioni del 2013) e alle forze“bolivariane”al governo in Bolivia ed Ecuador. La maggior parte dei paesi latino americani era governato da forze progressiste che spesso coadiuvavano il Venezuela chavista (in particolare Bolivia, Cuba, Ecuadore il Brasile di Lula). Oggi l’isolamento regionale che circonda Maduro, reso plastico dal riconoscimento di Guaidó da parte di quasi tutti gli statil atino americani, riflette un cambiamento politico, quasi un vero e proprio ribaltamento rispetto alle forze di governo di alcuni anni fa: Cile, Colombia, Argentina, Brasile, Perù sono attualmente governate da forze di centrodestra/destra mentre Lenin Moreno in Ecuador ha archiviato il“correismo” e optato per un percorso centrista, schierandosi apertamente contro Maduro.

L’Uruguay frenteamplista e il Messico del nuovo presidente Manuel Obrador, insieme alla Comunità dei Caraibi (Caricom) si sono invece proposti per mediare attraverso il “meccanismo di Montevideo” nel tentativo di risolvere la crisi venezuelana e impedire l’esacerbarsi della situazione politica e sociale.

Chi continua a mostrare vicinanza e sostegno al chavismo è Evo Morales, presidente della Bolivia, membro dell’ ”alleanza bolivariana” e atteso dalle elezioni di ottobre: situazione diversa nel Nicaragua sandinista, anch’esso alle prese con proteste e tumulti interni e oggetto di sanzioni statunitensi, che si è mostrato abbastanza tiepido nel prendere le difese di Maduro per il timore di una ulteriore stretta ai suoi danni da parte di Washington.

L’attuale caos venezuelano affonda le sue radici nel passato lontano e recente. L’affacciarsi della figura di Guaidó e il suo tentativo di porre finea quella che definisce “usurpazione”, ha spinto le varie forze regionali e globali a prendere posizione, immortalando una spaccatura che vede Stati Uniti e alleati occidentali da una parte e Russia, Cina, Iran e Turchia dall’altra (con il nostro paese per ora attestato tra la condanna della deriva autoritaria di Maduro e la richiesta di nuove elezioni e un vago sentimento di non ingerenza).

Lo scenario risulta decisamente instabile e pronto ad esplodere ma l’ipotesi ventilata circa il possibile intervento armato per rovesciare Maduro appare quantomeno improbabile, anche se le autorità americane, tra cui il Consigliere per la sicurezza nazionale Bolton, il Segretario di Stato Pompeo, il vicepresidente Pence e lo stesso Donald Trump, hanno più volte ribadito che “tutte le opzioni sono sul tavolo”. Questa eventualità ha spinto Mosca ad inviare nel paese diversi specialisti militari e il dispiegamento di alcuni sistemi S-300 di difesa antiaerea.

Difficilmente Washington punterà all’intervento armato, non solo perché non ha nessuna intenzione di aprire un conflitto nel suo “cortile di casa” ma anche perché i vicini alleati della Casa Bianca hanno fatto intendere di non volere una destabilizzazione lungo i propri confini: in particolare, Colombia e Brasile, già alle prese con l’accoglienza di migranti venezuelani, non sembrano disposti a sobbarcarsi i rischi e i costi di un eventuale confronto armato in Venezuela. Tanto più che Bogotà è alle prese con il tentativo di pace con la locale guerriglia delle FARC dopo l’accordo siglato con l’ex presidente Juan Manuel Santos.

L’attivismo di Washington nei confronti del Venezuela di Maduro ribadisce ciò che informa la politica continentale statunitense da quasi due secoli e cioè la proiezione di potenza e la volontà egemonica nel complesso del continente americano: nel nord, l’integrazione economica e produttiva con Canada e Messico, stati “ancillari”, e nel centro-sud (e nei Caraibi) l’inflessibilità nell’accettare l’esistenza di qualsiasi attore in grado di costituire una minaccia alla “sicurezza nazionale”. La “dottrina Monroe” resta quindi formulazione geopolitica cardine che ancora oggi spinge la superpotenza a rivolgere il suo sguardo verso il Venezuela sempre più dipendente da rivali strategici come Cina e Russia.

È quindi probabile che gli Stati Uniti decidano per un’ulteriore stretta sanzionatoria nei confronti di uomini chiave di Caracas e spingano ulteriormente per rompere il fronte delle forze armate che fino ad ora hanno garantito un sostegno pressoché totale a Maduro. Anche perché, come recentemente sottolineato anche dal New York Times, gli Usa sono sempre più insofferenti verso l’incapacità di Guaidó di giungere a risultati effettivi, costretto come sembra ad un tentativo di dialogo con il governo di Maduro.

 

 

Who is Who: Juan Guaidó

Nome: Juan Gerardo Guaidó Márquez
Nazionalità: Venezuelana
Data di nascita: 28 luglio 1983
Ruolo: Presidente autoproclamato del Venezuela ad interim

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Nato nel 1983 a La Guaira, città portuale a una trentina di chilometri da Caracas, Juan Guaidò ha studiato presso l’Università Cattolica Andrés Bello, luogo in cui si è laureato in ingegneria nel 2007. Nello stesso anno, Guaidò muove i primi passi nel mondo della politica, facendosi notare alle manifestazioni studentesche contro il referendum costituzionale promosso dal governo di Chavez.

Nel 2009, Guaidò è tra i membri fondatori del partito Volontà Popolare (Voluntad Popular), forza centrista e progressista che è forte oppositrice di Chávez prima e di Maduro poi. In questo contesto, Guaidò si segnala per il suo carisma e per spiccate attitudini alla leadership. Il suo mentore politico è Leopoldo López, uno dei più noti, radicali e divisivi oppositori del regime venezuelano, che dall’inizio del 2014 si trova agli arresti domiciliari e impossibilitato a fare politica.

Nel 2010, Guaidò viene eletto deputato dell’Assemblea Nazionale per il suo Stato e, con questo incarico, si occuperà di indagare sulla corruzione presente nell’amministrazione del presidente Nicolàs Maduro, succeduto a Chávez nel 2013.

Fino alle prime settimane del 2019, ossia prima che venisse eletto capo dell’Assemblea Nazionale, il Parlamento uscito dalle elezioni del 2015, che però negli ultimi anni Maduro ha di fatto svuotato di ogni potere, Guaidò era un personaggio pressoché sconosciuto al di fuori del proprio paese. L’11 gennaio scorso, egli ha tenuto un comizio a Caracas nel quale ha pronunciato «la dichiarazione al popolo del Venezuela», definendo il presidente Maduro un «usurpatore» e soprattutto dicendosi pronto a farsi carico di un governo di transizione in grado di mettere fine all’attuale regime. Il suo comizio a Caracas ha attirato immediatamente la curiosità della stampa internazionale, gli entusiasmi delle opposizioni venezuelane e l’attenzione del regime di Maduro.

Il 23 gennaio 2019, Juan Guaidó si è autoproclamato presidente ad interim del Venezuela, invocando un emendamento costituzionale che consenta al capo della legislatura di guidare un governo provvisorio fino a quando non si potranno tenere nuove elezioni.

Egli viene riconosciuto come presidente del Venezuela da importanti paesi come Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Canada, Brasile, Colombia, Paraguay, Argentina, Perù, Ecuador, Cile, Guatemala e Costa Rica.

Alcuni interrogativi sulla crisi venezuelana

A pochi giorni dall’inizio del secondo mandato presidenziale di Nicolás Maduro (2019-2025), l’autoproclamazione di Juan Guaidò rischia di provocare un’escalation della violenza a Caracas. Si tratta di un’azione legittima o di un golpe? Inoltre, il riconoscimento da parte degli Stati si sta lentamente trasformando in ingerenza negli affari venezuelani?

Alcuni interrogativi sulla crisi venezuelana - Geopolitica.info

 

Juan Guaidó, classe 1983, Presidente dell’Assemblea Nazionale e leader dell’opposizione, il 23 gennaio ha giurato sulla Costituzione venezuelana per sostituire Maduro, da lui definito un “usurpatore” illegittimo. Per quest’ultimo e i suoi sostenitori, tra cui i governi di Turchia, Russia, Cina, Cuba e  Bolivia, si tratta di un colpo di Stato e l’ennesimo tentativo, orchestrato degli americani, di interferire nelle vicende di Caracas. Tuttavia, oltre agli Stati Uniti, anche l’Unione europea, il Canada, l’Australia, Israele e il Gruppo di Lima hanno salutato l’evento come “l’inizio di un processo di transizione democratica” per il Paese.

Quello che viene da chiedersi è se sia realmente così e, quindi, se la Costituzione del Venezuela autorizzi il Presidente del Parlamento a destituire e prendere il posto del Presidente della Repubblica.

Guaidó ha giustificato il suo atto con un’interpretazione degli artt. 350 e 333 secondo cui “qualsiasi cittadino o cittadina, investito o meno di autorità”, ha il dovere di collaborare per ristabilire la validità della Costituzione, contro qualsiasi autorità che minacci i valori democratici e i diritti umani. È opinione di diversi giuristi che, a fronte delle violente proteste popolari e dell’accentramento di poteri da parte di Maduro, esista un margine di costituzionalità per l’intervento del leader dell’opposizione. Margine che aumenta se si considera che l’art.233 prevede la fine del mandato presidenziale, oltre che nell’eventualità della morte, rinuncia e incapacità fisica e mentale dell’incaricato, tramite destituzione stabilita da “sentenza del Tribunale Supremo di Giustizia […]così come da revoca popolare”. In una simile circostanza il vertice dell’Assemblea nazionale può ricoprire l’incarico presidenziale fino al regolare svolgimento di un nuovo turno elettorale, entro un termine di trenta giorni.

Questa spiegazione, però, non convince tutti. Come riporta Bloomberg, rivista statunitense, l’ultimo articolo non contempla la possibilità per il Parlamento di rimuovere il Presidente in carica, ma afferma semplicemente che il leader dell’Assemblea Nazionale possa ricoprire l’incarico per un mese, se il Presidente della Repubblica non fosse nelle condizioni di servire, in modo permanente, il Paese. Questa condizione al momento non sussiste, fa notare l’avvocata costituzionalista Olga Alvarez, che aggiunge che “nella Carta Magna non è contemplato un vuoto di potere né un Presidente ad interim”. Secondo lei, se si considerano gli accordi stretti con Trump e le ripetute minacce di quest’ultimo di ingerenza militare, l’azione di Guaidó presenta un’aperta violazione dell’art. 128 del Codice Penale. Tale articolo prevede che “Chiunque cospiri, in accordo con una Nazione straniera o nemici esterni, contro l’integrità del territorio della patria o le sue istituzioni repubblicane […], sarà punito con l’incarcerazione da venti a trent’anni”. Infine, continua la donna, è un atto illecito perché contrario alla volontà popolare che ha scelto Nicolás Maduro nelle elezioni di maggio de 2018 e perché Guaidó fa parte di un organo i cui poteri sono stati annullati da una sentenza del Tribunal Supremo de Justicia emessa nel 2016.

Il punto, però, è che l’opposizione contesta la validità stessa dell’esito elettorale in quanto si sarebbero verificati brogli e una gestione scorretta dell’elaborazione dei voti elettronici da parte di Smartmatic, multinazionale venezuelana con sede nel Regno Unito. La stessa società, obiettano i sostenitori di Maduro, che aveva già gestito le elezioni legislative del 2015 culminate nella vittoria del partito di opposizione Mesa de la Unidad Democratica (MUD).

Secondo gli esperti per risolvere lo stallo politico che vede, al momento, il Paese retto da due Presidenti della Repubblica e due Assemblee nazionali, sono necessarie nuove elezioni, libere e trasparenti. Come ha dichiarato Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione europea, se non si prenderanno misure in tal senso “l’Ue intraprenderà ulteriori azioni, anche sulla questione del riconoscimento della leadership del Paese”. La proposta è sembrata una sorta di ultimatum, al quale ha risposto il cancelliere venezuelano Jorge Arreaza, davanti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu: “Pensate ai vostri problemi. Noi non ci intromettiamo nelle vostre questioni. Rispettate, in accordo con la Carta delle Nazioni Unite, l’autodeterminazione dei popoli” [..] Questo ultimatum è assurdo. Perché otto giorni? Perché non sette o trenta? Da dove viene questa cifra magica di otto giorni?”.

Per concludere, come fa notare Miguel Tinker Salas, storico venezuelano e professore in California, sulla questione venezuelana c’è un’accesa e vasta “polarizzazione” di opinioni all’interno e al di fuori del Paese.

Al momento, però, il principale focus dei media è diventata la pressione internazionale verso Maduro e le proteste popolari, al punto da convincere, erroneamente, l’opinione pubblica che il supporto della comunità internazionale ad un Governo parallelo, dia a quest’ultimo un potere effettivo all’interno del Venezuela. Questo, considerando la grave situazione economica di Caracas e le forti tensioni sociali, fa sì che ci sia un forte rischio di strumentalizzazione politica da parte degli attori internazionali in gioco, in primis Stati Uniti, Russia e Cina, che potrebbero essere tentati di giocare la loro partita senza valutare le conseguenze per la popolazione venezuelana.

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