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Trump e Obama “gemelli diversi”

In una recente pubblicazione dedicata alla visione politica di Donald Trump il prof. Germano Dottori ha intitolato “gemelli diversi” un capitolo del suo libro, significando che le politiche dell’attuale presidente americano e del suo predecessore Barack Obama abbiano più affinità di quanto la comune pubblicistica voglia ammettere.

Trump e Obama “gemelli diversi” - Geopolitica.info

Parliamo di affinità chiaramente in campi ben precisi, senza dimenticare le notevoli differenze tra i due leader, riscontrabili innanzitutto sul versante culturale e personale, anche alla luce di quanto affermato nelle analisi che, a partire dal 2016, hanno via via meglio inquadrato le strategie del presidente americano e la logica sottostante certe sue intemerate.

Continuità e differenze tra Obama e Trump alla luce del nuovo paradigma americano

All’indomani delle elezioni del 45° Presidente americano, le pubblicazioni dei più noti editori si sono concentrate sulla vita controversa di Donald Trump, spesso sottolineandone il passato a dir poco inquietante. Per fare un esempio, a parte una biografia sostanzialmente benevola come quella di Gennaro Sangiuliano, già nel 2016 in Italia abbiamo potuto leggere il “Donald Trump” di David Cay Johnston, celebre giornalista d’inchiesta che è andato a rivangare vicende discusse – dalla famigerata “Trump University alla “brigata polacca” del grande magazzino Bonwit Teller, passando per controverse “associazioni benefiche” – nonché amicizie imbarazzanti, comportamenti sconcertanti dell’imprenditore, forse nemmeno così ricco come sbandierato ai quattro venti, da lì a poco successore di Obama alla Casa Bianca.

Anche Andrew Spannaus, analista attivo sia in Italia che negli Stati Uniti, all’indomani delle elezioni ha pubblicato un libro molto critico e allarmistico in cui, senza troppo soffermarsi su aspetti biografici, veniva evidenziato il Trump “fuori dal sistema”, interprete di una “nuova faglia” tra apparati del mondo politico e il sentire della gente comune, tra establishment e outsider. Una “faglia” che nel caso di Trump è stata alimentata da un pensiero di ascendenza puritana: in primis la ferma volontà di dominio su ciò che di considera proprio, ovvero, lo “spazio americano”, e niente altro.

Pur rimanendo ferme le critiche e le preoccupazioni per i comportamenti fuori dalle righe del presidente americano, successivi contributi editoriali si sono concentrati sulle contraddizioni di un Trump che in realtà non agirebbe molto diversamente dal predecessore, almeno per quanto riguarda la politica estera. Sergio Romano, per capirci, ha ricordato l’esistenza delle “due Americhe”, sempre esistite, ma, allo stesso tempo, non ha potuto negare che il nuovo presidente, “a modo suo e con uno stile completamente diverso dal suo predecessore, sia destinato ad alimentare quella tendenza al disimpegno che è un altro aspetto di tutti i declini imperiali”. In altri termini lo stile di un nazionalista “ma con un concetto del ruolo degli Stati Uniti apparentemente contraddittorio: imperiale ma al tempo stesso animato anche da un forte pregiudizio verso i coinvolgimenti esterni”. Peraltro, un tratto spesso presente nella politica americana anche se molti se lo sono scordato dopo la svolta interventista di Bush Jr. a seguito dell’attentato dell’11 settembre. Con Trump si è infatti parlato di un “nazionalismo jacksoniano” proprio dei fautori di una agenda minima sul piano della politica internazionale e nel contempo militaristi e intransigenti sostenitori degli interessi americani.

Questa sorta di affinità politica tra Obama – Trump, non subito evidenziata da editorialisti e polemisti, forse a causa delle personalità così diverse tra i due leader, è stata ulteriormente rimarcata da Stefano Graziosi che nel suo “Apocalypse Trump”, libro con l’ambizione di sfatare comodi luoghi comuni, ha messo a confronto il democratico e il repubblicano (eretico). La politica estera di Obama avrebbe quindi rappresentato, pur tra limiti e contraddizioni, “forse il primo tentativo concreto di superare le logiche della Guerra Fredda”, tendendo la mano ad alcuni degli storici nemici americani. Insomma, il presidente democratico, accusato di essere troppo idealista si sarebbe rivelato in realtà un realista disilluso. Da questo punto di vista quindi Donald Trump, molto più di Hillary Clinton, almeno sul versante della strategia internazionale, si potrebbe considerare il vero “erede” di Obama.

Aspetto ancor più approfondito, come anticipato, da Germano Dottori, secondo il quale “in una prospettiva di medio-lungo termine le presidenze di Barack Obama e Donald Trump possono, e forse dovrebbero, essere lette come due momenti diversi dello stesso mutamento di paradigma”. In questo senso la politica di Obama rappresenterebbe una svolta strategica lungimirante e spregiudicata e non, come spesso fraintesa, un’azione di ambiguità e irresolutezza. In altri termini un’azione di “smart power” interconnessa al prolungamento della supremazia americana e che ha voluto dire ricerca della pace con l’Islam, mitigazione delle ambizioni europee e il contenimento congiunto di Cina e Russia.

Il punto centrale delle riflessioni degli analisti, una volta messe da parte le polemiche sulla personalità sui generis del presidente repubblicano, è stato quello di evidenziare la politica, propria sia di Obama che di Trump, improntata ad un realismo “leading from behind”, ovvero la volontà di occuparsi prima di tutto degli Stati Uniti, guardando agli affari esteri da una posizione più defilata. Secondo Dottori, che certamente non infierisce su Trump ma lo prende invece molto sul serio e si tiene lontano da rappresentazioni a suo dire caricaturali, “la presunta irresolutezza dell’uno e la pretesa erraticità dell’altro dovrebbero essere notevolmente ridimensionate”. Semmai Obama, per concretizzare questa svolta, avrebbe avuto l’accortezza di impiegare le tecniche indirette dello smart power, mentre Trump, coerente con la sua personalità, avrebbe enfatizzato il ricorso allo strumento delle sanzioni e della forza militare.

È anche vero, se andiamo a leggere la National Security Strategy del 2017, che balzano agli occhi le differenze valoriali tra l’attuale presidente e i suoi predecessori, compresi quelli repubblicani.

Altro discorso riguarda l’analisi complessiva della politica estera americana, almeno come si è sviluppata da vent’anni a questa parte a fronte della “Global War on Terror”. Ad esempio, se andiamo a valutare i rapporti con l’Europa, è stato più volte ricordato come già con Bush si contrapponeva la narrazione di “nuova” Europa vs “vecchia” Europa, a cui è poi è seguito un ulteriore indebolimento dell’Alleanza Atlantica con Obama; per poi giungere alla svolta radicale di Trump che per la prima volta ha messo “apertamente in dubbio la determinazione degli Stati Uniti a investire risorse economiche e capitale politico nel mantenimento e rinnovamento della Nato”.

Conclusioni

In sostanza questa sorta di provocazione espressa con i “gemelli Obama – Trump”, chiaramente al netto delle enormi differenze culturali e di stile esistenti tra i due, ha una sua ragion d’essere, sempre più confermata dagli analisti geopolitici, che l’attuale presidente repubblicano non rappresenta una sorta di incidente della storia. Piuttosto, alla sua maniera politicamente poco corretta e intemperante, Trump interpreta un percorso strategico che in realtà sarebbe iniziato in particolare dopo la caduta del Muro di Berlino e che avrebbe come obiettivo la conclusione delle “guerre infinite” combattute in aree del globo ritenute ormai periferiche.

L’Iran nell’occhio del ciclone

Dall’8 maggio 2018 quando l’amministrazione Trump ha annunciato  l’uscita dal JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action) stipulato nel 2015 si è progressivamente giunti ad una crisi politica ormai irrecuperabile tra Teheran e Washington, due potenze che a loro modo si considerano degli imperi.

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I falchi americani John Bolton e Mike Pompeo, appoggiati da Israele e Arabia Saudita, spingono ad un intervento manu militari degli USA contro Teheran, nel tentativo di arginarne il “revival sciita”, ma le forze politiche più filo-iraniane si oppongono, considerando la Persia un partner strategico fondamentale.

Certamente il crescente ruolo geopolitico della più grande potenza sciita al mondo è considerata un’aberrazione agli occhi dell’Isola Continente dato che il Medio Oriente, come spazio geografico e geopolitico, è una pura invenzione del marittimista americano Mahan (1900) i cui stati sono frutto più di un “capriccio anglo-americano” piuttosto che di un processo storico di lunga data. Per questo l’Iran nella visione del Deep State americano risulta essere un’anomalia proprio perché ha una storia ultra-millenaria (più di 2500 anni) con un mythomoteur consolidato (risvegliato dalla dinastia Safavide nel 1501 quando convertirono l’Antica Persia allo sciismo duodecimano) che persegue obiettivi geopolitici, indipendentemente dal regima al potere, consoni alla propria statura storica di potenza eurasiatica, la cui posizione geografica e le dimensioni ne fanno un attore centrale negli equilibri geopolitici della regione.

La naturale propensione a sentirsi accerchiati da potenziali nemici spinge la Persia a ricoprire un ruolo attivo nel Medio Oriente onde consolidare sé stessa ed evitare una nuova spartizione simile a quella anglo-russa del 1907, impattando di conseguenza direttamente contro “l’ombrello americano” nel Golfo. Il velayat-e faqih, ovvero il principio secondo il quale la massima autorità religiosa prevale su quella politica, e le ambizioni di esportare la rivoluzione islamica in tutta l’area dopo il 1979 hanno scatenato una crisi tout court all’interno della macchina burocratica americana ancora irrisolta al giorno d’oggi, viste le rapsodiche correnti all’interno sia dell’amministrazione Trump sia del Congresso americano circa le azioni da intraprendere nei confronti dell’Iran.

La difficoltà di trovare un modus vivendi con la Repubblica Islamica è sempre stata una costante dal 1979 nonostante una forte, seppur piccola, corrente politica legata alla CIA, ma soprattutto a Brzezinski, vede con favore il regime degli ayatollah al potere proprio perché la stabilità garantita dallo sciismo duodecimano fa di Teheran un garanzia nella regione a cui si potrebbe delegare la debacle afghana, in cui l’Iran ha già ricoperto un ruolo fondamentale durante l’invasione sovietica degli anni’80, quando forni un importante appoggio logistico ai “mujaheddin americani” in funzione anti-sovietica. Tale ruolo si potrebbe ripresentare oggi permettendo agli USA di contare su un rule maker regionale di prima categoria. Un eventuale asse Teheran-Washington, secondo sempre la visione geopolitica di questa corrente “filo-iraniana”, farebbe dell’Iran anche un potenziale attore geopolitico in funzione anti-russa sia dal punto di vista strategico che economico: strategico perché la vasta influenza iraniana nel Grande Medio Oriente, per motivi culturali, storici e linguistici in paesi come il Tagikistan, garantirebbe a Washington una penetrazione nel cuore dell’Eurasia (considerato da sempre pax russa e ultimamente pax russo-cinese), economico perché le grandi riserve di idrocarburi ne farebbero un partner commerciale alternativo soprattutto per l’Unione Europea , svincolandola parzialmente dal monopolio russo sull’export di gas. In base a questo schema l’accordo sul nucleare iraniano è stato considerato un atout proprio per conseguire tali scopi da tale fazione del Deep State americano. La posta in gioco con il JCPOA non era evitare che l’Impero persiano diventasse una potenza nucleare in grado di minacciare la sicurezza mondiale, come più volte ribadito dalla battage occidentale, ma dare una collocazione geopolitica al paese riconoscendone il ruolo di genius loci nella regione, non solo dagli USA ma da tutte le grandi potenze mondiale come Cina e Russia, “congelando” il presunto programma nucleare iraniano.

La corrente maggioritaria invece, legata alla potentissima lobby israeliana-sionista dell’AIPAC nonché saudita, conosciuta meglio come “la linea dei falchi americani”, principale sostenitrice dell’amministrazione Trump, considera il regime degli ayatollah il nemico da sconfiggere. Dalla caduta del regime di Pahlavi il pensiero di un Iran potente anti-israeliano e anti-saudita si è trasformato in un vero e proprio assillo specie se la revanche islamica iraniana rafforzasse la redenzione palestinese guidata da Hamas o peggio ancora la forza di Hezbollah in Libano, considerato da Tel Aviv la longa manus persiana ai suoi confini. I falchi americani temono inoltre che l’aumento del peso geopolitico del paese persiano gli permetterebbe di far leva sulle minoranze sciite molto consistenti nella penisola arabica, destabilizzando le monarchie sunnite come l’Arabia Saudita. I falchi hanno quindi sempre avuto come principale obiettivo ostracizzare l’Iran, impedendo l’ascesa di una forza pericolosa per il cosiddetto “cordone sanitario sunnita” e Israele.

Dopo l’11 settembre l’inserimento da parte dell’amministrazione Bush dell’Iran nel 2002  nell’asse del male ,nonostante il presidente Khatami avesse intrapreso una politica estera di avvicinamento all’Occidente, la guerra in Afghanistan (2001) e in Iraq (2003) sono state perseguite con lo scopo di creare caos in due paesi confinanti con l’Iran mettendo i suoi limes sotto pressione nel tentativo di indurre le minoranze etniche afghane, curde, arabe e del Balucistan a ribellarsi contro Teheran, seguendo la logica del divide et impera. L’obiettivo era rompere l’asse sciita (Herat-Teheran-Damasco-Beirut), tanto temuto dai falchi, isolando il suo principale artefice ed eventualmente costringerlo a negoziare con Washington.

Tuttavia, gli errori gravi commessi dagli USA sia in Afghanistan sia in Iraq le cui guerre non hanno portato alla democratizzazione dei due paesi ma ad una settarizzazione del conflitto aprendo le “porte” ai pasdaran nel Siraq.

L’accordo sul nucleare in questo caso ha suscitato l’ira di Netanyahu siccome il JCPOA si traduceva in una legittimazione sul piano internazionale della Repubblica Islamica e di conseguenza del suo operato nella regione acuendone ancora di più il prestigio politico tra gli alleati come Hezbollah. Il leitmotiv di tale preoccupazione è il possibile avanzamento da parte delle milizie sciite nella regione di pretese politiche nei confronti di Israele e Arabia Saudita avvalendosi del ruolo politico riconosciuto all’Iran dall’accordo. Inoltre, per i falchi, il JCPOA riconosce pienamente all’Iran la facoltà di potenziare il proprio sistema missilistico, temutissimo dagli attori regionali specialmente se finisse in mano al regime di Assad o agli Huthi dello Yemen. Ecco perché il filone conservatrice ha spinto Trump ad uscire dal paventato accordo 5+1 senza prospettare nessuna possibilità per un nuovo negoziato almeno al momento.

Il problema è l’impasse creatosi negli ultimi mesi nella macchina burocratica americana dopo il ripristino delle sanzioni. Gli incidenti alle petroliere e all’abbattimento dei droni spia sopra lo stretto di Hormuz hanno fatto scattare una pericolosissima Trappola di Tucidide tra l’Iran e gli USA ( si legga anche Israele e Arabia Saudita) in cui l’onore, l’interesse e la paura rischiano di prevalere sulla diplomazia e, constatato il punto di non ritorno raggiunto, l’unica soluzione all’orizzonte sembrerebbe essere una “tempesta americana” pronta ad abbattersi sull’Iran, dalle conseguenze incalcolabili, con il rischio di trasformarsi in una Terza Guerra Mondiale ormai alle porte.

Il Venezuela oltre la crisi nazionale: strategie e interessi di Cina, Russia e Stati Uniti

Il Venezuela vive oggi una drammatica crisi politica, sociale ed economica, iniziata con la morte di Hugo Chávez nel 2013 e con il successivo crollo del prezzo del petrolio avvenuto nel 2015.  

Il Venezuela oltre la crisi nazionale: strategie e interessi di Cina, Russia e Stati Uniti - Geopolitica.info

La situazione pare essersi aggravata ulteriormente nell’ultimo periodo, come dimostrano i fatti accaduti agli inizi del nuovo anno, in particolare il 23 gennaio 2019, data in cui il giovanissimo leader dell’opposizione Juan Guaidó si è autoproclamato presidente ad interim del paese durante una manifestazione organizzata contro il presidente in carica Maduro.
Lo scenario venezuelano ha catturato l’attenzione mediatica internazionale, non solo per la grave crisi umanitaria che sta portando alla fuga un numero considerevole di venezuelani, ma anche e soprattutto per il coinvolgimento diretto dei più importanti leader mondiali: Trump, Putin e Xi Jinping. 

 

Gli Stati Uniti e l’appoggio a Guaidó

Dopo un periodo di stanca, gli Stati Uniti hanno riacquistato un ruolo di primordine nella lotta al chavismo e al suo principale leader Nicolás Maduro. Non c’è da stupirsi, in effetti, poiché tra i tanti scenari internazionali in cui gli Stati Uniti sono implicati, quello venezuelano risulta particolarmente importante da un punto di vista politico, economico e geostrategico in quanto si trova proprio nel loro “cortile di casa”.  
Preso atto dell’impossibilità di un’immediata implosione del regime dovuta al forte sostegno dell’esercito, il piano dell’amministrazione Trump era quello di rovesciare Maduro senza però intervenire direttamente con le armi, avendo appreso dalla terribile disfatta del 12 aprile 2002, quando contribuirono al tentativo di rovesciare il “comandante eterno” Hugo Chávez, fallendo. Il modo più efficace è sembrato, quindi, quello di sostenere il leader anti-madurista e filoamericano Juan Guaidó sperando potesse dare alla popolazione venezuelana una valida alternativa al regime vigente. 
L’interesse statunitense nella crisi venezuelana è causato in primo luogo da questioni storico-geografiche: come sappiamo infatti, le relazioni tra questi due paesi hanno radici antiche ed è proprio in Venezuela che ha sempre trovato piena applicazione la Dottrina Monroe. 
Successivamente, con la svolta socialista, il paese bolivariano è diventato però una vera e propria spina nel fianco per gli States, tanto che Obama definì Chávez e Maduro minacce alla sicurezza nazionale”.
Per l’amministrazione Trump appare dunque rilevante rimarcare la propria influenza nel continente americano e soprattutto in Venezuela dove oggi si gioca una partita importante con implicazioni non solo regionali ma soprattutto globali. Il protagonismo di attori internazionali come Russia e Cina è un’evidente manifestazione dell’importanza strategica del paese caraibico. 

 

Cina e Russia contro gli Stati Uniti  

La Cina e la Russia nella crisi venezuelana rivestono un ruolo fondamentale, non solo per il sostegno economico e politico manifestato a Maduro ma soprattutto perché anche in questo scenario stanno mostrando la crisi dell’unipolarismo che sta attraversando gli Stati Uniti. 
La Cina è il più rimarchevole avversario strategico americano e porta avanti da diversi anni importanti relazioni economiche con il Venezuela. Fu soprattutto a seguito dell’ascesa di Chavez che le relazioni sino-venezuelane migliorarono considerevolmente e difatti nel 2001 il Venezuela diventò il primo paese ispanico a entrare in una “partnership di sviluppo strategico” con la Repubblica Popolare, diventando poi “partnership strategica globale” nel 2014 a seguito dell’elezione di Nicolás Maduro1. Secondo le stime dell’American Enterprise Institute, la Cina ha investito circa 12,7 miliardi di dollari nello stato latino-americano negli ultimi 15 anni nel settore energetico e ha concesso al paese bolivariano prestiti pari a 62 miliardi di dollari e garantito investimenti per più di 2 miliardi di dollari per lo sviluppo di importanti infrastrutture. 
Oltre che da un punto di vista economico, il Venezuela riveste per la Cina un ruolo strategico rilevante in quantograzie al suo posizionamento geografico, potrebbe essere lo strumento di pressione per dissuadere gli Stati Uniti dall’intervenire nel Mar Cinese Meridionale ed Orientale.
La crisi politico-istituzionale che sta attraversando oggi il paese, però, pone la Cina in una posizione non poco problematica, e se per ora la delegazione cinese ha deciso a di non riconoscere il leader dell’opposizione, Juan Guaidó, come presidente ad interim, non possiamo escludere l’ipotesi che in futuro abbandoni un instabile Maduro qualora l’opposizione rassicuri Pechino sulla continuità delle relazioni economiche in caso di un cambio di governo.
Per ciò che concerne la Russia invece, la forte rivalità con gli Stati Uniti, arrivata all’apice con l’annessione della Crimea da parte del Cremlino, è sicuramente il migliore strumento per comprendere l’atteggiamento russo nella crisi venezuelana. 
Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, “lo spostamento” verso est della NATO e dell’Unione Europea è stata percepita dalla Russia come una minaccia alla sicurezza nazionale. Ciò ha determinato la necessità di intraprendere relazioni con alcuni paesi dell’America Latina non allineati col gigante a stelle e strisceIn effetti, il Venezuela risulta un potenziale avamposto dei russi Oltreoceano e dunque un importante alleato contro gli Stati Uniti Moltre interessi geopolitici e strategici anche in questo caso a giocare un ruolo fondamentale nell’alleanza con Maduro vi sono interessi economici: infatti, secondo Reutersdal 2005 la Russia avrebbe prestato a Caracas circa 17 miliardi di dollari, e inoltre, il colosso petrolifero statale Rosneft avrebbe da anni importanti interessi nell’industria energetica venezuelana. Altrettanto importante è il settore dell’industria bellica: il Venezuela, infatti, è il migliore importatore di armi russe con contratti da miliardi di dollari. 
In merito all’attuale crollo economico e politico-istituzionale, Putin punta il dito contro Washington, ritenendo che le continue sanzioni e l’ingerenza nelle questioni politiche interne facciano in realtà parte di un piano ben orchestrato per bloccare l’influenza russa nel suo “cortile di casa”.  

Per concludere, è chiaro che la crisi che sta attraversando il Venezuela va ben oltre questioni nazionali ma si sta delineando sempre di più come l’ennesimo terreno di scontro tra i tre giganti internazionali.  Ci si chiede dunque, quanto l’influenza di Trump, Putin e Xi abbia inciso nella crisi nazionale e se ci si possa aspettare nei prossimi mesi l’esplosione di una guerra civile o peggio, un vero e proprio conflitto armato. Nonostante le difficoltà nel prevedere cosa succederà nei prossimi mesi e quali siano le reali intenzioni dei leader, appare chiaro che l’unica reale vittima di questa crisi sia il popolo venezuelano, affamato, abbandonato e soggetto a continue e innumerevoli strumentalizzazioni.  

 

USA e Polonia alleati contro Nord Stream 2

Al centro dei colloqui alla Casa Bianca tra il presidente americano Donald Trump e il suo omologo polacco Duda il ruolo della Russia nell’approvvigionamento energetico europeo. Un fronte comune contro il gasdotto Nord Stream 2 con gli Stati Uniti pronti a sanzioni per fermare la costruzione del gasdotto che poterà il gas russo in Germania. E con la Polonia che entra sempre più nella sfera di influenza americana incrementando l’acquisto di gas naturale liquefatto proveniente dagli Stati Uniti.  

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 ll timore di un’Europa sempre più legata alla Russia  

Gli Stati Uniti, da sempre, sono contrari alla realizzazione del gasdotto Nord Stream 2 che, una volta a regime, con una capacità di 55 miliardi di metri cubi annui, si andrebbe ad aggiungere al già esistente Nord Stream consentendo a Mosca di inviare in Germania sino a 110 miliardi di metri cubi per anno. La preoccupazione del presidente Trump è che in questo modo l’Europa possa diventare sempre più dipendente dalle forniture di gas della Russia, alla ricerca di rotte alternative a quella Ucraina, dal momento che le tensioni con Kiev non garantiscono pienamente la sicurezza degli approvvigionamenti. Una preoccupazione, quella del presidente americano, aggravata dal fatto che nel frattempo avanzano i lavori per la costruzione del TurkStream, il gasdotto che porterà altro gas russo verso l’Europa attraverso la Turchia.  

La reazione del presidente Trump 

Ed è così che nei giorni scorsi, in occasione dell’incontro a Washington con il presidente polacco Duda, Trump ha ribadito la contrarietà degli Stati Uniti alla realizzazione del gasdotto, minacciando la possibilità di adottare sanzioni. La conferma di una voce che già correva da tempo in ambienti diplomatici tanto che a maggio il segretario all’Energia statunitense, Rick Perry, parlando da Kiev, aveva anticipato che il Senato e la Camera avrebbero approvato una proposta di legge relativa a possibili sanzioni contro il gasdotto. Anche se non è chiaro chi sarebbe colpito dalle sanzioni. Ma gli usa sarebbero pronti a tutto per fermare questo progetto da 9,5 miliardi di dollari che, secondo le parole di Donald Trump, renderebbe la Germania “ostaggio della Russia”.  

L’accordo con la Polonia 

Fin dalle fasi iniziali dell’accordo con Gazprom, il governo polacco si è opposto al nuovo gasdotto e con lui quasi tutti i governi dei paesi dell’Est Europa: sia le tre repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia e Lituania) che temono sempre possibili aggressioni russe, sia la Repubblica Ceca e la Bulgaria. E proprio in occasione della visita del presidente polacco Duda a Washington Stati Uniti e Polonia hanno firmato un accordo per una fornitura ulteriore di 2 miliardi di metri cubi di gas naturale liquido statunitense, per un valore di circa 8 miliardi di dollari. Trump, inoltre, ha ribadito il sostegno di Washington per il progetto del gasdotto (Baltic Pipe) che collegherà la Polonia con i paesi del nord Europa, in un’ottica di diversificazione delle fonti energetiche.  

Il compromesso tra Francia e Germania 

L’affondo degli Stati Uniti arriva pochi mesi dopo il compromesso tra Francia e Germania in sede europea. A Bruxelles, infatti, Macron e Merkel hanno trovato un compromesso che salva, per il momento, la costruzione di Nord Stream 2. In base a questa intesa, i gasdotti che si collegano alla rete europea da Paesi terzi dovranno essere sottoposti alla stringente normativa Ue, ma la responsabilità della sua applicazione e la supervisione spetterà allo stato membro nel cui territorio o nelle cui acque territoriali si trova il primo punto di interconnessione della pipeline. Nel caso di Nord Stream 2, la Germania. Un altro passo verso la realizzazione del gasdotto, anche se la strada sembra essere ancora lunga. E, soprattutto, piena di ostacoli politici e giuridici.  

Libia: passato, presente e (quale) futuro tra gli interessi americani, russi e italiani

Alla fine del 2011, con l’uccisione di Gheddafi e la fine della dittatura in Libia, si pensava che il Paese potesse intraprendere un percorso di democratizzazione, raggiungere un buon grado di stabilità e pacificazione. Da quella data sono ormai trascorsi più di otto anni e appare chiaro che le speranze della Comunità internazionale non si sono realizzate. Al contrario, se durante la dittatura di Muammar Gheddafi la maggior parte degli Stati interessati alla Libia aveva un nemico comune, con la sua caduta si sono manifestati sempre più gli interessi nazionali di singoli Stati, il progressivo disimpegno americano controbilanciato dal maggiore intervento russo. L’Italia prova a svolgere un ruolo.

Libia: passato, presente e (quale) futuro tra gli interessi americani, russi e italiani - Geopolitica.info Da Open "Cosa può succedere in Libia e che ruole potrà giocare l'Italia" di Riccardo Liberatore

Dalla fine della dittatura al periodo dell’instabilità  Alla fine del febbraio 2011, dopo quattro decenni di dittatura, la popolazione della Libia si rivoltò contro Muammar Gheddafi. Gheddafi minacciò come risposta una brutale repressione. Gli alleati della NATO, dopo alcune esitazioni iniziali, hanno attaccato il regime nell’ambito di un mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unitela campagna militare aerea ha avuto una durata di circa sette mesi, portando alla fine della dittatura nel mese di ottobre, quando Gheddafi è stato catturato e ucciso dalle forze ribelli. Con la conclusione della guerra, aluni osservatori sostenevano che la Libia avrebbe avuto un percorso verso la stabilizzazione e la democrazia meno traumatico e problematico rispetto ad altri Paesi, anche grazie al fatto che le frange ribelli erano state in parte unificate e gli Stati vicini, in particolare Tunisia ed Egitto, guadavano con favore alla transizione della Libia verso la pace. Inoltre, i danni alle strutture economiche, comprese quelle petrolifere e del gas, erano stati limitati, consentendo un continuum nei rapporti commerciali con l’Occidente. Con la risoluzione 2009 del 16 settembre 2011, il Consiglio di Sicurezza ha dato mandato alla Missione delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL), sotto la guida del rappresentante speciale delle Nazioni Unite, Ian Martin, avente gli obiettivi di assistere e supportare gli sforzi libici per stabilire la sicurezza, intraprendere un dialogo politico, estendere l’autorità dello Stato, promuovere e proteggere i diritti umani, riavviare l’economia e coordinare lo sforzo internazionale. In linea con una politica di guerra finalizzata a fornire supporto solo su quelle aree dove avevano risorse speciali, gli Stati Uniti assunsero un ruolo rilevante solo in alcuni compiti, come ad esempio il monitoraggio e la protezione delle armi di distruzione di massa di Gheddafi o dei sistemi di difesa antiaerea portatili, che si riteneva fossero diverse migliaia. Oltre alle Nazioni Unite, anche l’Unione Europea istituì una missionecome anche singoli Stati (ad esempio Francia, Gran Bretagna, Italia e altri)Ma la situazione nel corso negli anni non è miglioratala comunità internazionale non è stata capace di unirsi in un unico fronte e la Libia è entrata a fare parte del grande gioco per il riassetto delle sfere d’influenza tra Usa, Russia e Francia nel Mediterraneo e in Medio Oriente. 

l disimpegno americano e il maggiore coinvolgimento russo  

Per quanto concerne gli Stati Uniti, in contrasto con l’amministrazione precedente, che era stata in capolinea insieme all’Europa, e soprattutto all’Italia, dell’insediamento a Tripoli di un premier sotto egida ONU, con l’obiettivo di riunificare il Paese, gli Stati Uniti di Trump hanno dimostrato di voler restare al minimo del coinvolgimento (seguendo una strategia geopolitica basata sulla dottrina Cebrowski1.) Il disinteresse americano nei riguardi della Libia è da collegare, tra gli altri, al tema del petrolio, una fonte energetica a cui gli Stati Uniti non attribuiscono più la stessa importanza strategica del passato, in quanto con lo shale gas sono diventati autosufficienti. Per l’attuale amministrazione americana, la Libia è una questione soprattutto di guerra al terrorismo e ciò è emerso anche recentemente, nel momento in cui sono trapelati dettagli di una telefonata intercorsa tra il presidente Donald Trump e il generale Haftar, nella quale il presidente statunitense ha riconosciuto gli sforzi del feldmaresciallo di Bengasi per combattere i terroristi. 

 Al contrario, la Libia interessa alla Russia per diversi motiviin primis occorre menzionare che Mosca ha da sempre necessità di avereavamposti nel Mediterraneo: l’accesso ai mari caldi è fondamentale nella strategia marittima del Cremlino, ma avere alleati nel Mediterraneo non è semplice, anche perché le potenze coinvolte sono molte. Oltre a ciò, tendenzialmente sono tre le direttrici su cui si sviluppa la politica russa in Africa e in Medio Oriente: energia, infrastrutture e armi. A questi interessi, si uniscono rilevanti interessi economici. Non si può non citare il fatto che il ministro Darsi, a Mosca, ha confermato gli accordi con la Russia per lacostruzione dell’alta velocità Bengasi-Sirte, in un’area controllata da Haftar. Un contratto da2 miliardi di dollaricirca, che per i libici significa principalmente sviluppo e collegamento fra le diverse parti del Paese, mentre per la Russia è di primario interesse coinvolgere le sue aziende nellaricostruzione libicaVa comunque sottolineato che il Cremlino, dopo la caduta di Muhammar Gheddafi, si è mosso con prudenza, benché non abbia mai nascosto le simpatie perKhalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica. Prova ne è anche il viaggio del maresciallo libico a Mosca, dove ha incontrato il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu e pare abbiano discusso le strategie per risolvere la crisi libica e il contrasto al terrorismo. Al contempo la Russia non ha mai negato il riconoscimento del governo di unità nazionale diFayez al Sarraj. E una conferma è arrivata dalviaggio a Moscadel ministro dell’Economia del governo di accordo nazionale,Naser al Darsi, che si è recato nella capitale russa per parlare con i suoi interlocutori del Cremlino, in particolare con il vice ministroMikhail Bogdanov(che ha successivamente preso parte alla conferenza a Palermo in rappresentanza del governo russo). Una scelta bipartisan che ha come scopo ergersi a potenza mediatrice e necessaria per tutti gli schieramenti utili alla strategia russa.  

 Quale ruolo gioca l’Italia? 

L’Italia ha cercato e sta tutt’ora tentando di stabilizzare la situazione in Libia, anche grazie alla presenza di personale diplomatico presente a Tripoli e a contatti con le maggiori potenze mondiali. L’ex ministro dell’interno Minniti ha effettuato un viaggio in USA per illustrare a Washington la strategia italiana per quel che riguardava il controllo dell’immigrazione mediterranea, ed è poi emerso come gli Stati Uniti considerassero (e forse considerino ancora) di grande importanza le azioni politiche intraprese fino dall’Italia per stabilizzare il territorio e la conseguente volontà americana di fare affidamento sull’Italia come paese “imprescindibile per la sfida strategica del Mediterraneo” anche nella lotta contro il terrorismo, evitando così che la Libia diventi la nuova base dell’ISIS sfruttando i flussi migratori per colpire l’Europa. La sfida cruciale del Pentagono è quella di evitare che tra i migranti possano nascondersi pericolosi terroristi in fuga dalle zone di guerra dopo il crollo del sedicente Stato islamico.  L’impegno italiano si nota anche in seguito all’organizzazione di una conferenza internazionale sulla Libia a Palermo nel Novembre 2018, idea nata in occasione della visita del premier Giuseppe Conte a Washington e che, nell’immediato, ha trovato l’appoggio del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, favorevole a un rinnovato impegno del nostro Paese nel teatro di crisi del paese nordafricano. Al summit tenutosi a Palermo il 12 e 13 novembre, tuttavia Trump non ha preso parte, così come diversi dei capi di stato – Putin, Macron e Merkel – ai quali inizialmente si era pensato. Sul piano libico alcuni dei leader più influenti, tra questi il presidente del Governo di Accordo Nazionale (GNA) riconosciuto dall’ONU Fayez al-Serraj, il presidente del Parlamento di Tobruk Aguila Saleh Issa, il presidente dell’Alto consiglio di Stato libico Khaled al-Mishri, hanno subito aderito. La mancata certezza della presenza e della partecipazione al summit di Roma di Khalifa Haftar, il potente generale appoggiato da Egitto, Emirati Arabi Uniti, Francia e Russia che controlla la Cirenaica e l’Esercito nazionale libico, si è risolto alla fine con una formula piuttosto ambigua nella quale il generale ha potuto sostanzialmente scegliere chi vedere bilateralmente, evitando invece di prendere parte a sedute plenarie. L’Italia ha lavorato alla creazione di un consenso attorno a un nuovo percorso condiviso con le Nazioni Unite e non ha imposto una linea o nuove scadenze. Innescatosi il meccanismo di preparazione della conferenza, è stata in grado di trasformarla in qualcosa di diverso: non più un punto di svolta della crisi libica, come forse inizialmente un po’ in maniera velleitaria ci si attendeva, ma una conferenza di servizio, che ha rappresentato il rilancio della nuova road map delle Nazioni Unite. Il nuovo piano per la Libia sembrava dovere molto al contributo di idee e indirizzo dell’Italia, a cominciare dall’insistenza sulla ricomposizione del quadro delle istituzioni economico-finanziarie libiche, al maggior coinvolgimento degli attori militari che hanno il controllo reale del terreno e di tutte quelle parti di paese che erano rimaste escluse precedentemente, ma nonostante alcuni tentativi di pacificazione e dialogo, nel corso degli ultimi mesi la situazione in Libia si è ulteriormente aggravata. Le milizie che sostengono Al Sarraj e quelle del governo cirenaico di Tobruk si stanno affrontando ormai dagli inizi di aprile e l’escalation è iniziata a 10 giorni dalla “Conferenza nazionale”, l’incontro sotto l’egida dell’ONU che avrebbe dovuto portare a un accordo per arrivare a elezioni. Il primo ministro al-Serraj, all’inizio di maggio, ha intrapreso un viaggio in Europa per sollecitare il sostegno verso Tripoli, ha bisogno di aiuto per contrastare l’offensiva militare dell’Esercito nazionale libico lanciata dalla Cirenaica, ormai da quasi due mesi, dal generale Khalifa Haftar. Ma ancora una volta la comunità internazionale è divisa: la Russia si è opposta ad una presa di posizione contro l’avanzata del generale cirenaico Kalifa Belqasim Haftar, motivata a fini di «anti-terrorismo», gli USA hanno chiesto tempo per valutare meglio le prospettive in campo, a Roma il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi ha ricevuto la visita dell’omologo francese Jean-Ives Le Drian e i due hanno chiesto un cessate il fuoco immediato, a cui devono seguire una tregua umanitaria per prestare assistenza alle persone colpite e la ripresa del processo politico, unica possibile soluzione alla crisi libica. Occorre anche menzionare l’intervento, in videoconferenza da Tripoli, dell’inviato speciale Ghassam Salamè, il quale ha evidenziato i pericoli che potenze estere si intromettano in Libia inviando uomini e armi, ha chiesto di rafforzare l’embargo sugli armamenti già operante dal 2011. 

Una difficile soluzione 

In conclusione, se per anni gli Stati Uniti hanno fornito sostegno militare e di intelligence per la sicurezza della regione, nell’ultimo periodo hanno mostrato disinteresse verso il Paese e questo vuoto sta tentando di riempirlo la Russia di Putin. Per quanto concerne l’Italia, uno dei principali alleati di al-Sarraj, nei giorni scorsi ha ospitato a Roma il generale Haftar. L’uomo forte della Cirenaica ha avuto circa due ore di colloqui riservati col premier Giuseppe Conte, alla fine dell’incontro Conte avrebbe ribadito la posizione italiana legata alla road map stabilita dall’ONU che, per essere attuataha necessariamente bisogno che cessino le ostilità, anche per evitare il rischio di una crisi umanitaria nell’area di Tripoli. Inoltre, lo stesso giorno in cui Conte ha ricevuto Haftar l’ambasciatore italiano in Libia, Giuseppe Buccino ha incontrato a Tripoli il ministro dell’Interno del GNA, Fathi Bashaga, al quale ha espresso l’appoggio dell’Italia al governo di Accordo nazionale. La posizione dell’Italia sembra dunque rimanere costante, uno dei principali obiettivi è di promuovere il dialogo, ma la situazione in Libia non sembra facilmente risolvibile nell’immediato. 

 

 

 

 

 

Riflessi e identità collettive. Guardare ad Oriente a quarant’anni dall’opera di Edward Said

Era il 1978 quando, al culmine di un complesso ed ininterrotto processo di ricerca, Edward Said, docente, critico e teorico letterario, pubblicava in USA il suo saggio antropologico “Orientalism”. L’ondata di scalpore che sollevò nel panorama della critica internazionale, man mano che nuove edizioni nelle più diverse lingue facevano la loro graduale comparsa anche nei paesi non anglofoni, non fu indifferente: la platea accademica si ritrovò contesa tra il sincero interesse e una sdegnosa ostilità nei confronti delle tesi propugnate nel testo.

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Edward Wadie Sa’id (1935-2003), palestinese naturalizzato statunitense, professore di inglese e letteratura comparata alla Columbia University, si avvale dell’analisi di un nutrito repertorio storico, artistico e letterario per raccontarel’evoluzione (o presunta tale) dell’approccio occidentale a quello sconfinato, inafferrabile macrocosmo così spesso costretto nella succinta denominazione di “Oriente”. Attingendo a piene mani dalle teorie del discorso di Michel Focault, obiettivo dell’autore è dimostrare che il concetto stesso di Oriente altro non è se non un artificio, una longeva ed incessante sedimentazione di tipizzazioni (peraltro spesso negative) e immagini codificate che pretendono di riassumere, in via assolutamente generalista, una realtà la cui concreta eterogeneità è evidentemente al di là di ognipossibile schematizzazione. Ma quello che Said chiama “orientalismo”, al netto dei vari Delacroix e Nerval, delle odalische di Ingres e Flaubert con la sua sensuale e tragica Salammbô, è un fenomeno ben più immanente e consolidato di una mera collezione di stereotipi: apparirà, del resto, del tutto logico che anche costoro non possano esseres emplicemente il frutto dei capricci di un’epoca, il prodotto di un gusto storicamente determinato per quanto vi sia di“esotico” o, per l’appunto, “orientale”.Al contrario, essi costituiscono la vera e propria “cartina tornasole” dell’apice di una progressione storica e culturale ininterrotta, quella del rapporto/dominio tra l’Europa egemone e i territori dell’Asia: non è dunque un caso che tale sensibilità abbia trovato sfogo nel periodo di massima portata delle imprese coloniali, quando, al crescere del relativo interesse delle nazioni europee, si accompagnò il proliferare delle società geografiche, degli istituti e delle cattedre universitarie dedicati allo studio delle lingue e delle “cose orientali”. E’ proprio da questa prima osservazione che prendono le mosse le argomentazioni di Said: la storia dei rapporti tra gli imperi coloniali europei e i paesi dell’area orientale, sostiene l’autore, vede il proprio fulcro nella sostanziale asimmetria dei ruoli.Laprospettiva occidentale avrebbe teso, sin dal principio, ad una sistematica spersonalizzazione dell’Oriente, riducendolo ad oggetto di studio e di analisi, e sempre nella misura in cui ciò potesse giovare ai propri interessi. Complice anchel’autoreferenzialità del campo dell’orientalismo, i cui principali esponenti, spesso, non facevano che confermare e riprendere vicendevolmente le rispettive tesi, cliché e generalizzazioni si consolidarono a tal punto da venire a coincidere perfettamente con l’idea stessa di conoscenza dell’Oriente. Tale conoscenza “paranoica” assolveva a due diverse necessità: da un lato, circoscrivere, e quindi, in un certo senso, tentare di imbrigliare un’alterità altrimenti problematica (si pensi a quale grande provocazione abbia rappresentato il Medio Oriente islamico per la Cristianità europea del medioevo); dall’altro, costituire uno strumento di assimilazione e di dominio. Si è così perfezionata, nel corso del XIX secolo, l’immagine dell’Oriente come il luogo irredento dell’ irrazionalità e della perversione, del dispotismo e della schiavitù, dello sfarzo e della decadenza; l’antropologia del periodo coloniale fa riferimento quelleche Said definisce “identità collettive”: all’“orientale” o al “semita” (senza alcuna ulteriore distinzione etnico-linguistica), il quale è quasi sempre descritto come naturalmente volubile, intemperante, vendicativo ed indolente, incapace pertanto di autodeterminarsi socialmente e, men che meno, istituzionalmente. Si è provveduto, dunque, a“orientalizzare l’Oriente” fino a giustificare non solo il diritto, ma addirittura il dovere imperativo, per le potenze coloniali (Inghilterra e Francia in modo particolare) di estendere la propria impronta civilizzatrice su quelle popolazioni la cui fiacchezza morale sarebbe inevitabilmente precipitata nell’immobilismo e nella tirannide, in quello che Said stesso definisce “un cattivo genere di eternità”.

Sono concetti che sembrano appartenere ad una visione storicamente superata. Eppure, nelle appendici in calce a successive edizioni del testo, il professore non manca di sottolineare come, a suo parere, dal secondo dopo guerra in poi, gli accademici della nuova superpotenza americana abbiano mutuato, più o meno inconsciamente, determinate predisposizioni riconducibili all’orientalismo, specialmente per quanto riguarda il problema di come relazionarsi con “la mentalità araba”. Gli stessi pregiudizi, seppur limati dall’ideologia liberal democratica, sarebbero infatti ravvisabili nell’atteggiamento di sufficienza o di avversione con cui l’opinione pubblica americana ha generalmente guardato ai movimenti di rivendicazione nazionale del mondo islamico già dalla seconda metà del XX secolo, nonché della connotazione quasi paternalistica che l’interventismo ha assunto relativamente a quest’area geografica. Said si è più volte pronunciato in maniera polemica sul commitment degli Stati Uniti: da ultimi, il supporto ad Israele sul nodo della questione palestinese e l’avvio delle operazioni militari in Iraq nel 2003. In un articolo pubblicato dal Guardian il 1agosto dello stesso anno, per altro pochi mesi prima della sua morte, egli accusa l’élite del Pentagono di star intessendo una politica superficiale e sensazionalistica, cavalcando l’onda di sgomento post-9/11 per sollevare una crociata dai toni manicheistici contro l’“asse del male”. Una presa di posizione così netta gli era già costata una pubblica controversia con il collega ed esule iracheno Kanan Makiya, uno dei principali promotori dell’attacco al regime di Saddam, per il quale l’anti-imperialismo militante e le teorie sul neo-colonialismo rappresentavano una deprecabile forma di autocommiserazione e un tradimento alle vittime dei totalitarismi nel Medio Oriente: imputare le cause della crisi alle presunte manipolazioni della superpotenza americana significava infatti chiudere un occhio sulle responsabilità delle leadership arabe come attori politici e morali a pieno titolo.

Allo scoppio della crisi siriana nel 2011, il dibattito è riemerso con toni analoghi, ma l’apparente inversione di tendenza verso un progressivo disimpegno degli Stati Uniti potrebbea ver rimescolato ulteriormente le carte. Difficile è, a questo punto, prevedere se il confronto ideologico sia destinato ad assumere dei connotati completamente diversi o, piuttosto, a soffocare su se stesso, senza esser stato ancora una volta capace di indicare una linea d’arresto alla legittima ingerenza, senza aver trovato risposte ai vecchi interrogativi e del tutto inadeguato ad interpretare i nuovi.