Archivio Tag: Usa

La Unitary Executive Theory alle soglie del 2020: una breve analisi

Negli anni ’80, un ristretto gruppo di ufficiali dell’amministrazione Reagan iniziò a delineare una particolare interpretazione della Costituzione per giustificare l’espansione dei poteri dell’esecutivo. Nel corso dei decenni successivi, tale interpretazione avrebbe acquisito una crescente importanza, fino a divenire parte integrante del modus operandi delle amministrazioni susseguitesi nella carica. Ma la presidenza Trump potrebbe aprire un nuovo capitolo nel processo.

La Unitary Executive Theory alle soglie del 2020: una breve analisi - Geopolitica.info

La Costituzione Americana fu approvata nel settembre del 1787 a seguito di quattro mesi di difficili negoziati che coinvolsero cinquantacinque delegati degli Stati della Confederazione – ad eccezione del Rhode Island – che si riunirono con l’obiettivo di riformare gli Articoli della Confederazione, ormai insufficienti per amministrare in modo efficace la neonata entità politica degli Stati Uniti d’America. Il documento costituzionale risultante dalla Convenzione di Filadelfia si compone di sette articoli principali, i quali stabiliscono la divisione dei poteri tra tre branche distinte – legislativo, esecutivo, e giudiziario – enumerando i meccanismi di funzionamento e le competenze esclusive di ciascuno dei suddetti poteri. Nonostante l’importanza storica del documento (ad oggi, è la Costituzione più antica in vigore nel mondo), la Costituzione americana presenta dei punti mai completamente chiariti, che nel tempo hanno fornito un pretesto per lo sviluppo di particolari teorie costituzionali a favore dell’una o dell’altra branca del governo, e che continuano ad opporre diverse scuole interpretative nell’analisi dei limiti entro i quali ciascuno dei poteri può muoversi a titolo legale.

All’inizio degli anni ’70 del secolo scorso, il Congresso cercò di riaffermare la complementarietà e necessità del proprio ruolo nel processo decisionale nazionale. Tale ruolo, a partire specialmente dal secondo dopoguerra in poi, aveva infatti subito una graduale e sempre maggiore “marginalizzazione”  da parte dell’esecutivo. A tal proposito lo storico Arthur Schlesinger definì la presidenza Nixon una “presidenza imperiale” rimarcando come tale esperienza di governo combinasse segretezza e unilateralità con l’obiettivo di espandere il proprio raggio d’azione oltre il perimetro segnato alla Costituzione, sia in ambito di politica estera, sia in ambito di politica interna. L’insostenibilità e l’impopolarità del conflitto in Vietnam, combinato allo scandalo Watergate, si tradussero in un generale indebolimento della caratura etica e della integrità professionale dell’esecutivo, che fino alla fine del decennio fu sottoposto ad una serie di leggi vincolanti, volute dal congresso proprio con l’obiettivo di prevenire future derive di stampo “imperiale”.

All’inizio degli anni ’80, però, l’avvento di Ronald Reagan alla Casa Bianca contribuì a rovesciare il precario equilibrio ristabilito dal Congresso durante il decennio precedente. Spinto dalla crescente influenza politica dei think tank americani, e supportato da un’imponente macchina propagandistica, Reagan cavalcò il diffuso malcontento della popolazione riguardo alla mancanza di incisività dell’amministrazione Carter e al percepito declino del prestigio internazionale degli Stati Uniti, ponendosi come l’energico leader del movimento neo-conservatore americano, un’etichetta politica che riuscì ad unire vaste fasce della società statunitense sotto i grandi temi dell’era Reagan: se in ambito economico il governo avrebbe dovuto diminuire la propria invadenza e le proprie dimensioni per snellire il processo burocratico e favorire la ripresa, la politica estera statunitense avrebbe dovuto essere basata su un fervente anticomunismo. Tale sentimento era visto dai funzionari reaganiani come l’unica leva per “guarire” il paese dalla “sindrome del Vietnam” che tanto ne limitava le potenzialità, e alla quale era imputato il calo di mordente nei confronti dell’Unione Sovietica e degli sviluppi geopolitici a livello globale. La schiacciante vittoria di Reagan sulla seconda candidatura di Jimmy Carter e sul candidato indipendente John Anderson, combinata al primo Senato a maggioranza repubblicana dal 1954, contribuirono ad ampliare il margine di manovra dell’esecutivo. La presidenza Reagan, quindi, fu in grado di espandere notevolmente i poteri presidenziali tramite l’uso di tattiche differenti rese possibili, in primo luogo, dalla presenza di ufficiali fedeli alla linea politica dell’esecutivo, designati dalla Casa Bianca e istruiti in modo da divenire ambasciatori del Presidente negli uffici o ministeri di riferimento.

La svolta decisiva, però, avvenne durante il secondo mandato di Reagan alla Casa Bianca. Le pretese dell’esecutivo, infatti, necessitavano di un’argomentazione che ne radicasse la legalità nel testo costituzionale, permettendo così di conferire un’aura molto più autorevole alla causa. Nel 1986, alcuni avvocati afferenti al Justice Department’s Domestic Policy Committee, un think tank conservatore, svilupparono un’apposita teoria costituzionale che concepiva la divisione dei poteri come netta separazione ed escludeva la possibilità di un terreno condiviso tra le tre branche del potere. In linea con tale concezione, denominata Unitary Executive Theory, quindi, la Casa Bianca sarebbe autorizzata ad esercitare il controllo completo sull’intero spettro del potere esecutivo, che è concepito come una entità unitaria con il Presidente.

Inizialmente, le posizioni giuridiche basate su tale controversa interpretazione della Costituzione incontrarono scarso supporto, e la decisione della Corte Suprema nel caso Morrison v. Olsen del 1988 sembrò assestare il colpo di grazia alla possibilità che tale teoria acquisisse davvero una rilevanza sostanziale nel dibattito costituzionale. Tuttavia, l’obiettivo di allargare il perimetro delle prerogative presidenziali fu perseguito con costanza anche dopo che il testimone passò nelle mani di George H. W. Bush e ai successivi presidenti, a prescindere dall’orientamento politico di riferimento. A cavallo tra la fine del XX secolo e l’inizio del XXI secolo, infatti, le interpretazioni costituzionali a favore di un ampliamento dei poteri dell’esecutivo nate in seno all’Office of Legal Counsel (l’ufficio all’interno del Dipartimento di Giustizia responsabile della consulenza giuridica al potere esecutivo) si fecero sempre più dettagliate e furono utilizzate per perseguire un duplice risultato: da un lato, fornire un argomento legale a supporto delle azioni del presidente, dall’altro, cristallizzare una certa interpretazione giuridica ad-hoc, cucita sulle esigenze dell’esecutivo.

Le conseguenze di questa tendenza hanno riscontri nella contemporaneità: una parte sostanziale della politica dell’amministrazione Bush Jr. nell’ambito della lotta al terrorismo fu basata proprio su giustificazioni di carattere legale elaborate nell’ottica di accrescimento del potere dell’esecutivo. Famoso è stato il caso dei cosiddetti “Torture Memos”, stilati dall’avvocato coreano-statunitense John Yoo, nei quali l’interpretazione costituzionale viene talmente stravolta e adattata alla convenienza da arrivare a sostenere che se le azioni di un difensore dello Stato (degli USA), nell’ambito della condotta di un interrogatorio, dovessero potenzialmente sollevare dubbi riguardo una possibile violazione della Convenzione contro la Tortura, tali azioni sarebbero in realtà volte a prevenire un futuro attacco sugli Stati Uniti da parte di Al Qaida, e rientrerebbero quindi nell’autorità costituzionale del potere esecutivo di proteggere la nazione.

La gestione della politica statunitense da parte di Trump può essere analizzata nell’ottica di tale tendenza, esasperata però dal nuovo veicolo di espressione del volere del presidente: Trump, infatti, si arroga il diritto di dettare linee politiche in tempeste di 280 caratteri su Twitter, decidendo del licenziamento di funzionari, influenzando il dibattito politico a detrimento dei propri avversari, annunciando provvedimenti economici e minacciando interventi di carattere militare, arrivando addirittura a qualificare la propria saggezza come “grande e ineguagliata”, saggezza che, secondo il tycoon, avrebbe giustificato l’applicazione di ulteriori sanzioni economiche contro la Turchia allo scopo di sedare i bollenti spiriti del paese e riportarlo ai propri compiti di gestione del conflitto in Siria, di concerto con l’Unione Europea.

La considerazione della unitary executive theory fornisce uno strumento interpretativo utile alla valutazione delle dinamiche che regolano l’ufficio della presidenza: nel caso di Trump. L’esponenziale aumento dei licenziamenti e l’apparente impossibilità di mantenere in gioco un team compatto che appoggi e consigli il presidente in modo coerente ed efficace è quantomeno indicativo della possibilità che si apra un nuovo capitolo nella lotta senza quartiere della separazione dei poteri, in cui la nozione stessa di integrità dell’esecutivo viene meno, e le cui conseguenze potrebbero espandersi in direzioni inesplorate.

 

 

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

 

Quando caddero Muro e certezze: trasformazioni e questioni geopolitiche dopo il Muro di Berlino

Trent’anni fa crollava il Muro di Berlino e, con esso, le certezze che il mondo bipolare, pur nella sua fragilità e intrinseca instabilità, portava con sé. Dopo i colpi inferti al blocco orientale e i segnali di un’apertura del fronte nella cortina di ferro, il mondo si trovava d’un tratto ad affrontare un destino diverso e dai contorni indefiniti. O meglio, in quel frangente storico sembrava tutto piuttosto chiaro: le categorie economiche, quelle politiche, le attenuate tensioni internazionali avrebbero trovato un nuovo equilibrio, stabilito anzitutto dalla centralità del ruolo statunitense e dal dispiegamento delle forze del mercato che avrebbero soppiantato il principio di base dell’esistenza del sistema internazionale: lo Stato nazionale.

Quando caddero Muro e certezze: trasformazioni e questioni geopolitiche dopo il Muro di Berlino - Geopolitica.info

Il colosso sovietico era imploso sull’onda d’urto di un movimento che lo aveva prima scosso e poi fatto crollare, complice anche la sua sovraestensione territoriale e il massiccio impegno in politica estera, come ben ricorda Henry Kissinger. L’apertura inferta nel Muro di Berlino la notte di 30 anni fa significò il momento cruciale di un cambiamento radicale, di un moto rivoluzionario che era il segnale più evidente di una crisi politica – meglio, di più: geopolitica – che avrebbe cambiato per sempre i destini del mondo. Si trattò di una crisi nel senso più stretto del termine: krino, discerno, separo, decido. Un momento di svolta di carattere globale e senza precedenti, di fronte al quale era necessario prendere una decisione e che configurava, in ogni caso, la chiusura del precedente sistema e delle sue certezze esistenziali, anzitutto quelle relative ai centri garanti dell’ordine. Su quali garanzie si intendeva fondare il nuovo sistema internazionale?

La prospettiva che si aprì agli occhi del mondo era l’unica immaginabile in quella fase. Il capitalismo avrebbe raggiunto vette prima mai immaginate. Esso si sarebbe imposto su scala internazionale anche grazie all’apertura delle democrazie parlamentari e alla cessazione di ogni forma di totalitarismo. Questa era la nota tesi di Francis Fukuyama, il quale esprimeva bene lo spirito del tempo: la storia, quella con la S maiuscola, avrebbe terminato il suo cammino conflittuale grazie all’imposizione univoca del modello liberal-democratico, incarnato perfettamente dagli Stati Uniti e dall’imposizione del mercato globale. La storia non avrebbe più conosciuto totalitarismi di destra o sinistra. Aveva trionfato il modello occidentale sotto un duplice piano: da una parte quello politico, democratico, dall’altra quello economico, in una reciproca influenza che appariva sempre più caratterizzare le relazioni internazionali. In tale teatro ottimistico e sostanzialmente pacificato, di un mondo a trazione statunitense, l’“Ultimo uomo” di Fukuyama avrebbe interpretato il ruolo principale: il “primo uomo” di Hobbes, mosso dalle passioni e dai bassi istinti, sarebbe stato soppiantato dalla razionalità dell’uomo appartenente alla nuova e vincente ricetta politico-economica.

Se Francis Fukuyama era stato il “portavoce” di tali istanze di pace perpetua kantiana, Kenichi Ohmae in The End of the Nation States si spingeva ancor più oltre, evidenziando nei suoi scritti degli anni Novanta due aspetti fondamentali: le economie pienamente capitalistiche avrebbero oltrepassato i confini nazionali, stabilendo la propria primazia al di sopra del fattore più strettamente politico. Ne derivava, per effetto diretto, che lo Stato nazionale non sarebbe più esistito quale ente sovrano e centrale delle relazioni internazionali. Il superamento dell’economia sulla politica avrebbe posto fine alle categorie del pensiero politico che si fondava sullo Stato nazionale e, ancor di più, sarebbe venuto meno il suo fondamento geopolitico, il confine. In The borderless world Ohmae sottolineava proprio questo aspetto: i confini, nell’assenza progressiva dello Stato, avrebbero perso gran parte del loro intrinseco significato.

E allora come coniugare tali tesi, nel decennio delle illusioni, forse più prospero e positivo della storia più recente, con quella della Geografia dell’incertezza? La caduta del muro aveva infatti solo parzialmente e apparentemente stabilito una nuova verità, un nuovo e univoco centro del mondo rappresentato dagli Usa. L’America, pur essendo la più imponente potenza al mondo, avrebbe dovuto essere il garante del Nuovo Ordine Mondiale – concetto questo che si affermò pienamente proprio in quella fase – ma si trovò a confrontarsi con dei mutamenti geopolitici di enorme portata: il riemergere delle conflittualità etniche nell’Est europeo, il fenomeno migratorio nella sua complessità in conseguenza di un evento critico, la riaffermazione dell’indipendenza statuale da parte di 15 stati nella sola Europa orientale. Tali “sommovimenti” sistemici corrispondevano non a caso al pieno riaffermarsi della geopolitica, che trovò nuova linfa proprio in quei primi anni post-89, in Francia, Italia e poi su scala globale, con riviste specializzate e una nuova attenzione a questa branca della geografia. Perché si stava assistendo a quella che Robert Kaplan avrebbe definito come la Revenge of Geography, la rivincita della geografia. Una “vendetta” del fattore territoriale, che significava al contempo risorse naturali, materie prime, ma ancor di più identità e appartenenze, etnie e religioni.

La geografia, e con essa le geopolitica, tornavano in altre parole ad essere fattori cruciali nei rapporti tra popoli e organizzazioni statuali. La logica territoriale assumeva di nuovo un ruolo di primo piano, dopo che era stata soppiantata da quella puramente ideologica, soprattutto nel contesto socialista.

Tale tesi si rifaceva in parte a quella sostenuta da un autore che si discostava dal quadro estremamente positivo dei primi anni Novanta. Samuel Paul Huntington, in una logica di realismo politico, ragionava infatti sui possibili destini del mondo all’indomani della Guerra fredda: non una pacificazione derivante dal processo di globalizzazione, non la vittoria dell’economia integrata con la politica, ma una conflittualità insita nel sistema stesso e incentrata sulle singole civiltà che lo componevano. La sua suddivisione in nove macroregioni corrispondeva ai principali blocchi culturali che li accomunavano, di carattere prevalentemente religioso: un aspetto, questo, che riemergerà drammaticamente a partire dall’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, smentendo pienamente i presupposti immaginati da Fukuyama e Ohmae.

Se nel 1989 si era aperto il decennio delle illusioni e dell’unipolarismo imperante, nel settembre del 2001 quel sogno e quel decennio erano d’un colpo tramontati, facendo tragicamente emergere l’essenzialità delle relazioni internazionali e dell’attore che le compone: lo Stato nazionale e, accanto ad esso, il tema dell’appartenenza.

Con il Muro erano crollate anche le certezze di un mondo che aveva stabilito i suoi poli ordinatori e che su di essi aveva basato la proprio pur instabile garanzia esistenziale. L’apertura di quella breccia avrebbe significato l’apparente unità del mondo sotto la chiave di lettura della globalizzazione ma, nel contempo, avrebbe fatto emergere il carattere polemico insito nella logica geopolitica, che di lì a breve si sarebbe riflesso in una continua incertezza: geografica, geopolitica ed esistenziale. Un’incertezza connaturata alle relazioni internazionali e alla globalizzazione e che ancora oggi contraddistingue, nella sua perdurante drammaticità, il nostro mondo e le sue dinamiche conflittuali.

 

 

Per approfondire: La geografia dell’incertezza (di Alessandro Ricci, Roma, 2017)

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

WTO vs UE. Trump vs Friedman

Il risarcimento record riconosciuto agli Usa (e posto a carico dell’Ue), sulla annosa questione degli aiuti di stato ad Airbus, a giudizio dell’organo di appello del WTO, pone ineluttabili interrogativi sul futuro della economia mondiale e del liberismo di mercato. Interrogativi le cui soluzioni appaiono quanto mai difficili da rinvenire in una situazione geopolitica infuocata dalle politiche protezionistiche del presidente Trump. Ma la possibilità di giungere a delle soluzioni è complicata anche dal fatto che, da un lato, la questione attiene ad un settore tradizionalmente considerato strategico dalle potenze mondiali, come quello aerospaziale, e, dall’altro, perché si muove sul filo tagliente degli aiuti di Stato, un tema alquanto spinoso nella riflessione giuridica internazionalistica.

WTO vs UE. Trump vs Friedman - Geopolitica.info

 

Il mercato internazionale contemporaneo rinviene le sue idee strutturati nella ideologia neoliberista sviluppatasi tra la fine degli anni ‘30 e l’inizio degli anni ’50.

Gli economisti della Scuola Austriaca, della Scuola di Friburgo e di quella di Chicago, infatti, in tal frangente storico, hanno restituito nuovo fulgore ai principi del liberismo economico duramente messi in discussione dalla crisi del ’29. Ma più che generare una dottrina economica, hanno generato una “dottrina politica rivestita con i panni di una dottrina economica” (L. Gallino). E per questo capace, di lì a breve, di attecchire facilmente nell’impianto politico delle principali potenze economiche mondiali, basti pensare alle note politiche ispirate al laissez-faire di Donald Reagan o Margaret Thatcher (M. R. Ferrarese, J. Stiglitz).

Una teoria politico-economica fondata su 4 assiomi: il riconoscimento della libertà di iniziativa economia; la possibile, progressiva e costante crescita delle economie nazionali nel tempo; la diretta dipendenza dell’efficienza del mercato dal libero dispiegarsi delle sue forze; la tutela della concorrenza tra gli operatori del mercato. Per far ciò, appare necessario un disinteresse pubblico verso ogni forma di interventismo pubblico nell’economia, la eliminazione di ogni ostacolo al dispiegamento delle forze di mercato, l’adozione di previsioni normative sanzionatorie di condotte anticoncorrenziali. D’altronde dalla tutela della concorrenza e dalla assenza di aiuti Statali, si afferma, non può che derivare un incremento del benessere sociale, un processo virtuoso di innovazione e progresso oltre ad una efficiente allocazione delle risorse. Questo dovrebbe riguardare ogni settore della economia e del mercato.

Ma lo spazio areo, e la relativa strumentazione, costituisce una strategica “global common ovvero una risorsa globale suscettibile di dominio diretto mediante il controllo e lo sfruttamento dello spazio areo (B. R. Posen) o indiretto attraverso mezzi idonei ad influenzare, con finalità politiche, gli altri attori della Global Society (K. N. Waltz). Le forme di dominio indiretto si concretizzano nel forte coinvolgimento statale nella proprietà e nella gestione dell’industria aeronautica, civile e militare, oppure in sovvenzioni, finanziamenti, più o meno agevolati, misure protezionistiche. D’altronde come ogni Global Common anche lo spazio areo rappresenta una dimensione di possibile conflittualità e scontro tra gli attori geopolitici.

Non a caso, infatti, dal 1947, anno di adozione dell’Accordo Generale sulle tariffe doganali e sul commercio (meglio noto come GATT), si è dovuto aspettare il Tokyo Round perché si perfezionasse la disciplina del settore degli aeromobili. Una disciplina ambigua che sanziona la previsione di dazi doganali, restrizioni quantitative alle importazioni e ogni altro ostacolo al commercio degli aeromobili. Ma fa salva, paradossalmente, ogni forma di aiuto pubblico a favore della costruzione e commercializzazione di prodotti nazionali del settore che, a detta, del Preambolo dell’Accordo non possono considerarsi distorsivi del mercato (P. Picone, A. Ligustro). In questo spazio di ambiguità si sono insinuate le politiche statunitensi e comunitarie di sostegno, sulle due sponde opposte dell’Atlantico, a favore dei rispettivi colossi Boeing e Airbus. E nella decisione Airbus, dell’organo di appello dell’OMC, tale ambiguità oggi può dirsi superata definitivamente. Infatti, l’OMC Conferma l’ambito generale di applicazione dell’Accordo sulle sovvenzioni e sulle misure compensative (conosciuto come Accordo SCM) adottato nel 1994. Anche, ormai, al settore aereospaziale può riferirsi il divieto di sovvenzioni. Sulla base dell’Accordo SCM, l’organo giurisdizionale Wto riconosce nelle condotte adottate dall’Ue a favore di Airbus un danno per l’economia nazionale americana. Condotte europee (di finanziamento e sovvenzioni per la progettazione, fornitura di prestiti agevolati per impianti e realizzazione di prodotti, di ricerca e sviluppo; in altri termini, aiuti di Stato) suscettibili di essere sanzionate attraverso l’adozione di dazi c.d. punitivi su beni europei specificamente individuati dalla amministrazione lesa. In questo modo, da un punto di osservazione geopolitico e geoeconomico, non possono che ampliarsi le ipotesi di beni importati sottoposti a dazi doganali già ampiamente sviluppati dalla politica “American First” del presidente Trump.

La decisione Wto del due ottobre scorso, infatti, finisce con il costituire una prima vittoria della politica economica dell’era Trump volta fortemente alla delegittimazione di quel sistema economico neoliberale che aveva incominciato a muovere i primi passi proprio nelle aule di Chicago con F. Knight, W. Eucken e (il più noto) M. Friedman. In altre parole, le conseguenze della decisione Airbus, sotto il profilo globale, rappresentano ulteriori conferme di un nuovo ordine internazionale in costruzione che smentisce quello liberale post-bellico (A. Colombo, M. De Leonardis) a favore di un futuro ancora tutto da scrivere.

 

 

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

 

 

 

 

Cosa ci dicono il discorso di Pompeo e il Quarto Plenum del PCC sulla relazione USA-Cina?

Mentre quasi 400 persone affollavano la sala dell’Hotel Jingxi per il tanto atteso Quarto Plenum del 19esimo Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, il 30 ottobre scorso il Segretario di Stato americano Mike Pompeo teneva un discorso di fronte agli ospiti di un evento di gala dello Hudson Institute. Il giorno dopo le porte del Plenum del PCC si riaprivano e veniva diffusa la risoluzione adottata dai delegati convenuti. I due momenti testimoniano in maniera speculare la visione del mondo che Washington e Pechino hanno e con cui si preparano ad affrontare la futura competizione.

Cosa ci dicono il discorso di Pompeo e il Quarto Plenum del PCC sulla relazione USA-Cina? - Geopolitica.info

Dall’eloquente titolo “La sfida cinese”, l’intervento di Pompeo conferma alcune parole chiave e linee guida della politica estera trumpiana nei confronti della Repubblica Popolare Cinese e dimostra che anche dopo la dipartita di John Bolton la linea “dura” della Casa Bianca nei confronti di Pechino non si è attenuata.

A parere di chi scrive sono tre le considerazioni principali da trarre dal discorso del Segretario di Stato. Eccole di seguito:

  1. «The communist government in China today is not the same as the people of China». In questo passaggio si coglie una dimensione cruciale della politica estera statunitense così come della cultura politica americana in generale: la distinzione tra classe governante e popolo. È il Partito Comunista Cinese ad essere «realmente ostile» nei confronti degli Stati Uniti e dei loro valori, non la popolazione cinese che, invece, «ama la libertà». Questa divaricazione tra élite repressiva e popolo rientra perfettamente nella dottrina di politica estera di Donald Trump, il “principled realismpropugnato nella National Security Strategy 2017. Questa linea di pensiero se da un lato, infatti, si ispira alle correnti jeffersoniane e jacksoniane dentro e fuori il GOP e patrocina un maggior isolazionismo e il primato della dimensione nazionale su quella internazionale tra le priorità politiche, dall’altro non riesce completamente a rigettare alcuni assunti tipici della politica estera wilsoniana. Il continuo richiamo alla natura autoritaria dei regimi cinese, russo, iraniano e nord-coreano ne è una conferma lampante e pesa nella valutazione strategica degli obiettivi e delle minacce fatta dall’Amministrazione Trump. Come sostenuto nella NSS-17, infatti, la competizione odierna è tra «coloro che difendono regimi repressivi e coloro che supportano società libere».
  2. «Slow to see the risk of China». Pompeo ripete qui uno dei mantra della visione trumpiana degli affari internazionali. Gli Stati Uniti sono stati ingannati da potenze come Cina, Russia, Iran che hanno simulato di voler trasformarsi in «attori benigni» (NSS 2017) mentre erano determinati a rendere le proprie economie sempre meno libere e corrette e i propri regimi sempre più repressivi. Stando a quanto dice Pompeo, tale inganno si è reso possibile per due motivi interconnessi: perché in quanto americani gli Stati Uniti sono portati a «sperare» nello sviluppo democratico degli altri paesi; perché le amministrazioni precedenti hanno perseguito politiche miopi di “coinvolgimento” (engagement) permettendo alla Cina di crescere forte e minacciosa.
  3. La lista di doléances. Il Segretario di Stato conferma qui i fronti più rilevanti nella relazione tra Washington e Pechino: Taiwan, i diritti umani, la disonesta competizione economica e commerciale, la politica di coercizione cinese nei confronti di Filippine e Vietnam. L’elenco ricalca perfettamente il discorso fatto un anno fa dal Segretario in occasione del secondo round dello U.S.-China Diplomatic & Security Dialogue.

Il giorno seguente il discorso di Pompeo, il Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese ha approvato una delibera in sessione plenaria che è stata poi pubblicata sul Quotidiano del Popolo. Il documento riguarda prettamente le questioni di governance della Cina che sono state il nodo centrale delle discussioni durante il Plenum. Con governance si intende il consolidamento del predominio e del controllo del Partito su tutti gli aspetti della vita politica della RPC. Il «PCC comanda ogni cosa: il Partito, il governo, I militari, la società, l’educazione, l’est, l’ovest, il nord e il sud» recita il comunicato finale del Plenum. Nonostante molti commentatori ventilassero la possibilità di un indebolimento della leadership di Xi Jinping, il Quarto Plenum non sembra aver dato adito a quest’ipotesi. Xi, infatti, esce dalla sessione plenaria con la conferma di essere il «nucleo del Partito». La supposta nomina al Comitato Permanente di due membri aggiuntivi non si è verificata e la massima nomenklatura cinese è rimasta immutata. Il vertice del Partito, quindi, manca ancora di un possibile successore di Xi Jinping essendo gli altri sei membri del Comitato Permanente troppo vecchi.

Intanto, il governo del Cile ha fatto sapere che a causa dei tumulti in corso nel paese non sarà più in grado di ospitare il vertice dell’Asia Pacific Economic Cooperation previsto inizialmente per il 12 dicembre. In occasione del summit, ci si aspettava la firma della “fase 1” dell’accordo-tregua sulla trade-war in corso tra Stati Uniti e Repubblica Popolare. Data la decisione cilena, le due parti starebbero cercando una nuova occasione per siglare il cessate il fuoco.

La sensazione è che a spingere Trump a chiudere l’accordo siano più motivi di carattere elettorale visto l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali del prossimo anno. Le parole di Pompeo, inoltre, confermano che l’opinione sulla Cina dell’Amministrazione in carica non è cambiata anche in seguito alla fuoriuscita di Bolton e Mattis. In questa fase di stallo, quindi, le due potenze sembrano continuare a scivolare sempre più verso una “pace inquieta”.

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

Impeachment per Trump: fissate le regole per aprire la fase pubblica dell’indagine. Il presidente: “Caccia alle streghe”.

L’inchiesta sull’Impeachment: perché il mandato del presidente Usa è in bilico soltanto ora? La causa più immediata è la telefonata di Trump del 25 luglio 2019 al nuovo presidente ucraino Zelensky anche se i Democratici hanno tentato già per tre volte dal 2017 di ottenere un voto a favore.

Impeachment per Trump: fissate le regole per aprire la fase pubblica dell’indagine. Il presidente: “Caccia alle streghe”. - Geopolitica.info

 

La Risoluzione 660 approvata dalla Camera dei Rappresentanti il 31.10.2019 è passata con 232 voti favorevoli e 196 contrari. Due deputati democratici hanno votato contro insieme ai repubblicani, un deputato indipendente ha votato a favore con i democratici. Con essa si autorizza il Comitato per l’Intelligence a fissare le audizioni pubbliche e a produrre un rapporto sul quale dovrà pronunciarsi la Commissione Giustizia, decidendo se ci sono gli estremi per mettere a punto gli articoli per l’impeachment e per mandare Trump a processo nell’aula del Senato. “Il presidente ha tradito ciò su cui ha giurato, e il nostro dovere è quello di difendere la Costituzione”, ha affermato la speaker Nancy Pelosi, terza carica dello Stato, che punta il dito sulle pressioni esercitate da Trump sull’Ucraina per colpire i suoi avversari politici. Dal 2017 si sono succedute, senza esito, altre tre risoluzioni di impeachment contro il Presidente Trump: H.Res. 646 del 06.12.2017, H.Res. 705 del 19.01.2018, H.Res. 498 del 17.07.2019.

La Costituzione e i precedenti

L’Articolo I, Sezione 2, Clausola 5 della Costituzione americana concede alla Camera dei Rappresentanti “il solo potere di impeachment”, e l’Articolo I, Sezione 3, Clausola 6 concede al Senato “l’unico potere di provare tutti gli impeachment”. Nel prendere in considerazione gli articoli di impeachment, la Camera è obbligata a basare qualsiasi accusa sugli standard costituzionali specificati nell’Articolo II, Sezione 4: “Il Presidente, il Vicepresidente e tutti gli ufficiali civili degli Stati Uniti saranno rimossi dall’incarico su Impeachment a causa di, e su condanna per, tradimento, corruzione o altri crimini e misfatti” (“The President, Vice President and all civil Officers of the United States, shall be removed from Office on Impeachment for, and Conviction of, Treason, Bribery, or other high Crimes and Misdemeanors”).

Ci sono solo tre precedenti nella storia degli Stati Uniti d’America: 1) Andrew Johnson finì sotto impeachment il 24 febbraio 1868 con l’accusa di violazione del Tenure of Office Act per aver rimosso il segretario alla guerra Edwin Stanton dall’incarico, Johnson venne però assolto dal Senato; 2) il 6 febbraio 1974 la Camera autorizzò l’avvio dell’inchiesta sullo scandalo Watergate, il 9 agosto Richard Nixon lasciò la presidenza prima che l’Aula votasse per approvare l’impeachment; 3 ) il 19 dicembre 1998 la Camera adottò la stessa richiesta contro Bill Clinton, accusato di aver mentito sulla sua relazione con Monica Lewinski: il 12 febbraio 1999 il presidente democratico fu assolto dal Senato.

La telefonata di Trump del 25 luglio 2019 con il Presidente ucraino Zelenskyj

Il 24 settembre 2019 la Casa Bianca ha declassificato il testo della telefonata intercorsa tra Trump e Zelenskyj il 25 luglio 2019 specificando che si tratta di una trascrizione “non letterale” e che “il documento riporta le note e quanto viene ricordato da parte dello staff cui è affidato il compito di ascoltare e trascrivere la conversazione” (v. p. 1 del documento, a piè di pagina).

L’unico riferimento a Joe Biden è all’inizio della quarta pagina:

Un’altra cosa, si parla molto del figlio di Biden e del fatto che Biden abbia bloccato le indagini e molta gente vorrebbe capire meglio, quindi se puoi fare qualcosa col Procuratore Generale sarebbe ottimo. Biden è andato in giro a vantarsi di aver bloccato l’indagine quindi se puoi dare una occhiata alla cosa … A me pare orribile”.

Zelenskyj sembra dare per “acquisita” la situazione e pare non rispondere affatto sulla questione. Piuttosto si sofferma in modo approfondito sulle due questioni che Trump aveva esposto prima “dell’altra cosa”: il cosiddetto Russiagate e i rapporti con le rispettive Ambasciate. Certo è che Trump non chiede nuove o ulteriori indagini. Visto che Biden si vanta di averle fatte insabbiare, Donald Trump chiede che venga accertato se sia vero. Se così fosse, sarebbe un vero Ucrainagate. Ma a carico di Biden e di chi ha “costruito” il Governo ucraino di Poroshenko. La telefonata è del 25 luglio 2019. Il 21 luglio si erano tenute le elezioni parlamentari in Ucraina e il partito del presidente Zelenskyj ne era uscito vincitore. Apparentemente, Trump chiama Zelenskyj per congratularsi ma il 25 luglio è pure il giorno successivo all’audizione di Robert Mueller davanti alle Commissioni Giustizia e Intelligence della Camera. Dove l’argomento trattato era il cosiddetto Russiagate.

Dopo i convenevoli e alcuni riferimenti ai rapporti ucraini con l’Europa e con gli USA, Trump al telefono chiede un favore a Zelenskyj (inizio della terza pagina della trascrizione):

Mi farebbe piacere se potessi farmi un favore perché il nostro Paese ha avuto problemi e l’Ucraina ne sa molto. Mi piacerebbe che scoprissi cosa è accaduto in questa vicenda che coinvolge l’Ucraina, dicono che la Crowdstrike …

La frase “fammi un favore”, variamente declinata dal nostro mainstream, non è affatto riferita a Biden, ma alla Crowdstrike, una società americana che si occupa di cyber security, ingaggiata dai Democratici a maggio del 2016 per far fronte ad un attacco informatico sui suoi server ad opera di presunti hacker russi. Il riferimento al cosiddetto Russiagate è quindi chiaramente evidente. Trump continua dicendo:

Sono successe tante cose, l’intera situazione. Penso che tu abbia ancora attorno le stesse persone. Mi piacerebbe che il Procuratore Generale chiamasse te o i tuoi collaboratori e mi piacerebbe che tu andassi fino in fondo. Avrai visto ieri che l’intera assurdità è finita con lo spettacolo pietoso di un uomo chiamato Robert Mueller, una prova di incompetenza, ma dicono che buona parte abbia avuto inizio in Ucraina. Qualsiasi cosa tu possa fare, è importantissimo che tu la faccia, se questo è possibile”.

Come si fa ad attribuire questa conversazione alla vicenda del figlio di Joe Biden? Ucrainagate? Si, certo. Se dovesse uscire fuori qualcosa anche dall’Ucraina sul Russiagate sarebbe certamente anche Ucrainagate, ma per i Clinton e Obama! L’impeachment contro Trump basato sull’Ucrainagate non ha ragione di essere, semmai lancia altre ombre su Obama e sull’intero Partito Democratico USA. Sarà l’ennesimo boomerang.

Cui prodest?

Non ci sono elementi sufficienti per accusare la Casa Bianca di collusioni con la Russia, né di aver ostacolato la giustizia. È quanto scriveva il Ministro della Giustizia statunitense, William Barr, in una lettera al Congresso, datata 24.03.2019, nella quale sintetizzava le conclusioni del rapporto di chiusura delle indagini sul Russiagate. Nella sua sintesi, il Ministro Barr precisa che Mueller non esonera” la Casa Bianca dalle accuse di aver ostacolato la giustizia, ma nemmeno porta elementi sufficienti per procedere. Lo stesso rapporto, per la parte riguardante le sospette collusioni della campagna di Trump con la Russia, afferma che non ci sono elementi per avallare quei sospetti. Allora la domanda che dobbiamo porci è una sola: Cui prodest? A chi giova tutto questo? Al cosiddetto “deep state” americano. Con “deep state” si intende quello “stato nello Stato” che, a prescindere da una finta alternanza fra destra e sinistra, determina la vera politica. La prova empirica della sua esistenza è data dal fatto che la politica estera degli USA non differisce se il Presidente è Repubblicano o se è Democratico. L’esempio lampante è dato da Barack Obama. Ha avviato e/o intensificato ben 7 conflitti, eppure ha ottenuto il Nobel per la Pace. Bene (o male, secondo i punti di vista). L’intervento del “deep state” USA in Ucraina è un fatto storicamente accertato dalle intercettazioni telefoniche. Nel febbraio 2014 fece scalpore un’intercettazione telefonica in cui Victoria Nuland, al telefono con un funzionario dell’Ambasciata USA in Ucraina, diceva “Fuck EU”. Ciò che il mainstream non riportò fu il resto della telefonata, ben più significativa. La Nuland stava “creando” il nuovo Governo ucraino e Poroshenko ne doveva essere il Presidente. Un complotto? Si, ma ordito da chi? Dalle stesse persone che il 30.10.2019 si sono incontrate presso la George Mason University per un panel su “U.S. Intelligence and Election Security” dove John E. McLaughlin ha esclamato: “Thank God for the Deep State!”. Ai posteri l’ardua sentenza.

 

La morte di al-Baghdadi e le similitudini tra Obama e Trump

La notizia della morte di Abu Bakr al-Baghdadi è stata annunciata in conferenza stampa da Donald Trump. Al netto dei contorni dell’operazione realizzata nella Siria nord-occidentale ai danni dell’ISIS, «la più spietata e violenta organizzazione terroristica in tutto il mondo», cosa ha voluto realmente comunicare il presidente americano?

La morte di al-Baghdadi e le similitudini tra Obama e Trump - Geopolitica.info

 

Retrenchment dal Medio Oriente?

Il primo messaggio riguarda il Medio Oriente. Quello che era l’obiettivo prioritario per la sicurezza nazionale americana – «la cattura o l’uccisione» del califfo – è stato conseguito. Pertanto, la decisione di ritirare le truppe dalla Siria, che solo qualche settimana fa aveva destato tanto clamore, diventa ora pienamente legittima e apre le porte a scenari inediti in un quadrante che la Casa Bianca non considera più vitale per la sicurezza nazionale americana. La tempistica dell’uccisione del «fondatore e leader» dello Stato islamico, d’altronde, non può far pensare a una fortuita combinazione di eventi, ma a una scelta ben mirata. La relazione tra i due eventi appare molto simile a quella tra l’uccisione di Osama bin-Laden nel 2011 e la successiva fine della guerra in Iraq proclamata da Barack Obama. Né l’una, né l’altra missione erano più sostenibili dagli Stati Uniti e da presidenti che avevano ugualmente promesso in campagna elettorale di occuparsi di più delle questioni interne del Paese. Così come né l’una, né l’altra missione potevano concludersi con un ritiro dal sapore di sconfitta come avvenuto nel 1975 in Vietnam. L’eliminazione dei due più pericolosi terroristi del XXI secolo, quindi, ha agevolato sia Obama che Trump a rendere legittima una strategia di retrenchment funzionale alla ricollocazione delle risorse che il Paese è disposto a investire all’estero solo in quadranti strategici cruciali per la sicurezza nazionale americana.

Leading from behind

Il secondo messaggio, invece, è rivolto all’Europa. Trump ha ringraziato una serie di attori – tra cui russi, turchi, siriani e curdi – per il sostegno assicurato alla missione, mentre ha ricordato come a proposito del rimpatrio dei foreign fighters i Paesi europei siano stati «una grande delusione». Ha così ricordato che gli Stati Uniti sono alla ricerca di alleati che condividano i loro stessi interessi – o interessi simili – ma che siano al contempo disponibili ad assumere maggiori responsabilità in vista del loro conseguimento. Si tratta, in altre parole, di quella strategia del leading from behind inaugurata da Obama. Pur mantenendo fermo l’obiettivo della preservazione della leadership americana, questa postula che possa essere raggiunto anche diminuendo l’impegno globale del Paese. L’insofferenza americana per la mancata disponibilità degli europei di farsi carico di parte del “fardello” dell’ordine liberale fu manifestata anche da Obama che, in una – poco ricordata – intervista sulla rivista su The Atlantic rilasciata alla fine del suo secondo mandato, definì «scrocconi» gli alleati del Vecchio Continente.

Unica superpotenza

Il terzo messaggio, infine, è rivolto a quegli Stati che, nella National Security Strategy del 2017, Trump ha definito «revisionisti». Tagliando la testa all’ISIS, il governo americano ha ribadito come anche se l’America ha deciso di fare un passo indietro rispetto a quel deep engagement che aveva contraddistinto le Amministrazioni Clinton e Bush, essa resta comunque l’unico attore capace di proiettare potenza globalmente e a risultare ovunque decisivo. Così, d’altronde, aveva fatto anche Obama che, di fronte all’inefficienza militare del Regno Unito e della Francia al precipitare degli eventi in Libia nel 2011, scelse di intervenire per tirare fuori dall’impaccio i suoi alleati. Entrambi, sebbene all’interno di contesti diversi, hanno ricordato così ai potenziali avversari che per quanto possano fare passi in avanti in alcune dimensioni significative del potere internazionale, in quella militare gli Stati Uniti detengono ancora un vero e proprio strapotere.

 

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

 

 

La supremazia quantistica: un nuovo terreno di scontro tra USA e Cina

Alla fine di settembre è stato pubblicato, e poi ritirato, un articolo sul sito della NASA in cui Google affermava di aver raggiunto un traguardo epocale. Il computer quantistico e più in generale le tecnologie quantistiche hanno un evidente doppio utilizzo che le rende una risorsa strategica per gli apparati di intelligence. Questo è solo l’inizio di un nuovo fronte nello scontro tra l’aquila e il dragone.

La supremazia quantistica: un nuovo terreno di scontro tra USA e Cina - Geopolitica.info

L’annuncio
Di supremazia quantistica si era accennato pochi mesi fa in un articolo su questo sito. Il 20 Settembre si è dato per la prima volta annuncio del raggiungimento di tale traguardo. È infatti apparso brevemente sul sito della NASA un articolo firmato da “Google AI quantum and collaborators” in cui si fa il primo accenno di raggiungimento della supremazia quantistica. L’articolo è stato prontamente ritirato e c’è da ringraziare il Financial Times per averlo salvato. Attualmente può essere letto al seguente link.

Interessi militari sulle tecnologie quantistiche
Cosa significa aver raggiunto tale traguardo? Se lo studio fosse confermato significherebbe che per la prima volta un computer quantistico è in grado di eseguire un calcolo impossibile per un computer classico. Nello specifico Sycamore, il computer quantistico di Google, è stato in grado di risolvere in 200 secondi un calcolo che Summit, il più potente supercomputer del mondo, avrebbe risolto in circa 10.000 anni. Il calcolo consisteva nel definire se una sequenza di numeri casuali lo fosse davvero. Questo risultato è reso possibile dal diverso modo in cui operano i computer quantistici, se infatti si deve trovare un numero all’interno di una rubrica, ciò che ogni computer classico fa è di scorrere i numeri uno ad uno, senza alcune distinzioni tra uno smartphone e un supercomputer. Un computer quantistico è in grado invece di leggerli in parallelo, tutti. Sostituendo il termine “numeri in una rubrica” con “password” si capisce la potenziale portata e l’ovvio interesse militare in questa tecnologia.

Il dragone alla ricerca dei quanti
Le nazioni più attive nello sviluppo di tecnologie quantistiche sono ovviamente USA e Cina, se infatti gli USA nel 2018 sono primi per numero di brevetti nella categoria “quantum computing”, il paese del dragone registra nello stesso anno quasi il doppio dei brevetti nella categoria “quantum technologies”, 492 contro 248. Attualmente alla University of Science and Technology of China, il fisico cinese Pan Jian-Wei guida un gruppo di 130 scienziati, accompagna regolarmente il presidente Xi Jinping lungo i corridoi dell’università ed è in procinto di ricevere un finanziamento di 400 milioni di dollari per aprire un centro di ricerca dedicato nella provincia di Anhui. Pechino non sta lesinando sforzi e investimenti, se infatti l’Unione Europea ha puntato complessivamente 1.2 miliardi di dollari nel quantum computing, la Cina ha speso circa 10 miliardi solo per il nuovo centro di ricerca di Hefei, che aprirà nel 2020.

Attacco e difesa
Intanto, se gli USA giocano in attacco con il quantum computing, la Cina gioca in difesa con lo sviluppo di satelliti e comunicazioni sicure, basate ovviamente sulla tecnologia quantistica. Jonathan Dowling, professore di fisica della Luisiana State University, ha affermato infatti che in pochi anni la Cina potrebbe diventare un buco nero, impossibile da ascoltare grazie alle comunicazioni quantistiche. Ciò è possibile perchè ogni tentativo di “origliare” una comunicazione ne influenzerebbe lo stato quantistico, rendendo palese il tentativo di intercettazione.

Il futuro quantistico
Questi scenari sono tuttavia ancora distanti nel tempo, in quanto questi computer hanno delle limitazioni che ne impediscono l’utilizzo corrente. I processori devono infatti essere tenuti a temperature prossime allo zero assoluto (-273.15°C) e la benchè minima variazione di temperatura, o interferenza elettromagnetica, ne farebbe collassare stato quantico. Gli apparati di intelligence di USA e Cina, ma non solo, sono ovviamente molto interessati ed è solo una questione di tempo affinchè ci sarà una prima applicazione sul campo.

 

 

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

 

Quattro ragioni del ritiro americano dal Rojava

L’annuncio del governo americano del ritiro delle sue truppe dal Rojava è stato recepito come un fulmine a ciel sereno in buona parte del mondo occidentale. Come ormai sempre più spesso accade, nel dibattito che ne è seguito la riflessione sulle ragioni strategiche di tale scelta (quasi come se non ce ne fossero) sono state messe ai margini, mentre l’attenzione dei media si è concentrata – legittimamente – sulla tragedia del popolo curdo o – a causa di un’idiosincrasia diffusa tra i commentatori – sulla presunta erraticità della politica estera di Donald Trump.

Quattro ragioni del ritiro americano dal Rojava - Geopolitica.info (Ansa)

Su Geopolitica.info abbiamo già parlato del tramonto dell’interventismo umanitario e dell’operazione “Primavera di Pace”, pertanto proviamo in questa sede a individuare almeno quattro ragioni principali che possono aver quanto meno contribuito a far maturare tale scelta all’interno della Casa Bianca.

La prima è che il ritiro dal Rojava non solo si trova in linea di continuità con la promessa trumpiana dell’America first, da rispettare sempre più rigorosamente nell’anno che precede le presidenziali 2020, ma lo è ancor di più con la politica del retrenchment avviata da Barack Obama e poi proseguita dal suo – sgradito, ma in questo caso fedele – successore. Entrambi i presidenti, d’altronde, non hanno attribuito al Medio Oriente un ruolo strategicamente vitale per il mantenimento del primato internazionale degli Stati Uniti, a causa delle conseguenze negative sul prestigio americano delle politiche nell’area dell’Amministrazione Bush, per la diminuita importanza delle sue risorse energetiche per la domanda interna del Paese e, soprattutto, per la necessità di riorientare gli sforzi verso il contenimento della crescente minaccia cinese. La stessa Amministrazione Obama, d’altronde, aveva ritirato i soldati dall’Iraq nel 2011 e aveva preferito non reagire all’utilizzo delle armi chimiche da parte del governo siriano nel 2013 nonostante fosse stata presentata come una red line dalla Casa Bianca poco meno di un anno prima.

La seconda ragione è strettamente legata alla prima. L’Amministrazione Trump vuole rilanciare l’idea obamiana del leading from behind. La necessità di attuare il taglio della spesa per evitare la “sovra-estensione imperiale”, infatti, impone agli Stati Uniti di responsabilizzare gli alleati rispetto ai problemi di sicurezza che affliggono la loro regione (in Medio Oriente, così come in Europa), riducendo così i costi gravanti sul bilancio americano. In tal senso, gli Stati Uniti sostengono una politica più attiva dell’alleanza sunnita guidata dall’Arabia Saudita e che si riunisce nel Consiglio di Cooperazione del Golfo, con l’appoggio esterno – e quanto più possibile invisibile – di Israele, per ottenere l’obiettivo comune del contenimento della minaccia iraniana.

Il terzo fattore che ha incentivato la scelta di Trump è la possibilità di minare le fragilissime basi su cui da qualche tempo si regge l’inedita intesa tra Turchia, Iran e Russia. L’assenza degli americani dalla Siria permetterà alle loro truppe regolari o ai loro proxies di entrare direttamente in contatto, facendo diventare realtà il rischio di uno scontro tra attori che hanno obiettivi che si escludono mutuamente. La Russia è alla ricerca di uno Stato-vassallo che ne garantisca l’accesso ai mari caldi, in cambio della sua protezione e, quindi, dell’integrità territoriale. L’Iran vuole una Siria da utilizzare come base logistica nel cuore del Medio Oriente per colpire i suoi nemici, da Israele all’Arabia Saudita, passando ai partiti anti-sciiti in Libano e Iraq. La Turchia, dal canto suo, vuole uno Stato debole nel suo confine meridionale, all’interno del quale essere libera di realizzare azioni di polizia internazionale contro partiti e organizzazioni armate curde e dove re-insediare masse di ex-profughi fidelizzati da mobilitare quando necessario contro Damasco.

Infine, la quarta ragione è legata ai rapporti bilaterali tra Washington e Ankara. Il progressivo avvicinamento turco alla Russia, culminato con l’acquisto dei missili S-400, alla lunga non poteva essere lasciato impunito. Il ritiro delle truppe americane del Rojava, in questa prospettiva, potrebbe essere stato sfruttato alla stregua di un’esca, per indurre la Turchia a compiere un’azione che le ha attirato strali in tutto il mondo e ne ha delegittimato l’immagine. Se Ankara non procederà a un veloce riallineamento con Washington, la pistola fumante che si trova ora in mano potrebbe essere utilizzata per giustificare sanzioni o misure ancor più gravi nei suoi confronti nei principali consessi internazionali a cui partecipa.

 

 

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!