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Un sistema fiscale per le sfide del XXI secolo

Il XXI secolo ha visto il sorpasso definitivo delle imprese digitali, non solo in termini di market value, a discapito delle grandi holding produttrici di beni e servizi. Colossi come Apple, Microsoft, Amazon e Facebook nel 2018 hanno finanziariamente superato multinazionali del calibro di Exxon, General Electric, Walmart, sorpasso che si è materializzato in meno di 10 anni. Non è solo il semplice e naturale sviluppo della digitalizzazione, tanto è vero che imprese del settore bancario si stanno a loro volta evolvendo e adattando al nuovo digital market diventando appunto più digitali possibile. Ma il rovescio della medaglia è che per ogni metro di mercato acquisito dalla tecnologia, in termini di produzione di valore, il doppio ne perdono le varie amministrazioni fiscali in termini di gettito.

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Lo Stato dovrebbe garantire, in virtù del principio della progressività, un gettito fiscale quanto più equo possibile. Tuttavia, sono innumerevoli i casi come Google, Facebook ed altri colossi digitali che, pur operando ed aventi milioni di utenti in paesi come Italia e Francia, fatturano maggiormente dove gli utenti sono numericamente meno come in Irlanda. Il trasferimento dei propri redditi verso altri Stati nelle operazioni di transfer pricing lascia poco spazio all’immaginazione. Il principio cardine della tassazione alla fonte si riferisce ai redditi in quanto geograficamente originati, pur essendo ancora un principio importante in una comunità internazionale composta da Stato sovrani, non è più all’altezza dei mutamenti del nostro secolo. Questo principio sta creando tensioni e continue dispute non solo interpretative tra gli Stati, come anche nella stessa Unione europea. Fino al paradosso che l’UE, tramite la Commissione europea (DG COMP) si è scagliata contro i suoi stessi Stati membri, Irlanda prima nel caso Google e Olanda poi nel caso FIAT, per violazione delle norme sulla concorrenza nell’utilizzo di alcune politiche fiscali.

Spesso è la geopolitica a modificare le politiche fiscali degli Stati. Esemplare è il caso Brexit, con i suoi riflessi sulle nuove politiche fiscali in particolare dell’Olanda e della stessa UK. Ma il flusso di influenze non è più unidirezionale, basti pensare che il fenomeno BEPS (Domestic tax base erosion and profit shifting) ovvero l’erosione della base imponibile nazionale e lo spostamento dei profitti che ha molto impattato la geopolitica economica, così da influenzare fortemente le relazioni tra Stati. Non di rado gli Stati corrono al riparo impastando politiche fiscali favorevoli per essere appetibili e competitivi per i giganti del web e start-up. Come la geopolitica influenza le politiche sistemi fiscali degli Stati-nazione, è altrettanto percepibile come i sistemi fiscali stessi (obbligati al cambiamento sotto la pressione della digitalizzazione) influenzano la geopolitica.

Le entrate fiscali tributarie rappresentano buona parte degli introiti della maggior parte degli Stati, ed è ovvio quindi la stretta correlazione tra fisco e le proprie scelte economico-industriali. Le ricadute sullo status politico interno ed internazionale, indirettamente dovute per scelte fiscali, stanno imperversando ovunque. La Francia, senza nemmeno un testo ufficiale relativo alle riforme fiscali progettate da Macron, vede la propria capitale messa a ferro e a fuoco dai manifestanti. Il problema centrale ruota attorno la spesa pubblica del settore previdenziale che, in vista della crescente aspettativa di vita e contestuale abbassamento delle nascite, non sembra essere più sostenibile nel tempo. Un tecnico potrebbe eccepire come la questione sia più tecnica che politica, data la robotizzazione dei processi ed esclusioni di alcuni lavoratori dalla linea di produzione nelle fabbriche; che implicitamente produce minori entrate previdenziali. La connessione ed i riflessi geopolitici sono immediati se consideriamo gli apprezzamenti del Movimento 5 stelle ai gilet jaune che hanno creato non poco imbarazzo alla Presidenza della Repubblica italiana, fino ad essere una delle cause del rientro in patria dell’ambasciatore francese a Roma Christian Masset. Anche il Sud America, dal Cile al Venezuela, è da diversi mesi una polveriera a cielo aperto. Le politiche fiscali, non sempre vera causa delle proteste, hanno quanto meno rappresentato la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Ed anche in questi Stati le relazioni sullo scenario internazionale sono mutate. Basti guardare tutte le migrazioni che interessano diversi Stati e le nuove relazioni con gli USA, soprattutto con il Presidente Trump.

Anche per questi motivi, nel mese di novembre, l’OECD ha aperto una consultazione pubblica, dopo i lavori della task force sulla Digital Economy, per raccogliere proposte al fine di applicare un giusto strumento di trattamento fiscale alle imprese digitali che non hanno più bisogno della sede fisica in un certo Stato per operare, solo per citare una delle problematiche più evidenti. Si cerca di evitare appunto che ogni Stato agisca unilateralmente, con effetti negativi sull’economia globale e relazioni internazionali già così fragili. Dunque, è evidente come solo in pochi aspetti della realtà, e la digitalizzazione non è tra questi, il legislatore riesca a stare al passo dell’innovazione. In questo caso però il bottino è molto ambito ed il rischio molto alto. Da una parte un trattamento fiscale privilegiato, verso alcune tipologia di imprese, attrae si capitali ma anche il malcontento e ripercussioni sulle relazioni internazionali. D’altra parte, delle regole fiscali troppo stringenti non saranno applicabili o, se applicate, rischierebbero di allontanare ancora di più gli investitori. Parte della comunità internazionale sta provando a risolvere queste problematiche, intaccando quanto meno possibile la competitività di un sistema fiscale, rispetto ad un altro. Solo la cooperazione e l’armonia di sistema, tra soggetti privati ed istituzionali, sembra poter portare ad una concreta soluzione nel breve termine.

Il rischio che si cerca di evitare è che alcune multinazionali diventando sempre più grandi, fino ad avere per esempio più liquidità di uno Stato come nel caso Apple, possano con le loro politiche aziendali influenzare le politiche fiscali degli Stati. Di riflesso quindi influenzare anche le posizioni degli Stati nello scacchiere mondiale.

 

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

 

 

Volontà, destino

Areté è la parola che, in greco antico, indica la virtù.
Il cristianesimo ha vestito il termine di un significato morale, ma la virtù nell’Occidente precristiano indica ciò che rende la vita umana degna, densa di significato, esemplare per gli altri.

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La vicenda greca, matrice genetica dell’Occidente, è ricca di eventi che – ancorché mitizzati – illustrano plasticamente il senso dell’areté e, in particolar modo, il confronto tra il comportamento virtuoso degli uomini (che ne sono capaci) e il Fato, inteso come l’ineluttabilità degli eventi. Nella Grecia arcaica, raccontata da Omero, l’esempio più immaginifico di questo confronto è quello di Ettore, eroe-guerriero che affronta Achille nel primo e più famoso dei duelli della storia occidentale.

Le parole del troiano, in cui realizza l’enormità della forza con cui si sta confrontando e l’ineluttabilità dell’esito, rappresentano il lascito virtuoso al figlio Astianatte, e a tutti gli uomini occidentali: «ebbene, non senza lotta, non senza gloria morrò, ma avendo compiuto qualcosa di grande, che anche i futuri lo sappiano». Questo lascito impregna di sé la nostra cultura, fecondandola.

Fulgida incarnazione, nella successiva fase ellenica della storia greca, ne è il generale spartano Leonida.

L’inevitabile esito dello scontro alle Termopili tra i 14.000 difensori greci e i 200.000 attaccanti persiani di Serse era chiaramente evidente agli occhi di Leonida, ma ciò non gli impedisce di difendere fino all’ultimo uomo, e con la sua stessa vita, il passo di montagna affidatogli.

Le gesta di Ettore o di Leonida non sono fini a sé stesse, atti di mistico orgoglio o, peggio, di fatalistica soggezione all’ineluttabile. Esse sono intrise di razionalità, hanno uno scopo sociale e non personale. Per Ettore, consentire che il nome di Troia possa sopravvivere alla sconfitta e generare una più progredita civiltà fondata sulla pietas piuttosto che sulla forza bruta. Per Leonida consentire che il grosso dell’esercito e della flotta dei greci avesse il tempo di ricompattarsi per respingere l’aggressore che minacciava letalmente l’autonomia, l’autodeterminazione e l’intero impianto politico della piccola penisola.

L’areté/virtù dell’uomo occidentale è il motivo ricorrente della storia della nostra parte del mondo.

Esso pone l’uomo in costante relazione dialettica con le forze che lo circondano, diversamente dalla cultura orientale dove questo principio di contrapposizione tra forze in contrasto non esiste: in Oriente l’essere umano nel suo agire è guidato da un tutto di cui è parte.

Il singolo individuo soccombente alla forza degli eventi, dettati dalla cultura e dai valori prevalenti nel momento storico in cui quell’individuo agisce, è il motore stesso dell’evoluzione sociale dell’Occidente. Nella sconfitta del pioniere da parte delle forze dominanti nel presente è custodito il seme di ogni sviluppo futuro. E gli stessi uomini d’Oriente quando, nel secolo scorso, hanno intrapreso il loro percorso di modernizzazione – Giappone, India, più recentemente la Cina – hanno adottato il processo dialettico occidentale, contrastando le forze dominanti, subendo, nell’inizio del loro percorso, anche cocenti sconfitte.

Sul piano filosofico la formulazione più potente del rapporto tra forze che spiega l’evoluzione civile è quella di Kant laddove definisce nell’ “essere” la condizione fattuale dell’ordine costituito, ovvero l’ineluttabile; nel “dover essere” la ragione nel suo uso pragmatico che deve ispirare la volontà.

Sul piano della legge, la formulazione più potente è quella del positivismo giuridico di Kelsen, per cui la funzione positiva del diritto consiste nel normare secondo il principio di necessità piuttosto che assecondando il comportamento effettivo, prevalente in una determinata fase storica, della maggioranza degli uomini. E questo pone di certo coloro capaci di immaginare il dover essere, il pragma della necessità, in contrasto con coloro, la maggioranza prevalente, che intendono assecondare, e perpetuare, il canone delle proprie abitudini mentali e comportamentali.

La domanda rilevante è se Omero, Kant e Kelsen rappresentano una visione elitaria dell’Occidente, il “dover essere” sempre destinato alla sconfitta nel confronto con l’“essere” che caratterizza la forza prevalente in un dato momento, lo Spirito del tempo. Posto che anche sul piano della cultura popolare, che più di ogni altra cosa impersona lo spirito del tempo, il principio del contrasto tra il senso del dover essere e l’essere impregna di sé ogni manifestazione come il canone hollywoodiano ci mostra da sempre, la dialettica tra la volontà del singolo eroico e l’ineluttabilità del pensiero dominante va letta sul piano della dinamicità del pensiero dominante stesso. Questo, infatti, non è statico ma subisce, nel tempo lungo, costanti oscillazioni. Si può dire che lo spirito del tempo, ovvero i paradigmi valoriali dominanti, è soggetto a oscillazioni ampie come se il pendolo ideale che lo rappresenta percorresse un arco di 180°. L’impulso al movimento del pendolo è dato dall’iniziativa dei singoli capaci di agire secondo il principio della volontà, del dover essere. Per costoro il destino è spesso di subire drammatiche sconfitte nel breve arco della propria vita, ma quelle sconfitte sono talvolta il motore della storia.

E sottotraccia vi è un ulteriore consapevolezza: la vittoria può essere perseguita fino all’ultimo, essa non appartiene mai a chi conquista, ma a chi induce l’avversario a cedere e a rinunciarvi. E non c’è limite di tempo né razionalità nell’induzione e nella individuazione del cedimento: per questo, l’ultimo uomo, l’ultimo ragazzo gettato nella fornace della battaglia può fare la differenza, può essere determinante. La stessa esortazione alla resistenza, la tenacia tende a stabilire un nuovo, più elevato standard di virtù morale, individuale e nazionale.

Riflettendo sugli ultimi cento anni di storia occidentale non manca di destare qualche stupore nel ripercorrere con la vista del dopo quanto accaduto negli Stati Uniti, il faro dell’Occidente contemporaneo.

Agli inizi degli anni ’30 Franklin Delano Roosevelt smuove il pendolo culturale dell’America di Abramo Lincoln, quella della cruenta creazione dello Stato nazionale unitario, della brutale espropriazione delle terre degli indigeni, della violenta affermazione del grande capitalismo privato originato da matrici al limite della legalità. Ci vorranno vent’anni e più tuttavia perché il disegno sociale di Roosevelt trovi la sua affermazione in termini di condivisione sociale maggioritaria. È soltanto con le presidenze di Eisenhower e Johnson nel ventennio ’50-’60 – due personalità indubbiamente conservatrici se non reazionarie – che lo Stato sociale e democratico raggiungerà la sua pienezza. Il pendolo dello spirito del tempo avviato da Roosevelt impiega almeno un altro decennio per completare il suo ciclo. All’interno di questo si alternano ben cinque presidenze per otto termini di quattro anni ciascuno. E ognuno dei cinque presidenti ha un proprio pensiero e una visione, diversi l’un dall’altro da Truman a Carter, ma tutti accomunati dallo spirito del tempo rooseveltiano. È soltanto con Reagan, nel 1980, che il pendolo dello spirito del tempo inizia il suo opposto percorso che dura almeno fino al 2008 con quattro diversi presidenti per sette termini ed è indubbio che la massima esaltazione dei valori reaganiani sia venuta con il più progressista dei presidenti americani, quel Bill Clinton che, nel 1998, abolisce l’atto esemplare del roosveltismo, il Glass-Steagall. È possibile che l’elezione di Obama abbia coinciso con un nuovo ciclo del pendolo e, dietro la diversità polare tra questi e il suo successore Trump, si intravede una stupefacente continuità in politica economica e ancor più in quella estera.

Ovviamente, la prossimità degli eventi può annebbiare la vista e soltanto il futuro potrà confermare se, con la grande crisi dell’economia finanziaria esplosa nel biennio 2007-2008, l’Occidente affronta un nuovo passaggio epocale da uno spirito del tempo a un altro. Ma è indubbio che dagli antichi greci agli americani contemporanei la storia dell’Occidente procede nell’infinito scontro tra il pessimismo della ragione, che pure indurrebbe a rinunciare e l’ottimismo della volontà che spinge ad agire anche di fronte all’ineluttabilità ed enormità delle forze frenanti. Come il pakistano, figlio della cultura occidentale, Freddy Mercury canta magistralmente «I’ve had my share of sand kicked in my face, but I’ve come through. We are the champions, my friends and we’ll keep on fighting ’til the end».

Tra vecchie e nuove sfide: la NATO settanta anni dopo

Con l’evento di questa sera presso Buckingham Palace si aprirà il nuovo summit dei Capi di Stato e di Governo dell’Alleanza Atlantica, un’occasione questa per festeggiare i settant’anni della NATO ma anche per fare una valutazione complessiva della condizione di salute dell’Alleanza.

Tra vecchie e nuove sfide: la NATO settanta anni dopo - Geopolitica.info

Come spesso accade, i grandi vertici internazionali tendono a mettere in luce gli elementi di frattura piuttosto che di unione e il summit odierno non fa eccezione. Sul tavolo, vecchie e nuove questioni minacciano la solidità dell’Alleanza che da alcuni anni sembra incapace di elaborare una visione condivisa del futuro e delle possibili minacce, in un Sistema Internazionale in continuo divenire in cui i pochi punti fermi che si pensava di avere sembrano essere sempre più incerti.

Al centro del summit

A definire ancora una volta il calendario dei lavori vi sarà la richiesta, ormai veicolata da anni da parte dell’Amministrazione Trump, di aumentare la spesa per la difesa da parte degli Alleati europei. Dal momento del suo insediamento, Donald Trump ha più volte ripetuto la necessità di un maggior coinvolgimento europeo nella difesa collettiva, dichiarando che la NATO è un’istituzione da considerarsi obsoleta e enormemente costosa per gli interessi strategici americani, minacciando in più occasioni una riduzione significativa dell’impegno statunitense in Europa. Malgrado lo stile roboante del Tycoon, la questione è vecchia tanto quanto la NATO, tanto da poter dire che fin dagli anni ’50, in diversi momenti e per diverse ragioni, gli Stati Uniti hanno chiesto una maggiore partecipazione agli oneri derivanti dalla difesa collettiva. Ad ogni modo, anche al summit di domani la questione risulterà dirimente. Malgrado gli avanzamenti previsti in questo senso dagli Stati europei, Donald Trump sembra intenzionato a richiedere ulteriori aumenti delle spese militari in un contesto di graduale ridefinizione dell’impegno americano in Europa accompagnato da un’ormai evidente spostamento dell’asse della politica estera americana verso l’Asia. Proprio per discutere dell’impegno, politico ed economico, degli Stati Uniti rispetto alla difesa del continente dovrebbero tenersi quattro incontri bilaterali tra il Presidente statunitense e il Presidente francese Emmanuel Macron, la Cancelliera tedesca Angela Merkel, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il Segretario Generale dell’Alleanza Jens Stoltenberg.

Parallelamente a questa prima grande questione relativa alle relazioni transatlantiche vi è una seconda faglia che da mesi, più o meno velatamente, scorre sotto l’apparente solidità dell’Alleanza, la linea adottata dall’Amministrazione Trump rispetto ad alcune scelte strategiche prese senza minimamente coinvolgere gli Alleati. In particolare, a mostrarsi particolarmente insoddisfatto di alcune scelte dell’inquilino della Casa Bianca è stato Emmanuel Macron che ha più volte criticato la scelta degli Stati Uniti di ritirarsi dalla Siria aprendo così il fianco all’offensiva turca nel Kurdistan siriano. La linea statunitense non solo non è stata condivisa dal Presidente francese ma ad infastidire l’inquilino dell’Eliseo è stata la scelta di non rendere partecipi della decisione gli Alleati che sarebbero stati i più esposti ad un’ondata di ritorno di foreign fighters dalla Siria e soprattutto dall’instabilità determinata dall’operazione “Ramoscello d’Ulivo”. Proprio l’imprevedibilità dell’amministrazione Trump e il desiderio di rilanciare il processo di integrazione europea sono stati alla base del lancio dell’Iniziativa Europea d’Intervento, un progetto che cerca di trasporre sul piano operativo alcuni processi avviati nell’ambito della PESCO. L’idea del Presidente francese, storicamente cara alla diplomazia d’oltralpe, è quella di guadagnare “l’autonomia strategica” dagli Stati Uniti, un progetto ancora oggi lontano ma che più volte è stato richiamato come faro da seguire nello sviluppo del processo di integrazione europea.

Sul fronte della sicurezza più tradizionalmente intesa, due sembrano essere le questioni più importanti: la posizione della Turchia all’interno dell’Alleanza e l’ascesa della Repubblica Popolare Cinese come minaccia anche alla sicurezza europea.

Relativamente alla politica condotta da Ankara negli ultimi mesi, come già accennato, la questione dirimente rispetto alle relazioni con l’Europa e l’Alleanza è l’intervento militare in Siria avviato a partire dal 9 ottobre. L’operazione “Ramoscello d’Ulivo” è stata accompagnata da forti proteste soprattutto dagli Alleati europei, in primis dal Presidente francese, che hanno considerato di dubbia legittimità lo sconfinamento delle forze armate turche in territorio siriano, un’operazione questa che è stata accompagnata dai timori di una possibile ripresa dell’attività terroristica dello Stato Islamico in Medio Oriente e in Europa. Contestualmente, l’acquisto da parte turca dei sistemi S-400 russi e il loro prossimo dispiegamento hanno acuito i dissapori tra Ankara e Washington. Se per mesi Recep Tayyip Erdogan ha tenuto una linea ambigua rispetto alle relazioni con la Federazione Russa, il dispiegamento del nuovo sistema antimissile va in una direzione piuttosto chiara. La scelta di impiegare i nuovi sistema d’arma di fabbricazione russa impone, necessariamente, l’impossibilità di garantire l’interoperabilità tra le forze turche e il resto dell’Alleanza nonché di costruire un sistema di Comando e Controllo integrato, senza considerare i timori che la piattaforma possa essere usata come fonte di informazioni sulle reali capacità e procedure della NATO da parte della Russia.

Da ultimo, per la prima volta l’ascesa delle Repubblica Popolare Cinese e le sue ripercussioni in termini di sicurezza e stabilità internazionale sono uno degli argomenti all’ordine del giorno del nuovo summit della NATO. L’inserimento della minaccia cinese tra le materie oggetto dell’attenzione dell’Alleanza è il frutto del forte pressing americano in merito alla definizione di una strategia condivisa nei confronti della Cina, un attore che sembra incutere maggior timore a Washington di quanto non faccia nelle capitali europee. Al centro della controversia vi è l’inserimento di compagnie cinesi all’interno dei grandi snodi infrastrutturali europei e soprattutto la competizione sulle nuove frontiere tecnologiche, in particolare la rete di quinta generazione, fondamentale per l’interconnessione dei sistemi informatici e l’elaborazione e ricezione di enormi quantità di dati, ma soprattutto l’intelligenza artificiale e il machine learning. Questi elementi sono al centro della competizione tra le due super potenze, una competizione nella quale Donald Trump vorrebbe poter contare sul supporto della NATO e dei singoli stati europei, che sembrano invece piuttosto interessati agli investimenti e alle possibilità offerte dal mercato cinese.

Quale futuro per la NATO?

Sullo sfondo del summit aleggia però la sensazione che l’Alleanza sia davvero prossima alla “morte celebrale” come dichiarato da Emmanuel Macron durante un’intervista al the Economist lo scorso 7 novembre. Le divisioni interne all’Alleanza periodicamente riemergono e trovare un modus vivendi tra le esigenze di sicurezza di ormai 30 Stati risulta essere particolarmente complesso. La NATO manca oggi di una capacità di pianificazione strategica di ampio respiro che sappia indicare una chiara via da seguire, l’ultimo Concetto Strategico è datato al 2010 ed è evidente la necessità di un cambio di rotta radicale. Se l’Alleanza non vuole continuare semplicemente a crescere in modo ipertrofico deve ridefinire il proprio ruolo nel Sistema Internazionale poiché altrimenti resterà sospesa in un limbo, incapace di andare avanti in modo efficace ma allo stesso tempo impossibilitata a tornare al ruolo precedente alla caduta dell’Unione Sovietica.

 

Medio Oriente senza America… uno Scarabeo tutto da comporre

Con la fine della guerra fredda, Washington si è ritrovata ad essere l’unica potenza egemone mondiale. Un unipolarismo determinato solo dalla assenza contingente di autorevoli competitors. Nello specifico di competitors capaci di farsi carico di decisioni strategiche destinate a segnare il destino del mondo, compreso il destino americano. Un unipolarismo necessitato, generato dalla mancanza di alternative e non sempre volutamente ricercato dall’establishment americana. In altri termini, una sorta di unipolarismo per “sottrazione”. Le crisi mediorientali odierne rendono più che mai evidente tutto ciò.

Medio Oriente senza America… uno Scarabeo tutto da comporre - Geopolitica.info

In particolare, nel disordine mediorientale nuovi soggetti avanzano la pretesa di entrare a far parte del novero delle grandi leader, presentandosi come potenzialmente in grado di controbilanciare la concentrazione di potenza oltreatlantico. Una concentrazione che Washington formalmente dichiara di voler ridimensionare ma sostanzialmente ancora persegue.

Dai primi anni ’90, con la Russia in ginocchio e una Europa ancora da costruire nei suoi più essenziali aspetti  di integrazione politica ed economico-monetaria, l’America si è fatta garante dell’ordine mondiale, gestendo la governance dei grandi processi globali, divenendo la protagonista di ciò che, la dottrina, in tempi diversi, ha ritenuto definire una forma di “imperialismo” (A. Aquarone, C. Julein, F. Schonemann, Ian Tyrrell). Un imperialismo “di fatto”, prevalentemente culturale, economico e militare. Un imperialismo, in molti casi, capace di preservare le parvenze delle forme politiche sussistenti nelle aree geopolitiche oggetto di attenzione; eppure, in grado di influenzare, impercettibilmente, il governo della cosa pubblica, anche per mezzo dell’operare delle istituzioni del Washington Consensus (FMI, BM e WTO).

Il sistema post-bipolare, dunque, è stato (ed è ancora) caratterizzato dalla concentrazione tutta ad Occidente del potere geopolitico. L’attenta analisi delle politiche americane, comunque, rende evidente come l’unipolarismo per esistere (e continuare ad esistere) non necessita di scadere nell’unipolarismo egemonico. L’essere l’unico detentore delle carte del gioco geopolitico, lascia, infatti, la scelta di quale carta giocare, in quali circostanze, in che termini e, soprattutto, se giocare o meno. Infatti, le scelte di politica estera americana degli ultimi venti anni dimostrano tale assioma. Da tempo Washington ha incominciato a ponderare le occasioni in cui procedere mediante interventi militari diretti nelle più disparate aree del mondo, compresa l’area Mediterranea e Mediorientale. Una ponderazione che ha assunto, prima, la forma della nota politica “leading from behind” di Obama e, poi, del più incisivo precetto “American First” di Trump.

Molte volte, non può negarsi, che in passato sotto le mentite spoglie della tutela dell’equilibrio mondiale, della sicurezza nazionale, dell’ interventismo umanitario e della lotta al terrorismo, interi processi globali in ambito energetico, strategico o economico siano stati piegati agli interessi americani. Al momento, però, sul piano della sicurezza, dopo la morte del califfo Al-Baghdadi e la sconfitta dello Stato islamico, non sembrerebbero esserci ragioni per un ulteriore dispiegamento di forze di terra americane nei focolai di Siria e Iraq. D’altronde, essendosi consolidato il ruolo di esportatore di petrolio degli Stati Uniti, nemmeno l’interesse energetico potrebbe profilarsi come ragione per un impegno costante in zone di crisi ad alto potenziale energetico. Non solo. Le ingenti spese sopportate dalla difesa americana per sostenere le operazioni in Iraq e Afghanistan hanno spinto l’establishment americano a dimezzare gli oneri e i rischi di gestione della governance globale.  Ciò con il fine di sventare la “malattia mortale” di ogni egemonia, ovvero il disequilibrio tra impegni e risorse pubbliche e il conseguente inarrestabile default. In questi termini va letta la dichiarazione del Presidente Trump di ritiro delle truppe americane dal fronte curdo del Rojava. Espressione (probabilmente solo) formale  di una fase di ripiegamento e di progressiva uscita dal Medio Oriente.

Certamente, in questo momento, le ragioni di equilibrio del bilancio americano spingono affinché si generino, nell’area mediorientale, uno o più competitors che tengano sotto controllo i focolai in corso. Al contempo, però, Washington sembra voler riservare a sé ancora il ruolo di garante di ultima istanza dell’ordine mondiale, con facoltà di intervento diretto nell’ipotesi che questi nuovi soggetti falliscano nell’adempimento del loro compito. Una dimostrazione può rinvenirsi nelle minacce rivolte verso l’alleato turco durante l’invasione del Rojava nonché nei profili assunti dall’incontro alla Casa Bianca, dello scorso 14 novembre, tra Trump e Erdoğan. D’altronde non può spiegarsi altrimenti il nuovo dispiegamento di forze in Siria e nel Golfo dell’Oman. Un dispiegamento che contrasta con il dichiarato disinteresse nell’area. Perciò, i nuovi competitors emergenti dovrebbero avere solo dimensione regionale.

Nonostante ciò, i possibili aspiranti regionali risultano essere molteplici. In primis, Israele, lo Stato militarmente più forte e maggiormente impegnato, attraverso i suoi efficienti servizi segreti, contro il terrorismo di matrice fondamentalista islamica oltreché nel tentativo di limitare le aspirazioni egemoniche di Rouhani. Quest’ultimo, capo del governo di Teheran dal 2013, dopo una prima rassicurazione sul rispetto degli Accordi di denuclearizzazione (JCPOA), firmato nel 2015, ha inaugurato un nuovo progetto di arricchimento dell’uranio nelle centrali di Fordo e Natanz. L’Iran si presenta, così, come ulteriore aspirante competitor, ergendosi ad arbitro delle sorti dell’accordo sul nucleare, risultato dell’attività diplomatica del presidente Obama e pietra angolare della stabilizzazione politica con Gerusalemme. Teheran avanzando pretese di rafforzamento militare nell’area mediorientale pone sul piatto della bilancia il suo impegno contro l’Isis e i sempre più stretti rapporti economici con Mosca e Pechino, nella speranza di poter estendere la propria influenza sulle coste del Mediterraneo orientale.  Da parte sua, sin dalla attivazione del Processo di Astana nel 2016, il Presidente Putin ha colto l’occasione di divenire l’interlocutore privilegiato nella regione, con l’intento di giungere a vantare una sfera di influenza che va dalla Crimea ai territori oltre il Caucaso, per interporsi nelle relazioni geopolitiche con la medesima autorevolezza della vecchia Urss. D’altronde, durante la guerra fredda, il Medio Oriente ha costituito uno degli scenari di guerra ideologica sovietica contro Washington; ed ancora oggi, il Cremlino interpreta la questione mediorientale in chiave antiamericana perseguendo l’obiettivo di riconseguire lo status di grande potenza. Un obiettivo di non difficile raggiungimento se si tiene conto che l’ulteriore e parimenti autorevole protagonista, l’UE mostra grave debolezza istituzionale e l’incapacità di convergere su dossier strategici come sicurezza, difesa, energia. Più che una nuova soggettività geopolitica, l’UE resta una sommatoria di governi nazionali, uno spazio geografico potenzialmente rilevante ma privo di una voce univoca in grado di incidere sui processi globali creando stabilità e sviluppo. La debolezza di Bruxelles finisce, così, con il rappresentare l’asso nella manica del Presidente Erdoğan che, schiacciato dalla perdita di consenso popolare, ridisegna il fantasma del terrorismo curdo e rivivifica le gesta della Grande Turchia Ottomana. Erdoğan è il primo presidente a presentare la Turchia in chiave storica riappropriandosi del trauma identitario causato dal Trattato di Losanna del 1923. Egli, infatti, in questi anni ha puntualizzato, con enfasi crescente, come gli attuali confini costituiscono il residuo lasciato dagli appetiti delle potenze vincitrici nella Grande guerra. Conseguentemente, durante la guerra contro l’ Isis, tutte le operazioni turche sono state fondate dalla convinzione che Siria e Iraq non possono esistere in quanto occupanti abusivi dello spazio ottomano sottratto a Losanna. Territori che Ankara vuole ricondurre sotto la sua egida quale centro dell’ecumeme musulmana. Un progetto sensibile anche agli interessi Sauditi nella regione. Infatti, Riyadh è interessata a controbilanciare la crescente ascesa diplomatica di Teheran come attore cruciale nella risoluzione delle crisi in Bahrain, Libano e Yemen. Una volontà di contrastare l’influenza iraniana nel Golfo che si è tradotta nella attivazione di proficui negoziati con Tel Aviv e Mosca e un investimento militare milionario tra Riyadh e la stessa Washington.

Quale tra questi soggetti possa assumere la veste di leader dell’area mediorientale e quale, nella veste di egemone puramente regionale, possa essere maggiormente gradito a Washington non è facile da determinare. Certamente, il ritiro americano dal Rojava può definirsi una operazione concertata con Ankara e può essere letta come concessione nei confronti di un alleato Nato. Volutamente Trump ha messo alla prova la tenuta della Regione a guida turca nella consapevolezza che, di fronte a insensate mire imperialistiche, la soluzione sarebbe giunta all’interno dell‘ombrello Nato. Dal canto suo, Israele rappresenta   un tradizionale e fedele alleato Usa, ma non vanno sottovalutati i suoi sforzi attuali di riavvicinamento verso paesi culturalmente lontani. Sforzi che rinvengono la causa prossima proprio nella politica estera di Trump. Infatti, la decisione americana di ritirarsi dall’accordo nucleare iraniano e di spostare l’ambasciata a Gerusalemme ha complicato i rapporti di vicinato e ha costretto Tel Aviv a sviluppare rapporti di cooperazione con l’Arabia Saudita e altre monarchie del Golfo, che da nemici sono divenuti partner strategici nel contenimento della ascesa iraniana. Diversamente, l’Arabia Saudita continua a conservare il ruolo di partner tattico di Washington da cui è militarmente armata, in funzione di controffensiva al programma missilistico iraniano.

Nel frattempo, però, astutamente il Dipartimento della Difesa americano non abbandona le sue postazioni strategiche. Tanto è vero i noti 2000 soldati stanziati nel Rojava non hanno ancora rivisto il suolo patrio, venendo soltanto ricollocati lungo linee di difesa differenti in Siria. Nel frattempo, sono giunti altri 1500 uomini nel Golfo di Oman, come si era stabilito, nel maggio scorso, dopo un attacco sferrato a due petroliere americane. Ne deriva che la politica di abbandono e ridimensionamento del ruolo americano in Medio Oriente stenta a concretizzarsi. O, molto probabilmente, è parte di una narrazione esclusivamente mediatica e ufficiale della Presidenza Trump ma che non corrisponde agli attuali e sostanziali interessi del Pentagono. Ad ogni modo, l’eccessiva complessità ora delineata, rende l’idea di uno Scarabeo tutto da comporre, ove tutto è lasciato a eventi contingenti e imprevedibili, a barlumi di maggiore o minore “razionalità o follia” dei protagonisti della Global Society. Una cosa è, però, certa: ciò che valeva nel passato non vale nel presente, ciò che vale nel presente non varrà nel futuro. Nuovi poteri di fatto si affermeranno e nuove acquisizioni territoriali si vanteranno. Ma a favore di chi?

 

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