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Appunti a sostegno di una special relationship Italia-USA

L’8-9 gennaio il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ha ospitato la seconda sessione plenaria a livello alti funzionari del Dialogo Strategico Italia-USA. L’incontro ha prodotto un documento congiunto in cui si è affermato il perdurante impegno a intensificare i rapporti tra i due Paesi in alcune dimensioni sensibili, dove la loro cooperazione non ha valore meramente tattico ma, per l’appunto, strategico. Tra queste la stabilità del Mediterraneo, la sicurezza energetica e la difesa della democrazia e dei diritti umani.

Appunti a sostegno di una special relationship Italia-USA - Geopolitica.info

Tale riflessione appare tanto più importante al cospetto di un ordine internazionale i cui pilastri sono stati progressivamente messi in discussione a partire dall’attacco alle Torri Gemelle e, ancor di più, dopo la crisi finanziaria del 2007-2008. Da un lato le sue norme (diritti umani), i suoi modelli politici ed economici (democrazia e libero mercato) e la sua architettura istituzionale (ONU, NATO, UE) stanno subendo una contestuale perdita di efficacia e di fascino. Dall’altro il primato americano nella dimensione del potere e del prestigio è sotto l’attacco di una serie di potenze revisioniste il cui raggio d’azione è regionale – Iran e Corea del Nord – o si dipana su più quadranti strategici – Cina e Russia – ma comincia anche a essere mal tollerato da alleati tradizionali – Germania e Francia.

Come tutte le crisi, ovviamente anche questa si trova dinanzi due possibili evoluzioni: il superamento dell’ordine liberale o il suo riconsolidamento. Come tutte le crisi, inoltre, anche quella in atto impone la necessità di compiere una scelta di campo, quanto meno alle grandi e medie potenze (in caso di declino dell’egemone, i “piccoli” tendono a schierarsi con il Paese più minaccioso tra quelli geograficamente prossimi). Dunque, a dispetto della retorica declinista sul nostro Paese, l’Italia è chiamata a compiere una scelta cruciale per il suo futuro. Purtroppo, la nostra classe dirigente – un concetto che, come insegna Gaetano Mosca, è ben più ampio di quello di classe politica – non sembra averne pienamente contezza, come confermato dalle scarse tracce rinvenibili nel dibattito pubblico nazionale.

La domanda che ci dobbiamo porre come sistema-Paese, qualora fosse necessario esplicitarla, è: di fronte alla crisi dell’ordine liberale a guida americana, da che parte stiamo? Sebbene, da tradizione italiana, la tentazione di restare a guardare alla finestra sia forte, la storia dell’ultimo secolo ci ha insegnato che essa comporta il rischio di essere trattati da sconfitti o da “non vincitori” pur avendo scelto – in ritardo – il cavallo vincente. Al netto delle nostre preferenze ideologiche o della percezione di un debito storico nei confronti degli Stati Uniti – legato al ruolo che essi hanno giocato nell’ultimo conflitto mondiale, nella successiva fase di ricostruzione con il Piano Marshall o nella nostra difesa sia durante che dopo la Guerra fredda – la risposta che l’Italia deve formulare deve essere dettata da considerazioni di tipo strategico. Questo implica l’identificazione dei nostri obiettivi di sicurezza e, in base a essi, la definizione del migliore piano d’azione per conseguirli.

Semmai riuscissimo in tale impresa – cosa tutta da vedere vista l’aria che tira da queste parti sulla libertà di dibattito – con tutta probabilità il risultato di quello che potrebbe apparire a molti un ragionamento “cinico” – o, forse, solo razionale – sarebbe probabilmente lo stesso di quello “idealistico” – o, più banalmente, di natura epidermica. In sintesi, la nostra opzione migliore non solo resta quella americana, ma passa per un innalzamento di livello del rapporto tra i due Paesi a dispetto di chiunque ne sia alla guida. Non si pretende in questa sede di cogliere l’essenza di un tema dalle mille sfaccettature e per cui sono necessarie molte e molto più approfondite competenze di quelle possedute da chi scrive. Più semplicemente, si tenterà di mettere nero su bianco alcuni appunti a sostegno dell’ipotesi di una relazione speciale tra Italia e Stati Uniti, sulla scorta di quelle evoluzioni politiche recenti che mettono in discussione la sicurezza – da intendersi non solo in senso militare, ma anche come benessere complessivo – del nostro Paese.

Il tema che naturalmente tiene banco questi giorni è quello degli effetti prodotti dalla strategia di retrenchment messa in atto da Washington sin dal 2011 sugli impegni precedentemente contratti in Medio Oriente e Nord Africa (MENA). Prima Barack Obama e poi Donald Trump, d’altronde, hanno chiarito come l’area vitale per gli interessi strategici americani sia l’Indo-Pacifico e non il MENA. Questo, tuttavia, non sottintende che gli Stati Uniti – come si legge diffusamente – vogliano abbandonare la regione a sé stessa. Al contrario, significa che non desiderano più impegnarsi in irrealistiche operazioni di ingegneria politico-sociale come fatto dall’Amministrazione Bush, né sobbarcarsi da soli i costi del mantenimento dell’ordine, secondo il principio del leading from behind. Inutile mettere la testa sotto la sabbia per non pensare al fatto che l’Italia, ancor prima di essere una potenza europea, è una potenza mediterranea e che – per prima – subisce i contraccolpi dell’instabilità degli Stati che si affacciano sull’ex Mare Nostrum o che ne costituiscono l’immediato retroterra. Si ricordi, inoltre, che dopo gli Stati Uniti è proprio il nostro Paese quello più esposto nell’area quanto a presenza militare. Tuttavia, il prestigio che l’Italia ne trae non appare proporzionale agli sforzi profusi, forse perché le sue – limitate – risorse appaiono investite in operazioni talvolta velleitarie nell’ottica dell’interesse nazionale (che ci stiamo a fare in Libano?). Al contrario, sembriamo fare poco, almeno in relazione agli interessi che abbiamo in gioco, in un contesto vitale come quello della Libia. Per tale ragione, dovremmo confermare il nostro grande impegno a fianco degli Stati Uniti, a differenza di quanto fatto da altri Stati europei, e, al contempo, concertare con loro l’ottimizzazione delle nostre forze laddove ha più senso impegnarle. Dimostreremmo così la disponibilità ad assumere un ruolo di grande responsabilità all’interno dell’approccio strategico americano varato negli anni Dieci e che, presumibilmente, sarà confermato negli anni Venti.

È proprio questo il caso della Libia dove, oltre alle proxy locali (governo legittimo di Tripoli o milizie di Bengasi), sembra in atto un confronto tra potenze che – se non ne conoscessimo i nomi dei protagonisti – potrebbe anche sembrarci una cronaca di metà Ottocento, con turchi, russi, egiziani e francesi a decidere chi sta al potere e quali scelte deve compiere a pochi chilometri dalla nostra Penisola, con la variante costituita dai crescenti interessi cinesi nel Paese. Sicuramente, se Roma si dimostrasse disponibile a investire di più nel ripristino dell’ordine in Libia, Washington la considererebbe quale sua migliore opzione e, probabilmente, sarebbe disponibile a offrirgli copertura in termini di legittimità e di risorse, così come ad accettare una diminuzione dei suoi impegni altrove. Non ci dimentichiamo, infatti, che come potenza marittima gli Stati Uniti hanno interesse alla stabilità del bacino del Mediterraneo e la presenza di un “buco nero” come quello libico al suo centro non lavora esattamente in tale direzione.

Stesso discorso vale per il ruolo che l’Italia dovrebbe/potrebbe giocare nei Balcani, altro quadrante dove il vento del XIX secolo è tornato a spirare, con tedeschi, francesi, russi e turchi a muovere quelle che – a conferma del carattere squisitamente legalistico del principio di sovranità – sono più delle pedine su una scacchiera regionale che degli Stati indipendenti. Non si dimentichi il recente caso del blocco del processo di adesione all’Unione Europea della Macedonia del Nord – che aveva trovato nell’Italia uno dei suoi principali sponsor – da parte di quella che solo nominalmente si propone come potenza europeista par excellence, la Francia. Sembra quasi superfluo sottolineare – ma forse meglio farlo – che gli Stati Uniti avrebbero preferito una Macedonia del Nord perfettamente integrata nei sistemi di alleanza occidentali – tanto è che stavano contemporaneamente sostenendo la firma del protocollo della sua adesione alla Nato – piuttosto che esposta alle leve della Russia nella dimensione economica.

Non si dimentichi poi che Italia e Stati Uniti hanno un interesse comune in campo energetico, che per i secondi ha riflessi immediati anche in quello strategico: limitare il peso internazionale della Russia. In una recente telefonata, sembra che Vladimir Putin e Angela Merkel abbiano ribadito il loro impegno per portare a compimento il gasdotto Nord Stream 2. Nonostante la Germania ostenti fermezza sul tema delle sanzioni, si tratta di un ulteriore passo con cui Berlino si allontana da Washington per collocarsi in una posizione intermedia tra quest’ultima, che ambisce contemporaneamente ad aprire nuovi mercati al suo gas e a contenere la potenza russa, e Mosca. Dal canto suo, l’Italia rischia di restare schiacciata dalla formazione di un hub tedesco dell’energia che, congiuntamente al depotenziamento delle rotte onshore del gas russo, la renderebbe più esposta alle politiche di Berlino e ne indebolirebbe il piano di costituzione di un hub meridionale per l’energia europea. È in questa prospettiva, d’altronde, che sono stati sviluppati i progetti della Trans-Adriatic Pipeline (TAP) e quello dell’esplorazione e dello sfruttamento dei giacimenti offshore nel Mediterraneo orientale. Entrambi favoriscono, oltre l’Italia, anche altri alleati tradizionali degli Stati Uniti, quali Israele, Cipro, Azerbaijan, Albania. Al contrario, il TAP è in contraddizione con gli interessi della Russia, mentre la progressiva messa a regime delle risorse del Mediterraneo orientale – che la Russia ha digerito solo dopo l’inserimento della sua ROSNEFT nel progetto guidato da ENI – è visto come il fumo negli occhi dalla Turchia, come confermato dalla crisi del febbraio 2018 quando la marina militare di Ankara bloccò la nave perforatrice italiana “Saipem 12000” (l’Unione Europea dove era? Erdogan era tornato improvvisamente democratico?).

Altro capitolo che dovrebbe indurci a rinsaldare la relazione con gli Stati Uniti è quello con la C maiuscola nell’agenda internazionale, ossia i rapporti con la Repubblica Popolare Cinese. Più nello specifico, al di là dei calcoli politici di corto respiro, assume una valenza fondamentale il tema della partecipazione o meno di Roma ad alcuni progetti strategici lanciati da Pechino. Si fa naturalmente riferimento alla Belt and Road Initiative e al piano di lancio del 5G di Huawei e non ai rapporti tra Italia e Repubblica Popolare Cinese in generale. Non si dimentichi, d’altronde, che l’Italia continuò ad avere rapporti di collaborazione scientifica ed economica anche con l’URSS durante la Guerra fredda e, quindi, nessuno ha l’ardire di proporre un taglio dei ponti con un partner economicamente importante come quello cinese. Tuttavia, Roma non ha interesse a favorire l’incremento di un flusso economico di merci a basso costo (che, come confermato dai dati degli ultimi due anni, aumenta sostanzialmente in direzione unilaterale) che stanno progressivamente mettendo fuori mercato i prodotti delle nostre aziende piccole, medie e grandi attraverso procedure di dumping. Gli americani coltivano interessi simili a quelli italiani sul tema ma per ragioni diverse, poiché i beni che invadono i nostri mercati provengono da un’economia – direttamente o indirettamente – controllata dal governo di Pechino e funzionale al perseguimento dei suoi interessi strategici. Nella stessa prospettiva, inoltre, la Casa Bianca ha fatto pressioni su Palazzo Chigi affinché receda dai propositi di concedere infrastrutture vitali come quelle legate al 5G ad aziende cinesi, favorendo l’ingerenza sulle nostre dinamiche politiche interne di un Paese autoritario (se qualcuno avesse il coraggio di applicare le categorie politologiche, potremmo tranquillamente definirlo “totalitario”) e sempre più avverso al sistema di alleanze nel quale siamo inseriti.

Infine, occorre sottolineare che con la Brexit la componente “atlantista” interna all’Unione Europea è destinata a diventare sempre più debole, viste le tensioni sempre più frequenti che – ricordiamolo, sin dai tempi di George W. Bush – stanno caratterizzando i rapporti tra Washington e le due “locomotive” del progetto di integrazione europea, Berlino e Parigi. Inutile stare qui a menzionare l’ormai infinita serie di colpi bassi che Roma si è scambiata negli ultimi anni con le due capitali “sorelle”. Questo naturalmente non significa proporre l’ItalExit – che potrebbe solleticare le fantasie di Donald Trump, ma non necessariamente compiacere i suoi successori – ma compiere azioni volte a riportare in equilibrio i rapporti interni a Bruxelles, che da unione tra pari rischia di trasformarsi in un direttorio. Questa può essere realizzata solo con l’aiuto di un partner esterno di peso come gli Stati Uniti, che veda nell’Italia un garante della lealtà atlantista dell’intero continente europeo (che è molto meno scontata di quanto si pensi comunemente).

Se questi costituiscono solo alcuni degli incentivi sistemici alla definizione di una relazione speciale tra Italia e Stati Uniti, non bisogna dimenticare che – semmai al termine di un lungo dibattito potesse emergere questa opzione – sarebbe necessaria anche la volontà degli attori interni nel tradurla in politiche. A questo punto la “palla” passerebbe in mano ai partiti sia di governo che di opposizione, perché una scelta strategica ha bisogno di un sostegno trasversale per essere realizzata, essendo per sua natura di lungo termine. Tuttavia, il “partito” dei sostenitori di una special relationship con gli Stati Uniti al momento sembra debole. Se l’estrema sinistra è sempre stata, e, probabilmente, sempre sarà ideologicamente anti-americana, il Partito Democratico sembra non aver colto il cambiamento dei tempi per cui europeismo e atlantismo non sono più due concetti sistematicamente conciliabili. Dal canto loro, Italia Viva e Forza Italia sembrano troppo impegnate con la lotta per la loro sopravvivenza per ragionare su questioni di medio-lungo termine. Infine, sulla Lega gravano ancora i sospetti del Russiagate, nonostante oggi sembri prevalere nel partito quell’impostazione pro-americana di cui Giancarlo Giorgetti era il principale promotore durante l’esperienza del governo giallo-verde, mentre il feeling tra Fratelli d’Italia e gli Stati Uniti, almeno per il momento, sembra dipendere troppo dalla figura dell’attuale inquilino della Casa Bianca.

In altre parole, non si compiono scelte strategiche senza averle metabolizzate. Tuttavia, il tempo che viviamo le richiede e l’Italia rischia di morire di tattica.

[SPECIALE Geopolitica e Serie TV] Determinismo e territorializzazione in “The man in the high castle”

The man in the high castle è una serie televisiva prodotta da Amazon studios e ambientata negli stati uniti del 1962, in una realtà fittizia in cui a vincere la Seconda guerra mondiale sono la Germania e il Giappone.

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Determinismo e territorializzazione

La teoria politica, presente in tutti gli affari umani, si basa sulla distinzione tra libero arbitrio e determinismo geografico. Secondo il libero arbitrio, il destino degli uomini è determinato esclusivamente dal loro agire e dalla loro volontà, prescindendo quindi da fattori esterni come la natura o le divinità. Secondo il determinismo geografico, invece l’uomo è influenzato dal luogo in cui nasce e vive, quindi il suo agire non dipende esclusivamente dall’individuo, ma anche da fattori esterni, in questo caso la natura. La collocazione geografica può spesso plasmare le opportunità di una civiltà, attraverso la disponibilità di risorse e confini spaziali che determinano valori culturali, codici morali, istituzioni e persino le strategie politiche. Possiamo fare quindi, secondo i deterministi, una miriade di scelte ma molte di queste sono definite dal territorio in cui ci troviamo.

Uno dei primi a parlare di determinismo geografico fu Tacito nello scritto Germania, dove descrive lo stile di vita dei popoli germanici, i loro costumi, la loro organizzazione, facendo un paragone implicito con la cultura romana. Dallo scritto emerge una distinzione delle strutture corporee tra le popolazioni orientali e quelle occidentali. Più precisamente Tacito scrive che le popolazioni orientali presentavano caratteristiche più “mollicce” rispetto alle popolazioni occidentali poiché la temperatura mite non comportava un senso di adattamento al cambiamento climatico, contrariamente a quanto accadeva in occidente, dove i popoli subivano repentini cambiamenti stagionali dovendo adattarsi velocemente. In questo caso inoltre la Germania è anche l’elemento correlativo fra Tacito e Ratzel, poiché anche quest’ultimo, padre della geopolitica, sosteneva nei suoi scritti che lo Stato è un organismo vivente radicato nel territorio, la cui geografia è costante e ne determina l’interesse nazionale. Lo “spazio vitale” ratzeliano vuole che la relazione organica di uno Stato con il proprio ambiente e con le proprie energie vitali predetermini la veste istituzionale, i codici morali o culturali e gli interessi istituzionali.

George Friedman, geopolitico statunitense, dal canto suo sostiene che la geopolitica si fonda su due assunti: il primo è che la comunità (vasta gamma di formazioni politiche nelle quali gli esseri umani si organizzano) viene definita dal luogo in cui ci si trova. Il secondo è che il sistema geopolitico è prigioniero della realtà geografica che plasma le decisioni dei leader. A questo punto per il geopolitico il leader diviene una figura importante solo in funzione della retorica poiché quest’ultima può spingere la comunità ad essere coesa e efficiente per combattere le ostilità.

La Guerra del Pacifico

L’esempio della guerra del Pacifico tra Stati Uniti e Giappone ci fa comprendere appieno il determinismo geografico, il quale costringe e veicola numerose decisioni delle persone al potere. Infatti, secondo Friedman, lo scontro tra giapponesi e americani si sarebbe verificato indipendentemente da chi era al potere tra le due potenze. Partendo dal presupposto che il Giappone non dispone di grandi risorse naturali, il Paese può esistere come potenza industriale solamente importando tali risorse; infatti nel 1941 importava dall’Indocina gran parte delle risorse di cui aveva bisogno, ma le rotte commerciali correvano lungo l’arcipelago delle Filippine sotto il controllo statunitense. Il dominio giapponese su quei territori gli garantiva maggiore indipendenza rafforzando la propria autorità in quell’area, ma per farlo doveva occupare quella regione minando la sicurezza statunitense.

In precedenza il Giappone stipulò, intanto, un contratto con Amsterdam e Parigi che facilitava l’importazione delle materie prime dall’Indocina (Francese) e dall’Indonesia (Olandese).                     L’invasione tedesca nei confronti delle due potenze coloniali mise, secondo i Giapponesi, in crisi l’accordo perché rendeva incerto il destino dei due paesi e fu per questo che il Giappone fu costretto a conquistare quei territori. Gli americani di conseguenza giocarono la carta diplomatica, sospendendo di fatto il 90% dei rifornimenti petroliferi e ferrosi. Gli USA fecero intendere che avrebbero strangolato l’economia giapponese, se questi avessero manifestato forme di aggressione. I Giapponesi non potevano permettere agli Stati Uniti di impadronirsi anche delle risorse indonesiane, al contrario Tokyo avrebbe dovuto conquistare prima le Filippine, da dove gli americani, possedendo basi strategiche, potevano realmente soffocare l’economia nipponica. Al Giappone non restava, dunque, che distruggere la flotta americana facilitando la politica espansionistica sul Pacifico arrivando così all’idea di Pearl Harbor. Quando i Giapponesi attaccarono Pearl Harbor gli americani non erano pronti al conflitto in quanto la loro flotta era impegnata sull’Atlantico. Infatti i piani statunitensi prevedevano che la prima fase del conflitto sarebbe stata vinta dai Giapponesi e, solo quando l’industria americana avrebbe cominciato a sfornare le nuove navi da guerra, sarebbero stati in grado di contrattaccare. In questo contesto geopolitico i due leader, Roosvelt e Hirohito, non potevano comportarsi diversamente, perciò Friedman sostiene che chiunque vi sia stato al vertice si sarebbe comportato allo stesso modo non avendo altre scelte se non adattarsi al determinismo geografico. I leader di successo, infine, devono comprendere i limiti entro i quali devono operare perché uscirne al di fuori significherebbe far ritrovare un’intera nazione con “l’acqua alla gola”.

Dunque il potere non consente ai leader di comportarsi in modo arbitrario ma li spinge a comprendere gli spazi strategici.

E se la guerra l’avessero vinta i giapponesi?

La seconda guerra mondiale finisce con l’occupazione della Germania da parte degli alleati (in Europa), e con il lancio della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki (nel Pacifico). Finisce così il più grande conflitto armato della storia che stima tra i 55 e i 60 milioni di morti in tutto il mondo. Ma se gli americani non fossero stati in grado di arrestare l’avanzata tedesca in Europa e l’espansionismo giapponese sul Pacifico, quali sarebbero stati le conseguenze, come sarebbe cambiata la geografica politica sul suolo statunitense invasa a ovest dai giapponesi e a est dai nazisti?

The man in the high castle, una serie televisiva prodotta da Amazon studios, è ambientata negli Stati Uniti del 1962, in un passato alternativo statunitense, dal momento che l’esistenza della nazione a stelle e strisce è stata compromessa dall’occupazione dei nazisti dalla costa est fino alle montagne rocciose e dai giapponesi, che hanno invaso il territorio dalla costa ovest alle montagne rocciose. Le potenze dell’asse, vinta la guerra, si sono spartiti così il bottino e hanno costruito tra loro una sorta di cuscinetto chiamato zona neutrale, una zona che non appartiene dunque a nessun paese, nella quale, come si vede nella serie, numerosi ex statunitensi scappano non sentendosi appartenenti alla cultura degli occupanti.

La territorializzazione degli occupanti

Ben visibile in “The man in the high castle” è il processo di territorializzazione compiuto dai nazisti e dai giapponesi: infatti il regista mostra bene come cambia il territorio americano e come i nuovi arrivati plasmino il territorio secondo la propria cultura. Vediamo infatti come cambiano le infrastrutture, gli uffici amministrativi, i ministeri, ma anche le piazze, i negozi, le pubblicità: tutto è prettamente costruito e forgiato attraverso la cultura degli invasori. Il processo di territorializzazione è infatti un processo di appropriazione dello spazio, intellettuale e materiale. Il territorio, in politica, è definibile come lo “spazio organizzato” dalla società. Attraverso la “produzione” di territorio, la società “controlla” (o almeno tenta di controllare) lo spazio e l’ambiente. Il territorio non è quindi qualcosa di casuale o di naturale, ma l’esito di scelte intenzionali operate dall’uomo, che in geografia sono riassunte dal concetto di “territorializzazione”. In sostanza quindi la territorializzazione è un antropizzazione dello spazio, in cui lo spazio è in una condizione di anteriorità rispetto al territorio e lo precede. L’uomo quindi prende lo spazio e lo trasforma, lo plasma secondo un progetto politico, in cui alla base c’è una tradizione, una cultura di riferimento. Non esisterebbe politica infatti se non ci fosse una cultura di riferimento, sulla quale si costruiranno dei progetti politici. Il processo di territorializzazione in geografia avviene attraverso tre tipi di atti territorializzanti: 1) La reificazione: il controllo materiale del territorio, la sua trasformazione attraverso interventi tangibili e visibili (infrastrutture, insediamenti, campi coltivati, ecc.); 2) La strutturazione: il controllo organizzativo e funzionale del territorio, attraverso l’attribuzione ai diversi elementi di precise funzioni, relazioni e gerarchie. La strutturazione riguarda anche l’organizzazione della società sul territorio; 3) La denominazione: il controllo simbolico del territorio, attraverso l’attribuzione di significati, nomi, valori ai luoghi e agli elementi dello spazio.

Processo importantissimo e vitale per una cultura è il controllo simbolico, che trasforma lo spazio in un prodotto culturale, difatti l’appropriazione avviene soprattutto attraverso la denominazione, dare il nome ad una strada o a qualsiasi infrastruttura significa aver conquistato, dominato.

I paesaggi americani trasformati dai nazisti

Tutto questo è molto ben visibile nella serie tv di Frank Spotnitz, che è riuscito pienamente a trasformare il territorio americano spesso anche in maniera maniacale, non lasciando nulla al caso, descrivendo scrupolosamente l’ambiente in cui si svolge la serie.

Nella costa ovest, giapponese, le vicende sono ambientate prevalentemente a San Francisco, e fatta eccezione per il Golden Gate Bridge, la città americana è quasi irriconoscibile. Il palazzo più importante è il ministero del commercio, costruito totalmente su influenza giapponese, come del resto tutta la città, dove le luminescenti pubblicità della Coca-cola e delle più importanti aziende capitalistiche sono soppiantate da scritture giapponesi, spesso criptiche per gli abitanti statunitensi che diventano quasi allogeni della propria nazione. Infatti le strade, i negozi, i mercati e i trasporti sono frequentati più dai giapponesi immigrati che dagli ex statunitensi, i quali si ritroveranno anche in una posizione di svantaggio a livello giuridico rispetto ai “giap”, per usare il gergo con cui vengono chiamati dai bianchi americani. Per fare un esempio, in uno stato in cui c’era il libero commercio delle armi, con il controllo giapponese, possono essere vendute solamente alla popolazione nipponica. Perfino l’architettura e l’arredamento delle infrastrutture ne risentiranno dell’influenza nipponica, il ministero del commercio per esempio (ripreso frequentemente) ha un arredamento e una struttura tipicamente giapponese, all’interno vediamo infatti le classiche porte scorrevoli, l’uso di fogli di carta di riso come divisori delle stanze, materiali naturali tipici come bamboo o ciottoli di fiumi. Il tutto è stato plasmato secondo la loro cultura e secondo il loro progetto politico, ovvero: la conquista del territorio e la trasformazione del paesaggio americano secondo la nuova cultura presente, importante poi per un discorso di appartenenza della nuova popolazione.

Stessa scena la ritroviamo nell’altro versante occupato dai tedeschi. La zona est sembra infatti più la Berlino nazista che una qualsiasi città americana. Anche se la zona tedesca è ripresa di meno rispetto a quella giapponese, possiamo ammirare la monumentalità degli edifici, soprattutto amministrativi, e la presenza di svastiche e stemmi della Germania nazionalsocialista su tutto il territorio. L’ambiente in cui si vive e ancor di più l’architettura utilizzata, erano importanti per il Fuhrer poiché era utile alla diffusione dell’ideologia del regime nazista e alla celebrazione della grandezza e della potenza della nazione. Quindi Hitler ricostruendo e trasformando il nuovo territorio conquistato, porta la sua architettura che sarà importante anche in questo contesto per il suo progetto politico ideologico. Anche in questo caso, le pubblicità non servono più a diffondere i marchi del capitalismo americano, ma sono utilizzate per celebrare e diffondere le ideologie del regime. Dovunque sono presenti svastiche naziste affiancate a stemmi della Germania nazionalsocialista, spesso di dimensioni colossali a scopo intimidatorio o volto a magnificare la propria grandezza.

Tensioni nello stretto di Taiwan

Lo stretto di Taiwan si sta confermando uno dei chokepoints più “caldi” del mondo a causa degli interessi contrapposti dei principali attori del Pacifico occidentale: la Repubblica Popolare Cinese, da una parte, e Taiwan, Stati Uniti e Giappone, dall’altra.

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La storia del Novecento ci ha abituato ad aumenti della tensione in questo spazio di mare, conteso dalla fuga del governo nazionalista di Chiang-Kai-Shek in poi. L’obiettivo che “L’impero del Centro” cerca di conseguire dal 1949 è riportare l’isola di Formosa sotto la sovranità politica cinese. Per tre volte, Pechino ha effettuato esercitazioni e dispiegato azioni militari volte a indirizzare il consenso politico dell’isola, cercando di scoraggiare l’ascesa di partiti indipendentisti: due volte negli anni ’50 e l’ultima volta nel 1996, quando l’arrivo delle portaerei USS Nimitz e USS Independence e dei relativi gruppi da battaglia costrinse le meno temibili forze cinesi a un obbligatorio dietrofront.

La Repubblica Popolare Cinese, in seguito a tale debacle, comprese l’improcrastinabile necessità di sviluppare una forza aereo-navale-missilistica, capace di esercitare deterrenza e colmare parte del gap con la US Navy, al fine di dare consistenza alle pluridecennali rivendicazioni siniche. Pechino negli ultimi anni, grazie a colossali investimenti profusi nella riforma delle forze armate, è riuscita a conseguire un livello di forza militare invidiabile e un inedito know-how tecnologico in materia di costruzione cantieristica navale, che le ha consentito di varare la prima portaerei di fabbricazione nazionale: la Shandong (Type 001A).

L’attuale presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen, avendo nominato lo scorso 17 novembre l’ex primo ministro William Lai come suo vice, in vista delle elezioni presidenziali del prossimo gennaio, ha confermato la propria vocazione indipendentista. Tale azione è ritenuta inaccettabile da Pechino, che, infatti, ha fatto transitare il gruppo da battaglia della portaerei Type 001A STOBAR, nello stretto di Formosa per intimidire e pressare Taipei.

La Repubblica Popolare Cinese si sta mostrando determinatamente irremovibile nella propria volontà di rimettere le mani sull’”isola ribelle”, percepita come parte della grande cultura cinese, ossia della Tianxia (“il tutto sotto il cielo”, definizione che delimitava i territori abitati dai discendenti dell’Imperatore Giallo da quelli abitati dai barbari). Le motivazioni di questa fermezza sono, inoltre, tattiche e geopolitiche.

Dal punto di vista tattico, riconquistando l’isola, Pechino sposterebbe il proprio dispositivo di difesa quattrocento chilometri ad est, sottraendo una delle pedine principali su cui Giappone e Stati Uniti fanno affidamento per contenerla. Guadagnerebbe “una portaerei inaffondabile” nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico Occidentale/Mar Cinese Orientale, da cui potrebbe proiettare la propria potenza nei mari attigui.

Dal punto di vista geopolitico, invece, il presidente Xi Jinping sta cercando di rendere il proprio paese una Superpotenza ed ha, perciò, espresso ufficialmente la propria volontà di riportare pacificamente Taiwan sotto il dominio di Pechino entro il 2049. La Cina, infatti, non potrà essere considerata una Superpotenza militare leader del Pacifico Occidentale fino a quando non riuscirà a riportare Taipei, isola lontana 180km dalle sue coste, sotto il proprio controllo.

Il passaggio delle imbarcazioni militari cinesi nello stretto è stato monitorato dalle navi Taiwanesi e seguito da quelle Giapponesi. Tokyo è schierata al fianco di Washington, quest’ultima ha inviato, il 19 novembre, la nave da combattimento Gabrielle Giffords e, il giorno successivo, il cacciatorpediniere Wayne E. Meyer, sfidando le restrizioni imposte dai cinesi nel passaggio per le Isole Paracelso. Washington, così facendo, intende manifestare con forza la volontà di garantire la libertà di transito nelle aree contese, dimostrando capacità di proiezione e volontà di sostenere gli alleati, come ha riferito la portavoce della Settima Flotta della Marina Statunitense, la Comandante Reann Mommsen.

La strategia geopolitica di Washington si è storicamente fondata su una schiacciante superiorità militare e diplomatica nel Pacifico. Il comando americano per l’Asia-Pacifico (USINDOPACOM) può contare su oltre 2.000 aeroplani, 200 navi e sottomarini e più di 370.000 soldati, marinai, marines, aviatori e personale civile del Dipartimento della Difesa, distribuiti in un ampio reticolo di basi, le cui principali si trovano in Giappone, Corea del Sud e nell’isola di Guam. La rete di alleanze diplomatico-strategiche si basa su una serie di trattati di alleanza con Giappone, Corea del Sud, Filippine, Thailandia e Australia, integrati da strette relazioni di sicurezza con Taiwan, Nuova Zelanda e Singapore e da relazioni in evoluzione con altri Paesi della regione come India, Vietnam, Malesia e Indonesia. Questi rapporti, storicamente solidi dalla fine della guerra di Corea in avanti, si stanno consolidando ulteriormente, corroborati dalla comune avversione nei confronti della nuova assertività cinese.

Il portavoce del ministro degli Esteri cinese, Geng Shuang ha espresso, in una conferenza stampa, la volontà cinese di pattugliare e seguire il passaggio di navi da guerra americane attraverso lo stretto di Taiwan e ha chiesto agli Stati Uniti di rispettare il principio dell’unica Cina, promuovendo, in questo modo, la stabilità dei rapporti sino-taiwanesi. Secondo il Partito Comunista Cinese, Pechino detiene una sovranità indiscutibile sulle isole del Mar Cinese Meridionale (zona contesa dalle rivendicazioni contrapposte delle Filippine, della Malesia, del Vietnam, di Taiwan e della Cina), sull’isola di Taiwan e sullo Stretto omologo.

Già nei giorni precedenti alle azioni navali, il ministro della Difesa cinese, Wei Fenghe, e il segretario della difesa americano, Mark Esper, si sono accusati a vicenda, in seno all’incontro dei ministri della difesa asiatici di Bangkok del 18 novembre scorso, di ricorrere alle intimidazioni e alla coercizione per perseguire i propri obiettivi strategici.

L’obiettivo della Repubblica Popolare Cinese è costringere Taiwan a tornare pacificamente sotto il controllo di Pechino. Per conseguirlo sta attuando una ventennale politica di “aggressione diplomatica”, tentando, così, di isolarla diplomaticamente per farla “cadere fra le proprie braccia”. Taiwan intratteneva, a settembre del 2019, relazioni formali con solo 17 Stati; negli ultimi tre mesi la Cina ha offerto l’accesso a fondi per lo sviluppo al Kiribati e alle Isole Salomone “scambiandoli” con l’interruzione dei rapporti diplomatici tra loro e Taipei. Questi stati insulari hanno accettato, perciò gli Stati con cui Taiwan continua a tessere rapporti diplomatici sono attualmente 15.

L’inconciliabilità e l’irrinunciabilità degli interessi contrapposti di Pechino da un lato, e di Taipei, Washington e Tokyo dall’altro, esacerba la tensione tra le due parti e tra le due maggiori economie del mondo. Tale circostanza rende lo stretto di Taiwan un dossier “spinoso” che nei prossimi anni dovrà essere gestito con cautela da tutte le parti in causa.

Terza Guerra Mondiale. Storia di un conflitto mai combattuto tra USA e Iran

Tra i twitter trend topic degli ultimi giorni, due in particolare hanno spopolato a proposito della presunta escalation tra Stati Uniti e Iran che avrebbe seguito la morte del generale Qasem Soleimani: #3WW e, nella versione italiana, #terzaguerramondiale. Da subito su Geopolitica.info (1; 2; 3) abbiamo cercato di confrontarci con spirito critico su quelle che ci sembravano opinioni deboli sia nei loro presupposti che nelle conclusioni, anche se sicuramente funzionali a far vendere più copie ai giornali o a moltiplicare le visualizzazioni delle pagine web.

Terza Guerra Mondiale. Storia di un conflitto mai combattuto tra USA e Iran - Geopolitica.info

Inutile dire che, anche volendo prendere in considerazione la possibilità di un conflitto tra Stati Uniti e Iran, per arrivare a parlare di Terza Guerra Mondiale una condizione doveva necessariamente essere soddisfatta. Per l’appunto, che il mondo fosse coinvolto. Se si fosse riflettuto davvero su quali attori avrebbero fatto ingresso in questo ipotetico conflitto, probabilmente #3WW non sarebbe diventato un trend topic. Gli Stati Uniti sarebbero stati seguiti dal sempre leale Regno Unito, forse dal Canada (anche se i rapporti tra Donald Trump e Justin Trudeau sono pessimi), ma magari non dall’Australia (impegnata a domare l’incendio che la sta devastando). E l’Iran quali pezzi di mondo avrebbe trascinato con sé? La metà della Siria fedele ad Hafiz al-Assad, un terzo di Iraq (quello sciita), gli Huthi in Yemen, Hezbollah e la Jihad Islamica. Il silenzio assordante della Russia di questi giorni parla chiaro sulle sue reali intenzioni in merito, mentre la Cina non è interessata a mettere ancora più a soqquadro una regione che gli fornisce buona parte delle risorse energetiche indispensabili per la sua crescita. E gli Stati europei? E il Giappone? Sono tutti alle prese con sfide che li toccano ben più da vicino rispetto alla morte di Soleimani e a cui non riescono a far fronte (il caso della Libia rischia di trasformarsi in una vera e propria tragedia e, contestualmente, nel momento di rinascita informale dell’Impero Ottomano).

Dopo una lieve flessione nell’utilizzo degli hashtag summenzionati nella giornata di ieri, stanotte durante il bombardamento compiuto dalle truppe iraniane nei confronti delle basi americane e alleate in Iraq si è immediatamente registrata una loro nuova impennata. E, quindi, i profeti di sventura del terzo millennio stamattina hanno nuovamente ricominciato a ipotizzare una serie di scenari apocalittici. Ma quando il sole era già alto è cominciata a emergere la realtà. Si era inizialmente parlato di 80 morti, comunque nessun americano. Nel giro di poche ore questa cifra è stata ridimensionata e alcuni ora ipotizzano persino che ci siano una manciata di morti (probabilmente ha provocato più vittime il funerale di Soleimani).

Poi nel pomeriggio sono accaduti due fatti che potrebbero apparire spiazzanti, se letti attraverso il prisma della #terzaguerramondiale. La prima è la dichiarazione del ministro della Difesa iraniano, il generale Amir Hatami, secondo cui «le prossime mosse dell’Iran saranno proporzionali alle nuove azioni degli Stati Uniti». Solo viene da domandarsi: se l’Iran dopo una notte di bombardamenti non ha ferito nemmeno un soldato tra quelli americani e della coalizione internazionale, perché mai gli Stati Uniti dovrebbero porre in essere una reazione che rischierebbe solo di alimentare l’odio nei loro confronti (oltre a essere uno spreco di risorse)? Quindi, spiegare che le prossime mosse saranno proporzionali alla reazione americana equivale a dire che non ci saranno nuove mosse da parte iraniana. Sicuramente il fatto che in una notte intera di bombardamenti i reparti speciali incaricati dell’operazione “Feroce vendetta” non abbiano distrutto neanche un obiettivo americano è quanto meno sospetto. Se non fosse così, non osiamo immaginare cosa potrebbe accadere ai responsabili dell’operazione una volta tornati a Teheran. Più probabilmente si trattava di un’operazione “coreografica”, per cui l’assenza di danni rilevanti al nemico faceva parte della consegna data alle forze sul campo direttamente dai vertici di Teheran. A convalidare questa ipotesi, la notizia secondo cui Washington sarebbe stata messa in guardia dell’attacco dal governo iracheno (notoriamente filo-iraniano), che era stato a sua volta avvisato da Teheran (che mai avrebbe sospettato che la notizia sarebbe circolata!?!?).

A questa riflessione è collegato il secondo evento, ossia l’odierno discorso alla nazione di Trump. Con la solita imprevedibilità (o prevedibilità?), il presidente americano ha minimizzato l’attacco della scorsa notte e ricordato che gli Stati Uniti «hanno un arsenale senza pari» – ribadendo, quindi, la loro egemonia militare in Medio Oriente. Allo stesso tempo, si è dichiarato disponibile a trovare un nuovo accordo con l’Iran, più vantaggioso per tutti di quello di Obama e che «permetta all’Iran di crescere e prosperare». Infine, secondo la logica del retrenchment, ha invitato la NATO a un maggiore coinvolgimento nella regione che, ça va sans dire, sarebbe funzionale a un contenimento della spesa che grava sul budget militare americano.

Insomma, che tutto cambi affinché nulla cambi in Medio Oriente? Non proprio. La morte di Soleimani può produrre delle conseguenze politiche. Queste non sembrano essere vantaggiose solo per gli americani ma, inaspettatamente (ma non troppo), anche per gli iraniani. Schematizzando un po’, l’uscita di scena del generale apre agli Stati Uniti la possibilità di ritirare – a testa alta – parte delle loro truppe dalla regione (obiettivo perseguito sia da Obama che da Trump). D’altronde, i tre principali nemici dell’ordine regionale (bin-Laden, al-Baghdadi e Soleimani) sono stati fatti fuori. Inoltre, Washington può rinnovare l’invito agli alleati della NATO, che si sono dimostrati così preoccupati in questi giorni per le sorti del mondo, a impegnarsi di più per la sicurezza dell’area (quindi, ad assumersi più responsabilità). Infine, la morte di Soleimani permette a Trump di evitare nell’anno delle presidenziali di inciampare sulla stessa buccia di banana (una crisi mal gestita con l’Iran) che costò a Jimmy Carter la rielezione.

L’Iran, dal canto suo, perde sicuramente un ottimo stratega e una figura-simbolo della lotta all’egemonia americana in Medio Oriente. Ma, allo stesso tempo, anche l’uomo che più di ogni altro costituiva un ostacolo per congelare uno status quo che metteva in sicurezza alcuni obiettivi strategici faticosamente guadagnati dall’Iran negli anni precedenti. Tra questi il mantenimento di Assad al potere in Siria e la presenza di un Iraq unito e filo-iraniano. Il generale, infatti, perseverava nell’escalation contro obiettivi americani o dei loro alleati, tanto da costringere prima o poi Washington a reagire rimettendo tutto in discussione. Inoltre, con Soleimani esce di scena un personaggio che stava diventando troppo amato nel suo Paese e stava rafforzando sempre di più gli già strapotenti pasdaran, mettendo in ombra i vertici politici e religiosi del regime degli ayatollah. In particolare, come riporta “La Repubblica” in una recente intervista a Olivier Roy, sembra fossero molto tesi i suoi rapporti con il presidente Hassan Rouhani, che accusava il generale di preparare un colpo di Stato.

Per sintetizzare i risultati di questi tre giorni di tensione tra Stati Uniti e Iran – la superpotenza e una media potenza –  e magari strappare un sorriso anche a chi vedeva l’olocausto nucleare dietro l’angolo («il mondo ora ha paura», ve lo ricordate?), si potrebbe ricorrere a un’analogia calcistica (lo faccio solo perché ben prima del sottoscritto – e con tutt’altra autorità – Obama ridicolizzò l’ISIS dicendo che se «i ragazzi di una squadra di basket universitaria si mettessero le maglie dei Lakers, questo non farebbe di loro Kobe Bryant»): spesso all’ultima di campionato alla squadra che ha già vinto matematicamente accade di ospitarne in casa una che, invece, lotta ancora per entrare in Europa League. Che fanno i campioni? Concedono agli avversari di guadagnarsi i punti necessari per ottenere il loro obiettivo.

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

Le 5 poste in gioco globali per comprendere la crisi tra Usa e Iran

Mentre in Europa ci si affanna a dibattere di Green Deal e in Italia molte pagine dei giornali sono state riempite, negli ultimi giorni, da polemiche sulla conduzione del Festival di Sanremo, nel contesto vicino e mediorientale gli equilibri cambiano radicalmente. Tralasciando i toni delle opinioni più disparate, e spesso troppo polarizzate non solo dei media italiani ma più in generale di quelli internazionali, occorre allargare lo sguardo della crisi tra Stati Uniti e Iran al quadrante euromediterraneo: solo così sarà possibile rifuggire le prospettive apocalittiche e tentare di analizzare la crisi con maggior freddezza, scevri da visioni catastrofiche di una pur improbabile “terza guerra mondiale” (trend topicsu Twitter nelle ultime ore) e dalla simpatia o antipatia personale per Trump.

Le 5 poste in gioco globali per comprendere la crisi tra Usa e Iran - Geopolitica.info

L’uccisione di Qasem Soleimani va anzitutto compresa alla luce dell’approccio strategico dell’amministrazione statunitense e del riassestamento degli equilibri regionali successivi alla fine dell’esperienza statuale dello Stato Islamico. Insieme a questi fattori, però, non si possono però non considerare altre questioni dirimenti che ci portano a volgere lo sguardo a una geografia globale, complessa e incerta, alimentata anzitutto da specifiche strategie di attori che stanno ridisegnando la mappa geopolitica regionale e non solo. Vediamole con ordine, per comprendere meglio quanto sta avvenendo nel mondo.

1) La sconfitta dell’Isis – La battaglia di Baghouz in Siria, terminata nel marzo scorso, aveva posto fine all’esperienza territoriale del Califfato iniziata nel 2014. La presenza dell’Isis aveva sconvolto la geografia politica mediorientale con un progetto politico-religioso tendente all’affermazione globale e al superamento dei confini stabiliti nel corso dei decenni precedenti. Esaurito, almeno territorialmente, il pericolo più imminente incarnato dal Califfo Abu Bakr Al Baghdadi e dai jihadisti aderenti all’Isis, che aveva coalizzato Stati e governi di estrazione molto differente tra loro, si è innescata una reazione pressoché immediata per il ruolo di potenza egemone regionale che ha coinvolto la Turchia, l’Arabia Saudita e l’Iran. Si tratta di una dinamica storicamente ricorrente dei contesti di fine-guerra che ha visto coalizioni allargate accomunate da un unico nemico esterno. La più recente richiesta forzata del parlamento iracheno di ritiro di tutte le truppe straniere dal paese (decisione comunque da verificare, in quanto voluta da un esecutivo dimissionario e dall’astensione o assenza della componente curda e sunnita del parlamento) va letta anche alla luce di tali avvenimenti, e non solo come l’atto – questo sì, forse davvero incauto – di un governo di transizione dimissionario con la metà dei parlamentari presenti, col rischio di un intensificarsi ulteriore della crisi politica, sociale e di sovranità interna al paese.

2) La strategia Usa – Se Obama aveva legittimamente intrapreso una strategia nel contesto mediorientale di favorire un accordo con i paesi sciiti e con l’Iran, invertendo la rotta rispetto alle tradizionali coalizioni con i paesi sunniti – e in particolare con l’Arabia Saudita – Trump dal canto suo ha inteso, fin dall’inizio del suo mandato, ripristinare gli storici rapporti con i sauditi, interrompendo così il canale di dialogo con Teheran. Si tratta di due percorsi differenti che vanno inquadrati nel più generale obiettivo di posizionamento degli Stati Uniti nel mondo e nel complesso quadrante considerato. Si tenga presente che la finalità ultima è quella di ridurre l’impegno americano in politica estera, con il ritiro completo delle truppe dall’Iraq (dove sono presenti 5,200 militari Usa) e sostanziale dall’Afghanistan (attualmente circa 14,000). Non considerare questi due target finali nei fatti più recenti, accusando gli Stati Uniti di eccesso di imperialismo, significa vedere solo un lato della medaglia: la decisione del parlamento iracheno successiva all’uccisione del generale iraniano va proprio nella direzione voluta e prospettata dagli Stati Uniti e dallo stesso Trump (condivisa oltretutto da Obama), vale a dire di un progressivo disimpegno Usa da contesti così lontani e di una centralità strategico al quadrante Indo-Pacifico per la preservazione dell’ordine internazionale. Tanto che il Pentagono ha diramato ieri un comunicato ufficiale in cui conferma la volontà di lasciare il paese nel rispetto della sua sovranità e della decisione del Parlamento. La sequenza dei fatti, inoltre, sembra fino ad ora coerente con il tweet del presidente statunitense di inizio ottobre in cui annunciava la fine di inutili guerre lontane dal paese e dalle necessità del popolo americano. Non solo: l’uccisione di Soleimani rappresenta la risposta americana alle manifestazioni dei giorni precedenti nella green zone di Baghdad proprio contro l’ambasciata statunitense (a pochi passi da quella italiana). Un ulteriore inciso è necessario: pensare che l’uccisione di Soleimani sia un atto fuori dalle regole democratiche decisionali statunitensi, come qualcuno ha ventilato, appare piuttosto azzardato. Ritenere, poi, che sia una mossa per distrarre l’elettorato americano dai problemi relativi all’impeachment o come trampolino per la campagna elettorale (che, è utile ricordarlo, terminerà tra dieci mesi) è del tutto parziale. Il presidente americano è il comandante in capo delle forze armate e, come tale, ha un potere decisionale immediato. Senza considerare che l’efficacia di alcune azioni militari mirate, come quella avvenuta venerdì scorso, dipende totalmente dalla sua immediatezza e imprevedibilità, com’è facile intuire.

3) Il ruolo di Israele – Nella strategia di Trump di dare maggiore spazio ai tradizionali alleati mediorientali – e, tra queste, l’Arabia Saudita e la Turchia – rientra anche la volontà di garantire una maggiore centralità a Israele quale tassello determinante per scardinare il cordone sciita rappresentato da Iraq, Iran e Libano. La decisione della fine del 2017 di trasferire l’ambasciata americana a Gerusalemme, di fatto conferendole uno status di capitale vera e propria dello Stato di Israele, con le conseguenti proteste del mondo arabo, va intesa alla luce degli obiettivi strategici delineati: stringere ancor di più l’alleanza con Israele, dandole una maggior centralità e indebolendo i paesi avversi.

4) La Turchia, la questione curda e la Libia – Nell’obiettivo finale di un progressivo disimpegno statunitense dal contesto mediorientale rientrano anche le più recenti decisioni di lasciare maggiore spazio di manovra alla Turchia anzitutto nel contesto siriano e poi in quello libico. Complice del posizionamento forte della Turchia nel contesto euro-mediterraneo ci sono due fattori fondamentali: l’irrigidimento del governo di Erdogan negli ultimi anni, avviato massicciamente dopo il tentativo fallito di golpe del luglio del 2016; e la totale mancanza di azione e di strategia a scala italiana – della quali siamo ormai assuefatti, nella impossibilità di parlare di una strategia o di un interesse nazionale – oltre che di quella europea, laddove a prevalere sono ormai storicamente le singole e vecchie logiche relative alla Raison d’Etat. Nell’assenza di una politica estera condivisa – di fatto impossibile in quanto agglomerato di singoli interessi nazionali spesso divergenti – e nella volontà statunitense di lasciare spazio agli attori regionali a lei vicini, la Turchia sta avendo gioco facile ad avere un ruolo determinante in Siria, a discapito della componente curda, che ha nuovamente viste disattese le sue richieste di autonomia nazionale, e in Libia, dove l’avvicinamento al governo di Serraj toglie spazio a una possibile azione italiana che era pure stata intrapresa negli ultimi anni, sebbene con molta “timidezza”.

5) La Russia, la Cina e l’impossibilità di una “WWIII” – Ritenere che siamo in presenza di una possibile terza guerra mondiale, senza una chiara definizione della volontà e degli obiettivi di queste due potenze, appare del tutto prematuro e allarmistico. La Russia ha svolto un ruolo cruciale nella sconfitta dello Stato Islamico e nel sostegno al governo di Assad in Siria, avendo un chiaro interesse ad avere un ponte come sbocco nel Mediterraneo e per le questioni energetiche, oltre che per garantirsi una zona di amicizia utile a proiettarsi al di fuori dei confini regionali che hanno contraddistinto la sua azione. Inoltre, l’attuale vicinanza con l’Iran deriva prevalentemente dal comune nemico ma, nel più lungo periodo, le strade dei due paesi potrebbero facilmente seguire percorsi diversi, soprattutto in relazione a eventuali progetti egemonici regionali. La Cina, da parte sua, non avrebbe alcuna intenzione a impegnarsi in un contesto conflittuale che esula dai propri interessi e dalla propria strategia politico-commerciale espansionistica evidente nel progetto di Belt and Road Initiative. Anche in questo caso è utile porsi la semplice domanda che porta ad altrettanto semplici risposte, andando oltre le dichiarazioni politiche necessarie in certi frangenti: qual è l’interesse geopolitico della Cina? Stando a questo, che interesse ha in un eventuale ingresso nel calderone che vede coinvolti Iraq, Iran e Stati Uniti?

La crisi innescata dalla singola azione statunitense è certamente un azzardo, ma altrettanto certamente ben calcolato, che tiene in considerazione i molteplici fattori fin qui considerati, anche se nei momenti di crisi i fattori imponderabili possono giocare un ruolo determinante. Il quadro che si sta delineando è quello di una geografia dell’incertezza derivante dal progressivo ritiro dell’attore egemone per eccellenza e per il determinarsi di azioni degli altri attori regionali. La guerra fino ad ora è di dichiarazioni e il limite appare chiaro: la tensione salirà fino al punto che sarà sostenibile per gli Stati coinvolti, per la loro capacità di proiezione globale e per gli interessi in gioco. Fino ad ora, la possibilità di una guerra globale appare un azzardo per tutti.

Come smontare qualche banalità sull’uccisione di Soleimani e l’escalation con l’Iran

La morte di Qasem Soleimani ha sollevato in tutto il mondo un gran polverone. Si discute animatamente sia delle ragioni che hanno portato l’Amministrazione Trump a compiere tale scelta, che delle sue possibili conseguenze. In Italia assistiamo al solito dibattito polarizzante su una questione di politica internazionale che, probabilmente, potrebbe essere trattata in modo più produttivo. In particolare, se ci si sforzasse di comprendere gli obiettivi degli attori coinvolti e se si cercasse di formulare delle interpretazioni anche alla luce del punto di vista di Roma.

Come smontare qualche banalità  sull’uccisione di Soleimani e l’escalation con l’Iran - Geopolitica.info

 

Al contrario, le tante reazioni emerse in queste ore scaturiscono principalmente dalla tendenza ossessiva dei nostri rappresentanti in Parlamento e osservatori politici a leggere gli eventi esterni come se fossero un riflesso dei nostri equilibri interni. Anche questa volta, infatti, si è parlato di Donald Trump e Qasem Solemaini, di Benjamin Netanyahu e Ali Khamenei come se fossero i nostri agenti all’Avana. Davvero è necessario ricordare che si tratta dei massimi rappresentanti di Stati che si muovono all’interno di un ordine internazionale in crisi (tema da noi rimasto in un cono d’ombra del dibattito pubblico) e in cui la competizione si sta facendo sempre più spietata?

Dopo una rapida carrellata dei post su twitter, quindi, non si può non restare colpiti dalla quantità di commenti avanzati sull’uccisione del capo della Forza al-Quds del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie, come neanche se avessero ucciso per la seconda volta JFK o fosse venuto a mancare il Santo Padre. Meno stupore, invece, desta l’assertività con cui in tanti si sono lanciati nella solita altalena tra agiografia e demonizzazione di un personaggio che fino a due giorni fa era ignoto al 99% della popolazione mondiale. Oppure in quella, uguale e contraria, tra l’ormai scontata parodia di un presidente americano “pazzo” o, all’opposto, “salvatore” dei destini del mondo occidentale.

Così, citando i peccati ma non i peccatori, un esercizio stimolante è quello di tentare di smontare qualche banalità – alcune delle quali dettate da un approccio ideologico al problema – pubblicate sia da esperti che da neofiti:

«Soleimani era l’artefice della sconfitta dello Stato Islamico» (ovvero, «era il nemico del radicalismo islamico»): sicuramente il generale è stato uno degli artefici dell’estinzione dell’ISIS, o almeno della sua esperienza semi-statuale. Tuttavia, Soleimani non ha combattuto lo Stato Islamico per avversione al radicalismo islamico o, più in generale, alla politicizzazione dell’Islam. Molto più banalmente, essendo un uomo di Stato, operava in funzione dell’interesse nazionale iraniano in Medio Oriente. In tal prospettiva, interpretava l’ISIS come uno strumento nelle mani dei nemici di Teheran (a seconda dei momenti, la Turchia, l’Arabia Saudita o gli Emirati Arabi) per minare il progetto della creazione della mezzaluna sciita e la stabilità di Stati filo-iraniani come l’Iraq e la Siria. Di sicuro, non figurava tra le intenzioni di Soleimani quella di contrastare l’idea di Stato teocratico, né tantomeno le interpretazioni oscurantiste della religione musulmana. Terreno su cui, la Repubblica Islamica dell’Iran è campione indiscusso dal 1979.

«Soleimani non era Osama bin-Laden»: sì chiaro e non era neanche Abu Bakr al-Baghdadi, né Madre Teresa di Calcutta, né tanto meno Diego Armando Maradona. Dalla prospettiva di Washington, quel che contava era che Soleimani ricopriva un ruolo simile a quello del fondatore di al-Qaeda per un duplice ordine di ragioni. Da un lato, oltre a essere lo stratega della lotta contro l’egemonia americana in Medio Oriente, per sua stessa scelta ne era divenuto anche l’uomo simbolo (sommava, quindi, le capacità di bin-Laden a quelle di Ayman al-Zawahiri). Dall’altro lato, la sua morte e quella del califfo al-Baghdadi agevolano la Casa Bianca nel parlare di una riduzione degli impegni in Medio Oriente, ritenuta cruciale nell’anno delle presidenziali. Dopo l’eliminazione di questi due nemici giurati dell’America e dei suoi sodali, infatti, Washington può sostenere che il grosso del lavoro nella lotta al terrorismo sia stato fatto ed evitare l’accusa di “abbandono” da parte dei partner mediorientali.

«Soleimani era un assassino, responsabile della morte di migliaia di persone»: forse è vero, ma non tutti gli assassini fanno la sua stessa fine. E questo anche quando (molto spesso) gli Stati Uniti sono nelle condizioni di fargliela fare. Quello che sembra assurdo è che i commentatori italiani che sostengono la scelta di Trump utilizzino la stessa narrazione a cui il presidente fa comprensibilmente ricorso per il suo pubblico interno. Nessun presidente americano ha mai parlato degli Stati Uniti come di una potenza “egemone” e, quindi, la decisione di uccidere Soleimani non può essere spiegata con la riaffermazione del primato americano in Medio Oriente o da altri ragionamenti di ordine strategico. Sin dalla fine della Guerra fredda, peraltro, gli americani sono diventati sempre più insofferenti agli impegni internazionali del Paese. Nel 2016 Trump, pur facendo ricorso a una grammatica molto diversa da quella dei suoi predecessori, aveva fatto una promessa simile a quelle di Clinton, Bush e Obama nella loro prima campagna elettorale: più spesa all’interno dei confini americani, più tagli sugli impegni esterni. Pertanto, l’unico modo che ha Trump per legittimare gravi scelte internazionali, che profilano all’orizzonte l’investimento di nuove risorse, è quello di appellarsi al sentimento patriottico dei suoi concittadini. Più delle tasse, infatti, questi ultimi non tollerano solo la possibilità che siano messe a repentaglio le vite o lo stile di vita degli americani.

«La morte del generale è una data spartiacque»: senza voler scomodare la saggezza del Qoelet, che in un passaggio illuminante ricorda come nello scorrere dei secoli «nulla di nuovo accade sotto il sole», sarà sufficiente ricordare che le date spartiacque si contano sul palmo di una mano negli ultimi 250 anni. Per sommi capi: 14/07/1789; 28/06/1914; 07/12/1941; 09/11/1989; 11/09/2001. Tra queste non figurano gli omicidi di uomini che – ben più di Soleimani – hanno segnato il loro tempo, tra cui Gandhi, JFK o Ernesto Che Guevara. Solo l’attentato di Sarajevo è in qualche modo legato alla dipartita di un singolo individuo. La portata delle conseguenze dell’omicidio dell’Arciduca Francesco Ferdinando, tuttavia, non dipese né dalle sue doti di strategico-politiche, né dalla sua importanza per gli equilibri interni dell’Impero Austro-Ungarico. Al contrario, innescò una reazione a catena (il cosiddetto effetto chainganging) dovuta esclusivamente alla natura rigida del sistema di alleanze tra le grandi potenze che si era venuto a formare nel trentennio precedente.

«Attacco ordinato mentre Trump si prepara ad affrontare il processo di impeachment al Senato» (ovvero, «la ricerca del nemico esterno»): Non potevano mancare, ovviamente, i commenti in stile complottista. Secondo questi ultimi, un presidente americano per evitare una condanna – che non subirà mai visti i numeri dei repubblicani al Senato – sarebbe così spregiudicato da mettere a repentaglio la vita di migliaia di americani e caricare di ulteriori oneri le casse – già di per sé bucate – dello Stato. Il tutto nella patria del sistema dei checks and balances. O, forse, Trump è così eccentrico da voler passare alla storia come l’unico presidente sottoposto a doppia procedura di impeachment? Peraltro, sembra strano che un personaggio sempre attento agli umori dei suoi concittadini non avrebbe fatto i conti con i sondaggi. Come riporta un articolo di Foreign Policy pubblicato in questi giorni, la stragrande maggioranza degli americani non è d’accordo ad alzare il livello di tensione con l’Iran (a riprova che sono gli americani per primi a voler limitare gli impegni del Paese all’estero). Altro sarebbe stato sostenere che Trump ha ben presente il modello negativo di Jimmy Carter, la cui pessima gestione della crisi degli ostaggi a Teheran contribuì in maniera determinante alla sua mancata rielezione. Sebbene non è successo nulla di simile a Baghdad, l’attuale inquilino della Casa Bianca sa di non potersi permettere di subire umiliazioni in campo internazionale se non vuole vedere offuscata la sua immagine di uomo vincente. Pertanto, con l’uccisione di Soleimani ha lanciato un segnale deciso sul fatto che alcune linee rosse non possono essere oltrepassate. O, forse, sarebbe meglio dire “linee verdi”, visto che l’assedio all’ambasciata americana di Baghdad era avvenuto – sotto la supervisione del generale iraniano – proprio nell’inaccessibile Green Zone della capitale irachena.

«A Washington è l’ora dei falchi»: optare per l’uso dello strumento militare non significa essere dei falchi. Soprattutto, non si può parlare della vittoria dei “falchi” quando non è stato fatto ricorso allo strumento militare in via preventiva o come prima forma di reazione a un attacco subito. Si ricordi che l’opzione militare è giunta solo dopo una lunga sequenza di azioni ostili nei confronti degli interessi degli Stati Uniti o dei loro alleati, che facevano presagire la possibile maturazione di eventi ancora più gravi. Volgendo lo sguardo solo a quanto avvenuto negli ultimi sei mesi, basti ricordare: l’aggressione alle petroliere nel Golfo dell’Oman (13-14/06/2019); l’abbattimento di un drone americano sullo stretto di Hormuz (20/06/2019); l’attacco ai pozzi petroliferi sauditi (14-17/09/2019); l’invasione della Zona Verde di Baghdad e l’assedio all’ambasciata americana (31/12/2019-01/01/2020).

«L’impostore [Trump, nda] fa per obbligo la cosa giusta»: impostore o no che sia – qui non si vuole fornire un giudizio di valore sull’operato di Trump – va ricordato che – a dispetto di quanto molti credono – istituzionalmente la figura del presidente americano non è la versione contemporanea di un satrapo dell’Evo Antico. Il presidente deve concertare le sue decisioni con gli altri membri del Gabinetto, imposta le linee guida della sua politica estera e di difesa in documenti ufficiali e pubblici (National Security Strategy, National Defense Strategy, ecc…), e deve ottenere dal Congresso (nel caso di Trump, con una Camera dei Rappresentanti a maggioranza democratica) le risorse necessarie a implementare le sue scelte. Il tutto in un Paese che, come ricordato qualche riga prima, è la culla del sistema dei pesi e contrappesi. La politica estera americana, peraltro, tende a essere sostanzialmente stabile nonostante il turnover alla Casa Bianca. I principali fattori che determinano un mutamento profondo nella sua condotta sono di ordine esterno e, in quanto tali, avulsi dalle fortune dei singoli partiti o candidati. L’opzione del retrenchment sugli impegni internazionali del Paese, di cui spesso viene accusato Trump, era stata già compiuta da Barack Obama. Entrambi, infatti, si sono confrontati con un ambiente internazionale molto simile e, allo stesso tempo, molto diverso da quello affrontato da Clinton e Bush. I fallimenti riportati in Afghanistan e Iraq, la crisi economica del 2007-2008 e l’emergere di potenze revisioniste (Cina e Russia) hanno posto gli ultimi due presidenti di fronte al dilemma su come preservare il momento unipolare a fronte di una diminuzione delle risorse disponibili. La risposta condivisa è stata quella di rinunciare alla scelta del deep engagement compiuta da Clinton e Bush (ricordate l’idea dell’America come “nazione indispensabile”?) per evitare lo spauracchio della “sovra-estensione imperiale”. Al contrario, Obama e Trump hanno adottato la linea del selective engagement, ispirato la postura degli Stati Uniti al principio del leading from behind e individuato nell’Indo-Pacifico la regione da cui dipendono gli interessi vitali degli Stati Uniti (l’unica dove vale davvero la pena spendere i dollari dei taxpayer americani).

«Siamo sull’orlo della Terza guerra mondiale» (ovvero, «il mondo ora ha paura»): non poteva mancare lo scenario catastrofista, che però non tiene conto di una serie di dinamiche ricorrenti nelle relazioni internazionali. L’uccisione di Soleimani non innesca un’escalation (che era in atto come visto poco prima), ma punta ad arrestarla. In presenza di un ordine egemonico è l’assenza dell’esercizio del potere dello Stato più forte a incentivare le sfide che mettono a repentaglio la stabilità internazionale (ricordate quando Obama non punì il regime di Assad che aveva varcato la linea rossa dell’utilizzo delle armi chimiche contro la popolazione civile nel 2013?). Al contrario, il ricorso alla forza da parte degli Stati Uniti nei confronti di un personaggio tanto in vista del regime iraniano, costituisce un disincentivo a future reazioni iraniane per almeno tre ragioni. La prima è che Teheran non ha la capacità di colpire figure altrettanto in vista dell’establishment politico e militare americano e se optasse per rappresaglie su obiettivi “soft” ne subirebbe una delegittimazione su scala globale. La seconda ragione è che, anche quando ne avesse la capacità, sarebbe la volontà a difettargli. Non bisogna dimenticare che la morte di Soleimani rappresenta un disincentivo per tutti gli altri decisori apicali del regime degli ayatollah. A dispetto di quanto evidentemente pensano molti osservatori, gli iraniani alla loro pelle ci tengono e nel compiere nuove scelte terranno ben presente la sorte toccata al generale. La terza ragione è che l’Iran non è inserito in un sistema di alleanze così saldo e forte da permettersi di fronteggiare una nuova reazione americana, né da far precipitare il mondo in un nuovo conflitto globale. Cina e Russia, le uniche due potenze che in qualche modo potrebbero sfidare militarmente gli Stati Uniti, non rischierebbero mai di restare coinvolte in una guerra “maggiore” perché un soldato è stato ucciso (evento che – purtroppo – rientra nella sfera delle possibilità di chi fa questo mestiere). Inoltre, Mosca coltiva un rapporto pragmatico con Teheran, a cui è unita dalla condivisione di uno stesso rivale – Washington – in alcuni contesti strategici. Parafrasando Trump sui Curdi e la Normandia, dalla prospettiva del Cremlino «le Guardie rivoluzionarie non hanno difeso Stalingrado nel 1942-1943», anche perché storicamente i due Paesi su molti temi hanno interessi contrastanti. Allo stesso modo, Pechino non è interessata a chi detiene il primato sul Medio Oriente. Molto più prosaicamente, vuole una regione stabile da cui importare quelle risorse energetiche – a prezzi altrettanto stabili e possibilmente contenuti – imprescindibili per la sua ascesa internazionale.

Appunti sull’uccisione di Qasem Soleimani

Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio il generale Qasem Soleimani è rimasto ucciso in un raid aereo presso l’aeroporto internazionale di Baghdad, in Iraq. Tale operazione è stata ordinata dal Presidente statunitense Donald Trump che, subito dopo il raid, ha pubblicato simbolicamente sul suo profilo Twitter la bandiera degli Stati Uniti d’America. Il generale era da tempo nel mirino di Washington perché considerato responsabile di molti attacchi contro obiettivi americani organizzati in tutto il Medio Oriente.

Appunti sull’uccisione di Qasem Soleimani - Geopolitica.info

A

  • Soleimani non era comandante Pasdaran ma faceva parte della divisione Quds (operazioni esterne).
  • L’attacco non è stato improvvisato, il generale era nel mirino di Washington da tempo.
  • Gli Stati Unti hanno approfittato della presenza in Iraq di Soleimani. Il messaggio è chiarissimo: la red line è ampia ma reale. Tale red line riguarda solo i diretti interessi degli Stati Uniti. C’è grande differenza con l’amministrazione Obama.
  • L’Iran era preparato alla vicenda. Ci sarà la stessa catena di comando e verrà promosso il vice di Soleimani.
  • La reazione dell’Iran ci sarà ma non sarà diretta e colpirà gli alleati degli Stati Uniti. L’obiettivo è quello di screditarli nel golfo e addossare su di loro la colpa dell’escalation.
  • Soleimani era una figura fondamentale della dottrina militare iraniana, è stato il vero artefice dell’area di influenza conosciuta come mezzaluna sciita.
  • Da non sottovalutare i motivi che superano l’assalto all’ambasciata: Soleimani era inviso da anni all’apparato di sicurezza degli Stati Uniti. Veterani e testimoni di guerra ne parlano con rabbia, lo accusano di vari attentati negli anni. In molti volevano togliersi il sassolino dalla scarpa.
La geopolitica nel 2020

Vent’anni fa, esattamente alla vigilia del nuovo millennio, il mondo era profondamente diverso. Il prodotto interno lordo cinese era poco più di un miliardo di euro, pari ad un dodicesimo di quello attuale; gli USA erano l’unica incondizionata potenza mondiale presente con proprie truppe in più di 50 paesi nel mondo; la Russia era una debole realtà nata sulle rovine del collasso socialista e l’Europa marciava trionfalmente verso l’allargamento ad est che tra il 2004 ed il 2007 significò un Unione sempre più forte composta da 25 paesi.

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Presentata due decenni fa, una fotografia del mondo di oggi, anche agli occhi del più abile degli indovini, sarebbe apparsa grottesca. Pochi avrebbero previsto il crollo delle Torri Gemelle o la grande crisi economica occidentale. Nessuno avrebbe pensato a Donald Trump come inquilino della Casa Bianca, alla nascita dei movimenti populisti in tutto il mondo capaci di raccogliere consenso o allo sviluppo economico e militare cinese, oggi in grado di preoccupare le più grandi potenze mondiali.

Il mondo di oggi, e così la Geopolitica, ha raggiunto una tale velocità da far apparire tutto incerto ed impossibile da decifrare; solo cinque anni fa era infatti impensabile poter pensare che Londra avrebbe optato per una definitiva ed irreversibile uscita dalle istituzioni europee mentre oggi diamo già per assodata questa decisione.

L’anno che verrà, il 2020, ci offrirà però alcuni importanti appuntamenti capaci di determinare alcuni futuri scenari in modo determinante. Dovremo innanzitutto tenere gli occhi puntati su Washington per comprendere se alle prossime elezioni presidenziali americane Donald Trump sarà in grado di mantenere la sua permanenza alla Casa Bianca, nonostante un mandato a dir poco rocambolesco. Una sua riconferma indicherebbe innanzitutto che la sua politica dell’”America first” non è solo uno slogan politico ma la sintesi di un programma ancora apprezzato dalla maggioranza degli americani.

In secondo luogo saremo obbligati ad osservare attentamente quanto sta avvenendo nella Cina comunista: se da una parte la forza economica del paese, capace di penetrare in Europa con la via della seta, pare inarrestabile bisognerà valutare se le lecite richieste della popolazione di Hong Kong avranno un effetto domino sull’intero paese con conseguenze ad oggi ed immaginabili.

Sarà poi necessario monitorare da vicino quanto accadrà in Africa poiché questo continente, colpevolmente abbandonato a se stesso dall’Occidente ma altrettanto colpevolmente governato da una classe dirigente spesso incapace e corrotta, sarà determinante per gli equilibri demografici dei prossimi anni. Secondo alcuni dati la sola Nigeria nel 2050 potrebbe avere gli stessi abitanti dell’intera Europa.

Infine sarà proprio il vecchio continente che nel 2020 potrà in qualche modo determinare il prossimo futuro. Chiuso il lungo capitolo Brexit, l’Unione Europea e la sua nuova Commissione saranno chiamate ed obbligate ad offrire concrete e reali soluzioni a chi da molto tempo, con più ragione che torti, chiede un cambio di passo ed un nuovo approccio.

Se così sarà, avremo uno scacchiere comunque incerto e pericoloso, ma avremo il conforto di poter dire la nostra nei prossimi processi globali senza doverli subire passivamente come troppo spesso è accaduto negli ultimi anni.