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Duterte pone fine al VFA: le Filippine tra USA e Cina

Il presidente di ferro esce dall’accordo sulla presenza militare americana ed apre alla Cina. Dopo i contrasti per le dispute marittime, Manila cerca la cooperazione cinese per i progetti infrastrutturali.

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Il presidente Duterte ha dichiarato che le Filippine usciranno dal Visiting Force Agreement (VFA), accordo che dal 1999 regola la presenza delle truppe statunitensi sul territorio. Già lo scorso mese Duterte aveva minacciato di porre fine all’accordo dopo che il senatore filippino Ronald Dela Rosa, ex capo di polizia e alleato politico del presidente, si era visto rifiutare l’accesso negli Stati Uniti. Divieto non insensato dato che lo stesso Duterte aveva in precedenza vietato a due senatori statunitensi l’ingresso nelle Filippine per aver palesato il loro sostegno alla senatrice filippina Leila de Lima, detenuta per la sua opposizione alla sanguinaria campagna di Duterte contro le droghe illegali.

La prima minaccia di chiudere l’accordo risale al 2016, anno in cui inizia il mandato di Rodrigo Duterte, il quale si è fatto promotore di una politica estera diametralmente opposta a quella filoamericana del suo predecessore, Benito Aquino III, effettuando un processo di allontanamento dagli States, coincidente con un avvicinamento alla Cina. Alla base di tale svolta si trovano ovviamente ragioni strategiche, rinsaldate talvolta da forti motivazioni ideologiche e storiche. Da un lato la Cina offre determinate opportunità connesse allo sviluppo ed alla cooperazione su più fronti, dall’altro gli Stati Uniti rappresentano l’invasore che ha imposto il suo dominio con la guerra del 1899. Tuttavia, la Cina rimane un vicino difficile: le relazioni sino-filippine sono caratterizzate notoriamente dalle dispute sulle Isole Spratly e sul banco di Scarborough, punti strategici per il controllo e la sicurezza delle rotte marittime, ma anche potenziali piccole basi collocate su acque preziose, sotto le quali si trovano gas e petrolio. In particolare, con la crisi diplomatica del banco di Scarborough, quando navi da guerra filippine tentarono di arrestare dei pescatori cinesi ricevendo come risposta da Pechino l’invio della Marina militare, la tensione emerse nettamente e proseguì quando l’Aja, nel 2013, decretò la totale inconsistenza delle rivendicazioni cinesi sulle isole in questione.

Nonostante l’evidenza di una relazione difficile, i rapporti sino-filippini non mancano di aperture e tentativi di cooperazione, non solo di tipo commerciale ed economico. Sin dall’inizio ufficiale delle relazioni diplomatiche negli anni 70, i due paesi furono inizialmente limitati dalla suddivisione in blocchi contrapposti della guerra fredda, per la quale le Filippine rappresentavano un baluardo americano contro la Cina comunista. Occorre però riscontrare una certa evoluzione, in particolare a partire dagli anni 2000 con la presidenza Arroyo, di una cooperazione sul piano militare. Visite, scambi ed esercitazioni congiunte tra le forze militari dei due paesi e un Memorandum, nel 2004, sulla cooperazione nel campo della difesa, volto a costituire incontri annuali in materia di sicurezza. Una fase che ha visto una repentina frenata con l’era Aquino III (2010-2016), caratterizzata da un certo filo-americanismo e dal già citato incidente di Scarborough. È con Aquino che abbiamo nel 2014 l’Enanched Defence Cooperation Agreement (EDCA), trattato con gli Stati Uniti che rafforzava la cooperazione militare tra i due paesi stabilita già dal VFA.

Con Duterte, quindi, abbiamo la rivitalizzazione di un dialogo, quello con la Cina, già avviato da decenni, all’ombra dell’alleanza con Washington. Il presidente filippino sembra voler astenersi dal brandire la sentenza di diritto internazionale, precedentemente citata, contro le ambizioni marittime cinesi, puntando invece su un approccio che mira a stabilire reciproci vantaggi, scavalcando lo scoglio delle dispute territoriali. In particolare, Manila punta adesso a sfruttare gli investimenti cinesi per alimentare il grande progetto infrastrutturale di Duterte, chiamato inequivocabilmente “Build, Build, Build”: 75 infrastrutture da costruire in tutto il paese, tra ferrovie, ponti e autostrade. Nel 24 ottobre del 2019, il Segretario delle Finanze filippino Carlos Dominguez III ed il vice-premier cinese Hu Chunhua hanno firmato una serie di accordi, alcuni dei quali riguardavano proprio il Build Build Build e le possibilità di integrarlo con la Belt and Road Initiative (BRI).

In questo contesto, la fine del VFA rappresenta per Washington la perdita di una pedina nello scacchiere del Sud-est asiatico, dove inevitabilmente aumenta l’influenza di Pechino. Una decisione che non necessariamente si rivelerà conveniente per le Filippine, le quali perderanno uno strumento di deterrenza nei confronti della Cina, oltre che un supporto sostanziale contro i separatisti islamici sul fronte interno.

USA 2020: tutti i numeri del secondo appuntamento in New Hampshire

Bernie Sanders, di pochissimo, vince le primarie Dem su Pete Buttigieg. La differenza è minima ma definisce comunque i contorni di una vittoria annunciata, già al primo round, Bernie Sanders ha vinto le primarie democratiche del New Hampshire. Il secondo appuntamento del lungo percorso ad ostacoli – che terminerà in agosto con la convention Dem – ha espresso un risultato che conferma, in parte, quanto definito in Iowa.

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A differenza del “The Hawkeye State” dove il complesso meccanismo dei caucus e il malfunzionamento di un’app per smartphone hanno rallentato la diffusione dei risultati in New Hampshire si sono svolte delle primarie semi-aperte, nelle quali hanno votato solo gli affiliati al Partito Democratico.

Pochissimi i punti di vantaggio sul giovane ex sindaco di South Bend Pete Buttigieg, terza Amy Klobuchar ed ennesimo fragoroso “tonfo” di Joe Biden, appena quinto: per lui e la Warren nessun delegato. Si registrano i primi ritiri: Bennet, Patrick e Yang.

A chiudere il podio del New Hampshire, quindi, la senatrice del Minnesota Amy Klobuchar, che ottiene un risultato migliore rispetto ai sondaggi della vigilia.

“Bernie” aveva trionfato nello “Stato del granito” anche durante le presidenziali del 2016, ma con un vantaggio nettamente più ampio, adesso lo scarto con il secondo classificato, Pete Buttigieg, è di appena il 2%. La vittoria del senatore del Vermont in New Hampshire, insieme alla forte performance ai caucus dell’Iowa, lo consolida comunque come favorito per la nomination democratica.

Una “tornata” da dimenticare per Biden, ma anche per la senatrice Elizabeth Warren. Entrambi non si aggiudicheranno alcun delegato dei 24 in palio in New Hampshire.

Meantime, tutto pronto per l’esordio di Bloomberg e riflettori puntati sulla prima apparizione del miliardario newyorkese che stasera presenterà la sua candidatura durante un dibattito per la nomination del Democratici. Bloomberg si è qualificato per partecipare al dibattito avendo superato la soglia fissata dal Comitato nazionale democratico (Dnc), che ha però cambiato le regole dopo le primarie del New Hampshire, suscitando reazioni negative di altri candidati: niente più numero minimo di donatori individuali, che Bloomberg non ha, finanziando la sua campagna con la sua fortuna; e soglia dei sondaggi raddoppiata.

(Prime) conclusioni: L’Iowa e il New Hampshire hanno prodotti i primi K.O. Joe Biden e Elizabeth Warren, forse continueranno ancora un po’ ma è evidente che non hanno davvero chance. Bernie ha un’età incredibile (78 anni) per un candidato presidente, ha avuto un infarto grave eppure è il preferito dai giovani. E’ quasi alla pari con Buttigieg ed ha avuto meno voti che nel 2016. Amy Klobuchar, la Senatrice del Minnesota, è la “sorpresa” del New Hampshire e potrebbe sconvolgere piani definiti a priori, vedremo. Poi c’è Buttigieg, fino adesso vincente su tutta la linea ma adesso iniziano le primarie negli stati in cui il peso dei nero-americani e dei latinos è grande e lui, bianco di uno stato bianco, con la sua aria sempre per bene, potrebbe andare in tilt.

Next stop: Nevada, 22 febbraio.

Gli obiettivi di Davos 2020 e la riforma OMC contrappongono, ancora una volta, Washington al Vecchio Continente (e non solo)

Lo stallo dell’Appellate Body Wto ha tenuto banco anche durante le discussioni interne al World Economic Forum 2020, terminato lo scorso 24 gennaio. Lo ha confermato  il direttore generale Robert Azevêdo, mettendo in luce la congiunzione esistente tra futuro della economia mondiale e Wto. Il Forum dedicato quest’anno alla tematica “Stakeholders for a Cohesive and Sustainable World” si è posto, infatti, l’obiettivo di ridisegnare il paradigma strutturale della global economic governance, invitando i partecipanti a farsi carico delle istanze provenienti da più parti della società civile e imprenditoriale. Istanze che si traducono in un’unica espressione: “ripensare il sistema economico internazionale”.

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Il WEF di Davos

Il Forum, come noto, sorto 50 anni fa come spazio di confronto e analisi delle principali questioni economiche europee, si è, nel corso del tempo, aperto a contingenze sempre più globali allargando la platea dei protagonisti: da attori esclusivamente economici e imprenditoriali, ha incominciato ad accogliere anche istituzioni finanziarie, leaders politici e Ong; tanto da poter vantare l’appellativo di “mondiale” e a partire dal 2015 venir riconosciuto come istituzione internazionale. Non a caso, negli ultimi anni, è divenuto il proscenio naturale in cui i principali attori geopolitici hanno delineato il quadro delle loro future politiche commerciali internazionali. Basti pensare all’aperta difesa del processo di globalizzazione, pronunciata da Xi Jinping, nel gennaio 2017, quale basilare presupposto per la realizzazione della Silk Road. Una iniziativa di costruzione di un nuovo spazio economico globale che avrebbe, poi, inasprito la risposta protezionistica trumpiana, già in atto. Una politica protezionistica perorata, appena l’anno dopo, nella stessa sede dal presidente Trump come unico strumento utilizzabile di fronte alle pratiche commerciali sleali cinesi.

Le aspettative di Davos 2020

Forti e inattese sono state le aspettative degli osservatori verso le proposte suscettibili di essere mosse dai partecipanti al Forum in materia di divario sociale, difesa dell’ambiente e ridefinizione della politica economica globale. Le esigenze di sostenibilità ambientale e divario sociale hanno trovato voce attraverso la partecipazione costante dell’attivista svedese Greta Thunberg e di varie Ong come l’Oxfam. Diversamente, il bisogno di ridisegnare le strutture portanti del sistema economico internazionale è stato manifestato dagli stessi attori geoeconomici ivi presenti. Sostenibilità e tutela dell’ambiente, protezione della biodiversità e eliminazione del debito, è stato affermato, passa solo attraverso la volontà di ristrutturare il fondamento ideologico della economia mondiale. Ovvero di ridefinire teleologicamente il liberismo economico.

Il sistema economico globale postmoderno

La ricostruzione postbellica ha generato lo scatto tra modernità e postmodernità del governo economico globale. Il sistema economico moderno, di matrice fisiocratica e classica, che aveva generato e sostenuto la rivoluzione industriale, giunge sino al secondo conflitto bellico mondiale tra altalenanti politiche liberiste e protezionistiche. Un sistema economico moderno strutturato secondo il paradigma reddito – risparmio – consumo, ovvero su tre segmenti tra loro complementari, reciprocamente necessari e non capaci di sopraffarsi a vicenda. Terminata la guerra, però, manifesto della “ New Global Economic governance” in costruzione diviene il noto saggio “Capitalismo e libertà” dell’economista Milton Friedman. Vi si delinea la liberalizzazione dei flussi finanziari, dei beni finali e intermedi, della forza-lavoro, dei servizi al fine di  fare del mondo un “mercato senza confini”. Un modello economico divenuto egemonico, dopo il crollo dell’Urss, e che per la sua massima espansione ha sfruttato, da un lato, l’ azione delle organizzazioni internazionali (FMI, BM e OMC) e, dall’ altro, la globalizzazione e la rivoluzione tecnologico-informatica. E che ha accelerato la competizione internazionale alla ricerca di nuovi mezzi per il raggiungimento di una crescita illimitata e inarrestabile. Produzione di massa e consumo, finanziariamente sostenuti, hanno costituito i principali fattori del sistema economico postmoderno organizzato secondo il paradigma: finanziamento – consumo – debito. Il finanziamento, primo termine del paradigma, regge ogni operazione di messa in produzione, commercializzazione e consumo di beni e servizi. Il piano finanziario ha proceduto progressivamente nello sforzo di prevale e sopraffare gli altri piani dell’economia: così, la persona, lavoratore o consumatore (Stakeholder), è stato inteso come uno degli strumenti e non il fine dell’attività di impresa. E remunerare, in maniera crescente, gli investitori (shareholder) è divenuto l’unico obiettivo delle attività produttive e commerciali.

Ridisegnare il paradigma

Davos 2020 si è posto il compito di individuare soluzioni multilaterali alla necessità di ridisegnare i connotati di tale paradigma,  in funzione di sostenibilità finanziaria e ambientale. Un sistema economico che miri alla pura accumulazione finanziaria e’ un sistema sbilanciato in cui le esigenze produttivistiche e utilitaristiche soffocano le esigenze personalistiche, sociali e ambientali. Occorre, perciò, dare un nuovo orizzonte al neoliberismo e quell’orizzonte è la persona umana, nelle sue sfaccettature di lavoratore, consumatore, cliente e cittadino. E di questo deve farsi carico ogni soggetto economico mondiale. Solo ciò potrebbe rendere maggiormente sostenibile l’economia, elidendo buona parte di quel debito, generato dalla rincorsa alla crescita ma, privo di qualsiasi aggancio a valori dell’economia reale. I primi segnali si sono avuti, in estate, negli Stati Uniti ove ben 181 amministratori delegati di colossi economici internazionali hanno firmato una dichiarazione di intenti per il futuro: “volgere il timone imprenditoriale dallo shareholder value allo stakeholder value”, ovvero dalla massimizzazione dei profitti azionari alla assunzione di responsabilità dei problemi della comunità in cui l’imprese operano: problemi che, il più delle volte, sorgono a seguito del loro operare. Una iniziativa che è stata preceduta dalla stipula del Fashion Pact, nello specifico settore della moda, tra i più importanti brand mondiali. Anche in questo caso, la responsabilità sociale dell’impresa ha costituito un indicatore di rotta in un settore che pregiudizialmente negava di poter vincolare la creatività alla sostenibilità. Iniziative che hanno trovato cassa di risonanza anche nella scelta del Financial Times di dedicare un intero numero (18/09/2019) ai grandi mali del capitalismo aprendo la prima pagina con un gigantesco titolo “Capitalism, time for reset!”.

Il meccanismo inceppato dell’OMC e la sua riforma

L’operare dell’OMC ha fortemente contribuito nella formazione del sistema economico postmoderno in termini di inclusività dei suoi protagonisti e di eliminazione delle barriere al commercio mondiale. Sennonché il meccanismo di agevolazione del mercato si è inceppato nel momento in cui le decisioni del suo Appellate Body hanno perseguito l’affermazione del liberoscambista a danno di interessi sociali o ambientali. Interessi, questi ultimi, che pure avrebbero dovuto trovare sede in un equo e ragionevole contemperamento operato all’interno dei singoli contenziosi. In questo modo, misure sanitarie, fitosanitarie, ambientali, di protezione degli animali o di tutela dei lavoratori hanno finito con l’essere considerate barriere commerciali nelle decisioni WTO (si vedano, tra gli altri, i casi WT/DS2; WT/DS21; WT/DS401 etc). Decisioni che hanno allontanato sempre più l’istituzione dal sentire dell’opinione pubblica mondiale. E che hanno fatto dell’OMC la paladina di una globalizzazione “senza anima” che esige una riforma. Una riforma oggetto di confronto a Davos, ove ha partecipato anche il DG Azevêdo su invito degli organizzatori. Ma la proposta di riforma per quanto unanimemente accolta dai partecipanti si è tradotta in una egoistica parcellizzazione delle possibili soluzioni.

USA VS UE/CINA

L’esigenza di ridisegno dell’economia globale, infatti, è stata intesa da Trump come l’occasione per riaffermare l’inevitabilità di soluzioni sovraniste e protezionistiche. Diversamente, l’UE e la delegazione cinese si sono fatti promotori di una possibile azione multilaterale, funzionalizzata a politiche di sviluppo sostenibile. Una sostenibilità ambientale e finanziaria più volte richiamata dalla presidente Ursula Van de Layen, la quale insieme ai delegati di ben 16 Paesi Membri WTO, a margine del Forum, hanno dato vita ad un meccanismo temporaneo di risoluzionedelle controversie commerciali internazionali. Una soluzione che ha visto la partecipazione anche della Cina ma non di Washington. Una risoluzione che ha reso evidente il ruolo geopolitico europeo nella gestione della crisi WTO, come si era auspicato sin dal primo momento.

La Space Force e il futuro della competizione nello spazio

Il 24 gennaio 2020 il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato su Twitter il logo della United States Space Force (USSF), nuova componente delle forze armate americane, creata il 20 dicembre 2019 a seguito dell’approvazione del National Defense Authorization Act (NDAA) da parte del Congresso. Secondo l’NDAA, la Space Force raggiungerà la piena capacità operativa entro i prossimi 18 mesi ed affiancherà le altre cinque forze armate statunitensi: United States Army, U.S. Marine Corps, U.S. Navy, U.S. Air Force e U.S. Coast Guard.

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Struttura e missioni della Space Force  

Similmente a quanto avviene per i Marines nella Marina, la nuova forza armata è stata inserita all’interno del Dipartimento dell’Aeronautica ed ha assorbito la struttura operativa dell’Air Force Space Command (AFSC), la componente responsabile delle operazioni spaziali dell’Air Force.

Il Generale John W. Raymond, in quanto già Comandante del Command, è stato incaricato dall’NDAA di guidare la Space Force ad interim, in attesa della nomina ufficiale del Chief of Staff of the Space Force da parte di Trump, previa approvazione del Senato.

Il comandante della Space Force opererà sotto il controllo del Segretario dell’Aereonautica che avrà, inoltre, il compito di ricollocare il personale del suo dicastero nella nuova forza armata. Questa scelta è stata dettata dalla volontà del Congresso americano di evitare ulteriori sprechi di risorse economiche come testimoniato dalla bocciatura delle varie proposte del Dipartimento della Difesa (DoD) per arruolare nuovo personale civile e militaree per istituire la carica civile del Sottosegretario dell’Aeronautica per lo spazio (Under Secretary of the Air Force for Space). Nonostante la volontà di ridurre gli sprechi, la Space Force sarà economicamente indipendente rispetto al Dipartimento dell’Aeronautica.

La missione della nuova forza armata è quella di organizzare ed addestrare le unità spaziali al fine di proteggere gli interessi statunitensi e quelli dei suoi alleati nello spazio, riconosciuto sia dal Pentagono che dalla NATO come dominio operativo al pari della terra, del mare, dell’aria e del cyberspazio. Le responsabilità della Space Force includono l’acquisizione di sistemi militari spaziali e la costituzione di una dottrina militare adatta a sviluppare il proprio potere nello spazio.

La Space Force svilupperà capacità per: space situational awareness – ossia l’abilità di osservare il contesto operativo, rilevare attacchi e distinguere reali minacce da falsi allarmi nel dominio spaziale; supporto alle altre forze armate e monitoraggio riguardo il lancio di missili balistici. Inoltre, assumendo il comando e controllo di tutti i satelliti della Difesa, la nuova forza armata avrà anche il compito di fornire dati metereologici e GPS per operazioni terrestri, aeree o marittime.

Oltre ai compiti prettamente militari, la Space Force opererà anche a livello civile avendo capacità di supporto per i lanci spaziali del Dipartimento della Difesa, della NASA o per lanci commerciali. Infatti, il 6 e il 29 gennaio l’USSF ha supportato il lancio di alcuni satelliti Starlink di SpaceX, azienda dell’imprenditore statunitense Elon Musk.

Il cammino verso la Space Force

Diversamente da quanto si possa pensare, la volontà di creare una forza armata dedicata esclusivamente allo spazio non è un’innovazione introdotta dall’amministrazione guidata da Donald Trump, ma solo la conclusione di un lungo dibattito iniziato alla fine della guerra fredda. Il primo a puntare l’accento, nel 1998, sull’importanza dello spazio per la prosperità e la sicurezza degli Stati Uniti fu il senatore repubblicano Bob Smith. Nel 2001, la proposta di Smith di creare una forza armata dedicata esclusivamente al dominio spaziale venne ripresa nel report finale della Rumsfeld Commission, che dal 1998 aveva il compito di “valutare l’organizzazione e la gestione delle attività spaziali a supporto della sicurezza nazionale statunitense”. Gli attacchi terroristici dell’11 settembre e le successive campagne in Medio Oriente spostarono l’interesse della difesa statunitense dallo spazio alla lotta al terrorismo. Il successo del test missilistico anti-satellite condotto dalla Repubblica Popolare Cinese del 2007 riaccese l’interesse del Congresso nei confronti dello spazio: i lavori della neonata Allard Commission raggiunsero le stesse conclusioni della Rumsfeld Commission, seppur con alcune differenze riguardo l’organizzazione della nuova forza. La bocciatura del Congresso, nel 2017, di una prima proposta di creazione della Space Force non ha però scoraggiato il Presidente dal sostenere un nuovo progetto di Space Force, stavolta andato a buon fine.

L’importanza dello spazio e le minacce che la Space Force si prepara ad affrontare

Dalla scelta su come vestirsi al mattino alla serie da vedere su Netflix, dalla destinazione impostata su Google Maps all’applicazione europea Galileo che si attiva in caso di emergenza, dall’ordine fatto su Amazon alla ricerca di vita nel cosmo, tutto si lega indissolubilmente allo spazio.

La decisione degli Stati Uniti di creare una forza armata dedicata esclusivamente alla difesa dello spazio è indicativa della volontà americana di mantenere la supremazia militare in un dominio così importante e così conteso. Sebbene gli Stati Uniti controllino la maggior parte dei satelliti che orbitano intorno alla terra, 1.007 su un totale di 2.218, la Federazione Russa e, soprattutto, la Repubblica Popolare Cinese sembrano intenzionate a recuperare il distacco dall’avversario americano. Grazie all’innovazione tecnologica – che ha consentito e che consentirà in futuro un maggiore accesso allo spazio a costi sempre più contenuti –  questi stati potrebbero essere in grado di impensierire il primato degli Stati Uniti anche senza rischiare pesanti ammanchi di bilancio.

Considerata l’importanza dello spazio, sia nella sfera civile che in quella militare, e l’eventualità di una nuova corsa allo spazio, quali sono le minacce che la Space Force potrebbe affrontare nella difesa dei propri satelliti? Alle già citate capacità di abbattere satelliti con missili o alle più note attività di interferenza, bisogna aggiungere: la possibilità di utilizzare altri satelliti come arma, ad esempio facendoli entrare in rotta di collisione con altri satelliti o dotandoli di carica esplosiva o di altri strumenti meccanici che siano in grado di interferire fisicamente contro potenziali obiettivi; utilizzare laser, integrati su altri satelliti o su aerei, oppure agenti chimici per “accecare” temporaneamente o irreversibilmente i satelliti nemici.

Il futuro dello spazio nel 2060 e le implicazioni per la strategia statunitense

Il 5 settembre 2019 l’Air Force Space Command ha organizzato un workshop sul futuro dello spazio per analizzarne ed esplorarne il ruolo nel 2060 e su come potrebbe cambiare la strategia americana in base alle nuove necessità. Alla fine di questo workshop – al quale hanno partecipato importanti rappresentanti del Dipartimento della Difesa, della NASA e della NATO – si è arrivati alla conclusione chiave che, entro il 2060, gli Stati Uniti dovranno riconoscere che lo spazio è un importante motore per il potere politico, economico, militare nazionale e che le forze armate che lo compongono dovranno sviluppare il proprio ruolo nel promuovere, sfruttare e difendere le attività militari, commerciali, civili e la presenza umana nello spazio, perché la possibilità di non essere più una potenza leader nello spazio potrebbe mettere a rischio il potere nazionale degli Stati Uniti. La Cina, infatti, sta cercando di attuare una strategia civile, commerciale e militare a lungo termine per esplorare e sviluppare il dominio cislunare, con l’obiettivo di superare gli Stati Uniti come principale potenza spaziale.

Grazie all’individuazione di tre assi importanti della potenza spaziale – presenza umana nello spazio, importanza economica dello spazio e leadership della coalizione statunitense nello spazio – si è arrivati alla teorizzazione ed analisi di alcuni possibili scenari futuri verso il 2060, dei quali verrà analizzata la versione positiva e quella negativa.

Start Trek.
La coalizione guidata Stati Uniti manterrebbe la leadership sul dominio spaziale e introdurrebbe delle nuove leggi che porterebbero ad una significativa espansione civile, commerciale e militare nello spazio e una grande quantità di entrate economiche. Migliaia di umani vivrebbero o lavorerebbero nello spazio in una varietà di habitat tra lo spazio cislunare, la Luna e Marte.
Questo scenario presuppone un aumento sostanziale dell’importanza dello spazio a livello globale, con la coalizione statunitense che mantiene la leadership spaziale nell’ambito civile, commerciale e militare.
A livello militare gli Stati Uniti sarebbero la principale potenza spaziale, sia in ambito tecnologico che operativo, avendo una gamma di capacità necessarie per: proteggere gli elementi critici della loro presenza civile, commerciale e umana nello spazio dalle minacce convenzionali ed informatiche; proteggere le infrastrutture civili, commerciali e militari di comando, controllo, comunicazione, computer, intelligence, sorveglianza e ricognizione (C4ISR) al fine di monitorare e controllare le operazioni spaziali e fornire informazioni per l’ambiente cislunare in tempo di pace e di guerra; proiettare il potere militare nello spazio ed anticipare le altre nazioni nel tentativo di monopolizzare i punti chiave.

Zang He.
Una nazione alternativa eserciterebbe la leadership sul dominio spaziale e introdurrebbe delle leggi che promuovono i loro interessi o limitano le azioni dei rivali. Sfruttando il suo crescente vantaggio tecnologico, attrarrebbe una quota crescente e sproporzionata di flussi di entrate. Migliaia di umani vivrebbero nello spazio per mantenere le basi lunari e su Marte con il fine di promuovere il prestigio nazionale e supportare la tecnologia e le infrastrutture per la leadership commerciale e militare nello spazio.
Questo scenario prevede una crescita dell’importanza dello spazio e di una potenza alternativa agli Stati Uniti come leader degli elementi civili, commerciali e militari dello spazio. Tale nazione alternativa rivestirebbe una posizione di significativo vantaggio in termini di potere rispetto agli Stati Uniti e i suoi alleati. Secondo vari studi, allo stato attuale, la Cina è il probabile candidato a ricoprire il ruolo di competitor degli Stati Uniti anche nello spazio.
La potenza leader, alternativa agli Stati Uniti, insieme ai propri alleati avrebbe la supremazia militare nello spazio grazie alle capacità necessarie per: difendere elementi critici dei suoi assetti civili, commerciali e militari come il C4ISR per monitorare e controllare le operazioni spaziali e fornire informazioni sull’ambiente cislunare in tempo di pace e guerra; proiettare il proprio potere nello spazio per ottenere la superiorità su tutte le altre nazioni e limitare le azioni militari unilaterali per evitare lo sviluppo di alleanze tra le nazioni che detengono la preponderanza del potere militare nello spazio.

Che si tratti dello scenario Star Trek o dello Zang He, entrambe le proiezioni concordano sull’idea che lo spazio rappresenterà, con ogni probabilità, il dominio in cui si giocherà la prossima partita per la supremazia globale, militare e commerciale. Allo stesso tempo, entrambi gli scenari affermano la necessità di stabilire nuove norme internazionali riguardo l’utilizzo dello spazio esterno e dei corpi celesti: le norme del trattato sullo spazio esterno del 1967 non sembrano, quindi, essere più adatte a regolare il comportamento degli stati nello spazio. Sarebbe, infatti, auspicabile che le prossime regole riguardo lo spazio vengano stabilite da una più vasta comunità di soggetti piuttosto che dallo scoppio di un conflitto spaziale poiché, riprendendo le parole del Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica statunitense David L. Goldfein, lo spazio rappresenta un bene collettivo e se mai vi dovesse scoppiare una guerra, tutti ci perderebbero.

L’Asse Trump-Netanyahu e la pace impossibile

Alla fine è arrivato. Dopo tre anni di attesa e speculazioni, il piano di pace statunitense per risolvere il conflitto israelo-palestinese è stato presentato. L’accordo del secolo, secondo Donald Trump. In realtà non c’è niente di eccezionale, è l’ennesima versione del piano di spartizione proposta da Yigal Allon nel 1967 dopo la Guerra dei Sei Giorni. Più che una credibile proposta per risolvere il conflitto il piano sembra una spregiudicata mossa politica a uso interno di Trump e Netanyahu, ma potrebbe portare alla fine degli Accordi di Oslo.

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Il documento dell’amministrazione Trump è stato presentato alla Casa Bianca durante la visita del primo ministro israeliano Benjamin Nethanyahu e di Benny Gantz, suo sfidante alle elezioni di marzo con la coalizione Kahol Lavan. Non era presente nessun rappresentante dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), diffidente fin dall’inizio e in rotta con Casa Bianca e Dipartimento di Stato da quando gli Stati Uniti hanno riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele.

La proposta

Va detto fin dall’inizio che il piano è inaccettabile per i palestinesi, non è una proposta credibile. Se messa davvero in pratica, per la Palestina significherebbe de facto rinunciare a uno Stato sovrano e riconoscere l’occupazione israeliana, ricevendo in cambio solo la possibilità di renderla economicamente sostenibile a suon di aiuti. L’unico lato positivo è che, almeno idealmente, la Casa Bianca è tornata a parlare di soluzione a due stati. Il documento di 180 pagine prevede che Gerusalemme diventi capitale “unica e indivisibile” dello Stato di Israele, l’annessione israeliana della Valle del Giordano e della maggior parte degli insediamenti ebraici in Cisgiordania. All’interno della Palestina saranno presenti anche una quindicina di exclave israeliane, il che vuol dire che nemmeno le colonie più isolate verrebbero smantellate in favore dello stato palestinese. La Città Vecchia di Gerusalemme e il c.d. bacino sacro resteranno sotto il controllo israeliano, i palestinesi saranno però incaricati della sicurezza sulla Spianata delle Moschee insieme alla Giordania (che non è altro che lo status quo attuale).

Lo Stato di Palestina nascerebbe in quel che rimane della Cisgiordania e della striscia di Gaza, con capitale in un’ipotetica Gerusalemme Est. Ipotetica perché la capitale palestinese non nascerebbe sul territorio dell’attuale Gerusalemme, ma in uno dei villaggi limitrofi a est della barriera di separazione. In sostanza, ai palestinesi verrebbe dato il permesso di chiamare “Al-Quds” (Gerusalemme in arabo) i quartieri di Abu Dis e Bethany, o il campo profughi di Shufat.

Sono previste compensazioni territoriali, in pratica dei lotti nel deserto del Negev collegati con Gaza, e l’annessione palestinese di alcune città israeliane dove vivono gli arabi, che cambierebbero quindi la cittadinanza (i residenti in questione però non sono d’accordo).

Alla Palestina arriveranno 50 miliardi di aiuti per lo sviluppo economico. Condizione necessaria è il riconoscimento di Israele come stato ebraico, la rinuncia ad avere un esercito (uno stato smilitarizzato), al controllo dello spazio aereo e a tutta una serie di accordi per la sicurezza da stabilire nei dettagli. Accordi non semplici. Lo stato palestinese non avrebbe una vera continuità territoriale, il paese sarebbe attraversato da lingue di territorio israeliano e per spostarsi da una città all’altra bisognerebbe passare per tunnel e ponti in cui i territori si incrociano. La Palestina non avrebbe neanche il controllo delle frontiere, tutti i passaggi per entrare e uscire dal paese sarebbero soggetti al controllo diretto o indiretto di Israele. All’atto pratico, visto la sproporzione dei rapporti di forza la funzionalità dello stato palestinese dipenderebbe dal rapporto con gli israeliani.

Le reazioni

Il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas ha rigettato la proposta e promesso di proseguire la battaglia contro l’occupazione israeliana. Abbas è stato molto chiaro, nella riunione d’emergenza convocata a Ramallah ha detto che Trump vuole imporre ai palestinesi qualcosa che non vogliono, e poi, testuali parole: «Non mi resta molto da vivere e non voglio essere un traditore. Abbiamo detto no e continueremo a farlo, a qualsiasi accordo che non preveda la soluzione di due stati basata sui confini del 1967».

Il primo ministro Mohammad Shtayyeh ha esortato la comunità internazionale a boicottare il piano, e l’ha bollato come una cospirazione per liquidare la causa palestinese. Sulla stessa linea anche Hamas e Jihad Islamica, anche se nel caso di Hamas il piano prevede solo il disarmo del movimento, non il suo scioglimento. Fin da subito in Cisgiordania e a Gaza sono iniziate proteste e manifestazioni, e nei prossimi giorni ci si aspetta un’escalation nel solito lancio di razzi e colpi di mortaio da Gaza.

Sul fronte mediorientale i paesi più contrari sono Iran e Turchia, che l’hanno definito “il piano della vergogna” destinato a fallire. Reazione contraria da parte della Giordania, che ha messo in guardia Israele dal compiere azioni unilaterali – i.e. l’annessione della Valle del Giordano (già in programma nell’agenda di Netanyahu). Atteggiamento più positivo da parte di Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, che invitano le parti a studiare la proposta e tornare ad aprire un negoziato. Probabilmente le petromoarchie del Golfo saranno chiamate a contribuire politicamente per far accettare il piano ai palestinesi, ed economicamente per garantire lo sviluppo della Palestina. Sostenere una proposta del genere però metterebbe questi governi in imbarazzo davanti alle opinioni pubbliche del mondo islamico. Alcune delegazioni erano presenti a Washington, ma al momento nessuno degli alleati degli Stati Uniti nella regione ha formalmente approvato l’accordo.

Le Nazioni Unite hanno preso le distanze e sottolineato che ogni soluzione deve passare per il Consiglio di sicurezza. L’Unione Europea ha dichiarato tramite l’Alto rappresentate per la politica estera – lo spagnolo Joseph Borrell – di aver bisogno di tempo per “studiare accuratamente” i dettagli del piano. Per Bruxelles l’unilateralismo di Trump (e Netanyahu) è l’ennesimo sgarbo diplomatico proveniente da oltreoceano, un’altra dimostrazione dell’irrilevanza politica dell’UE su dossier fondamentali. Sarà un altro scossone all’orgoglio dei Paesi del vecchio continente, che tuttavia hanno problemi più urgenti di cui preoccuparsi.

Netanyahu ha accolto la proposta come una svolta storica e annunciato che presenterà il piano di annessione degli insediamenti israeliani già la settimana prossima. Nelle stesse ore ha anche rinunciato ad avvalersi dell’immunità nel processo che lo vede incriminato in tre casi per abuso d’ufficio e corruzione. In realtà è una mossa tattica a uso politico per ostentare sicurezza, il parlamento aveva in programma di votare se concedergli o no l’immunità (come succede in Italia) e Bibi non aveva i numeri. Prima di tornare in Israele però è passato a Mosca per discutere il documento con il presidente russo Vladimir Putin. La Russia è il primo paese con cui Israele si confronta sulla proposta di Trump. Anche il Cremlino ha reagito freddamente ma sostanzialmente non si è opposto, per ora i russi restano alla finestra.

L’estetica dell’incontro tra Putin e Netanyahu si è concentrato sulle immagini del rilascio della 26-enne israeliana Naama Issachar, da dieci mesi in un carcere russo per una piccola storia di possesso di stupefacenti, puniti molto severamente in Russia. La ragazza era condannata a 7 anni e mezzo di prigione ma Putin ha usato i suoi poteri per farla rilasciare, regalando un altro successo diplomatico che Netanyahu potrà usare in campagna elettorale. La particolarità della relazione russo-israeliana richiederà una trattazione particolare, su questa e su altre questioni.

L’asse Trump-Netanyahu

L’annuncio arriva in una fase politica molto delicata sia per Israele che per gli Stati Uniti, sia per Trump che per Netanyahu. Gli israeliani torneranno a votare per la Knesset il 2 marzo, la terza volta in un anno con un premier incriminato ma ancora vincente. Gli USA sono alle prese con l’Impeachment e con l’imminenza di altri scandali (come le rivelazioni di John Bolton), che andranno a intaccare ulteriormente la figura del presidente in vista delle elezioni del 3 novembre. Netanyahu si è fatto accompagnare a Washington dal leader delle colonie, un blocco elettorale di cui ha bisogno per vincere le elezioni. Coloni che negli Stati Uniti hanno il supporto dei potentissimi cristiani evangelici (vicini al vicepresidente Mike Pence), di cui invece ha bisogno Trump per vincere le elezioni presidenziali. Insomma, è legittimo pensare che il piano di pace più che una proposta strategica per arrivare a una pacificazione del conflitto, per Trump è una mossa tattica per vincere le elezioni.

Non sarà così semplice però, in Israele lo Yesha Council (un consiglio delle colonie ebraiche) ha respinto il piano e dichiarato che non accetterà l’esistenza di uno Stato palestinese, nemmeno smilitarizzato. Tattica o strategica che sia, nel caso israeliano questa situazione può portare ad altri fatti sul terreno a scapito delle ambizioni statuali dei palestinesi, non la prima dell’asse Trump-Netanyahu. Se il governo annetterà alcune colonie e addirittura la Valle del Giordano come annunciato dal premier israeliano, parlare di “soluzione a due stati secondo i confini del 1967” diventerà ancora più irrealistico di quanto non lo sia già, la pietra tombale sugli Accordi di Oslo. Trump in Israele è già andato oltre i vecchi schemi: ha spostato l’ambasciata USA a Gerusalemme e l’ha riconosciuta come capitale, dopodiché ha anche riconosciuto l’annessione delle Alture del Golan. Un tempo per la Casa Bianca queste erano linee rosse invalicabili, decisioni che nessun presidente era disposto a prendere pur di non scatenare l’inferno. Poi è arrivato Trump, e l’impensabile è diventato possibile. Ramallah non è mai stata così sola, quello che presentato alla Casa Bianca forse è il massimo che i palestinesi possono avere, ma è un massimo del tutto insufficiente.

L’OMC ai suoi 25 anni, tra protezionismo commerciale trumpiano e crisi del multilateralismo

L’ OMC (conosciuta anche come WTO, secondo l’acronimo inglese) il 1° gennaio ha compiuto 25 anni ma senza poterli festeggiare. Le candeline del suo successo sono state inesorabilmente spente dal vento del protezionismo commerciale trumpiano e dai risvolti di belligeranza economica Usa/Cina e Usa/Ue. Come noto, a partire dal 10 dicembre scorso, l’Organo di Appello si ritrova con un solo giudice, di origine cinese (tra l’altro) e impossibilitato a raggiungere un quorum per la definizione di nuove controversie tra gli Stati membri. Una impossibilità che si traduce in una situazione di crisi della stessa organizzazione internazionale dovuta alla volontà di Washington di non collaborare, in seno al DSB, alla nomina di nuovi giudici (ben 6) affinché l’Organo torni ad operare a pieno regime. Le ragioni della fase di stallo che sta colpendo la capacità di risoluzione delle controversie dell’OMC sono molteplici, alcune storicamente insite nel processo di formazione della organizzazione stessa, altre contingenti alla situazione economico-finanziaria mondiale.

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Ragioni storiche: il lato oscuro del multilateralismo…

L’OMC può definirsi un’organizzazione relativamente giovane, eppure espressione di una ideologia ormai già fortemente discussa agli albori del 1995, quando essa vede la luce, rappresentandosi come uno dei baluardi istituzionali dell’orientamento politico internazionale di matrice multilaterale.

È nel periodo successivo al secondo conflitto bellico mondiale che si leva una forte tendenza multilaterale nelle relazioni internazionali. Il mostro della guerra e degli egoismi nazionalistici appariva suscettibile di essere combattuto con nuove modalità di negoziazione di accordi, di vigilanza sulla loro osservanza, di soluzione delle controversie, in altri termini di gestione dei rapporti fra gli Stati. Ciò anche a fronte della necessità di tenere in debito conto i mutati rapporti di forza fra protagonisti della Global Society, le loro mutate esigenze nonché l’inarrestabile movimento tellurico delle aree coloniali. I tavoli di concertazione multilaterali si andavano, così, affermando come lo strumento principe per interpretare la pluralità e l’auspicata egualità geopolitica dei diversi soggetti della società internazionale; come una nuova frontiera della diplomazia a carattere plurilaterale e collettivo, idonea a creare, in alcuni casi, anche strutture istituzionali stabili e consolidate. Costrutti tipici di questa ideologia sono stati l’ONU, sul piano della sicurezza e dell’ordine internazionale e il sistema di Bretton Woods (costituito dal connubio FMI e BM), sul piano economico-finanziario. Ma come ogni ideologia anche il multilateralismo presenta un suo “lato oscuro, coincidente con la facile malleabilità delle potenze minori agli interessi egemonici. Taluni osservatori, non a caso, lo hanno qualificato come ulteriore strategia messa a punto dagli Usa per affermare e consolidare, a livello globale, il modello politico ed economico neoliberale. Ed una prova è rinvenibile nella natura elitaria del Consiglio di Sicurezza ONU e nelle modalità di calcolo dei voti nell’ambito degli organi decisionali del FMI e della BM. In tal modo, i principi egualitari e universalistici, fondanti il nuovo ordine mondiale, hanno via via perso quel carattere di inclusività che li aveva culturalmente generati. Non a caso, ben due (Cina, Urss) dei 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza non hanno inteso, poi, aderire agli Accordi di Bretton Woods per una non sentita condivisione dei valori diramati mediante il multilateralismo ONU.

…gli egoismi mai sopiti,

Un multilateralismo che incomincia a scricchiolare contestualmente alla sua affermazione. E i segni di maggiore instabilità si evidenziano nella mancata ratifica, da parte del Congresso americano, della Carta dell’Avana istitutiva dell’ITO (organizzazione internazionale del commercio) che avrebbe completato il quadro istituzionale internazionale teorizzato a San Francisco. Nella consapevolezza di una sempre maggiore integrazione e intensità degli scambi commerciali, si era voluto affidare la direzione e il controllo dei processi economico-commerciali mondiali al FMI, alla BM e all’ITO. Ma le spinte sovraniste e protezionistiche, mostrate dal Congresso americano, nella primavera del ’48, convinsero il presidente Truman a non sottoporre a ratifica la Carta dell’Avana, destinandola all’insuccesso. L’affermazione del bipolarismo e la volontà degli Stati Uniti di non delegare ad una organizzazione internazionale parte della propria sovranità in materia commerciale impedì che l’ITO prendesse forma e permise al Gatt (accordo generale sulle tariffe doganali e sul commercio), che accompagnava la Carta dell’Avana, di applicarsi eccezionalmente e provvisoriamente. Una provvisorietà durata ben 48 anni, sino alla istituzione della Wto.

…l’avvento del regionalismo

All’alba del 1995, finalmente una organizzazione internazionale a carattere universale, in materia commerciale, l’OMC-WTO, diviene, operativa vantando procedure decisionali molto più democratiche di quelle del sistema di Bretton Woods. Eppure, la tendenza multilaterale di cui costituisce concretizzazione si è già snaturata a fronte di una molteplicità di organizzazioni internazionali a carattere regionale che frattanto si muovono sul medesimo piano economico e commerciale, basti pensare all’OUA, all’ASEAN, al COMESA al NAFTA etc. Perciò, della necessarietà della Wto si inizia a dubitare già nel momento del suo sorgere.

Ragioni economiche contingenti: la crisi del 2008…

Lo scoppio della crisi economico-finanziario del 2008 sebbene abbia rivelato l’inestricabile interconnessione tra le diverse economie nazionali, non è stata in grado di sostenere la rinascita di soluzioni multilaterali. D’altronde, le organizzazioni internazionali, quelle di Bretton Woods, competenti alla ricerca di nuovi strumenti di ristrutturazione del capitalismo finanziario mondiale si sono rivelate non all’altezza della situazione. Si è, pertanto, generato un ulteriore allontanamento da soluzioni politiche sovra-statuali che ha investito anche l’OMC. Di questo malessere si sono fatti portavoce i sentimenti sovranisti concretatesi, oltreatlantico, nel principio “America First” della presidenza Trump.

…l’ascesa economica cinese.

Il perseguimento della riaffermazione egemonica commerciale ed economica di Washington, infatti, ha spinto la amministrazione Trump a ridiscutere rilevanti accordi multilaterali di libero scambio (come il Nafta) o a rinnegare qualsiasi appoggio politico alla futura stipulazione di essi (come nel caso del TTIP). Nel frattempo, infatti, si è verificata l’ascesa del dragone asiatico che ha messo in discussione la leadership economica degli Stati Uniti. Basti pensare che nel 1948 (l’anno della mancata adozione della Carta dell’Avana) più di 1/5 delle esportazioni mondiali erano statunitensi, mentre oggi si attestano intorno all’8,5% rispetto ad un ben 13% della Cina (Dati OMC). Non solo, gli Usa presentano anche un disavanzo commerciale pari a 875 miliardi di dollari (Dati Bureau of Economic Analysis Usa). Ecco così spiegate le ragioni del vento protezionistico che spira dall’Atlantico, capace di generare una guerra commerciale senza precedenti, per assenza del lume tutelare WTO. Quella Wto, reputata dal presidente Trump un fastidioso fardello della diplomazia postbellica, suscettibile di essere sostituita da più proficue forme diplomatiche bilaterali ove può farsi valere il peso specifico degli Stati Uniti. Peso specifico difficilmente contestabile se non da “mega” entità come il Dragone Cinese o l’Unione Europea (qualora riuscisse a palesarsi con un’unica e unanime voce).

E l’Europa?

Questa volta Bruxelles ha deciso di non stare a guardare e di non parcellizzarsi in una miriade di sentimentalismi nazionalistici. D’altronde, l’UE stessa è il costrutto maggiormente riuscito (seppur con le sue imperfezioni) della ideologia multilaterale. Prendendo, perciò, coscienza che l’OMC è stata creata con l’obiettivo precipuo di rafforzare il multilateralismo in un ordine mondiale inclusivo, non discriminatorio e aperto, il Parlamento Ue (ris. 2019/2918 RSP) ha invitato la Commissione a porre in essere ogni tentativo di dialogo con i membri della Wto al fine di sbloccare la situazione. Ne deriva che la soluzione potrebbe avere bandiera europea e costituire l’occasione per una maggiore affermazione della Ue.

I nuovi regolamenti del CFIUS

Lo scorso 13 gennaio, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha emanato la versione finale dei regolamenti attuativi del Foreign Investment Risk Review Modernization Act (FIRRMA) adottata nell’agosto 2018. Quest’ultimi, i quali governeranno il processo di revisione degli investimenti esteri negli Stati Uniti mirano ad incrementare la mitigazione di eventuali problemi di sicurezza nazionale. (altro…)

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