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Il confronto tra Stati Uniti-Cina e il Memorandum per l’assistenza all’Italia

«La realtà è che il mondo non sarà più lo stesso di prima dopo il Coronavirus». A sostenerlo è Henry Kissinger in un suo recentissimo articolo sul Wall Street Journal. Sulla stessa lunghezza d’onda dell’ex-segretario di Stato americano, alcuni (pochi) osservatori stanno – giustamente – avanzando qualche preoccupazione sul fatto che la realtà interna agli Stati, ossia le regole e le istituzioni che fino a qualche settimana fa regolavano la vita dei loro cittadini, potrebbe non ritornare a essere la stessa di un tempo. 

Il confronto tra Stati Uniti-Cina e il Memorandum per l’assistenza all’Italia - Geopolitica.info

Soprattutto per le democrazie, le scelte imposte dalla necessità di far fronte al Covid-19 rischiano di agire come una terribile onda che investe una spiaggia. Quando si ritira, la spiaggia è sempre lì, ma alcune delle sue caratteristiche sono ormai state alterate. Si tratta sicuramente di uno dei rischi che corriamo, vista la facilità con cui i governi di molti Paesi hanno di fatto sospeso libertà civili e diritti politici, neutralizzando non solo i Parlamenti ma anche – e questo lascia veramente stupiti – le opinioni pubbliche nazionali. Non è un caso che sono stati proprio gli Stati Uniti e il Regno Unito, ovvero i Paesi tradizionalmente “promotori” delle libertà individuali, ad aver indugiato maggiormente nel prendere decisioni simili. E, verosimilmente, avrebbero fatto altrettanto anche se l’inquilino della Casa Bianca fosse stata Hilary Clinton e quello di Downing Street Keir Starmer (si ricordi che il Partito Laburista ha eletto il suo nuovo leader in piena emergenza lo scorso 4 aprile). 

A destare uguale preoccupazione sono anche gli effetti di questa “mareggiata” a livello internazionale. Il riferimento non è solo al disastro economico che si potrebbe materializzare di qui a breve. Piuttosto, si pensa soprattutto ai possibili effetti sui rapporti di forza tra le grandi potenze. Come già in molti hanno notato, gli “sfidanti” dell’ordine a guida americana sembrano aver intravisto negli spazi aperti dall’emergenza Coronavirus un momento in cui possono essere colte molte opportunità, sia in termini materiali che immateriali. In particolare, sembra averlo fatto la Repubblica Popolare Cinese (RPC), che pur essendo all’origine della pandemia sia materialmente (l’ormai stranoto mercato di Wuhan) che politicamente (le meno attenzionate reticenze sulla denuncia della diffusione del virus da parte di Pechino e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità) sembra stia uscendo rafforzata da questa fase. 

D’altronde, sebbene sia vero che la crescita economica cinese conoscerà un forte rallentamento nel 2020, lo stesso effetto si abbatterà con ancor più violenza sui Paesi occidentali. Alcuni tra questi – Italia in testa – registreranno probabilmente percentuali in negativo. Si ricordi, tuttavia, che ciò che conta nelle relazioni internazionali non sono i vantaggi assoluti (quanto ho guadagnato la Cina nel 2020), ma quelli relativi (quanto ha guadagnato la Cina rispetto agli altri Stati nel 2020). Inoltre, gli eventi in corso stanno offrendo l’irripetibile opportunità a un Paese energivoro – oltre che indifferente alle questioni ambientali – di incamerare enormi quantità di petrolio e gas ai prezzi più bassi che si ricordino. Questi potranno essere utilizzati per far ripartire la produzione cinese a prezzi comunque concorrenziali, anche in una condizione di recessione globale, e rimpinguare le riserve strategiche nazionali. Il tutto mentre l’industria dello shale oil americana sta vivendo una fase critica, al netto dell’enorme sforzo profuso dalla Casa Bianca nella mobilitazione delle major del settore a suo sostegno e nel rilancio del dialogo tra Paesi OPEC (Arabia Saudita in testa) e non-OPEC (Russia e Messico, su tutti) per il taglio sulla produzione mondiale di greggio (raggiunto proprio in questi giorni). 

Allo stesso modo (e ancor più inaspettatamente), la RPC sta sfruttando l’occasione per migliorare la sua immagine internazionale. Come fatto da altri “sfidanti” dell’ordine internazionale a guida americana, ma con molto più vigore e successo, ha lanciato un’operazione di soft power su scala globale. Il suo modello politico, infatti, sembra trarre giovamento dalla crisi Coronavirus. E non solo perché – come da tradizione del Partito Comunista Cinese – è stato utilizzato per far fuori dirigenti politici ormai sgraditi al gruppo dirigente di Xi Jinping (e il presidente lo sa bene, in quanto suo padre fu vittima della Rivoluzione culturale). Infatti, è riuscito a farsi percepire da buona parte dell’opinione pubblica occidentale come più efficiente degli altri nella lotta al virus sia all’interno dei suoi confini, dove ormai i nuovi casi di contagio si contano sul palmo di una mano (almeno secondo le fonti ufficiali), sia al suo esterno, dove ha abilmente orchestrato una campagna di aiuti all’estero. Di conseguenza, in molti cominciano a pensare che un regime che nega ogni genere di diritto politico e quasi tutte le libertà civili (tranne quella di arricchirsi) non sia così tanto male in termini pratici e forse neanche così lontano dalla democrazia in termini politici (siamo tornati al dibattito su democrazia procedurale e democrazia sostanziale?!?!?). Si ricordi, solo a titolo di esempio, che il sindaco di Milano Giuseppe Sala in un’intervista ha definito la Cina «un Paese non pienamente democratico». 

L’attivismo cinese rappresenta ovviamente una sfida alla leadership globale degli Stati Uniti. Nella prima fase della crisi Covid-19 questi ultimi sono sembrati poco “empatici” con i Paesi che stavano facendo fronte al primo impatto con il virus. Bisogna ricordare, tuttavia, che anche all’inizio della Grande Guerra e della Seconda guerra mondiale furono titubanti sul da farsi, ma poi assunsero il ruolo che tutti ricordiamo in entrambi i casi (e anche tra il 1945 e il 1946 nuovi dubbi sorsero sul futuro impegno americano). Proprio per questo, tuttavia, alleati, partner e clienti degli Stati Uniti sono stati abituati a una leadership decisa, a prendersi poche responsabilità e, quindi, a sobbarcarsi ancor meno costi. Questa condotta – talvolta al limite del free riding (come disse Barack Obama in una nota intervista su The Atlantic) – rischia di renderli più vulnerabili alle sirene degli aiuti delle potenze sfidanti dell’ordine liberale, come avvenuto nel nostro Paese con la surreale vicenda dei materiali sanitari “donati” (in realtà venduti) dalla RPC e delle conferenze stampa dei nostri dirigenti politici e sanitari con le equipe di medici cinesi. 

Tale condizione, tuttavia, finisce per rendere l’Italia un Paese ancor più rilevante per gli Stati Uniti, come ribadito anche dal segretario di Stato Mike Pompeo in una recente intervista al Corriere della Sera, similmente a quanto era avvenuto durante la Guerra fredda. Probabilmente anche per tale ragione, il primo grande atto dell’Amministrazione Trump volto a riaffermare la leadership americana al cospetto della crisi internazionale in corso riguarda proprio il nostro Paese. Si fa naturalmente riferimento al Memorandum on Providing COVID-19 Assistance to the Italian Republic del 10 aprile. Non a caso, l’incipit del decreto conferma espressamente l’obiettivo di riaffermare la leadership americana e far fronte alle campagne di disinformazione lanciate dalla Cina e dalla Russia. In secondo luogo, declina il piano di sostegno americano alla luce del paradigma dell’America first, ribadendo a più riprese che le politiche sono attuate senza sottrarre le risorse necessarie agli americani. Inoltre, ricorda che, nonostante il governo americano si occupi prioritariamente della salute dei suoi cittadini, l’Italia è uno dei più stretti e antichi alleati degli Stati Uniti. Pertanto, questi ultimi vogliono contribuire a combattere il COVID-19 e mitigare l’impatto della crisi nel nostro Paese. Tale scelta, peraltro, è presentata come nell’interesse degli stessi Stati Uniti, perché funzionale a prevenire una seconda ondata di infezioni dall’Europa e a preservare la catena di approvvigionamento critico (i famosi beni pubblici che una potenza egemone fornisce agli altri Stati). 

Il memorandum, quindi, chiede al segretario di Stato e al direttore di USAID:  

  • di identificare le organizzazioni governative e non governative (incluse quelle religiose) che sono impegnate a sostenere la popolazione italiana nella crisi in corso; 
  • di facilitare i contatti tra autorità italiane e aziende americane; 
  • identificare i materiali in eccesso negli Stati Uniti e trasferirli in Italia; 
  • identificare i canali più efficienti per la distribuzione di questi materiali; 
  • incoraggiare società e ONG americane presenti in Italia e disponibili a donare attrezzature e materiali medici.  

Alla luce dei 30.000 tra soldati e funzionari americani presenti in Italia, chiede al Dipartimento della Difesa: 

  • di fornire servizi di telemedicina per gli ospedali; 
  • trasportare e montare ospedali da campo e altri equipaggiamenti forniti da istituzioni americane non statali; 
  • agevolare trasporto di forniture, carburante e cibo; 
  • trattare pazienti italiani non COVID-19. 

Infine, chiede al Dipartimento della Salute di assistere il Ministero alla Salute italiano nella risposta all’emergenza COVID-19 e al segretario di Stato, al direttore di USAID e al presidente dell’Import-Export Bank degli Stati Uniti di utilizzare la loro autorità a sostegno della ripresa dell’economia italiana.  

La maggior parte dei risultati di questo memorandum, ovviamente, sarà tangibile solo tra qualche mese, quando il mondo potrebbe non essere più del tutto identico a quello che conoscevamo prima secondo la previsione di Kissinger. Tuttavia, per la sicurezza di un Paese investito in misura così profonda dalla crisi sarà importante che gli Stati Uniti riaffermino la loro volontà di esercitare la leadership e il memorandum qui riportato sembra confermarlo. Lo è perché quando l’onda del COVID-19 si ritirerà sarà auspicabile che il nostro rapporto più profondo continui a essere quello con una democrazia solida come quella americana, interessata anche a farci notare eventuali contraddizioni interne, piuttosto che con Paesi contraddistinti da regimi autoritari e totalitari, tradizionalmente disinteressati al livello di libertà civili e diritti politici dei Paesi con cui fanno affari. D’altra parte, il rilancio dell’Italia sarà più agile all’interno di un contesto internazionale rimasto inalterato nei suoi elementi costitutivi. Viceversa, lo sforzo di progettualità politica richiesto alla nostra classe dirigente rischia di essere ancor maggiore di quanto non lo dovrà essere di per sé.  

Infine, è evidente che il memorandum del 10 aprile non è paragonabile al Piano Marshall. Similmente, occorre anche ricordare che – nonostante quello che la maggior parte dei media italiani si ostini a ripetere come un mantra – neanche l’emergenza Coronavirus è paragonabile a una guerra (e tanto meno alla Seconda guerra mondiale). 

Gabriele Natalizia,
Geopolitica.info e Sapienza Università di Roma

Corsa al Corno d’Africa, tra guerre per procura e rivalità strategiche

Il Corno d’Africa rappresenta una delle regioni più instabili del mondo e al tempo stesso quella dove è più evidente la ‘regia’ delle grandi potenze i cui interessi divergenti e le guerre per procura emergono con tutte le loro contraddizioni.  

Corsa al Corno d’Africa, tra guerre per procura e rivalità strategiche - Geopolitica.info

Nell’area è in corso da tempo un processo di trasformazione dovuto principalmente all’attivismo e al coinvolgimento dei paesi mediorientali che hanno accentuato l’interdipendenza tra le due sponde del mar Rosso. Contestualmente, essi hanno favorito cambiamenti non soltanto nelle dinamiche interne ai singoli paesi della regione ma hanno anche cristallizzato attriti e tensioni, diretto riflesso dei conflitti che coinvolgono i paesi della penisola arabica e non solo.  

Alla base di questo nuovo allargamento del raggio d’azione degli attori regionali c’è l’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti nel 2003, strategia dettata dalla volontà dell’amministrazione Bush, intrisa di ideologia neocon, di ridisegnare su scala globale l’egemonia americana e di creare i presupposti di un nuovo equilibrio in Medio Oriente. Al fallimento di quella strategia ha fatto seguito il disengagement promosso dalla nuova amministrazione Obama che ha così favorito l’affacciarsi su nuovi teatri delle potenze regionali specie quelle che ambivano a rafforzare la loro leadership come Arabia SauditaIran Turchia. Le rivolte del 2011 hanno fatto il resto cristallizzando la tripolarità e creando assetti nuovi come la vicinanza tra Turchia e Qatar contro le monarchie sunnite di Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti incapaci sin qui di assumere un ruolo di leadership nonché di resistere alle ambizioni dell’Iran sciita e dei suoi satelliti (Hezbollah su tutti).  

Eppure, proprio il regno wahabita (l’Arabia Saudita) fu il primo a tentare di cambiare le carte in tavola delle relazioni nell’area: dopo lo choc delle primavere arabe e l’accordo tra Stati Uniti e Iran sul nucleare, Riyad ha trasformato il suo approccio rendendolo un vero e proprio rollback e applicando questa nuova strategia proprio nel Corno d’Africa anche a causa delle rivolte in Yemen che stavano assumendo proporzioni preoccupanti. La situazione di caos nel paese ha consentito al movimento degli Houthi di divenire un fattore decisivo nel conflitto grazie anche all’occupazione della capitale San’a. La presenza di una forza sciita a pochi chilometri dai suoi confini è per i sauditi un fatto inaccettabile e così da allora il regno, anche grazie al dinamismo del principe Mohammed Bin Salman, si è posto a capo di una coalizione che ha iniziato a condurre operazioni militari contro gli Houthi, misure a cui hanno partecipato anche alcuni stati africani come il Sudan. La presenza degli Houthi in Yemen viene vista da Riyad come una sfida diretta al suo prestigio da parte dell’internazionale sciita a guida iraniana, fatto questo che intriso ancor di più le rivalità regionali di matrici tipicamente settarie.  

L’Iran orienta la sua azione nella regione in modo diverso: a differenza delle monarchie del golfo Teheran ha sin qui adottato una politica attendista basata più sulla volontà di ridurre i margini di manovra dei rivali che su azioni dirette. Teheran in sintesi punta a limitare le scelte e le possibilità dei rivali, una strategia rivelatasi fin qui vincente in Iraq (tranne forse per l’omicidio del generale Qassem Suleimani) e che risponde al concetto di ‘profondità strategica’ più volte ribadito dalla guida suprema Ali Khamenei. Ciò consente all’Iran di allontanare potenziali conflitti dai propri confini e di selezionare quegli obiettivi capaci di incidere sulle prospettive politiche dei nemici. Corrisponde pienamente a questa strategia la politica adottata dall’Iran in Yemen.  

Un attivismo diverso da quello saudita ma non meno muscolare è quello invece adottato dalla Turchia imperniata sulla ‘dottrina Erdogan’ volta a compattare il consenso interno al leader attraverso la politica estera. Alla base di questa concezione c’è la volontà da parte di Ankara di adottare politiche preventive che presuppongono anche l’utilizzo dell’esercito: da qui l’installazione di una base militare in Qatar nel 2015 (in funzione anti emiratina) e il dispiegamento di truppe nel Sudan orientale. L’utilizzo dell’esercito nello scacchiere della penisola arabica se da un lato cristallizza l’asse privilegiato con il Qatar dell’emiro Al-Thani dall’altro lato enfatizza lo scontro con gli Emirati Arabi Uniti, rivalità allargatasi anche al Corno d’Africa. Proprio la sponda qatarina ha permesso a Erdogan un accesso pieno alla regione del Golfo e all’altra sponda del mar Rosso: una penetrazione prima umanitaria, grazie agli aiuti che Ankara (via Doha) ha fornito alle popolazioni dell’area ciclicamente colpite da siccità e carestie e poi propriamente politica con il sostegno al governo di Mogadiscio conseguente alla visita di Erdogan in terra somala nel 2011. 

Gli Emirati Arabi Uniti hanno creato dei veri e propri avamposti strategici, mezzo necessario per la proiezione strategica del regno di Mohammed bin Zayed. Gli emiratini, settimo produttore mondiale di greggio, sono impegnati principalmente a proteggere le rotte commerciali marittime e in particolari lo stretto di Bab al-Mandeb. Da ciò la necessità delle basi militari e, all’inizio della sua penetrazione nell’area, di rapporti privilegiati con Gibuti. Gli emiratini hanno scelto questa linea sia per controbilanciare il crescente peso di altri attori regionali come la Turchia e il Qatar, sia per rafforzare la loro posizione all’interno della stessa Lega Araba e del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Fondamentale resta però l’aspetto economico e cioè la ‘protezione’ delle rotte del greggio e in special modo dello stretto di Bab al Mandeb privilegiando la logistica marittima attraverso la propria ‘testa di ponte’, la società DP World e l’hub del porto di Dubai divenuto ponte tra i mercati asiatici e quelli dell’Africa orientale. L’obiettivo è quello di contendere alla Turchia la maggior parte degli investimenti nella regione, settori chiave come le costruzioni, il turismo, i generi alimentari (Abu Dhabi è importatore per quasi il 75% del proprio fabbisogno alimentare). Dopo una prima fase in cui gli Emirati hanno investito massicciamente a Gibuti è stata l’Eritrea l’oggetto di un sempre maggior interesse in funzione anti-iraniana: da qui la decisione di aprire una base militare ad Assab dopo la normalizzazione delle relazioni del paese africano con le monarchie sunnite. L’Eritrea in tale fase si è distinta per la capacità di giocare su più fronti anche se poi il suo presidente, Isaias Afewerki, è divenuto sempre più sponsor di Teheran nella regione divenendo di fatto testa di ponte per gli attacchi degli Houthi in Yemen. Politica cambiata nuovamente alla fine del 2015 quando l’Eritrea ha deciso di sposare la causa saudita in cambio di generose elargizioni da casa Saud visto il pessimo stato delle finanze del paese del Corno d’Africa. Un passo che è stato ‘apripista’ ad un altro evento, la normalizzazione dei rapporti con l’Etiopia fortemente sponsorizzata proprio da Rihad e Abu Dhabi.  

Il loro comune nemico nella regione, oltre all’Iran, resta l’ambizioso Qatar. Quest’ultimo ha iniziato la sua penetrazione grazie al finanziamento di Ong islamiche e scuole coraniche, elemento che l’ha resa, agli occhi degli attori del Corno, un partner affidabile. Proprio le buone relazioni sia con l’Eritrea che col Sudan ha permesso all’emiro Khalifa bin Hamad di giungere ad un accordo di normalizzazione nelle relazioni tra i due paesi, accordo siglato nella capitale qatarina Doha a suggello del ruolo svolto dal paese. Un ruolo svolto anche in occasione dei negoziati tra il Sudan e i ribelli del Darfur e tra il Gibuti e l’Eritrea  per la disputa territoriale di Ras Doumeria. Gli interessi qatarini vanno però oltre e coinvolgono direttamente anche la Somalia. Qui grazie alla diaspora e al ruolo delle scuole islamiche il Qatar ha svolto un ruolo di primo piano di condanna delle azioni del governo federale di transizione (appoggiato dall’Etiopia) divenendo polo di attrazione per tutte le forze somale (anche estere) che condannarono l’invasione di Addis Abeba. Fondamentale la campagna lanciata da Al Jazeera in cui si condannavano gli abusi imposti alla popolazione dell’Ogaden dalle truppe etiopi, condanna che portò alla rottura delle relazioni diplomatiche tra Etiopia e Qatar spingendo il paese dell’emiro sempre più dalla parte dell’Eritrea.  

Alleanze e accordi che nel Corno d’Africa sono improntate alla flessibilità e a durata variabile, segni tangibili che il nuovo ‘fronte caldo’ del mondo potrebbe essere nel futuro prossimo quello tra le due sponde del Mar Rosso.  

L’inquinamento ai tempi del COVID-19

Le mappe satellitari hanno osservato come nelle regioni più colpite dall’emergenza del Coronavirus (COVID-19), ovvero il Nord Italia e prima ancora la Cina, i livelli di inquinamento atmosferico siano diminuiti significativamente. Anche nel nostro Paese, come in Cina, a causa delle misure adottate per fronteggiare l’emergenza pandemica i livelli di inquinamento, soprattutto di biossido d’azoto (NO2), si sono notevolmente ridotti.

L’inquinamento ai tempi del COVID-19 - Geopolitica.info

Lo avevano già dimostrato le riprese della NASA dei giorni scorsi, nelle quali si può osservare in dettaglio  i livelli di inquinamento del nostro pianeta. In particolare, gli obiettivi sono puntati sul livello di inquinamento atmosferico delle regioni della Cina colpite dai focolai dell’epidemia di Coronavirus, che si è notevolmente abbassato. Logica conseguenza del blocco totale delle attività, di autoveicoli e aziende. In queste settimane infatti, l’utilizzo di carbone nelle centrali elettriche è sceso al minimo, così come le attività delle raffinerie di petrolio nella provincia di Shandong e allo stesso tempo c’è stata una drastica riduzione dei voli nazionali e internazionali.  

I satelliti che vigilano sulla qualità dell’aria che respiriamo hanno registrato un deciso calo di un gas inquinante e altamente irritante, prodotto dai processi di combustione ad alta temperatura: il biossido di azoto (NO2). Il biossido di azoto è un gas secondario che si forma per effetto delle emissioni di mezzi di trasporto, centrali energetiche e complessi industriali, quindi è chiaro che con lo stop forzato di molte attività economiche, anche i livelli di inquinamento nella troposfera siano sensibilmente diminuiti. Il 23 gennaio scorso infatti, le autorità cinesi hanno isolato con rigide misure di quarantena la città di Wuhan, epicentro della diffusione del nuovo Coronavirus. Progressivamente, le misure di contenimento si sono diffuse al resto della Provincia dell’Hubei, della Cina e del mondo.  

Gli scienziati della Nasa sostengono che la riduzione dei livelli di biossido di azoto sia stata inizialmente evidente vicino alla fonte dell’epidemia, nella città di Wuhan, ma poi si è diffusa in tutto il Paese. La Nasa ha paragonato i primi due mesi del 2019 con lo stesso periodo di quest’anno, osservando come, grazie alle restrizioni imposte ci sia stato un significativo aumento della qualità dell’aria. “Questa è la prima volta che vedo un calo così significativo su un’area così ampia per un evento specifico”, ha dichiarato Fei Liu, un ricercatore del Goddard Space Flight Center della Nasa. Un calo dei livelli di biossido di azoto era stato registrato durante la recessione economica nel 2008, ha aggiunto, ma ha affermato che la riduzione in quel momento fu più graduale. 

Anche le immagini e i dati dei satelliti europei dimostrano che nel vecchio Continente si sta registrando lo stesso fenomeno registratosi in Cina. Il satellite del Programma Copernicus “Sentinel-1 5P”, ha sottolineato che il livello di inquinamento si sono abbassate notevolmente sull’Italia settentrionale. Il drastico calo si è registrato tra il 1° gennaio e l’11 marzo, ed è stato rilevato grazie allo strumento “Tropomi” collocato sul satellite ambientale dell’ESA. “L’abbassamento delle emissioni di diossido d’azoto soprattutto sulle valli del Po sono evidenti”, commenta Claus Zehner, program manager del Programma Copernicus, “Anche se potrebbero esserci lievi variazioni nei dati, dovute alla copertura nuvolosa e al cambiamento meteorologico, siamo molto fiduciosi che la riduzione delle emissioni che possiamo vedere, coincida con il blocco in Italia che causa meno traffico e attività industriali.” 

Chiaramente ci sono altre variabili determinanti, legate anzitutto ai fattori metereologici: il soffio del maestrale o la pioggia sono la principale  arma per spazzare gli inquinanti che si accumulano nell’aria dell’alta Italia, come afferma Arpa Lombardia. Per riuscire a leggere la variazione in modo chiaro e libero dagli effetti climatici servono diversi giorni di omogeneità meteorologica. Interessante a questo proposito è il caso rilevato a fine febbraio a Codogno, la città che è stata il centro della prima zona rossa di contagio. Il 25 febbraio, secondo le rilevazioni dell’Arpa Lombardia, le concentrazioni di polveri fini Pm10 erano sopra ai limiti in quasi tutta la Lombardia compresa la zona rossa, come se il blocco di ogni attività non avesse apportato alcun beneficio ambientale. È stato necessario aspettare un giorno, e l’arrivo del vento di maestrale e poi di tramontana per constatare una consistente riduzione delle concentrazioni medie giornaliere di Pm10, che quasi ovunque sono risultate inferiori a 50 microgrammi di polveri per ogni metro cubo d’aria. 

Ad ogni modo, come afferma il Ministro dell’ambiente Sergio Costa in un convegno del Cnr a Napoli: “Quelle foto della Nasa sulla Cina sono la dimostrazione che si può ridurre l’inquinamento. Non dovevamo aspettare il Coronavirus per saperlo, ma in questo senso cogliamo quella foto come elemento che ci fa capire che si può fare e le risorse ci sono”. Sono senza dubbio immagini significative, perché ci testimoniano che nel momento in cui si interviene per diminuire in modo massiccio le emissioni nelle città significa che si sta ripulendo l’aria. Ed è quello a cui lo stesso Ministro Costa auspica, assegnando 170 milioni di euro per le regioni del bacino padano per il trasporto pubblico a scarso impatto. È infatti evidente che ci sia bisogno di aiutare il sistema produttivo ad inquinare meno e raggiungere la cosidetta neutralità carbonica, che è l’obiettivo del 2050. È chiaro però che contemporaneamente si debba aiutare i cittadini a favorire questa via, soprattutto utilizzando “il sistema pubblico di trasporto a zero o scarso impatto”, come sottolinea Costa. “Stiamo chiedendo all’Ue di scorporare l’investimento green dal patto di stabilità, perché se vogliamo cambiare il paradigma economico, ed anche il sistema di tutela ambientale allora è il momento che il patto di stabilità vada sforato”, aggiunge, a testimonianza di come la transazione ecologica stabilita nell’accordo di Parigi del 2015 debba essere un obiettivo comunitario e perseguito assieme.  

#Covid-19: Come gli Stati Uniti stanno gestendo l’emergenza

Nelle ultime settimane si è assistito ad un rapido espandersi dell’epidemia di Covid-19 con un aumento del numero di casi e Paesi coinvolti, tanto che l’11 marzo l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato lo stato di pandemia. Gli effetti di una tale emergenza sanitaria di scala globale si ripercuotono dunque non solo all’interno dei singoli Stati ma nelle relazioni interstatali e sull’economia mondiale, portando all’adozione di misure di varia natura come la chiusura delle frontiere e le limitazioni degli scambi, fino ad avere un calo delle borse in Europa, Asia e Stati Uniti.

#Covid-19: Come gli Stati Uniti stanno gestendo l’emergenza - Geopolitica.info

Attualmente, secondo i dati forniti dalla John Hopkins University, il numero di Paesi e regioni toccati dalla pandemia è di 178 e il numero dei contagi da coronavirus a livello globale è salito a 788.522, di cui 164.610 negli Stati Uniti, 101.739 in Italia, 87.956 in Spagna e 82.240 in Cina. Gli Stati Uniti diventano così il primo Paese al mondo per numero di casi, costringendo l’amministrazione Trump a cambiare direzione e a varare misure senza precedenti per limitare il più possibile i danni economici e sociali.

In poco più di due mesi, dall’annuncio del primo contagio da coronavirus negli Stati Uniti, si è registrata un’impennata dei casi tanto da superare la Cina, da cui ha avuto origine la pandemia. Nell’arco di 24 ore si è verificato un aumento dei contagi del 19% e del 29% quello dei decessi. In particolare, analizzando gli Stati più contagiati, su 160.718 casi registrati se ne contano 67.174 nello Stato di New York, 16.636 nel New Jersey, 7.421 in California, 6.508 in Michigan e 5.752 in Massachusetts. Secondo il New York Times tale crescita, quasi esponenziale, è dovuta ad un aumento del numero di test effettuati in questi ultimi giorni. L’emergenza è venuta ad imporsi nell’agenda politica americana, visto l’aggravarsi della situazione e l’impossibilità di ignorarla. 

Fonte: New York Times. I primi 10 Stati per numero di casi. Dati aggiornati al 31/03/2020 ore 04:22
Fonte: New York Times. Dati aggiornati al 31/03/2020 ore 4:22

Dall’inizio della diffusione del virus, Trump sembra avere assunto un atteggiamento che in diverse occasioni si è rivelato contraddittorio. Solo qualche settimana fa, infatti, il Presidente americano ne minimizzava gli effetti sostenendo che nel 2019 sono state 37.000 le persone morte per l’influenza comune, a fronte delle 22 morte da coronavirus, ritenendo dunque non necessario bloccare il Paese e l’economia. Aveva poi definito l’emergenza sanitaria come una “bufala democratica”, portando però avanti la sua linea politica pro-elezioni dichiarando che i confini aperti “sono un pericolo diretto per la salute e il benessere di tutti gli americani”. L’attacco diretto nei confronti degli alleati NATO e dell’Europa, impegnati nel contenimento della pandemia, è sembrato agli occhi dei più un’espediente per distogliere l’attenzione dalla rapida espansione dell’epidemia. 

Negli ultimi giorni però la possibilità concreta che gli Stati Uniti diventino il nuovo epicentro della pandemia ha convinto Washington a riconoscere che l’emergenza è reale e che è necessario agire. In questo modo è quindi possibile spiegare l’inaspettato cambio di direzione. Trump, che aveva definito il Covid-19 come il “virus cinese” e che accusava Pechino dell’attuale pandemia, ha richiesto addirittura un colloquio telefonico con il segretario del Partito comunista cinese, Xi Jinping. A seguito della conversazione il Presidente americano ha dichiarato di aver “discusso in dettaglio del Coronavirus” aggiungendo che “la Cina ha molta esperienza e ha sviluppato una forte conoscenza del virus. Stiamo lavorando a stretto contatto insieme. Molto rispetto!”. Secondo alcuni media, lo stesso leader cinese avrebbe detto che i due Paesi “devono unirsi contro l’epidemia”, affermando che “la Cina è disposta a proseguire nella condivisione di informazioni ed esperienza con gli Stati Uniti senza riserve” sul Covid-19. 

Date anche le ripercussioni economiche della pandemia, nella giornata del 25 marzo, dopo un iter complesso, è stato approvato dal Senato, con 96 voti favorevoli e nessun contrario, un piano record da 2 mila miliardi di dollari di aiuti economici. Definito come il “più grande piano di salvataggio nella storia del Paese”, questo contribuirà ad aiutare famiglie e aziende, sotto forma di assegni di sostegno al reddito, prestiti e salvataggi per imprese grandi e piccole. L’approvazione è arrivata dopo aver superato le continue resistenze repubblicane. Più nello specifico, il disegno di legge include varie misure tra le quali assegni diretti per i cittadini fino a 1200 dollari a seconda del reddito, circa 150 miliardi di dollari da destinare agli ospedali di tutto il Paese, 367 miliardi di dollari per le piccole imprese. Altri 500 miliardi di dollari andranno al Dipartimento del Tesoro da utilizzare per garantire un programma di prestiti della Federal Reserve per le PMI e per tutelare le società danneggiate dal blocco. La Federal Reserve sarà in grado, grazie all’adozione di queste misure, di mobilitare fino a 4000 miliardi di dollari. Il Coronavirus Aid, Relief, and Economic Security Act, nome ufficiale del piano, è stato successivamente approvato dalla Camera dei Rappresentanti con un voto a voce per velocizzare l’iter di approvazione delle misure. Il provvedimento è poi stato firmato dal Presidente Trump che ha dichiarato: “Ho firmato il più grande pacchetto di aiuti economici nella storia americana. Ciò offrirà un urgente sollievo alle famiglie, ai lavoratori e alle imprese della nostra nazione, e questo è tutto”. Trump ha firmato il disegno di legge il giorno dopo che i dati hanno mostrato che le richieste di disoccupazione sono salite a 3,3 milioni, chiaro segnale delle preoccupazioni legate al coronavirus per l’andamento del mercato del lavoro americano. Si tratta, ovviamente, del più grande numero di richieste di disoccupazione della storia americana. Il record precedente, reso noto dal Dipartimento del Lavoro, risale all’ottobre del 1982 quando ci furono circa 690 mila richieste. Un altro problema poi riguarda l’assistenza sanitaria. Poiché una buona parte di americani (circa il 49%) ottiene l’assicurazione proprio grazie alla copertura garantita dal proprio datore di lavoro, per molti neo disoccupati il problema ora diventa doppio: la mancanza di uno stupendo si aggiunge alla mancanza di un’assicurazione sanitaria, che in momenti come questi, e non solo, è fondamentale. 

Ulteriore conferma del cambio di atteggiamento è stata la proroga di un mese delle misure adottate dall’amministrazione per contenere la diffusione del virus. Solamente tre giorni fa infatti il Presidente americano aveva dichiarato di voler riaprire il Paese entro il 12 aprile, abbandonando anche la possibilità di mettere in quarantena gli Stati di New York, New Jersey e Connecticut. Gli Stati federali sembravano però avere una percezione differente della situazione e non condividere totalmente l’ottimismo di Trump. Già dagli inizi di febbraio, infatti, alcuni Stati e contee hanno dichiarato lo stato di emergenza. Tra i primi a prendere l’iniziativa, ordinando ai propri abitanti di restare a casa, vi è la California, seguita poi come esempio da altri Stati, per ultimo il Michigan (29 marzo). Ad oggi sono 22 su 50 gli Stati che hanno imposto ai propri cittadini una chiusura totale. Secondo il New York Times, si tratta di circa 212 milioni di persone. 

Infine, non si può fare a meno di osservare la percezione di queste misure tra l’opinione pubblica. Secondo un nuovo sondaggio di Gallup, Trump è arrivato ad un livello di popolarità tra i cittadini mai raggiunto durante il corso del suo mandato. Grazie anche all’emergenza Covid-19, il tasso di approvazione del tycoon è aumentato di 5 punti, attualmente al 49%, mentre il tasso di disapprovazione è sceso al 45%. L’aumento è dovuto anche alla crescita tra gli elettori indipendenti (43%, +8) e democratici (13%, +6). È anche interessante sottolineare che dagli inizi di marzo ad oggi il livello di totale approvazione dell’operato del Presidente è cresciuto dal 38% al 49%; mentre è passata dal 47 al 44 la percentuale di coloro che dichiarano di non approvare le misure. Inoltre, secondo uno studio pubblicato da Ipsos il 24 marzo, nell’ultima settimana, gli americani hanno notevolmente aumentato le loro pratiche di allontanamento sociale. Il numero di americani che si dichiara in autoisolamento è quasi quadruplicato, fino al 39% questa settimana (dal 20 al 23 marzo) contro il 10% della scorsa settimana (13-16 marzo). Molti altri riferiscono anche di aver ridotto i contatti sociali, come l’andare a mangiare fuori (dal 56% della scorsa settimana al 25%) o le visite agli amici (dal 48% al 32%). 

Anche se il Paese rimane diviso, il trend è positivo per il Presidente. La gestione di questa emergenza globale sarà decisiva per le sorti politiche di Trump. Qualsiasi passo falso potrebbe spalancare le porte della Casa Bianca all’ex vicepresidente dell’amministrazione Obama, Joe Biden. D’altra parte, la minimizzazione di perdite economiche e un’oculata gestione sanitaria potrebbero fargli guadagnare consensi decisivi per la conferma alla guida degli Stati Uniti.

Alessandro Savini e Olga Vannimartini,
Junior Fellows Geopolitica.info

#Covid-19: gli aiuti internazionali

La premessa è fondamentale: in un momento di emergenza, come quello che l’Italia sta vivendo, ogni aiuto è prezioso e chiunque sia il “benefattore” è doveroso che venga ringraziato da parte di tutto il Paese. Altresì è doveroso fare un po’ di chiarezza sugli aiuti, disinteressi e non, che in queste ore giungono da molti paesi del mondo nei nostri confronti.  

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Come ben sappiamo nelle ultime ore, a causa di una preoccupante ed inarrestabile crescita di contagi dovuti al Covid-19 all’interno dei nostri confini, sono arrivate offerte di collaborazione da alcuni Paesi europei e non solo. Da Colonia, in Germania, la scorsa settimana è decollato un aereo militare italiano carico di attrezzature mediche per la terapia intensiva, mentre dagli USA, un DC 8 è atterrato a Verona carico di materiale utile per la costruzione di un ospedale da campo poi allestito a Cremona.  

Da Mosca, a seguito di un colloquio tra il Premier italiano Conte ed il Presidente russo Putin, sono decollati alcuni velivoli Ilyushin Il-76 per trasportare veicoli speciali destinati alla sanificazione territoriale oltre ad un centinaio di virologi e medici specializzati, mentre il Presidente cubano Miguel Diaz Canel ha inviato da L’Avana 53 medici ed infermieri specializzati nel trattamento di pazienti colpiti dal Virus.  

Nonostante questo, una buona fetta della stampa nazionale, ha preferito concentrarsi esclusivamente sugli aiuti provenienti da Pechino reduce, secondo alcuni, da una vittoria “nei confronti” del Covid-19. Un po’ di chiarezza però è doverosa poiché la presunta teoria secondo cui la Cina ha sconfitto il Virus, è legata ad una contesto per nulla paragonabile a quello italiano.  
 
Innanzitutto il Covid-19 in Cina si è sviluppato nella sola città di Wuhan che, nonostante abbia una popolazione paragonabile a quella lombarda, si estende su una superficie di un terzo rispetto alla regione italiana. È facile comprendere quindi come sia più semplice isolare il virus in un area circoscritta oltre al fatto, e qui nasce un secondo doveroso ragionamento, che le restrizioni cinesi abbiano poco a che vedere con quelle attuate dal Governo italiano.  

Nel Paese asiatico infatti, durante l’emergenza, il leader supremo Xi Jinping ha dato ordine di isolare militarmente l’area vietando ad ogni cittadino l’uscita dalla propria abitazione. I rifornimenti, anche quelli di generi alimentari, erano assicurati dalle autorità cosicché per nessun motivo era possibile uscire dalla propria abitazione. Siamo tutti ben consapevoli che la vittoria sul Coronavirus possa avvenire solo bloccando il contagio; il punto è che un paese come l’Italia deve saper coniugare la necessità di limitare i movimenti individuali ai diritti di ognuno di noi. 

Ecco perché il tono trionfalistico con cui il Ministro degli Esteri Di Maio puntualmente annuncia l’arrivo dei presunti aiuti cinesi appare quantomeno fuori luogo se non addirittura stucchevole. Presunti, il termine non è casuale, poiché ad oggi le forniture sanitarie che sono arrivate sul nostro territorio, donate dalla Croce Rossa Cinese a quella italiana, sembrano più rientrare in una strategia volta a promuovere la, sempre presunta, ritrovata normalità del Paese asiatico più che ad aiutare realmente le istituzioni italiane.  

Secondo autorevoli analisti la pandemia dovuta al Covid-19 potrebbe costare 10 punti di PIL al gigante asiatico allontanando, e non di poco, il sogno di poter diventare la prima potenza economica mondiale a discapito degli USA. Facile comprendere come Pechino, da sempre incline alla propaganda di regime, abbia quindi necessità di poter “esportare” la narrazione secondo cui la Cina è un paese forte e vincente nei confronti del Coronavirus.  

Non possiamo infine però dimenticare che una delle cause delle attuali difficoltà del sistema sanitario italiano, e non solo di quello, è proprio il colpevole iniziale silenzio cinese sul propagarsi del virus. Secondo alcuni giornalisti di opposizione al regime, di cui si sono perse le tracce, il virus era stato individuato già nell’autunno dello scorso anno. Eppure, nonostante gli allarmi, si è preferito tacere con le disastrose conseguenze a cui oggi tutti noi non riusciamo ad adattarci e che mai saremo in grado di dimenticare 

Myanmar, un difficile equilibrio tra Pechino e Washington

Negli ultimi anni lo Stato del Myanmar è stato oggetto di interesse delle principali potenze mondiali, diventando di fatto terreno di confronto fra Cina e Stati Uniti. Quali sono i fattori che hanno determinato tale situazione?

Myanmar, un difficile equilibrio tra Pechino e Washington - Geopolitica.info

Tre sono gli elementi di maggior rilievo che hanno permesso un miglioramento delle relazioni politiche e diplomatiche tra Myanmar e Stati Uniti: il “Pivot to Asia”, avviato nel periodo dell’amministrazione Obama, il ruolo di Aung San Suu Kyi, vincitrice del premio Nobel per la pace nel 1991, e come ultimo punto bisogna ricordare il timore americano per la politica revisionista cinese che rappresenta una costante minaccia alla superiorità internazionale americana. Il “Pivot to Asia”, che abbiamo ricordato essere stato attuato dall’amministrazione Obama, rappresenta un elemento caratterizzante della politica estera americana. È importante far notare come tale strategia non sia esclusivamente inerente alla sfera politico-diplomatica, ma come implichi ingenti investimenti nell’ambito economico e militare nell’area dell’Asia-Pacifico. Il “Pivot to Asia” rientra difatti nel più complesso piano di contenimento e bilanciamento della potenza cinese nei territori asiatici, con il fine dunque di tutelare il peso internazionale americano. 

Non è da sottovalutare inoltre l’importanza rivestita da Aung San Suu Kyi, Consigliere di Stato del Myanmar; la figura politica di Suu Kyi è strettamente legata al processo di democratizzazione che ha investito il paese negli ultimi anni a partire dalla data cruciale del 2015, anno in cui il NDL (National Leauge of Democracy), partito della vincitrice del premio Nobel , acquista la maggioranza dei seggi in Parlamento. La carriera politica di Aung San Suu Kyi, contraddistinta dalle lotte politiche intraprese contro il regime militare allora al potere, è stata sostenuta e apprezzata nel tempo da Washington e Bruxelles. Questi ultimi hanno fortemente appoggiato le battaglie della donna, considerata una paladina della democrazia, in quanto vista come figura potenzialmente in grado di attuare una politica di rottura e di chiusura contro la Repubblica Popolare Cinese. 

D’altra parte, non si può trascurare il travagliato rapporto che Myanmar intraprende con la potenza cinese. L’elemento che più influenza i rapporti tra i due stati è geografico; L’ex Birmania rappresenta oggetto di profondo interesse per la Repubblica Popolare Cinese in quanto possiede un accesso diretto all’Oceano Indiano e, dunque, una possibilità di aggirare lo Stretto di Malacca, riuscendo così a risolvere quello che Hu Jintao ha delineato come “Malacca Dilemma”, e di una riduzione di tempi e costi delle attività commerciali. Altro fattore di cooperazione è la sfera commerciale che unisce i due paesi, in quanto il Myanmar esporta in Cina ingenti materie prime, tra le quali gas, petrolio e pietre preziose. Il Myanmar inoltre confina con la potenza cinese per oltre duemila chilometri; tale frontiera è stata fonte di attriti tra i due paesi, proprio per la questione della presenza lungo di essa di minoranze etniche e per le politiche adottate dal Myanmar in materia. I rapporti tra i due Stati subirono un raffreddamento sotto la presidenza di Thein Sei, il quale cercò un avvicinamento e un miglioramento dei rapporti diplomatici con Washington e decise l’interruzione dei lavori di costruzione della diga Myitsone, progetto gestito dalla China Power Investment Corporation. Questo particolare periodo di tensioni subì un cambiamento nel 2015, data in cui Aung San Suu Kyi visitò Pechino dove venne accolta dal presidente e segretario del partito comunista cinese, Xi Jinping. L’incontro, che avvenne in vista delle elezioni previste per quello stesso anno, nacque dalla necessità della certezza e della tutela degli interessi  economici esistenti tra i due paesi.

Il 2020 si apre con due eventi cruciali per le relazioni interazioni del Myanmar: la visita ufficiale di Xi Jinping nel Myanmar che viene inaugurata il 17 gennaio e il verdetto della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja riguardante la minoranza mussulmana dei Rohingya. 

Il 17 gennaio 2020 il presidente cinese arriva nello stato del Myanmar, l’anno in cui si celebrano peraltro i 70 anni di relazioni diplomatiche tra i due Stati; Il fine principale di tale incontro , che finisce quasi per assumere un significato simbolico, risiede nel rafforzamento della sfera politico-economica e nell’affermare la presenza cinese in tale territorio. Verranno firmati difatti più di trenta accordi che rappresentano una conferma delle relazioni politico-economiche tra l’ex-Birmania e la Repubblica Popolare Cinese.

Altro evento di fondamentale rilevanza è il verdetto espresso il 23 gennaio di quest’anno della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja sulla questione della minoranza mussulmana dei Rohingya, la quale ha stabilito che lo Stato del Myanmar, portato in giudizio dal Gambia, dovrà prendere tutte le misure in suo potere per garantire a tale comunità il rispetto degli obblighi stabiliti dalla Convenzione sul genocidio del 1948. Ciò che ha indotto il Gambia a portare il caso di fronte alla Corte è stata la violazione massiccia e ripetuta dei diritti umani fondamentali, denunciata dall’emigrazione di massa verso il Bangladesh della minoranza mussulmana. Gli atti illeciti commessi dal Tatmadaw (le forze armate birmane)nei confronti dei Rohingya hanno destato la riprovazione e la condanna della comunità internazionale e soprattutto hanno comportato un raffreddamento nei rapporti con Washington e Bruxelles.  Il 29 aprile 2019 il Consiglio dell’Unione Europea, a causa della continua violazione dei diritti umani, ha prorogato di un anno le misure sanzionatorie in vigore nei confronti del Myanmar; Tali misure restrittive riguardano l’embargo sulle armi e sulle attrezzature utilizzabili nella repressione interna del paese stesso. Il regime sanzionatorio “vieta altresì di fornire addestramento militare alle forze armate del Myanmar (Tatmadaw) e la cooperazione militare con le stesse”*.  Stando a quanto riporta Bloomberg News, il ministro del commercio del Myanmar, Than Mynt, ha risposto alle sanzioni avvertendo che le misure approvate dall’Occidente stanno provocando un avvicinamento dei legami con gli alleati asiatici, e più specificatamente dunque con la Repubblica Popolare Cinese. Anche la  “paladina della democrazia” Aung San Suu Kyi è stata fonte di pesanti critiche per il ruolo rivestito e le posizioni prese di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja rispetto alla questione dei Rohingya. Suu Kyi è stata fortemente decisa nel prendere le difese del Tatmadaw, dichiarando l’inconsistenza delle accuse e l’incompletezza del quadro che risulta essere inoltre fuorviante. Abbiamo già ricordato come gli Stati Uniti appoggiarono nel tempo le sue battaglie politiche nella speranza, che possiamo considerare ormai erronea, di una possibile uscita del Myanmar dall’orbita di influenza asiatica e soprattutto cinese. 

Possiamo dunque comprendere come un paese “lillipuziano” come il Myanmar, per esprimerla nei termini di Robert Keohane (“Lilliputians dilemmas: Small States in International politics”,1969), sia fondamentale per analizzare il più ampio confronto a livello internazionale tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese.