Archivio Tag: Usa

USA vs Maduro: alla base della “dottrina Monroe”

Juan Guaidó ha lanciato la sfida a Maduro con il sostegno diretto degli Stati Uniti. L’attuale situazione di apparente stallo non muta la postura americana, che torna ad applicare attivamente i criteri della “dottrina Monroe”.

USA vs Maduro: alla base della “dottrina Monroe” - Geopolitica.info

La situazione interna

Lo scorso 23 gennaio il nuovo presidente dell’Assemblea Nazionale, l’ingegnere Juan Guaidó, ha giurato a Caracas, davanti ad una folla di suoi sostenitori, quale nuovo presidente ad interim della Repubblica Bolivariana del Venezuela. Questa mossa ha ulteriormente precipitato il paese in una spirale di contrapposizione tra le varie forze in campo che si era già manifestata a partire dal 2014, dalle manifestazioni cosiddette delle “guarimbas”. La crisi sociale, economica e politica e la deriva autocratica del presidente Nicolás Maduro (rifiuto di convocazione del referendum revocatorio, scioglimento del parlamento, convocazione dell’Assemblea Costituente, stretta su alcuni oppositori) ha spinto una parte dell’opposizione, la MUD (Mesa de la unidad democrática), a giocare la carta costituzionale, che prevede la possibilità di un presidente ad interim in mancanza dello stesso (e questo perché la MUD considera Maduro illegittimo, non riconoscendo le elezioni presidenziali tenutesi nel maggio del 2018).

Subito dopo la sua proclamazione Guaidó ha ricevuto il riconoscimento ufficiale da parte di diversi governi latino americani e di Stati Uniti, Australia, Canada, Giappone e di diverse cancellerie europee. Maduro è invece riconosciuto come presidente del paese dall’ONU e dalla maggioranza dei suoi stati membri (ma l’appoggio che conta è soprattutto quello di Cina e Russia): in merito il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres,ha sottolineato come l’ONU continui a cooperare con l’attuale governo.

Data la situazione attuale, come accaduto spesso nella storia dell’America Latina, l’ago della bilancia è costituito dalle forze armate, che fino ad ora sono rimaste in larga parte fedeli al governo chavista: va ricordato in merito che Chávez prima e Maduro poi hanno implementato e rafforzato il ruolo dell’esercito, non solo integrando diversi ufficiali nel governo (in particolare durante gli ultimi anni di Maduro) ma anche dando maggiori compiti a corpi quali GNB (la Guardianazionale bolivariana) e FANB (Forza armata nazionale bolivariana).

Questa contrapposizione interna rimane ad oggi priva di reali sbocchi e probabilmente legata alle decisioni dell’esercito: e mentre gli attori venezuelani si confrontano/scontrano, la partita per Caracas sembra giocarsi anche e soprattutto al di fuori del paese.


Perché gli Usa puntano al “regime change”

Per quale motivo Washington è passata all’offensiva finale nei confronti di un governo sempre più debole? Perché la prima potenza mondiale punta il dito contro il malcapitato Venezuela? Diverse sono le ragioni che spingono gli Usa ad occuparsi in modo così plateale della questione venezuelana. Proviamo a capirele motivazioni che informano la politica estera statunitense verso Caracas.

Un fattore, di certo il meno importante, è dato da questioni prettamente interne ed elettorali: il presidente Donald Trump punta alla rielezione nel 2020 e in vista di quell’appuntamento il tycoon vuole riconfermare la vittoria in uno swing state fondamentale come la Florida, dove è presente una folta comunità cubana e ispanica: da qui la retorica contro il binomio Cuba/Maduro e l’attivismo del senatore Marco Rubio (di origine cubana); a ciò si aggiungono gli strali contro il socialismo e contro quei sentimenti “socialisti” che affiorano tra le nuove leve dei democratici e che metterebbero a rischio la democrazia e l’economia americana.

È però qualcos’altro che spinge Washington a cercare di dare la spallata al chavismo, qualcosa che affonda le sue radici nella strategia geopolitica degli Stati Uniti, a quella “dottrina Monroe”spesso citata come mantra da Chávez e Maduro quale esemplificazione del razzismo e dell’imperialismo americani: essa venne formulata in seguito alla guerra con la Gran Bretagna del 1812-1815 al termine della quale, grazie anche al controllo del bacino del Mississippi e all’acquisto della Louisiana dalla Francia di Napoleone nel 1803, le ex colonie iniziavano a guardare al mare, non solo verso est ma anche verso sud. In questo scenario, sebbe negli Usa non fossero ancora in grado di sfidare le potenze coloniali europee, si affacciò tra diversi “padri” americani l’idea di affermare, almeno teoricamente, la supremazia di Washington sull’emisfero occidentale, rifiutando da un lato le ingerenze degli stati europei e dall’altro tenendosi lontani dalle dispute tra le capitali del Vecchio Continente. È a partire da questa scelta che spesso il continente americano nel suo complesso viene definito quale “giardino di casa degli Stati Uniti”: e forse non è un caso che proprio il Venezuela abbia costituito all’inizio del Novecento l’esempio della ferrea volontà statunitense di impedire l’affacciarsi di attori esterni nel continente americano (leggasi “corollario Roosevelt”). La“dottrina Monroe” è stata ed è elemento cardine di come gli Stati Uniti guardano il mondo e in particolare il loro“vicinato”: il padre del containment (Nicholas Spykman) affermò che a garantire “un’indisputabile supremazia navale e aerea” statunitense è innanzitutto il controllo del “Mediterraneo americano”, con Mar dei Caraibi e Golfo del Messico intesi come “mare interno”.

Questa impostazione geopolitica spinge quindi gli Usa a tentare di impedire l’affermarsi di minacce nel continente americano, tanto più in un paese come il Venezuela, importante per vari motivi: oltre a possedere le maggiori riserve di petrolio ad oggi conosciute e oltre ad essere territorio ricco di innumerevoli altre materie prime, i governi chavisti hanno nel corso del tempo intessuto rapporti con forze avverse agli Usa, dall’Iran alla Russia passando per Cina, Cuba e per la Libia del colonello Gheddafi. In particolare Cina e Russia sono ormai “protettori” di Maduro (con Pechino meno incline di Mosca a difendere Maduro ad ogni costo): per Washington gli investimenti di aziende russe e cinesi, per di più legate indirettamente ai loro governi, è elemento non più trascurabile, tanto più che la Cina sta incrementando complessivamente i legami commerciali con i paesi della regione, fino a ventilare la possibile apertura di una base militare in El Salvador o addirittura la costruzione di un canale in Nicaragua in grado di fare concorrenza a quello di Panama (progetto che in realtà sembra già tramontato).

Il Venezuela è quindi paese che ha per Washington una grande valenza geografica e strategica per il suo essere ricco di materie prime, nonché “ponte” tra il sud America e i Caraibi. Inoltre l’area è ulteriormente attenzionata dagli Usa proprio per la presenza del fondamentale “collo di bottiglia” del canale panamense, nonché per il poroso confine con la Colombia, paese da sempre allineato a Washington e che due anni fa ha aderito alla Nato quale “partner globale”: Bogotà ospita già diverse basi statunitensi e garantisce agli Usa “l’affaccio” sul “mare interno” e sul Pacifico, unico stato dell’America meridionale a possedere tale privilegio.

ALBA al tramonto

Nell’ormai lontano dicembre 2004, Hugo Chávez siglò con Cuba un accordo basato sullo scambio tra il petrolio venezuelano e i medici cubani, spesso inviati da L’Avana in vari paesi, in particolare per programmi di vaccinazione. Quell’accordo costituiva la fase embrionale dell’ALBA (Alleanza bolivariana per le Americhe) che vedrà poi anche l’adesione della Bolivia di Evo Morales, dell’Ecuador di Rafael Correa e del Nicaragua sandinista, oltre ad altre piccole realtà statuali dei Caraibi. Nata anche in contrapposizione all’ALCA (Area di libero commercio delleAmeriche, poi rimasta solo sulla carta), quell’accordo fortemente voluto da Chávez e Castro segnava negli anni la conformazione di un “fronte” di paesi che si definivano “antimperialisti” e che puntavano alla creazione di una maggiore integrazione regionale ma anche e soprattutto all’opposizione congiunta alla soverchiante superiorità statunitense nel continente.

Ad affiancarsi a tale organismo vi erano inoltre altri paesi governati da presidenti di sinistra più o meno radicale, dall’Argentina kirchnerista al Brasile del PT, dall’Uruguay del Frente Amplio all’Honduras di Zelaya, dall’FMLN in El Salvador alla parentesi dell’ex vescovo Lugo in Paraguay, oltre al governo di Michelle Bachelet in Cile (con appoggio anche del Partito Comunista nelle elezioni del 2013) e alle forze“bolivariane”al governo in Bolivia ed Ecuador. La maggior parte dei paesi latino americani era governato da forze progressiste che spesso coadiuvavano il Venezuela chavista (in particolare Bolivia, Cuba, Ecuadore il Brasile di Lula). Oggi l’isolamento regionale che circonda Maduro, reso plastico dal riconoscimento di Guaidó da parte di quasi tutti gli statil atino americani, riflette un cambiamento politico, quasi un vero e proprio ribaltamento rispetto alle forze di governo di alcuni anni fa: Cile, Colombia, Argentina, Brasile, Perù sono attualmente governate da forze di centrodestra/destra mentre Lenin Moreno in Ecuador ha archiviato il“correismo” e optato per un percorso centrista, schierandosi apertamente contro Maduro.

L’Uruguay frenteamplista e il Messico del nuovo presidente Manuel Obrador, insieme alla Comunità dei Caraibi (Caricom) si sono invece proposti per mediare attraverso il “meccanismo di Montevideo” nel tentativo di risolvere la crisi venezuelana e impedire l’esacerbarsi della situazione politica e sociale.

Chi continua a mostrare vicinanza e sostegno al chavismo è Evo Morales, presidente della Bolivia, membro dell’ ”alleanza bolivariana” e atteso dalle elezioni di ottobre: situazione diversa nel Nicaragua sandinista, anch’esso alle prese con proteste e tumulti interni e oggetto di sanzioni statunitensi, che si è mostrato abbastanza tiepido nel prendere le difese di Maduro per il timore di una ulteriore stretta ai suoi danni da parte di Washington.

L’attuale caos venezuelano affonda le sue radici nel passato lontano e recente. L’affacciarsi della figura di Guaidó e il suo tentativo di porre finea quella che definisce “usurpazione”, ha spinto le varie forze regionali e globali a prendere posizione, immortalando una spaccatura che vede Stati Uniti e alleati occidentali da una parte e Russia, Cina, Iran e Turchia dall’altra (con il nostro paese per ora attestato tra la condanna della deriva autoritaria di Maduro e la richiesta di nuove elezioni e un vago sentimento di non ingerenza).

Lo scenario risulta decisamente instabile e pronto ad esplodere ma l’ipotesi ventilata circa il possibile intervento armato per rovesciare Maduro appare quantomeno improbabile, anche se le autorità americane, tra cui il Consigliere per la sicurezza nazionale Bolton, il Segretario di Stato Pompeo, il vicepresidente Pence e lo stesso Donald Trump, hanno più volte ribadito che “tutte le opzioni sono sul tavolo”. Questa eventualità ha spinto Mosca ad inviare nel paese diversi specialisti militari e il dispiegamento di alcuni sistemi S-300 di difesa antiaerea.

Difficilmente Washington punterà all’intervento armato, non solo perché non ha nessuna intenzione di aprire un conflitto nel suo “cortile di casa” ma anche perché i vicini alleati della Casa Bianca hanno fatto intendere di non volere una destabilizzazione lungo i propri confini: in particolare, Colombia e Brasile, già alle prese con l’accoglienza di migranti venezuelani, non sembrano disposti a sobbarcarsi i rischi e i costi di un eventuale confronto armato in Venezuela. Tanto più che Bogotà è alle prese con il tentativo di pace con la locale guerriglia delle FARC dopo l’accordo siglato con l’ex presidente Juan Manuel Santos.

L’attivismo di Washington nei confronti del Venezuela di Maduro ribadisce ciò che informa la politica continentale statunitense da quasi due secoli e cioè la proiezione di potenza e la volontà egemonica nel complesso del continente americano: nel nord, l’integrazione economica e produttiva con Canada e Messico, stati “ancillari”, e nel centro-sud (e nei Caraibi) l’inflessibilità nell’accettare l’esistenza di qualsiasi attore in grado di costituire una minaccia alla “sicurezza nazionale”. La “dottrina Monroe” resta quindi formulazione geopolitica cardine che ancora oggi spinge la superpotenza a rivolgere il suo sguardo verso il Venezuela sempre più dipendente da rivali strategici come Cina e Russia.

È quindi probabile che gli Stati Uniti decidano per un’ulteriore stretta sanzionatoria nei confronti di uomini chiave di Caracas e spingano ulteriormente per rompere il fronte delle forze armate che fino ad ora hanno garantito un sostegno pressoché totale a Maduro. Anche perché, come recentemente sottolineato anche dal New York Times, gli Usa sono sempre più insofferenti verso l’incapacità di Guaidó di giungere a risultati effettivi, costretto come sembra ad un tentativo di dialogo con il governo di Maduro.

 

 

Alleanza Atlantica e Turchia, breve storia di un amore mai NATO

In occasione del 70° anniversario della NATO, non è mancata la possibilità di assistere all’ennesima divergenza tra USA e Turchia, due paesi formalmente alleati e geopoliticamente sempre più distanti. In questo articolo saranno ripercorse le tappe fondamentali del rapporto intercorrente tra Ankara e l’Alleanza Atlantica, indagando le ragioni che – almeno per il momento – sembrano impedirne la separazione.

Alleanza Atlantica e Turchia, breve storia di un amore mai NATO - Geopolitica.info

La Turchia aderì alla NATO nel febbraio del 1952, nell’ambito del primo allargamento dell’Alleanza, fino ad allora composta dai soli dodici stati fondatori. In quel tempo lo stato anatolico era un vero e proprio baluardo contro l’espansione sovietica nel Mediterraneo. L’ordinamento turco consisteva in una repubblica laica e occidentalizzata dalle riforme di Kemal Atatürk, storico padre fondatore che nel 1922 aveva abolito il sultanato ottomano di Maometto VI. La Turchia era dunque un paese profondamente diverso da quello odierno. Con l’avvento di Erdoğan infatti, a partire dal 2003 è iniziato un processo – ancora in corso – di islamizzazione dello stato, con conseguente allontanamento dai valori fondamentali delle democrazie occidentali aderenti al Patto Atlantico.

Risale proprio al 2003 la prima divergenza tra Stati Uniti e Turchia, quando, alla vigilia della Guerra del Golfo, l’AKP appena salito al potere negava agli americani il transito e l’uso delle basi in territorio turco (strategicamente importante per invadere l’Iraq). Nel 2007 poi, i turchi lanciarono un’offensiva nel Kurdistan iracheno senza prima avvisare gli USA, militarmente impegnati in quel territorio. Altri contrasti si registrarono ancora nel 2010, quando la Turchia interruppe bruscamente i rapporti con Israele a seguito dell’incidente della Freedom Flotilla, costringendo gli Stati Uniti di Obama ad una lunga e difficile mediazione tra i due paesi alleati.

Giunse poi la guerra civile siriana, in cui mentre da una parte gli Stati Uniti si appoggiavano ai curdi per assestare duri colpi al regime di Assad e allo Stato Islamico, dall’altra la Turchia non perdeva occasione per bersagliare con continui raid aerei l’YPG curda, milizia strettamente legata al PKK turco, a sua volta ostile all’AKP di Erdoğan. Il momento di maggior tensione si registrò però nel 2016, quando a causa dell’abbattimento di un cacciabombardiere russo, la Turchia, già internazionalmente sospettata di collaborare con l’ISIS, rischiava di trascinare la NATO in un conflitto con la Russia indesiderato da tutta l’Alleanza. Nello stesso anno si registrò anche il tentato colpo di stato ai danni del Sultano (Erdoğan, ndr), il quale accusò il rivale Fethullah Gulen di averlo architettato e di conseguenza anche l’amministrazione a stelle e strisce per averlo successivamente ospitato e protetto.

È in questo clima progressivamente sempre più teso che si giunge allo scenario odierno, in cui Ankara, mai così vicina a Mosca, arriva ad ordinare l’acquisto dei missili russi S-400, ignorando le minacce statunitensi di sospensione della vendita di F-35. A seguito di questo episodio, il vicepresidente USA Mike Pence ha dichiarato: “La Turchia deve scegliere se rimanere un partner importante dell’alleanza militare di maggior successo nella storia o proseguire a minare la sua permanenza, tramite decisioni sconsiderate. […] Non rimarremo a guardare mentre un alleato della NATO compra armi dai nostri avversari, armi che minacciano la coesione stessa di questa alleanza”. Repentina è stata la risposta del ministro degli Esteri turco Çavuşoğlu, secondo cui un passo indietro arrecherebbe danni anche agli USA, dal momento che, come confermato da Ömer Çelik (portavoce del governo), il sistema missilistico russo proteggerà anche i paesi dell’Alleanza.

Considerate tutte queste difficoltà, per quale ragione Turchia e NATO non si sono ancora separate? I motivi, per entrambe le parti in causa, sono molteplici. È evidente come ad Ankara possa far comodo tenere il piede in due scarpe: in tal modo riesce sia a perseguire i propri interessi nazionali, stringendo partnership estremamente vantaggiose anche al di fuori dell’Alleanza Atlantica (vedasi il caso appena citato dei missili russi S-400), sia ad avere le spalle coperte nell’ipotesi in cui sul piano internazionale la situazione dovesse volgere al peggio (cosa non del tutto da escludere data la pericolosa intraprendenza di Erdoğan). Resta dunque da capire perché la NATO consenta tutto ciò. In primo luogo, occorre evidenziare la posizione strategica in cui si trova la Turchia; l’Anatolia consiste in un vero e proprio ponte naturale tra Europa ed Asia, consente l’accesso al Mar Nero affacciandosi al contempo sul Mediterraneo e confina sia con la Russia, sia con la Siria (e quindi con il Medio Oriente), due aree geopoliticamente molto sensibili.

In secondo luogo, la Turchia detiene il secondo esercito terrestre più grande della NATO (pari a 350.000 uomini e a mezzo milione di riservisti) ed è tra i paesi membri più virtuosi, che contribuisce maggiormente alle spese militari. Oltre a tutto ciò si aggiunga che Erdoğan non è per sempre. L’AKP ha infatti appena subito una scottante – anche se al momento poco influente – sconfitta alle elezioni amministrative dello scorso 31 marzo, perdendo diverse grandi città, quali Ankara, Istanbul e Smirne, segno che forse qualcosa sta cambiando; il largo consenso popolare di cui fino ad ora ha goduto il Sultano, sembra per la prima vacillare e questo potrebbe essere un primo segnale di cambiamento che l’Alleanza Atlantica non può ignorare.

È altresì lapalissiano che ad Erdoğan non tutto può essere concesso. Se dovesse infatti continuare a tirare la corda, prima o poi questa potrebbe spezzarsi, soprattutto se si considera che Donald Trump non sembra essere l’uomo paziente e diplomatico pronto a scendere a compromessi su tutto.

 

Destinati alla guerra?

Considerazioni a partire dalla lettura del libro “Destinati alla guerra. Possono l’America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide?” Fazi, 2018, pp. 518 di Graham Allison

Destinati alla guerra? - Geopolitica.info Graham Allison autore del libro (Repubblica.it)

Proprio in questi giorni, il dossier Stati Uniti-Cina è tornato all’attenzione delle cancellerie di mezzo mondo ed è oggetto di dibattito della più vasta opinione pubblica. Agli osservatori più accorti, infatti, non sarà sfuggito che l’inasprimento dei rapporti tra le due superpotenze non è altro che la cartina di tornasole del grado di profondità strategica della loro azione politica, l’una volta a consolidare, l’altra a revisionare l’attuale ordine mondiale. Stante l’enorme massa gravitazionale degli attori in questione, il movimento dell’uno e la risposta dell’altro non possono che produrre fibrillazioni e tensioni percepibili sull’intero globo; mentre un eventuale scontro armato tra i due potrebbe degenerare in un olocausto termonucleare, con ogni probabilità esiziale per la stessa sopravvivenza della specie umana.

La crescente ostilità tra Stati Uniti e Cina è sotto gli occhi di tutti, tanto che negli ultimi mesi, si è tornati a parlare e a scrivere di guerra economica, di contesa sugli armamenti, di corsa allo spazio, di contromisure commerciali e ritorsioni diplomatiche tra il dragone asiatico e l’aquila americana. Insomma, spirano venti di guerra. Fredda per il momento. Ma comunque non di una guerra qualsiasi, bensì di una guerra per la totalità, la cui posta in gioco è il primato in un nuovo ordine mondiale. È così che l’umanità si ritrova posta innanzi a questioni, tendenze, e contraddizioni già viste e affrontate nel passato: corsi e ricorsi storici che sembrano riproporsi con sorprendente ciclicità sul proscenio della storia.

Ma la guerra è davvero il nostro destino? Non c’è nulla di predeterminato nel nostro futuro: in quanto uomini, siamo chiamati a scegliere. O, almeno, questa è la tesi centrale di Destinati alla guerra – Possono l’America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide? (Fazi Editore, 2018, 25 euro), l’ultima fatica di Graham Allison, direttore dell’Harvard Kennedy School’s Belfer Center e già consigliere e assistente alla Segreteria della Difesa sotto ogni presidenza americana, da Reagan a Obama. Un libro in perfetto stile anglosassone, la cui prosa -asciutta e analitica- non tradisce le aspettative generate da un titolo che sembra condensare in sé introduzione, svolgimento e conclusione.

L’analista americano parte da lontano, dalla guerra che sconvolse la Grecia del V secolo a.C. tra Sparta – potenza terragna egemone del mondo ellenico – e Atene, che ne minava il primato economico e militare per mezzo di una potente flotta navale. «La crescita della potenza ateniese e il timore che ormai incuteva agli spartani resero inevitabile il conflitto», così Tucidide – testimone diretto dei fatti – ricostruisce le ragioni dello scontro armato tra le due maggiori città-stato del mondo greco. Allison – a capo del Thucydide’s Trap Project – insieme al suo gruppo di lavoro individua sedici casi della Storia in cui l’avanzata di una nazione di grande rilievo ha intaccato il ruolo di uno Stato dominante. Spagna e Inghilterra nel XVII secolo; Francia e Gran Bretagna nel tra XVII e XVIII ; ma soprattutto la rivalità tra Germania e Regno Unito, che – a cavallo dei secoli XIX e XX – portò allo scoppio del primo conflitto mondiale.

Ce ne è abbastanza per avanzare un teorema: «Quando una potenza in ascesa minaccia di spodestarne un’altra al potere, la sollecitazione strutturale che ne deriva rende lo scontro violento la regola, e non l’eccezione»; e il suo corollario: la lunga marcia del «più grande attore della storia del mondo», la Cina, rappresenta una minaccia reale, concreta e attuale all’egemonia economica, politica e militare che gli USA esercitano sull’intero globo terracqueo: il pericolo di una escalation bellica tra le due superpotenze non è più tema da futurologi e scenaristi. Anzi, strateghi degli apparati militari e decisori politici hanno la responsabilità di affrontare qui ed ora ciò che, altrimenti, per Allison, sembra un destino già segnato: la guerra su larga scala.

Per il professore americano, infatti, il primato dell’economia cinese su quella statunitense è già una realtà e a questo presto seguirà una crescente assertività anche sulle questioni internazionali. Insomma, la Cina, che con la guida di Xi Jinping ha assunto ancora di più il ruolo di una vera e propria potenza con ambizioni globali, sfida la pax americana, o, meglio, l’imperium americano, cioè quel sistema di regole economiche e di prassi internazionali che – dalla fine della guerra fredda – garantisce agli USA il dominio incontrastato sull’intero pianeta. Il volume di Allison ci offre l’occasione di riflettere sul declino della parabola statunitense e su quella che appare come una crisi della loro presa sul mondo. Un dominio che però, nonostante il momento, gli Stati Uniti non sembrano disposti a condividere con nessuno. Non con gli alleati europei, che anzi sono stati richiamati più volte all’ordine, né tanto meno con lo sfidante asiatico che viene percepito come una vera e propria minaccia. Quando in ballo ci sono gli interessi strategici che determinano la potenza e la prosperità della madrepatria gli americani non sono disposti a cedere di un centimetro.

Ma cosa spaventa davvero gli Stati Uniti? La possibilità che Pechino possa disegnare un ordine mondiale veramente multipolare, dove le priorità dell’agenda della comunità internazionale non rispondano alla tutela dei pilastri del potere americano. Su questo fronte, la leadership cinese vuole giocarsi pienamente la sua partita, e Xi Jinping non manca mai di ricordarlo. Gli sforzi per riconvertire le catene del valore della propria economia puntando sui settori a più alto valore aggiunto, gli investimenti sulla formazione, sulla tecnologia quantistica, sulle reti 5G, sui trasporti ad alta velocità e sul potenziamento della capacità spaziale non solo dimostrano la volontà di chiudere definitivamente i conti con “il secolo delle umiliazioni”, ma fanno assumere alla Cina la postura di una superpotenza che ha l’ambizione di affermarsi come baricentro e avanguardia del mondo. Come? Per un ossimoro della Storia – forse soltanto apparente – la leva diplomatica della più grande nazione comunista è l’enorme liquidità monetaria che Pechino sfrutta come capitale di investimento.

Anche se quando lo ritiene opportuno non manca di mostrare i muscoli, in questo momento storico l’avanzo di bilancio è la vera massa gravitazionale che rende la Cina capace di attrarre altri attori internazionali e di proporsi loro come alternativa seria, credibile e conveniente all’influenza statunitense. Il progetto delle nuove vie della seta (Belt and Road Initiative) è forse quello che rappresenta il vero fulcro del più grande sforzo geopolitico e geoeconomico che una nazione abbia mai tentato in tempo di pace, ma la Cina oggi è in grado di offrire ai propri partner commerciali anche canali di finanziamento paralleli e alternativi al sistema del Fondo Monetario e della Banca Mondiale.

Che l’iniziativa cinese risulti indigesta agli Stati Uniti non lo scopriamo oggi. Nella National Defence Strategy del 2018, dove – per la prima volta dopo anni sciagurati – gli americani abbandonano definitivamente l’idea che il terrorismo sia la maggiore minaccia alla sicurezza nazionale, si definisce la Cina quale “nazione nemica”. Insieme alla Russia di Putin, ça va sans dire. Ma qual è il limite oltre il quale gli americani non considerano lecito avventurarsi? Dopo la poco efficace strategia del containment portata avanti da Obama e Clinton nel Pivot to Asia, i dazi doganali di Trump ricordano a Xi che establishment, élite e deep America concordano sul fatto che in politica estera esiste solo una priorità: l’interesse americano to defend our way of life. Tradotto: che gli USA possano perdere la propria egemonia sul pianeta è eventualità nemmeno pensabile.

Gli alleati sono già stati ammoniti e anche l’Europa deve rendersene conto: l’America ha da pensare a cose serie e tutti sono chiamati a fare la loro parte. Più soldi alla Nato e meno accordi commerciali con la Cina, anzitutto. 5G Huawei is banned, per intenderci, anche se è più efficiente e costa meno di quello nordamericano. A qualcuno che si mostra più duro di comprendonio – come l’Italia che si appresta a ospitare Xi Jinping (dal 21 al 24 marzo a Roma) e che sembrerebbe intenzionata a diventare la prima potenza del G7 a entrare nei progetti della Belt and Road Initiative – si pensa pure di tirare le orecchie.

 Il punto dirimente oggi sembra essere esattamente questo: le élite europee cominciano a capire (guten morgen!) che i propri interessi strategici non coincidono più con quelli d’oltre Atlantico e che, anzi, l’alleato americano comincia a chiedere per sé più di quello che offre in cambio; e che quello che offre in cambio è comunque meno di quello che è disposta a mettere sul piatto la Repubblica Popolare pur di rafforzare il legame commerciale con l’Europa. Già. Perché il più alto progetto geopolitico di Pechino, il principale obiettivo da realizzare per fare del XXI secolo il secolo cinese, si chiama Eurasia, spauracchio di mackinderiana memoria, visto come fumo agli occhi dagli americani, che da sempre lo considerano come il più reale, grave e concreto pericolo per i loro interessi: l’unico che – se portato a termine – li ricaccerebbe nella loro “isola” in mezzo ai due oceani, sola e ai margini del centro dello sviluppo tecnologico e del commercio mondiale. Il punto di non ritorno che significherebbe l’estinzione degli Stati Uniti per come li abbiamo conosciuti fino a ora.

La più grande potenza talassocratica della storia ha bisogno del rimland europeo per esistere, vivere e prosperare. E, dunque, ancora una volta l’Europa – finis terrae – sembra essere di nuovo il limite invalicabile, l’oggetto e insieme lo spazio della contesa di due superpotenze, l’una terragna, l’altra marittima, che si affrontano per il dominio globale. Ancora una volta la mer contre la terre con il vecchio continente a fare da posta in gioco, oggetto – perché incapace di farsi soggetto – della contesa. E ancora una volta la Storia sembra volersi riproporre senza poter insegnare nulla, ma solo per annunciarci presagi di un nuovo futuro antico dagli esiti a oggi imponderabili.

 


Why Counterinsurgency Fails

All’inizio del secondo capitolo di questo splendido volume, Dennis de Tray, descrive quanto sta per scrivere nel resto del capitolo come qualcosa che è in “parte diario di viaggio, parte lezione di storia, parte porsi interrogativi, parte ricerca di soluzioni, e tutto visto attraverso le lenti dello sviluppo internazionale” cosa niente affatto sorprendente se si considera che Dennis de Tray dal 1983 in poi ha lavorato per la Banca Mondiale.

Why Counterinsurgency Fails - Geopolitica.info

 

Le parole che de Tray usa per descrivere il secondo capitolo di Why Counterinsurgency Fails forniscono una descrizione perfetta dell’intero volume che nel tentativo, a nostro avviso riuscito, di spiegare perché la counter-insurgency in Iraq e in Afghanistan non abbia funzionato, è effettivamente biografia, cronaca di viaggio, lezione di storia e di sviluppo.

De Tray spiega, molto chiaramente, che la counter-insurgency si compone di tre elementi: una campagna militare volta a mettere in sicurezza un paese, una fase in cui si creano delle istituzioni in grado di funzionare e di fornire se non buon governo almeno una governance che sia abbastanza buona, e, infine, una strategia di uscita.

Quello che emerge dal bel volume di de Tray è che due (creazione di istituzioni funzionanti, strategia di uscita) dei tre pilastri su cui la counter-insurgency si fonda non hanno funzionato né in Iraq né in Afghanistan per motivi che de Tray discute con notevole acume e in considerevole dettaglio.

Quello che de Tray non teme di definire il fallimento della counter-insurgency in Iraq e in Afghanistan è stato il risultato di una lunga serie di errori: la tendenza ad utilizzare l’esercito come se fosse un’agenzia per lo sviluppo (development agency); l’assenza di coesione, coerenza e continuità nella gestione delle attività di counter-insurgency; il non aver fatto di più per promuovere il buon governo dal basso e per consolidare i legami fra i cittadini e lo stato; l’aver sommerso di fondi per lo sviluppo governi che, a causa delle proprie debolezze, non erano in grado di fare buon uso di queste risorse; il fatto che le agenzie (internazionali o quantomeno straniere) deputate a promuovere lo sviluppo si siano impegnate direttamente a fornire beni e servizi ai cittadini anziché far sì che beni e servizi, per quanto più lentamente e inefficacemente, venissero erogati dalle nascenti istituzioni che avrebbero così avuto modo di acquisire una qualche o maggiore legittimità. A questi errori, ne vanno aggiunti altri che de Tray discute puntualmente.

Il volume di de Tray, ricco di spunti, di riferimenti, e di aneddoti spesso gustosi, fornisce tre lezioni fondamentali –una su cosa serve per far funzionare e bene la counter-insurgency, una su chi o cosa debba essere fatto per assicurare lo sviluppo politico in paesi in via di sviluppo e con un fragile assetto istituzionale, e una relativa al ruolo che la comunità internazionale può svolgere per promuovere il buon governo e il successo della counter-insurgency.

Per quel che concerne la counter-insurgency la lezione, fondamentale, di de Tray è che il terrorismo può essere sconfitto, che le insurgencies possono essere soppresse, e che gli stati possano essere creati ma che quel che serve per raggiungere ciascuno di questi obiettivi è una soluzione politica e non una soluzione militare. La soluzione militare serve nella prima fase della counter-insurgency, ma non nella seconda né, tantomeno, nella terza.

Per quel che riguarda lo sviluppo, la lezione fondamentale è che lo sviluppo politico, la creazione di uno stato funzionante e di istituzioni adeguatamente istituzionalizzate, richiedono tempo e non possono essere imposte dall’esterno. Per i problemi locali servono soluzioni locali.

Per quello che riguarda il ruolo della comunità internazionale, de Tray è molto chiaro: la comunità internazionale “può lavorare con i governi per dare ai paesi il tempo necessario per creare stati funzionanti” (p. 25). Ma, a tal proposito, de Tray fornisce delle indicazioni preziose su come procedere. Posto che le organizzazioni internazionali e la comunità internazionale non si possano sostituire ai governi nazionali, e posto che i governi centrali, oltre ad essere inefficienti siano anche, potenzialmente, corrotti cosa si può fare per ovviare il problema e assicurarsi che i fondi siano spesi per migliorare le condizioni di vita dei cittadini? Si deve lavorare con i governi locali che, scrive de Tray sono molto più capaci di quanto in genere si ammetta, si deve erogare fondi destinati a specifici progetti di sviluppo, si deve essere trasparenti a far sapere ai cittadini quali e quanti fondi sono stati messi a disposizione per quale scopo, e i cittadini vedendo cosa viene e non viene fatto con i soldi erogati, possono far sì che i governi locali rendano conto del proprio operato e del denaro speso.

Questo bel volume di de Tray non si limita a confermare quanto Samuel H. Huntington aveva teorizzato in Political Order in Changing Societies (1968) e cioè che lo sviluppo politico, la creazione di istituzioni funzionanti e rispettate, siano condizioni necessarie per il buon governo e lo sviluppo socio-economico, ma mostra come e a quale livello l’istituzionalizzazione possa essere perseguita con successo.

Il volume di de Tray è fondamentale perché assicura che le lezioni apprese dal conflitto in Iraq e in Afghanistan non vadano perdute, e, leggendolo, non si può far a meno di pensare come sarebbero andate queste due counter-insurgencies se si fosse saputo allora quello che si può apprendere oggi leggendo il volume di de Tray.

 

 

L’irrisolta questione tedesca nell’era Trump

Il Dipartimento statunitense del commercio ha concluso l’inchiesta sulle importazioni di auto europee negli Stati Uniti e ha consegnato il dossier alla Casa Bianca. Secondo quanto riportato dal giornale tedesco Handelsblatt – che ha visionato una bozza – il Dipartimento ha stabilito che l’import di auto europee negli USA rappresenta una minaccia alla sicurezza nazionale e ha indicato tre possibili contromisure: dazi del 20-25% (la misura più dura), dazi mirati (per esempio solo sulle auto elettriche), dazi inferiori al 20%  accompagnati da sostegni all’industria automobilistica nazionale.

L’irrisolta questione tedesca nell’era Trump - Geopolitica.info

Secondo la FAZ (altro giornale tedesco), la lobby dell’industria automotive statunitense sta facendo pressione contro l’introduzione di dazi perché questi danneggerebbero anche le loro produzioni per via dell’aumento del costo dei componenti importati dall’Unione Europea. Donald Trump ha 90 giorni di tempo a partire dal 18 febbraio per prendere una decisione, attualmente nessuno sa quale sarà la sua scelta. L’unica certezza è che adesso il presidente degli Stati Uniti ha in mano un’arma negoziale utilizzabile in più modi, sia nella scelta delle contromisure che nella tempistica con cui applicarle, soprattutto in funzione delle scadenze connesse alla Brexit.

Per esempio, Trump potrebbe agire  con una mossa repentina e colpire il settore automotive europeo prima della conclusione di un accordo per la Brexit ormai sempre più difficile. Una mossa del genere metterebbe sotto pressione i negoziatori europei, costretti a cedere su alcune richieste britanniche per evitare una crisi su due fronti aperta dalle tariffe “punitive” degli Stati Uniti da una parte, e da quelle del WTO che entrerebbero automaticamente in vigore tra UK e UE in caso di una Brexit senza nessun accordo. La scelta sarebbe interpretata come una mossa di Washington in soccorso di Londra, sancendo il ritorno a un comportamento più assertivo dello storico asse Angloamericano che a quel punto si schiererebbe contro quello franco-tedesco. Un’applicazione dei dazi così veloce significherebbe anche che Trump ha scatenato la guerra commerciale con l’UE mentre sta ancora negoziando con la Cina, dimostrando di essere disposto ad aprire due fronti.

Altrimenti, la Casa Bianca potrebbe rimandare la decisione il più possibile – tra aprile e maggio – aspettando di sapere quale dei tre scenari della Brexit si sarà effettivamente realizzato. Il primo scenario è uno stallo del negoziato per la Brexit con l’estensione dell’art. 50 e il caos politico a Londra, il secondo è un accordo pieno per una Brexit ordinata che scongiuri il rischio di crisi su due fronti, consentendo all’UE di affrontare la guerra commerciale con gli USA, il terzo è una Brexit senza accordo su cui Trump potrebbe decidere di infierire introducendo i dazi alle auto, come appena descritto.

Comunque vada, in caso di dazi sulle auto europee la Germania sarebbe il paese più colpito, molto più della Francia. Berlino sarebbe indotta a soddisfare alcune delle richieste americane, in maniera da risolvere il prima possibile una guerra commerciale che metterebbe in crisi il modello economico su cui si basa la potenza tedesca. Ma la posizione della Germania sarà influenzata anche dalle scelte della Francia, dal modo in cui Parigi e Berlino troveranno una posizione comune su come affrontare le sfide economiche poste dagli Stati Uniti e dalla Cina, minacce che stanno portando a un asse franco-tedesco più orientato al protezionismo commerciale come si è visto nel caso Alstom-Siemens. Una guerra commerciale così apertamente dichiarata influenzerà l’opinione pubblica tedesca, francese ed europea, con ripercussioni dirette sul risultato delle elezioni europee del 26 maggio. Le implicazioni di una guerra commerciale transatlantica lanciata nei prossimi tre mesi vanno oltre i semplici dossier commerciali, l’Italia rischia di trovarsi in mezzo alla contesa senza possibilità di agire concretamente, in balia delle scelte europee e americane.

La notizia ha causato un’immediata risposta diplomatica, iniziata con il discorso di Angela Merkel alla Conferenza per la sicurezza di Monaco (MSC 2019), dove la Cancelliera ha detto davanti a Mike Pence e Ivanka Trump che trova incomprensibile che le auto tedesche vengano considerate una minaccia alla sicurezza nazionale statunitense visto che gran parte di queste sono costruite in fabbriche americane, sottolineando che lo stabilimento in South Carolina è più grande di quello in Baviera. Ovviamente Merkel ha ragione, anche Trump lo sa bene, ma aprire questo dossier è l’unico mezzo legale per imporre tariffe senza violare le regole del WTO. Jean-Claude Juncker invece ha detto che se saranno introdotti dazi la reazione dell’UE sarà immediata, una delle prime cose a essere messe a rischio sarebbe la promessa di aumentare l’import di soia e gas naturale liquefatto (LNG) statunitense.

Il rapporto USA-Germania è cambiato profondamente negli ultimi anni, ed è sulla questione tedesca che si basano tutte le relazioni bilaterali tra Stati Uniti e Unione Europea, soprattutto adesso che il Regno Unito è in uscita. Anche dopo la presidenza Trump sarà difficile riportare le relazioni al precedente status quo, le ragioni di conflitto sembrano sostanziali: il surplus della Germania (quindi dell’Eurozona), il progetto per il gasdotto Nord Stream 2, lo scarso impegno nella NATO, la questione del nucleare iraniano e tanto altro.

Nella CDU ci sono politici che vorrebbero imporre una svolta netta al rapporto Washington-Berlino, uno di questi è Norbert Röttgen, presidente del comitato per gli affari esteri del Bundestag. Röttgen vorrebbe annullare la realizzazione del Nord Stream 2 e aumentare il budget per la difesa, con l’idea che fare i primi passi verso le richieste degli USA apra la strada verso una riappacificazione e una relazione più stretta, ma la realtà è che la sua posizione non è maggioritaria nel suo partito, né nel resto del panorama politico tedesco.

La stessa Angela Merkel non ha investito il suo capitale politico verso un approccio di questo tipo, lasciando che la Germania continuasse a capitalizzare al massimo i vantaggi economici dell’Eurozona e i vantaggi diplomatici di vivere all’ombra degli Stati Uniti, approfittando dello spazio d’azione consentito da questo status di neutralità sostanziale. Il tempo dell’ambiguità però sta finendo, ed è proprio per questo che il 2019 sarà un anno importante per la Germania e per l’Europa intera, un anno in cui si cominceranno a capire molte cose sugli assetti geopolitici del mondo di domani.

Isis rivisitato. Metastasi jihadiste online

«Una vittoria 100% sul Califfato» è la categorica affermazione di Trump twittata per annunciare il ritiro dei soldati americani dalla Siria. Nella stessa occasione, il presidente USA ha chiesto che Gran Bretagna, Francia, Germania e altri alleati europei si «riprendano» e processino gli 800 combattenti dell’Isis catturati dai soldati americani in Siria, pena il loro prossimo rilascio.

Isis rivisitato. Metastasi jihadiste online - Geopolitica.info Euronews

Procediamo con ordine.

Innanzitutto il ritiro delle truppe americane potrebbe portare a una situazione molto rischiosa per i curdi, principali fautori della sconfitta di Isis, i quali non avranno più la protezione USA su cui finora hanno potuto contare a sfavore della Turchia. Di fatto, per la Turchia, i curdi sono dei terroristi che attualmente controllano il 30 per cento circa della Siria (soprattutto il nord-est del Paese) in una porzione di territorio demarcata da Kobane, Raqqa, Deir el Zor fino al confine con l’Iraq. La Turchia, aspira all’avvio di un’operazione anti-curda in Siria che potrebbe generare per Isis la vantaggiosa opportunità di riorganizzarsi grazie al ritiro dei suoi due principali nemici (USA e i curdi).

Isis, dal canto suo, negli ultimi due anni ha perso il controllo di quasi tutti i territori contro l’Iraq e contro l’alleanza curdo-araba sostenuta dagli USA. Questo ha portato l’organizzazione a divenire, da Stato con un territorio ben delimitato, regole ed istituzioni proprie, una complessa rete di gruppi jihadisti che agiscono in autonomia secondo tecniche di insurgency imprevedibili e senza un’apparente logica.

Isis è cambiato, non sconfitto. E questo è dimostrato da almeno due elementi.

A ben vedere non sarebbe la prima volta che, non molto dopo l’annuncio della completa sconfitta dell’organizzazione, riemergano gruppi di jihadisti che sfruttano la debolezza del governo e l’abbandono da parte dei civili di intere aree che diventano terreno fertile per la loro riorganizzazione. Basti pensare alle metastasi qaediste ri-formatesi nel 1989, 1996 e 2001. Anche l’analista Hisham al Hashimi ha affermato che nonostante «il governo iracheno abbia fatto un buon lavoro dal punto di vista militare, non è riuscito a fare altrettanto nel portare stabilità» alle aree liberate, che, di fatto, sono rimaste alla mercé dell’Isis. Questa potrebbe rappresentare una prima causa della sua rinascita. Le stime sul numero di militanti Isis dispersi tra Siria e Iraq vanno da 20.000 a 30.000. Tra l’altro, cellule affiliate sono attualmente attive in Afghanistan, nelle Filippine meridionali, nella penisola del Sinai, in Egitto, in Libia senza contare le formazioni simpatizzanti presenti in Nigeria (Boko Haram), in Somalia, in Kenya.

Quello di Trump sembra piuttosto un tentativo di mettere pressione ai governi europei, specificando di non voler «vedere questi combattenti penetrare in Europa, dove si prevede che vadano» e cogliendo l’attimo per criticare il mancato intervento nella guerra, tutt’altro che finita, che ha distrutto la Repubblica araba: «noi abbiamo fatto e speso molto, ora tocca ad altri fare il lavoro che sanno fare». Forse, però, si sta dimenticando che la strategia del terrorismo di matrice jihadista non si sottrae al paradigma conflittuale di una “guerra ibrida” (combattuta cioè, sia sul campo che online). A questa partecipano non solo soggetti attivi contendenti (organizzazione terroristica e Stato) e sponsor (registi occulti e finanziamenti necessari per condurre nel tempo prolungate attività terroristiche), ma anche attori interessati al suo ampliamento al fine di conseguire determinati obiettivi strategici, favorendo la sua ascesa a terrorismo internazionale.

La technowar non ha alcun tipo di regolamentazione dal momento che i suoi attori non sono statuali e per la maggior parte anonimi. Di fatto Isis ha trovato nell’ICT la pietra miliare della sua guerra, sviluppatasi lungo i fronti più eterogenei: teatri operativi, apparati informativi, strutture economiche, ambiente psicologico e politico favorevole per “fare” community. Ciò ha facilitato l’ascesa di uno jihadismo “autoctono” con una diffusa presenza sul web che ha permesso, oltre alla diffusione della propaganda, la creazione di una rete virtuale di contatti ideologicamente affini. La cosa interessante è che tale jihadismo risulta avere pochissimi legami con luoghi di culto presenti sul territorio (associazioni, moschee), divenuti piuttosto punti ostili per gli jihadisti, in quanto sotto controllo dalle forze dell’ordine.

Già nel 2016 da un rapporto di Europol intitolato ‘Cambiamenti nel Modus Operandi dell’Isis rivisitato’, emergeva il continuo aumento degli arresti e dei procedimenti giudiziari in tutta l’UE per reati legati al terrorismo di natura jihadista. Questa, da un lato, è la prova dell’elevata priorità assegnata alla lotta al terrorismo nelle forze dell’ordine e nel sistema giudiziario, dall’altro rappresenta la necessità di migliorare lo scambio di informazioni tra Paesi in quanto, fintantoché l’Isis rimarrà attivo in Siria e in Iraq, anche qualora sconfitto, continuerà con i tentativi di incoraggiare e organizzare attacchi terroristici nell’UE, supportato dal mercato nero, dal virtuale, dal deep web. Ed è questo il secondo elemento che favorisce la regolare presenza seppur non obbligatoriamente fisica, dello Stato Islamico, «nei cuori e nelle menti» dei suoi seguaci.

In merito ai foreign fighters presenti soprattutto nelle prigioni curde, catturati durante gli scontri tra curdi e Isis, sembra che ci sia difficoltà nell’individuazione di una collocazione idonea, in quanto, da un lato, i curdi dichiarano di non avere le risorse per mantenerli in Siria, dall’altro gli Europei, nel rispetto delle singole legislazioni nazionali, fanno fatica a riaccettarli e gli eventuali programmi di de-radicalizzazione risultano essere molto costosi soprattutto alla luce del risultato che difficilmente è possibile ottenere.

Non si può affermare con certezza cosa accadrà ai curdi a seguito del ritiro delle truppe Usa che hanno protetto fino ad oggi il Kurdistan siriano da eventuali attacchi da parte della Turchia. È evidente, però, che la questione dei foreign fighters presenti nelle prigioni del nord-est della Siria sarà uno dei temi caldi del 2019 a cui presteranno particolare attenzione molti Paesi del mondo, soprattutto quelli europei.

Dalla Conferenza di Monaco: la politica di sicurezza europea non può più essere data per scontata

Su Afghanistan, Siria, Iran emergono visioni contrapposte tra Europa e Stati Uniti e sull’Africa, un dossier particolarmente importante per l’Italia, una necessità di governare il fenomeno migratorio. Cosa si è detto durante la Conferenza sulla sicurezza di Monaco.

Dalla Conferenza di Monaco: la politica di sicurezza europea non può più essere data per  scontata - Geopolitica.info

Gli Stati Uniti si presentano a Monaco in versione strong Bi-partisan con la presenza di Nancy Pelosi e una folta delegazione. Il vice-presidente Mike Pence ha parlato di una rinnovata forza americana tanto economica quanto militare. Sottolineando la creazione di 5 milioni di posti di lavoro, la dimostrazione per Pence di quanto il protezionismo americano abbia funzionato. L’obiettivo americano ha dichiarato Pence all’inizio del suo discorso durante i lavori della Conferenza inaugurata la scorsa settimana a Monaco, non è era quello di isolare gli Stati Uniti ma di renderli più forti di fronte alle sfide che l’Occidente sta affrontando e mettere un freno alla deriva economica nazionale. Per ciò che concerne le sfide della sicurezza internazionale, la Nato, nonostante le controverse dichiarazioni del Presidente Trump, risulta essere ancora molto importante. Un rafforzamento americano significa anche un rafforzamento militare, ha sottolineato il vice-presidente. Questa è la visione di forza e di leadership del presidente Trump. É chiaro che la visione di Trump sulla Nato sia anche quella di suggerire agli alleati una maggiore spesa nel procurement militare, con lo scopo di rinnovare la partecipazione di tutti gli Stati dell’alleanza. In materia di sicurezza, quella militare resta la principale difesa su cui gli Stati Uniti chiedono di sostenere una visione comune, tra Eu e Usa, pur affrontando il vice presidente apertamente la questione Huawei, su cui gli Stati Uniti hanno precisato che non sosterranno chi continua a dipendere dall’Est. Pence ha parlato di un cambiamento di tattica non di missione che resta nelle sue parole indirizzata alla lotta contro il terrorismo internazionale.

Per l’Europa non sarà facile prendere le giuste decisioni, ci sono davvero molti fattori da valutare: primo fra tutti la perdita del suo alleato più importante potrebbe lasciare il continente privo di una sicurezza vitale oggi garantita dall’ombrello Nato ma d’altra parte ciò che l’Amministrazione Trump ha portato avanti con il ritiro dal JCPOA e dall’INF non lasciano molto spazio di discussione politica. Quello che l’Europa si trova ad affrontare è un vuoto di natura politica senza precedenti e una imposizione di leadership da parte degli Usa. Questa divisione potrebbe però costare cara proprio agli Usa, lasciando ad altri Paesi – come la Cina, la possibilità di avanzare attraverso una deriva autoritaria conquistando potere e influenza in Europa. Nel bel mezzo di questa bufera, quella di Maduro è solo l’ultima prova di un’alleanza che gli Stati Uniti stanno testando.

C’è una guerra non solo commerciale in corso, combattuta a colpi di retorica politica, in cui gli Usa si rivolgono di nuovo  all’Occidente affinché si mantenga unito, e possa trionfare nuovamente sotto la guida americana. Eppure durante la Conferenza è emerso quanto il concetto stesso di sicurezza sia diverso tra Europa e Stati Uniti. Le nuove politiche di Trump hanno allontanato gli Usa da obiettivi comuni e più comprensivi come la food security o la lotta contro i cambiamenti climatici e se l’interdipendenza è e sarà una costante del futuro allora è necessario andare oltre la componente militare, ha dichiarato la Cancelliera tedesca Angela Merkel.

Sull’Africa, ha dichiarato la Merkel l’Europa potrebbe imparare dalla Cina, ma anche questo dossier rischia di dare qualche preoccupazione ai paesi europei stretti tra la leadership protezionista di Trump e quella autoritaria di Pechino. Si è ribadita la necessità di fermare l’immigrazione africana, mettendo a disposizione investimenti per creare condizioni economiche adeguate, sottolineando come siano inutili iniziative politiche come il G5 Sahel se poi tali azioni non possono essere sostenute da investimenti reali. Ha richiamato come partner africano la Cina.

Sulla Nato ci si continua ad interrogare, su cosa significhi oggi in questo scenario sempre più multipolare un’alleanza difensiva occidentale: la Germania e la Francia insistono che riprenda il dialogo tra Nato e Russia, messo a dura prova dalla frattura del 2014 con l’annessione russa della Crimea. La Merke ha inoltre messo in luce che nonostante le violazioni del trattato INF da parte Russa, la presa di posizione da parte degli Usa di un ritiro dall’accordo potrebbe avere un impatto per l’EU, come pericolo per la Sicurezza europea. A tal proposito la cancelliera è tornata a prporree l’idea di sviluppare una difesa comune europea, progetto che resta comunque ancora privo del sostegno politico ed economico adeguato.

Quello che emerge in sostanza è la necessità di affrontare le sfide del prossimo futuro secondo un approccio diverso, più consapevole dello scenario geopolitico attuale. L’UE cerca ancora di condividere con gli Usa una politica comune, di condivisione di valori e mostra la necessità di restare ancorata all’Alleanza Atlantica non sono come alleanza militare ma prima di tutto come gruppo unito da una visione comune. La Merkel a tale proposito ha ricordato l’ingresso della Macedonia del Nord nella Nato come un esempio di coraggio per far fronte alle crisi locali e di conseguenza globali e quindi l’avvicinamento dei Balcani all’orbita occidentale.

Quale cooperazione vogliamo? Si è chiesta la cancelliera richiamando gli alleati al tavolo delle trattative. Ma sa bene che non potrà allentare l’ordine mondiale esistente come gli Usa stanno facendo. Chi si occuperà di ricucire i pezzi? La risposta della Germania a quanto pare è chiaramente  nel multilateralismo.

Gli sviluppi del Caso Huawei in un crescendo di tensione tra Canada e Cina

La richiesta da parte del Primo Ministro canadese Justin Trudeau delle dimissioni di John McCallum, Ambasciatore canadese a Pechino, è arrivata in seguito alle controverse dichiarazioni dell’Ambasciatore ai giornalisti di lingua cinese durante un raduno ospitato dal Canada China Guanxi Council (CCGC) martedì a Markham, a nord di Toronto e riportate poi in un’intervista dal magazine “The Star Vancouver”.

Gli sviluppi del Caso Huawei in un crescendo di tensione tra Canada e Cina - Geopolitica.info

Secondo McCallum sarebbe stato auspicabile per il Canada una rinuncia da parte degli Stati Uniti della richiesta di estradizione della CEO di Huawei Sabrina Meng, dichiarandosi personalmente propenso ad una soluzione di compromesso per il rilascio dei due cittadini canadesi arrestati in Cina. Aggiungendo alle dichiarazioni altre considerazioni personali che riguardano le argomentazioni in favore della signora Meng ritenute dall’Ambasciatore “efficaci” per ottenere il respingimento dell’estradizione davanti al giudice canadese considerato il coinvolgimento politico e le motivazioni anti-cinesi del Presidente Trump che ne chiede l’estradizione e la mancata ratifica da parte canadese delle sanzioni all’Iran, motivo dell’arresto della Meng.

Dichiarazioni che hanno immediatamente sollevato voci di disappunto nella componente conservatrice del governo, che ha accusato l’Ambasciatore McCallum di interferire politicamente sul caso che dovrà essere giudicato dalla corte, chiedendone a gran voce le dimissioni.

Intanto i media canadesi hanno avanzato qualche considerazione sui legami personali tra John McCallum e la Cina. Componente della fazione ‘Liberal’ del Parlamento canadese, ex Ministro della Difesa nel 2002-03, si è definito pubblicamente un “amico” della Cina, dichiarando di essere lui stesso sposato con una donna di origine cinese, oltre che tutti e tre i suoi figli, assicurando – come da lui stesso dichiarato – così per mezzo della sua famiglia un buon contributo ai legami tra la Cina e il Canada fin dal suo trasferimento a Pechino come ambasciatore nel 2017. Altri siti hanno poi riportato il presunto legame personale tra McCallum e alcuni esponenti governativi cinesi, a vari livelli, oltre che con il mondo economico sino-canadese. Un presunto conflitto di interessi che dunque non lo renderebbe adatto a svolgere in modo imparziale il suo ruolo politico in un momento così delicato delle relazioni tra Canada e Cina.

Il Presidente del Canada China Guanxi Council (CCGC), luogo dove l’ex Ambasciatore era stato invitato, Thomas Qu, amico di McCallum aveva dichiarato su China Daily che se l’estradizione dovesse accadere, ciò comporterebbe, un incrinarsi delle relazioni tra Canada e Cina per decenni, aggiungendo che “la comunità cinese in Canada esorta entrambi i governi a usare la saggezza per trovare una soluzione rapida per risolvere questa crisi prima che le cose peggiorino diventando fuori controllo”.

Wang Haicheng, Presidente della Federazione della Camera di Commercio sino-canadese, ha affermato che la comunità imprenditoriale cinese in Canada non si aspetta che le relazioni tra i due paesi vengano compromesse a causa di un trattamento inadeguato del caso Huawei, per evitare conseguenze negative sui progressi nel commercio Canada-Cina negli ultimi anni.

David Mulroney, ex ambasciatore del Canada in Cina, alla nomina di McCallum si era detto positivo, ritenendo la nomina di utilità nella creazione di un possibile accordo di libero scambio con la Cina, grazie al background economico del politico che avrebbe certamente dato un nuovo impulso alle relazioni tra i due Paesi, senza mai negare però la preponderanza data alle questioni di sicurezza nazionali, che gravano presumibilmente sul caso Huawei, come avevo già approfondito in un precedente articolo. “La Cina”- aveva dichiarato Mulroney – “è e rappresenterà una sfida crescente per la sicurezza, sia che si tratti di cyber-spionaggio che di interferenze negli affari canadesi”, compromettendo inoltre i rapporti con gli Stati Uniti, suo principale partner commerciale.

Oltre a Canada, Australia, Nuova Zelanda e Gran Bretagna, anche la Norvegia ha annunciato di stare valutando le implicazioni sulla sicurezza nazionale dell’apertura a Huawei nella propria rete di telecomunicazioni 5G. Paure non infondate che hanno di recente coinvolto la Polonia. Due settimane fa l’arresto da parte dell’agenzia polacca per la sicurezza nazionale di un cittadino cinese dipendente di Huawei e di uno polacco con l’accusa di spionaggio.

Come ulteriore atto di pressione politica, dopo l’arresto di Michael Kovrig e Michael Spavor, la Cina ha di recente condannato a morte un cittadino canadese, Robert Schellenberg, detenuto per spaccio di droga, dopo una sentenza che lo aveva già incriminato per 15 anni lo scorso novembre. In risposta il Primo Ministro Trudeau ha divulgato una nota mettendo in guardia tutti i cittadini canadesi in Cina di possibili ritorsioni nei loro confronti.

“La hostage diplomacy” – scrive il professor Steve Tsang, direttore del China Institute alla SOAS School of Oriental and African Studies di Londra “deve essere considerata ripugnante nella comunità internazionale, e qualsiasi paese che la pratica danneggia in modo significativo la sua reputazione, l’immagine internazionale e la credibilità come partner internazionale.”

Nonostante le gravi preoccupazioni e le proteste della società civile internazionale, Pechino non si arrende. Xu Xijin, Direttore del quotidiano cinese Global Times, testata sorella del Quotidiano del Popolo, organo del Partito comunista in un video rilasciato dallo stesso giornale aveva espresso chiaramente che: “se il Canada procede con l’estradizione della Meng negli Stati Uniti, la Cina utilizzerà metodi ben più gravi che l’arresto come punizione” . Una terribile ipotesi che certamente segna un grave precedente nelle relazioni con la Cina di cui l’Occidente intero dovrebbe tener conto.