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L’Europa accelerata, tra lo scontro USA-Cina e le volontà nazionali

Tutto il continente europeo è stato gravemente colpito dal virus e Paesi come l’Italia, la Spagna, il Regno Unito e la Francia hanno registrato centinaia di migliaia di contagi e decine di migliaia di morti, come ormai sappiamo dai costanti bollettini che hanno riempito in maniera spasmodica i mass media. Abbiamo però potuto ascoltare e leggere da molti osservatori come il risultato principale derivato dall’emergenza del Covid-19 sia stato quello di accelerare in maniera impetuosa le dinamiche nazionali e internazionali, già in atto prima dello scoppio della pandemia. Ciò è verificabile sia per lo scontro USA-Cina sia per quanto riguarda le dinamiche intra europee.

L’Europa accelerata, tra lo scontro USA-Cina e le volontà nazionali - Geopolitica.info

Il Vecchio continente, con l’Italia in primis, si è trovato ad essere il campo di battaglia dove le due grandi potenze mondiali, USA e Cina, duellano a colpi di promesse economiche e aiuti sanitari. L’obiettivo cinese, più o meno dichiarato, è quello di sfilare pezzo dopo pezzo i Paesi europei dal controllo che Washington ha avuto negli ultimi decenni. È evidente che per il valore prima culturale e poi economico avuto nel corso della storia, chi detiene un’influenza maggiore sull’Europa avrà la forza di ergersi come prima potenza mondiale.

Pechino, pur con palesi errori e omissioni nella gestione del coronavirus, sembra aver raggiunto già diversi risultati positivi, basti vedere i risultati dei diversi sondaggi fatti in Italia sulla percezione che la popolazione italiana ha delle alleanze internazionali del Paese. Washington si è trovata nella posizione di dover rincorrere la Cina sul piano degli aiuti, forte però di una posizione di partenza nettamente favorevole. Senza contare che al momento gli Stati Uniti sono il Paese con più contagi e vittime accertate, quindi non facili problematiche interne da dover gestire.

Come se non bastasse questa macro contesa, si può dire che il virus ha di fatto scoperchiato il desiderio e la ricerca, volente o nolente, di un ruolo maggiore degli stati nazionali, a discapito ovviamente delle organizzazioni internazionali e del multilateralismo. L’Unione Europea si sta trovando innegabilmente in difficoltà nel definire delle risposte economiche univoche da dare in particolar modo alle regioni più colpite. Anche nella gestione e convivenza del virus ogni Paese ha di fatto agito autonomamente, ognuno con misure e tempistiche diverse. 

Gli aiuti sanitari tra i diversi Stati europei ci sono stati, magari non immediati, ma molto più di quanto si pensi o sia comparso sulle prime pagine dei giornali o nei programmi televisivi in prima serata. Nelle ultime settimane sono stati numerosi, infatti, i casi di pazienti ospitati in strutture ospedaliere straniere, le tonnellate di materiale sanitario spedite, o equipe mediche ‘prestate’ ai Paesi confinanti. Tutti questi esempi sono però avvenuti senza sbandieramenti o propagande fumose, come quelle cinesi o russe. 

Ma nel momento di crisi, e quindi del bisogno, (ri)affiorano infatti i singoli interessi nazionali che mettono a dura prova una condotta unitaria. Di fatto l’Unione è divisa tra il blocco dei Paesi del Nord (Olanda, Austra, Danimarca, Svezia tra tutti) e quello dei Paesi del Sud (come Italia, Spagna, Portogallo e Grecia), mentre giocano quasi una partita a sè i Paesi del gruppo di Visegrad con posizioni e allineamenti controversi. La mediazione è affidata inevitabilmente all’asse franco-tedesco, visto il ruolo di potenze continentali, il loro particolare legame, e la capacità di Parigi e Berlino di farsi interpreti meno radicali dei due ‘schieramenti’. Una menzione va fatta per il Regno Unito, ormai non più coinvolto nelle decisioni comunitarie anche se le trattative per la definizione della Brexit sono ancora (stentatamente) in piedi. Londra, colpita duramente dal Covid-19, è impegnata anch’essa nella contesa tra Cina e USA, in particolar modo sul tema del 5G.

Come detto in precedenza queste divisioni esistevano ben prima dello scatenarsi del virus, ma la pandemia ha fatto sì che le tensioni più o meno sopite si palesassero. Analizzando il caso italiano, anche se la situazione è abbastanza simile in altri Paesi, si sono ancora di più polarizzate le contrapposte visioni di chi pensa ci sia bisogno di un’Unione Europea più vicina, stabile e attiva, poichè reputa necessaria una risposta multilaterale alle sfide attuali globali (vedasi Covid-19), e chi invece pensa che l’UE abbia fallito ed è pronto ad andare oltre facendo affidamento sulle forze del proprio Paese. L’antieuropeismo spesso è derivato dai risentimenti verso singoli Paesi ‘colpevoli’ di sfruttare una posizione di vantaggio, economico e non, ai danni dell’Italia, soprattutto nelle questioni che hanno tenuto banco in questi anni nell’agenda europea: la crisi finanziaria e i flussi migratori. Una posizione cresciuta esponenzialmente soprattutto negli ultimi mesi.

Nel futuro prossimo, visto il sempre più probabile protrarsi del virus nei mesi a venire, queste dinamiche evolveranno nel nostro Paese ed in tutto il continente europeo. Lungi dal voler indicare la correttezza di una delle due visioni, poiché sarebbe impossibile motivarla in poche righe; quello che per chi scrive appare necessario è il superamento di sterili ‘arroccamenti’ su proprie posizioni, ostinatamente presenti in entrambi gli schieramenti, senza tentare di operare una sintesi capace di racchiudere al proprio interno la vera volontà del Paese. 

Luca Sebastiani,
Geopolitica.info

La scacchiera geopolitica dell’asse Usa, Europa, Cina: i Balcani

Quando negli anni precedenti alla crisi del 2008 l’Europa politica si rifiutò di accogliere la sfida lanciata da Pechino per cercare di attuare una progressiva de-dollarizzazione dei mercati internazionali, certamente non immaginava che da lì a poco sarebbe andata incontro a una crisi di secondo livello capace di portare i debiti sovrani a toccare quote vertiginose. Mal digerito il rifiuto di Bruxelles, Pechino fu costretta a dirigere i propri commerci oltreoceano, aiutando indirettamente Washington a uscire dalla regressione e a imboccare la via dell’espansione. In poco tempo la crescita americana toccò quota 4% facendo registrare un importane aumento sotto il profilo occupazionale. L’Europa, invece, intraprese una lungo e tortuoso periodo di crisi che acutizzò le differenze economiche tra i Paesi membri. 

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Pechino scruta l’Europa 

Rispetto a quindici anni fa, quando le grandi potenze asiatiche si affrettavano a comprare euro per vendere dollari, oggi l’Europa appare tutt’altro che monolitica. Le spaccature interne, dettare da misure economiche che hanno indebolito i Paesi del Mediterraneo a scapito dei Paesi del Nord (pensiamo ad esempio al cosiddetto terzo shock europeo con l’allargamento dei mercati ad Est), hanno portato i vicini asiatici ad affacciarsi nuovamente sul Vecchio Continente, sondando il terreno per comprendere la profondità delle crepe. Nello specifico, la Cina, dopo aver sperimentato la pratica del soft power in Australia e in molti Stati africani, ha deciso di investire con maggiore insistenza nel quadrante dei Balcani Occidentali, ovvero quello che da molti viene considerato il “cortile di casa” dell’Unione Europea. Il destino dei Paesi dell’ex Jugoslavia sembra da sempre legato a doppio filo con quello dell’Europa Centrale, tornando a ricoprire ciclicamente ruoli più o meno principali per il futuro dell’intero continente.

Oggi, nei Balcani, si sta giocando una nuova partita tra l’espansionismo cinese e quello europeo. Le ragioni interne alla Unione, però, hanno creato una ragnatela di trame specifiche che spesso si scontrano e si sovrappongono a seconda dei casi. Con la pandemia provocata dal Covid-19, molti di questi interessi sono diventati maggiormente visibili, costringendo le parti ad intervenire in maniera più o meno diretta. In questi ultimi giorni sono stati almeno tre gli avvenimenti cruciali che hanno interessato la geopolitica balcanica. 

La Serbia e il Montenegro non sono Stati democratici

In primo luogo, il rapporto del think-tank americano Freedom House ha recentemente retrocesso la Serbia e il Montenegro da “democrazie” a “regimi ibridi”. Infatti, secondo il parere della più antica organizzazione americana per il supporto e alla difesa della democrazia in tutto il mondo, la Serbia negli ultimi 5 anni avrebbe perso molti punti nella graduatoria Nations in Transit, raggiungendo così il Montenegro, che già dal passato anno era stato classificato come Stato non democratico. Nello specifico, le accuse mosse a Belgrado ruoterebbero intorno alla trasparenza di alcuni procedimenti legislativi. Infatti, come emerge dal rapporto: “In Serbia, l’opposizione non ritiene di poter difendere efficacemente i cambiamenti politici perché il partito al potere ha lavorato per negargli l’opportunità di farlo, e dubita che potrà mai conquistare il potere attraverso le elezioni. Pertanto, ha scelto di boicottare il Parlamento nelle prossime elezioni del 2020. […] Il Partito di Vučić abusa della sua maggioranza in Parlamento, confondendo le attività del partito con quelle dello Stato, facendo pressione sugli elettori e utilizzando misure sociali per comprare consenso.”

A muovere dei dubbi, però, non è tanto la risoluzione nello specifico, ma più la tempistica di tale dichiarazione. Infatti, in questi ultimi mesi di crisi sanitaria, il governo di Pechino e quello di Belgrado si sono cercati con ancor più insistenza. Gli investimenti del gigante asiatico nell’ex capitale Jugoslava sono di vecchia data: l’allocazione di circa 10 miliardi per l’acquisizione cinese dell’impianto dismesso di Smederevo ( trasformato in seguito in uno maggiori snodi dell’economia interna, nonché fiore all’occhiello nel campo dell’export), e il finanziamento per l’ammodernamento della linea ferroviaria Budapest-Belgrado ( il cui costo di circa 1,7 miliardi è stato erogato dalla Exim Bank of China per l’85%), testimoniano come l’interesse cinese si muova verso gli Stati adiacenti all’Unione Europea. Inoltre, nel momento del bisogno, il presidente serbo Aleksandar Vučić si è rivolto direttamente a Pechino per chiedere aiuti e dispositivi di sicurezza per fronteggiare la virulenza del Coronavirus. Quanto domandato è stato immediatamente corrisposto, a costi di favore e in misura superiore per quantità. In quest’ottica, le recenti dichiarazioni di Vučić, secondo cui “l’unico Paese che può aiutarci è la Cina”, hanno tutto il sapore di un proclamo anti-Occidentale tramite il quale la Serbia cerca il suo agognato riscatto. 

Il vertice di Zagabria

Tanto negli States quanto in Europa, gli annunci di Belgrado hanno risuonato come un vero e proprio campanello d’allarme, sollecitando azioni immediate. Infatti, altrettanto poco casuale appare il recente vertice di Zagabria tra Ue e Balcani Occidentali. Al termine dell’incontro è stato erogato un pacchetto di circa 3,3 miliardi d’euro che andrà a finanziare il settore sanitario della Regione, attraverso la fornitura di beni essenziali. Altri 750 milioni di euro saranno destinati alla microfinanza, mentre quasi 2 miliardi andranno a coprire il settore degli investimenti. Allo stesso tempo, però, l’Europa si congeda senza alcun tipo di pianificazione o programmazione economica futura, e senza nessuna nuova spinta coesiva tra le diverse etnie presenti nel territorio.

 Nelle sei pagine del documento finale emergono solamente raccomandazioni e consigli, spesso, però, verosimilmente irrealizzabili per la realtà infrastrutturale di alcuni Paesi. “Gli investimenti – sostiene la relazione finale – sono di fondamentale importanza per stimolare la ripresa della Regione sul lungo termine e sostenere le riforme necessarie per continuare ad avanzare sul percorso europeo e colmare le disparità. I Balcani Occidentali dovrebbero trasformarsi in economie di mercato funzionanti, in grado di connettersi pienamente al mercato unico dell’UE. Creare posti di lavoro e opportunità imprenditoriali, migliorando il clima degli investimenti e promuovendo lo Stato di diritto…”. 

La teoria, però, è quanto mai distante dalla pratica. Pensiamo a realtà come la Bosnia ed Erzegovina o il Kosovo, dove le reti ferroviarie sono ancora in larga parte inutilizzabili, e nel sottosuolo sono presenti più di un milione di mine inesplose. La tipologia di investimenti esteri di cui parla Unione Europea diventa impraticabile senza prima cospicui finanziamenti a fondo perduto, volti all’ammodernamento delle più basilari infrastrutture. Dall’altra parte, a inizio di quest’anno, proprio l’Unione Europea aveva trovato delle spiegazioni per motivare il suo impegno superficiale nel quadrante balcanico. Secondo quanto emerge dal rapporto The power of perspective: Why EU membership still matters in the Western Balkans, una parte sostanziale delle colpe è ascrivibile agli Stati balcanici, che osteggiano le politiche comunitarie. “Parte del motivo – scrive l’European Council on Foreign Relations – per cui l’UE non è stata in grado di affrontare il lungo stallo istituzionale della Bosnia-Erzegovina è da ricondurre al debole interesse delle élite politiche bosniache a aderire all’UE. Ciò li ha resi solo raramente disposti a soddisfare le richieste dell’UE…”

E in questa infinita serie di dualismi, il ruolo della Cina è diventato sempre più gradito ai Paesi balcanici. Senza porre alcun veto sulle politiche sociali interne o sul rispetto delle minoranze etniche e dei diritti umani, Pechino ha messo sul piatto più di 10 miliardi nella sola Serbia in 10 anni, ha acquistato il 67% del porto del Pireo e ha ristrutturato completamente l’autostrada Salisburgo-Salonicco. Logicamente, l’indifferenza cinese per la sfera sociale, ha fatto sì che i soldi degli investimenti finissero nelle mani di pochi, lasciando i Balcani in preda a una forte corruzione, una preoccupante disoccupazione e al ritorno di partiti fortemente nazionalisti. 

La Cina e l’Italia

Il terzo evento da analizzare riguarda da vicino l’Italia. Come ormai è noto a tutti, immediatamente dopo l’iniziale smarrimento europeo dinnanzi al Coronavirus, tra le prime nazioni accorse in soccorso dell’Italia troviamo proprio la Cina. Per tutto il periodo della pandemica Cina e Italia, ma anche Spagna e Grecia, hanno intensificato le relazioni diplomatiche, utilizzando l’interscambio sanitario come possibile prova generale per futuri scambi economici. Il recentissimo investimento dell’azienda statale Faw nel campo della costruzione e produzione di vetture elettriche e plug-in, ha portato nelle casse dell’Emilia-Romagna circa un miliardo d’euro, aumentando la presenza dell’industria cinese nel Bel Paese. A differenza di quanto operato negli altri Stati, la Cina sperimenterà in Italia una sorta di Soft Power occidentalizzato. Verrà, dunque, utilizzata la forza lavoro locale, permettendo allo Stivale di godere direttamente dell’incremento occupazionale, e non verrà richiesto l’inserimento obbligatorio dello studio della lingua cinese nelle scuole. In cambio, Pechino godrà di nuove importanti fette di mercato estero, incentivando la produzione asiatica nel cuore della Comunità.

Tramite un sempre maggiore numero d’investimenti nei Balcani Occidentali, Xi Jinping spera di arrivare in poco tempo a penetrare nel cuore del commercio europeo. Contemporaneamente, però, cerca di esacerbare le fratture interne dell’Unione Europea per far orbitare intorno a sé i Paesi del Mediterraneo. Per questioni logistiche, realtà come Italia e Spagna, trarrebbero cospicui vantaggi se una parte del commercio europeo provenisse dal blocco balcanico, potendo mettere per prime le mani sui prodotti extraeuropei. Bruxelles, sembrerebbe essersi resa conto dall’insidia, e dunque, avrebbe agito con urgenza finanziando i circa sei miliardi nel vertice di Zagabria. Dall’altra parte, la bocciatura democratica proveniente dall’America, sembrerebbe innalzare Belgrado a moderna cortina di ferro, delimitando la zona d’influenza Occidentale da quella cinese. 

Quali prospettive? 

A pagarne le peggiori conseguenze, però, potrebbe essere la popolazione balcanica, che dagli investimenti asiatici ed europei trae un esiguo giovamento. Infatti, in ambedue i casi i finanziamenti sono rivolti a specifici progetti, che spesso transitano dai grandi centri urbani nazionali. Nessun piano di riqualificazione culturale, scolastica, sanitaria, occupazionale e infrastrutturale, sembra definirsi nell’immediato futuro della Regione. Al contrario, il fatto che le ingenti somme di denaro finiscano spesso nelle tasche di persone relativamente vicine a partiti politici, potrebbe far sì che i mai sopiti spiriti nazionalisti tornino ad ardere in maniera più vigorosa, trascinando i Balcani in nuovi scontri fratricidi. Così come accadde a ridosso del 1914, alle porte d’Europa si stanno sovrapponendo vari interessi finanziari distanti e contrari, che potrebbero far diventare nuovamente i Balcani una polveriera pronta ad esplodere.  

Alla luce di tutto ciò, tornano in mente le parole dell’ex Segretario Generale dell’ONU Kofi Annan, che in merito alle guerre jugoslave di fine secolo disse: “In Bosnia-Erzegovina viene condotta una guerra mondiale nascosta, poiché vi sono implicate direttamente o indirettamente tutte le forze mondiali e sulla Bosnia- Erzegovina si spezzano tutte le essenziali contraddizioni di questo e dell’inizio del terzo millennio”

Atomiche USA in Europa: Berlino ne discute

L’ annosa questione dello stazionamento di bombe atomiche statunitensi su suolo europeo è stata riaperta lo scorso 2 maggio, quando il rappresentante dei socialdemocratici al Bundestag Rolf Mützenich ha chiesto che le armi nucleari vengano ritirate dal territorio tedesco perché lo stazionamento di questi ordigni “non aumenta la nostra sicurezza, anzi ha l’effetto opposto”. 

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Le reazioni della politica tedesca

“Dopotutto, altri paesi lo hanno fatto senza mettere in discussione la NATO” – ha ricordato Mützenich alludendo, per esempio, al ritiro delle testate statunitensi dalla Grecia nel 2001. L’esponente dell’SPD non ha mancato di indicare come motivazione della richiesta il rischio e l’instabilità derivanti dalla strategia nucleare dell’amministrazione Trump, che “ha annunciato che le armi nucleari non sono più solo un deterrente, ma armi che possono essere utilizzate per condurre la guerra”. Le dichiarazioni di Mützenich, ben viste dalla Linke, dai Verdi e da gran parte dell’opinione pubblica, sono però state tacciate di irresponsabilità dagli ambienti più atlantisti della CDU. È infatti di poche settimane fa l’annuncio della ministra della Difesa e Presidente della CDU Annegret Kramp-Karrenbauer, di aver deciso la sostituzione degli ormai obsoleti Tornado PA-200 con Eurofighter e Hornet F/A-18. Non solo i cristianodemocratici, ma anche il ministro degli Esteri Heiko Maas ha rifiutato la proposta del suo compagno di partito di azzerare gli stazionamenti nucleari sul territorio tedesco.

Un dibattito ricorrente

È vero, non si tratta di una decisione definitiva, ma di un botta e risposta nel dibattito politico. Queste pulsioni antinucleari rimarranno nell’aula del Bundestag o avranno la capacità di plasmare la politica estera e di difesa di Berlino? Ciò che non possiamo scorgere nel futuro, lo possiamo osservare nel passato. Non sarebbe infatti la prima volta che il governo tedesco si fa promotore di un ‘campo progressista’ che chiede all’Alleanza una riconsiderazione del ruolo dell’arsenale nucleare tattico dispiegato sul proprio suolo. Nel secondo governo Merkel (2009-2013) fu la figura di Guido Westerwelle, il ministro degli Esteri liberale, a portare l’antinuclearismo nel programma governativo. La presa di posizione fu tale da arrivare a promuovere nel febbraio 2010 l’invio di una lettera al Segretario Generale della NATO nella quale Westerwelle scrisse insieme agli omologhi di Belgio, Lussemburgo, Olanda e Norvegia per chiedere che le armi nucleari tattiche su suolo europeo fossero incluse in una logica di progressivo disarmo.

Stando alla prudente reazione di Maas, non sembrerebbero prospettarsi cambiamenti repentini. Alcune fonti di stampa, non escludendo prese di posizione più nette, si spingono comunque a ipotizzare uno spostamento delle testate USA dalla base tedesca di Büchel alla Polonia. Vale la pena ricordare che, se questa decisione dovesse mai essere presa, i Paesi dell’Alleanza verrebbero meno agli impegni presi nell’Atto Costitutivo NATO-Russia del 1997, con cui promettevano di non avere “nessuna intenzione, nessun piano e nessuna ragione” per stazionare armi nucleari sul territorio dei nuovi alleati dell’Est Europa.

Gli oneri della condivisione nucleare NATO

È un riaffiorare carsico quello della chiamata a liberarsi dagli stazionamenti nucleari statunitensi e da ciò che comportano in termini di costi, strategia militare e implicazioni di diritto internazionale. L’impegno a partecipare direttamente nel quadro di condivisione nucleare NATO porta infatti con sé un onere finanziario non di poco conto legato principalmente alla necessità di ammodernare e mantenere i propri aerei da combattimento a capacità duale. Su questo fronte, mentre l’Italia ha optato per gli F-35, la strategia della Germania è stata di temporeggiamenti e parsimonia. Oltre all’aspetto finanziario, ospitare gli ordigni statunitensi sembra comportare anche un costo reputazionale nell’arena politica del regime di non proliferazione. È dalla fine degli anni Novanta che Stati come Egitto, Iran e Sud Africa accusano la condivisione nucleare NATO di contravvenire agli obblighi del Trattato di Non Proliferazione. A questi si è aggiunta dal 2015 la Russia, che ha da poco ribadito di considerare gli stazionamenti nucleari USA in Europa “contrari allo spirito e alla lettera” del Trattato, di cui quest’anno si celebra un burrascoso cinquantesimo anniversario. Difficile credere che le critiche russe e dei non allineati possano minare alle fondamenta di un trattato di tale importanza e longevità, ma il costo per gli accusati c’è ed è anzitutto quello di doversi difendere.

La posizione dell’Italia

E in Italia? Il nostro paese ospita, nelle basi di Ghedi e Aviano,  quaranta armi nucleari statunitensi. Roma ha da sempre mantenuto un atteggiamento più cauto rispetto alle fughe in avanti tedesche, cercando di fungere da mediatrice rispetto al conservatorismo degli alleati orientali, affezionati alla dottrina della ‘deterrenza estesa’ nei confronti del vicino russo e contrari a ogni cambiamento dello status quo. Nel nostro dibattito parlamentare il tema della partecipazione diretta alla condivisione nucleare NATO è stato sollevato in mozioni ed interpellanze di deputati e senatori del Movimento Cinque Stelle e di Liberi e Uguali, nonché da un disegno di legge costituzionale proposto dalla senatrice De Pin (M5S) nel 2015. Palazzo Chigi, seppur non entusiasta del basso valore operativo di questi ordigni tattici, che secondo l’ex Presidente Cossiga durante la Guerra Fredda dovevano poter colpire Praga e Budapest, sembra continuare ad anteporre la coesione dell’Alleanza Atlantica ad ogni ipotesi alternativa.

In Germania il socialdemocratico Mützenich ha soffiato sul braciere di una questione tanto sensibile quanto annosa. Se le fiamme dovessero divampare, rimane da vedere se i sostenitori dell’atlantismo a tutti i costi saranno in grado di spegnere quel fuoco. Per certo, un dibattito pubblico sullo stazionamento delle bombe nucleari appare lecito, se non necessario, tanto in Germania quanto in Italia, due Paesi che in questo campo condividono una storia comune e in cui su un altro tipo di nucleare – quello civile – le opinioni pubbliche hanno saputo mobilitarsi e i decisori politici agire con fermezza.

L’annessione della Valle del Giordano e il disegno politico-strategico di Netanyahu

Dopo uno stallo politico durato più di un anno, lo Stato di Israele è riuscito finalmente a formare il 35° governo della sua storia. Il nuovo “Governo di Emergenza Nazionale” è il frutto dell’accordo stipulato fra il Likud di Benjamin Netanyahu e Kahol Lavan, guidato da Benny Gantz, per far fronte all’emergenza posta dal Covid-19. I due leader, che si alterneranno alla guida del paese, hanno previsto la possibilità per entrambi i partiti di avere il potere di veto nella presentazione delle proposte legislative, oltre che l’obbligo di non legiferare su argomenti estranei agli effetti del Coronavirus per i primi sei mesi dell’attività di governo. Tuttavia, queste due condizioni non valgono per una questione: l’annessione della Valle del Giordano.

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La supremazia politica di Netanyahu

Nell’accordo di governo col suo collega-rivale, Netanyahu è riuscito ad ottenere la possibilità di procedere verso l’estensione della sovranità israeliana in Cisgiordania, progetto politico già da lui delineato lo scorso anno in vista delle elezioni di settembre. Questo lasciapassare è contenuto nell’articolo 29 del patto di coalizione, che permetterà al Governo, a partire dal 1° luglio 2020, di presentare la proposta alla Knesset. Nel suo discorso prima della cerimonia di giuramento, Netanyahu ha ribadito la centralità del progetto di annessione affermando che “è giunto il momento per chiunque creda nella giustezza dei nostri diritti in Terra d’Israele di unirsi a un governo da me guidato per portare avanti insieme un processo storico“. L’annessione della Valle rappresenterebbe per l’attuale Primo ministro il coronamento di un duplice disegno politico-strategico:

  1. Assorbire all’interno del bacino elettorale del Likud i voti degli elettori vicini alla destra ultraortodossa
  2. Raggiungere un obiettivo strategico di difesa di lunga data

All’interno del variegato panorama politico israeliano, il voto degli elettori più religiosi e nazionalisti è storicamente andato ai diversi partiti religiosi e sionisti, che nei vari governi Netanyahu hanno formato l’ago della bilancia per garantirgli la maggioranza parlamentare. Tuttavia, è facilmente riscontrabile il tentativo del Primo ministro di attirare verso il suo partito, il Likud, il sostegno di questi elettori tramite il supporto dell’ideologia sionista ed i suoi numerosi richiami storici al “Grande Israele”, al supporto degli insediamenti in Cisgiordania e alla rinnegazione stessa di un’entità nazionale palestinese in quest’ultima. Netanyahu sembra sia effettivamente riuscito ad attrarre nel Likud molti dei voti che in precedenza sarebbero confluiti nei vari partiti religiosi. Infatti, mentre i partiti sionisti di estrema destra ad aprile 2019 ottennero all’incirca il 9.66 % dei voti, durante le elezioni di marzo non sono riusciti ad andare oltre il 5.66%, mentre il Likud ha aumentato i suoi voti del 3%, staccando Kahol Lavan. Da questo quadro appare chiaro come la leadership di Netanyahu sia ancora ben salda, nonostante l’incombente processo per corruzione che il Primo Ministro dovrà affrontare a partire dal 24 maggio.

La Valle del Giordano come imperativo strategico

L’annessione della Valle del Giordano non è concepibile solamente come una mossa elettorale, al contrario, fa parte del dibattito strategico e di difesa di Israele sin dall’inizio dell’occupazione nel 1967. Dopo la fine della guerra dei Sei Giorni, l’allora Capo di Stato Maggiore Yitzhak Rabin riteneva fondamentale la presa della Valle per garantire allo Stato di Israele dei confini difendibili nel caso di un nuovo scontro con la Giordania. L’importanza strategica della Valle del Giordano è rappresentata dal fatto che questo confine è anche il più vicino al triangolo Gerusalemme-Haifa-Tel Aviv, che racchiude circa l’80% della popolazione israeliana e rappresenta il fulcro economico del paese. Nella possibilità di una invasione meccanizzata da oriente, la Valle del Giordano rappresenterebbe la prima e unica via di difesa israeliana.

Tuttavia, la Valle è considerata come essenziale per la sovranità di un futuro Stato palestinese, specialmente nell’ottica di una soluzione a due stati, dato che rappresenterebbe per i palestinesi l’unico confine separato da Israele e permetterebbe di collegare il futuro stato con la Giordania. Attualmente, nella Valle del Giordano sono presenti all’incirca tredicimila israeliani e sessantacinquemila palestinesi, secondo i dati di PeaceNow. La maggior parte di quest’ultimi vivono nella città di Gerico, esclusa però dai piani di annessione, mentre 47 comunità di pastori palestinesi (circa quattromila persone) ricadrebbero sotto la giurisdizione israeliana, vivendo nella cosiddetta Area C prevista dagli Accordi di Oslo.  L’annessione dell’Area C nella Valle del Giordano creerebbe una mancanza di continuità territoriale, lasciando Gerico, ad esempio, isolata e circondata da territorio israeliano. Secondo la mappa presentata da Netanyahu a settembre, i territori compresi nel piano di annessione corrispondono a circa il 22% della Cisgiordania ed un quinto dell’area da annettere è proprietà privata dei cittadini palestinesi.

Tuttavia, non mancano le critiche a questo progetto strategico. Il CIS (Commanders for Israel’s security), un gruppo di 220 ex generali delle varie forze di sicurezza israeliane -dall’IDF, al Mossad, allo Shin Bet – ha pubblicato il 3 aprile, un editoriale sui vari quotidiani israeliani in cui si appella direttamente ai suoi due ex colleghi nel nuovo governo, Benny Gantz (Ministro della Difesa e Vicepremier) e Gabi Ashkenazi (Ministro degli Esteri), i quali sono stati anche Capi di Stato dell’IDF. Il CIS sostiene che la necessità strategica rappresentata dalla Valle sia sovrastimata se si pensa che, nonostante le relazioni altalenanti, con la Giordania vige ancora lo storico trattato di pace firmato nel 1994. Nell’ipotesi di una mossa unilaterale, il pericolo maggiore è rappresentato dalla possibilità di vedere stracciati gli unici accordi di pace con paesi arabi firmati da Israele, ovvero quelli con Giordania ed Egitto. Infatti, il Re giordano Abdullah, in una intervista al quotidiano tedesco Der Spiegel, ha sostenuto che l’annessione unilaterale “porterà ad un massiccio conflitto con il Regno di Giordania”.

La Posizione degli Stati Uniti

L’accordo di coalizione, nella parte riferita all’annessione della Valle del Giordano, obbliga Netanyahu a ratificare il piano di pace per il Medio Oriente presentato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump a gennaio. È deducibile quindi, che l’ago della bilancia è rappresentato dall’assenso di Washington. Il “Deal of the Century” prevede che la Valle del Giordano ricada sotto la sovranità israeliana, configurandosi così come compatibile con le proposte di Netanyahu. Ciononostante, Jared Kushner, l’Inviato americano in Medio Oriente e ideatore del piano di pace, ha ribadito a febbraio che quello che era stato concordato tra gli Stati Uniti ed Israele era l’istituzione di un comitato congiunto per discutere una road map organizzata. Queste vaghe dichiarazioni sono lontane dal chiarire se gli Stati Uniti incoraggino o si oppongano all’annessione unilaterale. Anche le parole rilasciate da Mike Pompeo, Segretario di Stato USA, sembrano non chiarire la posizione degli Stati Uniti. In seguito alla sua prima visita estera dopo più di un mese, incontrando a Gerusalemme sia Netanyahu che Gantz, mercoledì 13 maggio, Pompeo ha detto a Israel Hayom che annettere parte della Cisgiordania è una decisione israeliana, e che Israele avrà sia il diritto che l’obbligo di prendere una decisione su come procedere.

L’incertezza causata dall’impatto del Coronavirus negli Stati Uniti, combinata alla preoccupazione per le elezioni di novembre, sembrano aver spinto l’amministrazione Trump ad un approccio leggermente più cauto nello sponsorizzare l’annessione lasciando però la decisione finale ad Israele e quindi, nelle mani di Netanyahu. Quest’ultimo sembra aver capito di avere l’ultima parola sulla questione e sa che la “window of opportunity” dettata dal supporto – più o meno tacito – dell’amministrazione americana potrebbe svanire e quindi optare per l’annessione a partire dal 1° luglio. Le conseguenze di quest’ultima potrebbero portare alla cessazione della cooperazione di sicurezza con l’Autorità Palestinese e perfino al suo crollo, data l’impopolarità del Presidente Abbas, spingendo così i cittadini palestinesi verso il supporto di Hamas. L’instabilità in Cisgiordania potrebbe trasferirsi al di là del fiume Giordano e provocare la fine dei rapporti pacifici fra Israele e Giordania, oltre che alimentare ulteriormente l’instabilità regionale.

Il dilemma di Netanyahu

A prescindere da quello che accadrà, risulta evidente come l’artefice del piano di annessione, Netanyahu, abbia in mano le chiavi per dare una svolta alla questione. Bisognerà vedere se il Primo ministro voglia sfruttare a pieno le congiunture internazionali che potrebbero favorire l’annessione. Sul piano interno, la partita è già decisa, dato che il Likud ha già la maggioranza in Parlamento. All’interno del contesto regionale, i rivali di Gerusalemme non hanno ancora la forza e la coordinazione politica necessaria per impedire ad Israele di procedere verso il percorso unilaterale. L’Unione Europea ha già ammonito Israele delle possibili conseguenze in caso di annessione, con una dichiarazione dell’Alto Commissario Borrell. Tuttavia, come già successo varie volte in precedenza su altre questioni legate al diritto internazionale, il governo israeliano probabilmente ignorerà gli avvertimenti europei, proseguendo per la sua strada. Sarà fondamentale capire la posizione del più importante alleato israeliano: gli Stati Uniti. Il 2020 si sta dimostrando un anno molto delicato per l’amministrazione Trump che sta cercando di appoggiare le mosse di Netanyahu senza però essere considerata un fattore accellerante, lasciando l’ultima parola al leader del Likud. Quest’ultimo potrebbe accelerare l’annessione in vista di un cambio di amministrazione a novembre 2020, ma dovrà ponderare se l’estensione della sovranità sulla Valle del Giordano valga il deterioramento dei rapporti con la Giordania e l’Egitto, e la fine della collaborazione con l’Autorità Palestinese.

                                                           Thomas Bastianelli,
Geopolitica.info

Aumenta l’ostilità nel Mar Cinese Meridionale

Il Mar cinese meridionale si conferma il centro delle tensioni nella regione dell’Indo-Pacifico, e uno dei principali teatri della rivalità tra Cina e Stati Uniti.

Aumenta l’ostilità nel Mar Cinese Meridionale - Geopolitica.info

La diffusione del contagio per coronavirus nel Sud-est asiatico non ha placato le acque del Mar cinese meridionale, attraversate da dispute su isole e risorse. La Cina più di tutti, con la sua rivendicazione della quasi totalità di questo mare, contenuto nella “linea dei nove punti”, costituisce la principale fonte di preoccupazione per paesi come Vietnam, Malesia e Filippine, i quali si trovano ad avere di frequente problemi diplomatici con l’imponente vicino. Le frizioni diplomatiche tra Pechino e i paesi citati si sono intensificate in aprile. All’inizio del mese infatti, un peschereccio vietnamita è stato speronato ed affondato da un’imbarcazione cinese della guardia costiera, a largo delle isole Paracelso, isole contese tra i due paesi. L’evento è stato subito condannato anche dalle Filippine, memori di aver subito un’azione analoga lo scorso anno, sempre a causa di una nave della Repubblica Popolare.

Altro teatro di tensione è stato a largo delle coste della Malesia orientale, un tratto di mare caratterizzato dalla presenza di idrocarburi nel fondale marino. Il 16 dello stesso mese, secondo il sito malese Marine Traffic, la nave da ricerca cinese Haiyang Dizhi 8 ha iniziato le sue operazioni vicino ad un vascello malese che conduceva trivellazioni esplorative per conto della PETRONAS, compagnia petrolifera del governo malese. Gli idrocarburi sono già stati il motivo del logoramento dei rapporti tra Pechino e Kuala Lumpur nel 2018, quando l’allora primo ministro malese, il 92enne Mahathir Mohamad, interruppe i lavori per tre oleodotti che avrebbero dovuto collegare le ricche coste malesi alla Cina, dopo aver reputato eccessiva la crescente influenza cinese nel paese.

L’invio della Haiyang Dizhi 8 in prossimità delle acque malesi ha scatenato la reazione dell’altra potenza navale del Pacifico, gli Stati Uniti. Nei giorni successivi nelle vicinanze hanno fatto la loro comparsa la nave d’assalto anfibia USS America e l’incrociatore missilistico USS Bunker Hill, seguiti successivamente dall’australiana HMAS Parramatta e da un terzo vascello americano, lo USS Barry. Il 23 aprile, in una videoconferenza con i paesi dell’ASEAN, Mike Pompeo ha accusato la Cina di voler approfittare del caos generato dalla pandemia per guadagnare dei vantaggi strategici sulle rivendicazioni territoriali nella regione. Il Segretario di Stato americano ha citato in particolare l’affondamento del peschereccio vietnamita e la proclamazione unilaterale di due nuovi distretti amministrativi cinesi, corrispondenti alle contese Isole Spratly e Paracelso.

Il dispiegamento di navi effettuato nelle acque malesi ha quindi la funzione di dimostrare che anche durante la pandemia gli Stati Uniti non hanno perso interesse nella regione e che la loro presenza non è in alcun modo ridimensionata. A tal proposito è stata manifestata, da alcuni esponenti politici americani e da ufficiali militari, la necessità in investire ulteriormente in equipaggiamenti militari nella zona dell’Indo-Pacifico. A marzo di quest’anno , il generale del corpo dei Marins David Berger ha presentato il report Design Force 2030, con il quale descrive il nuovo approccio che le forze statunitensi dovrebbero adottare per fronteggiare la minaccia cinese, un approccio “più agile”, con meno mezzi pesanti e fanteria e basato di più su missili di precisione.

Mac Thornberry, deputato della Camera dei Rappresentanti per il Texas e ranking member della House Committee on Armed Services, la commissione permanente per i fondi al Dipartimento della Difesa, ha richiesto la costituzione di un fondo apposito per fronteggiare la crescita militare cinese, denominato Indo-Pacific Deterrence Initiative (IPDI). Il fondo, che dovrebbe contenere la cifra di 6 miliardi di dollari, andrebbe ad implementare la National Security Strategy del 2018 (NSS), un documento che presenta esplicitamente la Cina come un rivale che “sfida il potere, l’influenza e gli interessi americani, cercando di erodere la sicurezza e la prosperità americane”. Con riferimento all’Indo-Pacifico, la NSS propone una narrativa per la quale nella regione è in atto un conflitto tra due visioni del mondo, una libera e una repressiva, e tra le “azioni prioritarie” da attuare in campo militare pone il mantenimento della presenza militare e il rafforzamento della cooperazione con i paesi del Sud-est asiatico nel campo della difesa e dell’intelligence. Offrire cooperazione in ambito militare consente agli Stati Uniti di guadagnare influenza in cambio di deterrenza contro l’espansionismo cinese. 

La crescita militare della Repubblica Popolare Cinese è quindi il motivo principale per il ravvivato interesse di Washington per l’Indo-Pacifico, ma è soprattutto il motivo che ha determinato negli ultimi anni la militarizzazione dei paesi del Sud-est asiatico. Secondo il rapporto sulle spese militari nel mondo del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), pubblicato nel 2019, la spesa militare nel Sud-est asiatico nel periodo 2009-2018 è aumentata del 33%, passando da 30,8 a 40 miliardi di dollari. Tra i maggiori importatori di armamenti vi sarebbe Singapore, la città-stato affacciata sullo Stretto di Malacca, geograficamente piccola ma grande dal punto di vista economico, seguita da Vietnam e Indonesia. Il Vietnam in particolare sembra aver iniziato una nuova fase nell’ambito della difesa con il nuovo documento sulla difesa nazionale del 2019, nel quale vengono ribaditi i principi della politica estera vietnamita, ovvero il non entrare a far parte di alleanze militari, l’astenersi dal sostenere un paese piuttosto che un altro nell’ambito di un conflitto, il non consentire la presenza di basi militari straniere nel territorio o lo svolgimento in esso di esercitazioni militari di truppe straniere, ma integra la possibilità di cooperare con gli altri paesi per la sicurezza del Vietnam, instaurando, a seconda del contesto, relazioni militari nel rispetto dell’indipendenza reciproca. Possiamo interpretare la visita della portaerei USS Theodore Roosevelt e del USS Bunker Hill al porto di Da Nang, il 9 marzo di quest’anno, in occasione dell’anniversario dei 25 anni di relazioni diplomatiche tra i due paesi, come un primo passo verso una maggiore cooperazione militare nella regione tra Vietnam e Stati Uniti. Il Vietnam, grazie alla sua posizione geografica che lo proietta direttamente sul Mar cinese meridionale, rappresenterebbe un alleato fondamentale per gli Stati Uniti per il contenimento della Cina. 

L’asse americano-vietnamita potrebbe portare Hanoi ad intensificare le relazioni con quei paesi che insieme agli Stati Uniti formano il Quad (Quadrilateral Security Dialogue), ovvero India, Giappone e Australia. Il Quad, nato nel 2007, è ritornato sulla scena con il summit dei paesi ASEAN di Manila nel 2017. Tramite la cooperazione nell’ambito della sicurezza e le esercitazioni militari congiunte, il Quad si pone come un argine di paesi democratici a contenimento della crescente forza militare cinese nella regione, motivo per cui potremmo nel prossimo futuro assistere ad ulteriori sviluppi nelle relazioni tra Quad e paesi dell’ASEAN, soprattutto se dovessero continuare le tensioni con Pechino. Ad oggi, il Mar cinese meridionale rimane uno degli epicentri di tensione più caldi del pianeta, vista anche la militarizzazione avvenuta negli ultimi anni. Nell’equilibrio nella regione giocano un ruolo fondamentale quei paesi al centro dell’occhio del ciclone come Vietnam, Filippine, Malesia e Indonesia, che possono da una parte cercare il dialogo con la Cina, che però non rinuncia alle sue pretese sul Mar cinese meridionale, dall’altra contribuire a costruire insieme ai paesi del Quad un fronte unito dalla comune necessità di tutelarsi dagli interessi cinesi nell’Indo-Pacifico.

Mattia Patriarca,
Geopolitica.info

Fincantieri rafforza la “pista atlantica” della Difesa italiana

Fincantieri, che per vocazione e interessi è stata a lungo considerata l’ala “europeista” della Difesa italiana, vince un’importante commessa negli USA: la pista atlantica risulterà la più promettente per un comparto industriale decisivo sul piano geopolitico?

Fincantieri rafforza la “pista atlantica” della Difesa italiana - Geopolitica.info

Negli scorsi mesi la Difesa italiana è stata a lungo divisa sulle priorità da dare al suo posizionamento nelle grandi catene del valore industriale, strategico e politico che attraversano il settore su scala globale.

Il dilemma della Difesa italiana

Le cordate dominanti appaiono due. Da un lato, la strada di una crescente integrazione nelle filiere di stampo “atlantico”, ruotanti attorno all’asse Usa-Regno Unito; dall’altro la partecipazione a un più serrato rafforzamento di un’industria comune europea. Roma ha saputo, in questo settore, giocare a lungo su entrambi i campi. Presidio della vocazione “atlantica” è da tempo Leonardo, in cui il legame con la Nato è stato considerato strategico durante l’intera gestione dell’ad Alessandro Profumo. La strategia di integrazione strategica con il comparto navale francese ha invece portato Fincantieri, nel periodo di direzione dell’attuale ad Giuseppe Bono a scommettere con maggior forza sulla possibilità di una galassia europea della difesa autonoma. 

Le ragioni per giocare su due fronti

Ambiti industriali quali la componentistica militare, la portata dei progetti di lungo periodo, le eccellenze italiane nei sistemi elettronici e il forte impulso dato dal settore aeronautico, spingono perché l’Italia approfondisca il suo ruolo nella cooperazione con l’industria anglo-americana della Difesa. Storicamente, invece, la cantieristica navale è maggiormente europeista, come dimostra la prospettiva aperta dagli accordi tra Fincantieri e la francese Naval Group che, prescindendo dalle questioni politiche, sulla carta rispondono a una ratio condivisibile: Fincantieri è più specializzata sugli scafi, Naval Group sui sistemi integrati interni. A cavallo tra i due settori si colloca lo spazio: in Europa l’Italia si sta conformando sempre di più al ruolo di grande player del settore dell’esplorazione spaziale, cavalcando la crescita del ruolo di aziende dinamiche come Avio, mentre Leonardo, il maggior player italiano della Difesa, ha abilmente espanso le sue attività anche nel settore oltre oceano inserendosi nel programma NorthStar Earth & Space.

La Us Navy premia Fincantieri

Fincantieri, però, può portare a uno spostamento dell’ago della bilancia. La vittoria del gruppo triestino nel bando indetto dalla Marina statunitense per la fornitura di dieci fregate alla flotta a stelle e strisce cambierà gli equilibri? La scelta di Marinette Marine Corporation, partecipata di Fincantieri Marine Group, per la costruzione delle nuove unità della Us Navy certifica l’affidabilità e la qualità della progettazione italiana, le prospettive crescenti dell’export navale italiano (già testate con successo in Medio Oriente) e le certezze di un notevole valore aggiunto dalla partecipazione alle catene del valore e alle strategie industriali di matrice atlantica.

La vittoria nel bando da oltre 5 miliardi di dollari della Us Navy dà il via ad una relazione strategica che durerà per tutto il decennio. Come sottolinea Analisi Difesasi “prevede una progettazione e costruzione destinata a concludersi con la consegna dell’unità capoclasse nel luglio 2026 mentre la seconda il cui contratto dovrebbe essere assegnato a distanza di un anno, dovrebbe essere consegnata dopo 5 anni e mezzo”. L’equivalente per integrazione, durata e prospettive operative, della scelta della Difesa per il programma aeronautico di stampo britannico “Tempest” sul caccia di sesta generazione, altro campo d’azione in cui il fronte atlantico ha garantito maggiore libertà operativa all’Italia. “Tempest” garantisce all’Italia più certezze in termini di coinvolgimento dell’apparato militare-industriale rispetto al progetto concorrente, il franco-tedesco FCAS, dove Leonardo e le altre aziende consociate avrebbero dovuto competere con Dassault e gli altri campioni nazionali d’Oltralpe per commesse che a Parigi sono valutate di primaria importanza. Sia Tempest che il programma Fincantieri negli USA, poi, si ripropongono di durare nel tempo, fornendo una certezza di coinvolgimento industriale, indotto economico ed occupazione a lungo termine in un settore che, è bene ricordarlo, è fortemente condizionato dalla lunga durata dei programmi industriali e dalla necessità di ricevere flussi di cassa regolari.

Cosa favorisce la “pista atlantica”

Ad aumentare la proiezione della Difesa italiana verso i lidi atlantici sono gli atteggiamenti scostanti a cui l’industria italiana va incontro nel contesto europeo. Nel consorzio Fincantieri-Naval Group, ad esempio, i francesi stanno cercando di marginalizzare un gioiello dell’industria della Difesa italiana come Orizzonte Sistemi Navali, a favore di “campioni nazionali” transalpini come Thales. Una scelta di campo maggiormente orientata all’asse Usa-Regno Unito avrebbe, paradossalmente, effetti strategici sulla capacità d’azione italiana verso i partner europei, perché aprirebbe a Roma gli spazi per alzare la posta ai tavoli negoziali e segnalare la minore disponibilità a subire manovre di accerchiamento e persuasione quali quelle condotte dalla Francia su Avio nelle scorse settimane.  All’inizio della fase di crisi legata all’epidemia di coronavirus, infatti, Parigi è arrivata a proporre l’opzione di una crescente integrazione tra il comparto aerospaziale nazionale e quello italiano definendo, per bocca del ministro dell’Economia Bruno Le Maire “indispensabile” un avvicinamento tra Avio e la transalpina Arianegroup e ventilando l’ipotesi di una fusione. Come sottolineato da Marcello Spagnulo su Formiche, tale manovra ha in sé sotteso l’obiettivo di mantenere stabile la leadership francese nel campo dei lanciatori spaziali, nuova frontiera di competizione per l’industria italiana, che con il “Vega” di Avio ha messo in campo un concorrente di primo livello per Ariane. Tutto ciò dimostra, secondo Spagnulo, come “la strategia francese si dipani, in maniera peraltro trasparente, tra una logica di federazione comunitaria e di mantenimento della propria leadership”.

Il contesto strategico è in continua evoluzione: per l’industria della difesa italiana diventa sempre più plausibile l’idea che le prospettive su scala continentale diventino sempre meno promettenti rispetto a quelle aperte a lungo raggio dalla collaborazione con i partner esterni all’Unione. Il partenariato strategico con le aziende “atlantiche” non è certificato solo da Tempest e dalla presenza costante di Leonardo oltre Manica, ma è già stato valorizzato dagli Stati Uniti sia in passato (basti pensare al successo avuto dalla Beretta M9 nell’esercito di Washington) che in tempi più recenti, dimostrato dalla scelta dell’ex Finmeccanica come appaltatore di una nuova flotta di elicotteri alla Us Navy. 

In una fase di acuta incertezza economica e industriale come quella che il mondo si prepara a vivere nei prossimi mesi, il settore della Difesa aumenta la sua rilevanza a tutto campo: risulterà fondamentale curare con attenzione ogni contratto e ogni obiettivo nel settore valutandone con importanza le ricadute geopolitiche e quelle relative all’occupazione e al valore aggiunto: nel contesto del bivio della Difesa italiana, in questa fase, la pista atlantica sembra essere quella più promettente sul lungo periodo.

Al centro della nuova guerra fredda? Le scelte strategiche dell’Italia ai tempi della competizione tra Stati Uniti e Cina

Poche volte la scena politica italiana si è polarizzata intorno a questioni di politica estera. Ancor più raramente queste hanno innescato crisi di governo. Pertanto, è abbastanza significativo il fatto che il dibattito pubblico odierno, sulla scorta dell’emergenza Coronavirus, abbia trovato tra i suoi principali “materiali infiammabili” quello del rapporto dell’Italia con la Repubblica Popolare Cinese (RPC).  

Al centro della nuova guerra fredda? Le scelte strategiche dell’Italia ai tempi della competizione tra Stati Uniti e Cina - Geopolitica.info

Una prima avvisaglia della sensibilità nostrana sul “tema Cina” l’avevamo già avuta in corrispondenza della visita “imperiale” di Xi Jinping a Roma e della firma del Memorandum sulla Via della Seta. Al tempo, era subito emersa una divisione tra sostenitori del progetto OBOR e i suoi acerrimi oppositori, mentre decine di mappe e infografiche illustravano le rotte marittime e terrestri dell’inarrestabile avanzata economica cinese. Nel giro di qualche settimana, tuttavia, il rapporto con la RPC si era velocemente eclissato dal dibattito pubblico italiano.

Il ritorno – e che ritorno – di fiamma si è avuto con l’esplosione della pandemia COVID-19, che ha alimentato sentimenti oscillanti tra gli italiani nei confronti della Cina. A inizio marzo questa era generalmente considerata l’origine del Coronavirus e il suo regime accusato di essere parte in causa della sua diffusione, avendo inizialmente blindato ogni informazione in merito. Oggi, invece, è per lo più guardata come un leader nella lotta al morbo e un numero crescente di italiani considera auspicabile un’intensificazione dei rapporti tra Roma e Pechino a discapito di quelli con gli alleati tradizionali (sondaggio SWG). Tuttavia, non possiamo prevedere quali saranno gli effetti sull’opinione pubblica italiana dell’escalation di accuse che arriva dagli Stati Uniti, dal governo ai servizi di intelligence, passando per i maggiori media nazionali (compresi quelli più ferocemente anti-trumpiani).

La contrapposizione che è emersa sembra in qualche modo evocare alcuni dei tratti caratterizzanti che la Guerra fredda assunse in Italia, tanto che molti osservatori ne parlano come della “nuova” Guerra fredda. Anche se, marxianamente, non è dato sapere se dopo il tragico confronto tra USA e URSS la storia si ripeterà sotto forma di farsa in quello tra USA e RPC, sono comunque ravvisabili quattro differenze principali tra le due dinamiche per come hanno preso forma nel nostro Paese. 

La prima, naturalmente, è relativa alla componente militare. Centrale nel primo caso (si ricordi che tra le ragioni della caduta del Governo Craxi 1 fu la crisi di Sigonella) e quasi del tutto assente nel secondo. Non si tralasci, tuttavia, che l’attuale competizione tra Washington e Pechino si sta sviluppando lungo direttrici relativamente nuove per la dimensione della sicurezza, come il dominio cyber, il 5G, il controllo dei big data e ora, causa COVID-19, le pandemie.

La seconda diversità è l’assenza di una connotazione ideologica, che rende la dialettica tra Washington e Pechino molto più simile alla politica di potenza ottocentesca che ai confronti titanici del Novecento (prima quello tra liberalismo e fascismi, poi quello tra liberalismo e comunismo). Anche in questo caso, tuttavia, stiamo assistendo ad alcuni cambiamenti. Proprio in questi giorni il vice-consigliere per la Sicurezza nazionale dell’Amministrazione Trump, Matthew Pottinger, ha parzialmente riportato al centro dell’attenzione il fattore ideologico. Intervenendo al Miller Center, infatti, ha spiegato che alcuni dei valori universali respinti da Pechino provengono direttamente dalla Cina. Quindi, è solo l’ideologia comunista ad essere in contraddizione con loro, e non la cultura cinese in quanto tale a dispetto di quanto sostiene il regime di Pechino che ne contesta l’universalità. 

La terza differenza va rintracciata nella dimensione economica della competizione tra USA e PRC. Questa era assente durante la Guerra fredda. I due blocchi, infatti, erano contraddistinti da sistemi di produzione e consumo antitetici e non comunicanti. Pertanto, il confronto in tema di economia aveva uno spessore prevalentemente teorico, ovvero era legato a quale modello fosse migliore per conseguire il benessere e il progresso dell’umanità (economia di mercato o economia pianificata?). Al contrario, oggi entrambe le potenze partecipano a un sistema capitalista che si dipana su scala globale. Non solo, sono anche profondamente interdipendenti. Allo stesso modo, anche le economie dei principali alleati degli Stati Uniti, tra cui l’Italia, sono contraddistinte da una profonda integrazione con il mercato e la finanza cinesi. Di conseguenza, se l’Unione Sovietica fu impegnata principalmente in azioni di propaganda ideologica e spionaggio militare nel nostro Paese, la Cina profonde la maggior parte dei suoi sforzi proprio nel tentativo di legarlo il più possibile al suo sistema economico (il progetto OBOR rappresenta solo il culmine di un lungo percorso).

La diffusa convinzione tra la nostra classe dirigente che l’economia costituisca un terreno politicamente neutrale, dove gli scenari win-win sono più frequenti dei giochi a somma zero, ha fatto sì che alcune scelte rilevanti per la competizione tra Stati Uniti e Cina siano state prese – quanto meno – alla leggera. È da questo atteggiamento che deriva l’ultima grande differenza tra la competizione della Guerra fredda e quella attuale nel nostro Paese. La natura ideologico-militare della prima permise una distinzione netta tra lo schieramento filo-americano, composto dai partiti di centro-sinistra, di destra e dal PSI a partire dal 1956, e quello filo-sovietico, composto dal PCI fino a inizio anni Ottanta e dal PSI fino al 1956. La natura in buona parte economica del confronto tra Stati Uniti e Cina, invece, fa sì che le divisioni attraversino trasversalmente i partiti italiani. Sebbene alcuni siano percepiti nel complesso come più filo-cinesi di altri, in verità quasi tutti i partiti hanno al loro interno una componente più o meno consistente che strizza l’occhio a Pechino. 

A tal proposito, tuttavia, è opportuno ricordare che nonostante l’export italiano stesse registrando buoni numeri sul mercato cinese prima del COVID-19, difficilmente potrà superare i livelli già raggiunti anche dopo il riflusso della crisi. E non solo perché l’attesa contrazione della domanda cinese, che sarà alimentata come in un circolo vizioso dal basso potere d’acquisto occidentale previsto per i prossimi anni, modificherà le abitudini di parte delle classi media e alta della RPC a cui i nostri prodotti sono destinati. 

Intervengono, infatti, anche altre due ragioni. La prima riguarda la struttura del nostro sistema economico. La presenza di poche imprese di grandi dimensioni, infatti, non facilita la nostra penetrazione in Cina e rende più difficile l’azione diplomatica a suo supporto. Le esperienze del passato, infatti, non sono incoraggianti, su tutte il disastroso fallimento del centro dell’eccellenza agroalimentare tricolore Viva Italia a Pechino nel 2009. 

La seconda riguarda il vantaggio competitivo che altri Stati occidentali vantano rispetto a noi per via dei rapporti che hanno tradizionalmente intessuto con la Cina. Marco Polo, Matteo Ricci e, perfino, la breve parentesi coloniale di Tianjin (le concessioni straniere sono considerate in Cina come il momento più umiliante della storia nazionale) sono stati recentemente citati come esempi della vicinanza tra Roma e Pechino. Ma l’Italia è arrivata alla Cina e alla cultura cinese in grande ritardo rispetto ad altre potenze. Eminenti sinologi e orientalisti italiani hanno dato un grande contributo allo studio della lingua e della cultura di questo Paese, ma si è trattato di casi isolati. Rispetto a Francia, Germania, Regno Unito, Stati Uniti la nostra conoscenza della Cina è avvenuta principalmente attraverso lo studio della lingua, tanto che la maggior parte degli esperti nostrani di “affari” cinesi si è formata in questo ambito specifico per poi essere chiamata ad occuparsi di altro. Tale condizione naturalmente si è tradotta in un deficit cognitivo di quella realtà e in una maggiore difficoltà a interagire con essa in un settore strategico come quello economico.

Gabriele Natalizia e Stefano Pelaggi,
Sapienza Università di Roma – Geopolitica.info

Venezuela, tra Covid, Mahan Air e l’ombra di Noriega. Quanto ossigeno resta a Maduro?

La pandemia più devastante, più globalizzata dell’ultimo secolo non sembra aver ammorbidito la postura della Casa Bianca sul Venezuela. A confermarlo, una serie di fatti e avvenimenti in via di sviluppo in queste settimane sull’asse Washington-Caracas, e che hanno determinato azioni e reazioni uguali e contrarie negli schieramenti di attori da ambo le parti. 

Venezuela, tra Covid, Mahan Air e l’ombra di Noriega. Quanto ossigeno resta a Maduro? - Geopolitica.info

L’emergenza sanitaria mondiale, che si è già palesemente tramutata in uno scenario di competizione ibrida tra grandi potenze, anziché posporre i piani di Trump, potrebbe anzi costituire un’occasione irripetibile per accelerazioni improvvise su determinati scacchieri per un’Amministrazione che si è dimostrata particolarmente affezionata al fattore sorpresa. Nonostante le difficoltà indotte dalla crisi globale del Covid-19, non è così surreale se qualcuno, alla Casa Bianca, guardando la cartina della Repubblica Bolivariana, ha pensato “se non ora, quando?”. 

A questo farebbe pensare infatti un deciso cambio di passo impresso dalla Casa Bianca sulla porzione più calda dello scacchiere emisferico, quella venezuelana, a partire da fine marzo. Un cambio di passo segnato dall’ingresso, nell’armamento trumpiano, di nuovi elementi (almeno di pressione, se non addirittura potenzialmente risolutivi), in precedenza solo minacciati o nell’aria da troppo tempo per sembrare armi concretamente sfoderabili e pronte all’uso.

Cosa fa Washington?

E’ anzitutto il caso della storica, inattesa decisione del Dipartimento di Giustizia statunitense (26 marzo) di elevare formalmente, nei confronti dei più alti vertici del regime di Caracas, accuse di narcoterrorismo, riciclaggio internazionale, traffico di droga e corruzione internazionale. Una decisione che proviene sì dal settore giurisdizionale dell’amministrazione federale USA, ma che va a complementare gli sforzi politici e diplomatici della politica americana verso il regime change nel Paese che diede i natali a Simon Bolivar.

Le figure direttamente colpite dall’incriminazione, oltre a Maduro, sono i più alti ranghi del regime, escluso il “clan” dei fratelli Rodriguez. Da Diosdado Cabello (presidente dell’Assemblea Nazionale Costituente, il parlamento parallelo e illegittimo) a Padrino Lopez (ministro della difesa e grande amico di Mosca, al vertice delle forze armate che sono puntello e supporto fondamentale nella trama criminale del governo usurpatore), passando per Tareck Al Aissami (siro-venezuelano, potentissimo ministro dell’Industria e pochi giorni fa nominato anche ministro del Petrolio, figura chiave nei rapporti con Teheran, una sorta di “ambasciatore” di Hezbollah a Caracas in servizio permanente ed effettivo), senza dimenticare Maikel Moreno (presidente del Tribunale Supremo di Giustizia, soggetto con poco conosciuti ma sicuri “interessi” in Italia): la dittatura bolivariana risulta così de facto messa in stato d’accusa da parte della giustizia federale americana, aprendo una fase in cui le autorità giurisdizionali statunitensi potrebbero legalmente avvalersi del supporto di law enforcement della DEA (l’antidroga USA), nonché dell’incentivo “economico”, messo a disposizione dal Dipartimento di Stato in termini di vere e proprie taglie poste sulla testa dei principali accusati, che saranno incassate da chiunque fosse in grado di fornire informazioni determinanti per la cattura dei ricercati.

Una decisione, quella del Dipartimento di Giustizia, a suo modo storica, si è detto, anche se non inedita. C’è infatti un altro caso del tutto simile nella storia non remota dei rapporti tra USA e la regione caraibica: è il caso dell’analoga accusa elevata a metà del 1988 contro l’allora dittatore de facto di Panama, Manuel Antonio Noriega, sul capo del quale pesava l’incriminazione di narcotraffico chiesta da una procura della Florida. E sulle spalle del quale pesava la crescente ostilità di Washington per la sua gestione del Canale di Panama, oltre che per il suo ruolo nei grandi flussi di narcotraffico che inondavano di cocaina gli Stati Uniti.

Ed è proprio nel parallelismo evidente con la vicenda di “cara de piña” Noriega che possiamo cogliere la rilevanza e la portata dell’impatto extragiudiziale e “politico” dell’annuncio dell’Attorney General. Ciò che fino a pochi giorni fa, e da svariati anni, era al centro di inchieste giornalistiche e ricostruzioni di analisti, è oggi fatto proprio, con parole chiare ed inequivocabili, dall’amministrazione della giustizia federale statunitense, sulla base di un quadro probatorio guirisdizionalmente ricostruito da alcune procure americane tanto grave, circostanziato e convergente da condurre alla messa in moto formale del poderoso e multiforme apparato di law enforcement USA. L’attivazione della giustizia americana tuttavia non è di per sé risolutiva nello sblocco dello stallo venezuelano, pur contribuendo alla pressione che pesa su Caracas. 

Al fantasma di Noriega che ora aleggia sul futuro di Maduro e degli altri gerarchi, si è aggiunto a inizio aprile un ulteriore elemento alla rinnovata assertività della strategia americana per il ritorno della democrazia in Venezuela, ovvero l’annuncio del “Democratic Transition Framework for Venezuela” da parte del Segretario di Stato Pompeo, che rende note le clausole “contrattuali” offerte dall’amministrazione Trump al sistema di potere che governa lo stato caraibico-andino. Come si può leggere nel testo, il piano americano chiede molto e concede non poco, ma d’altra parte si tratta di una proposta per una uscita pacifica dalla crisi istituzionale venezuelana che strizza comprensibilmente l’occhio alla realpolitik, forse ancor più necessaria in un momento in cui, alla gravissima crisi umanitaria perdurante nel Paese si sta aggiungendo la devastazione sanitaria dovuta al Covid-19. Ad oggi, il piano USA ha incassato il sostegno non solo degli alleati latinoamericani -con pochissime eccezioni-, ma soprattutto quello delle più influenti cancellerie europee, nonché quello dell’UE che, per voce del suo Alto Rappresentate per la Politica Estera, ha accolto “positivamente il documento [che] va nella direzione proposta dall’Unione per una soluzione pacifica della crisi venezuelana”.

Sostanzialmente, il documento propone lo smantellamento dell’architettura istituzionale del regime, il recupero pieno delle istituzioni democratiche parlamentari, giurisdizionali ed elettorali, la formazione di un governo di emergenza e transizione (con la esautorazione di Maduro, ritenuto presidente illegittimo) il più possibile inclusivo (al punto da comprendere anche elementi indicati dal partito chavista PSUV) e la celebrazione di elezioni libere e trasparenti nell’arco di un anno. Il tutto, in cambio della rinuncia di Guaidò alla presidenza interinale (potrà però candidarsi alla Presidenza in caso di elezioni libere), della promessa di revoca delle sanzioni sia individuali che di settore verso quanti contribuiranno, mettendosi da parte o accettando le clausole del piano USA.

Se è improprio chiamarlo ultimatum, e ancor troppo presto per definirlo una roadmap per il post-Maduro, il frameworkche punta a creare di fatto un governo di emergenza nazionale, come auspicato da Guaidò in queste settimane, è certamente una novità di forte portata politica, dal momento che il documento contiene un piano sequenziale, sviluppato per punti cronologicamente tra loro conseguenti, componenti una via di uscita diplomatica concreta (non necessariamente accettabile o accettata) per i principali elementi, sia individuali che amministrativi, che tengono ancora oggi insieme i cocci di un vaso dittatoriale sì fragile ma, contro ogni aspettativa, ancora in grado di reggere agli urti dell’assertività americana. 

La complessità della intricata tela –anche di natura criminale, ma comunque sostanzialmente politica e diplomatica- di interessi internazionali e transnazionali che hanno fornito finora la colla di emergenza per impedire al vaso rotto del regime di non infrangersi è tale da rendere chiaro, con ogni probabilità, sia all’opposizione democratica che a Washington come le speranze di un regime change siano da riporsi nel ricorso concentrico e parallelo a più forme di pressione. 

In questo quadro di multiple iniziative, rientra anche l’avvio di una operazione di contrasto al narcotraffico nel Mar dei Caraibi e nel Pacifico orientale: un dispiegamento di forze sostanzialmente navali volto a bloccare le rotte del traffico di cocaina, ad oggi senza appoggio aereo e di uomini in grado di “sbarcare” in Venezuela e portare a termine una operazione chirurgica di decapitazione del regime e arresto di Maduro e degli altri membri del cosiddetto “Cartello dei Soli”, formato da tutto l’anello superiore delle gerarchie di Caracas. Tuttavia, è prevedibile che le reali intenzioni comprendano la volontà della Casa Bianca di esercitare una concreta minaccia di blocco navale de facto, per indebolire sia l’economia -per così dire- informale che le rotte di rifornimento di idrocarburi tra le coste venezuelane e Cuba, elemento cruciale della partita regionale anche se (quasi) mai citato nei documenti ufficiali e nei piani operativi.

Evoluzioni e novità

Se da un lato è difficile prevedere nel concreto quale possa essere lo sbocco di un simile cumulo di iniziative concentriche, dall’altro lato non possiamo non cogliere e sottolineare alcuni elementi di analisi utili alla comprensione di una situazione che, come spesso, nasconde tumultuosi movimenti difficilmente intellegibili al di fuori dei canali comunicativi aperti tra Casa Bianca e opposizione democratica venezuelana – e non solo.

E’ fuor di dubbio che le iniziative delle ultime settimane segnino un passaggio da un approccio più tradizionalmente diplomatico a supporto della pressione interna, a manovre più direttamente aggressive, dotate di una qualche minacciosità non soltanto verbale, che puntano a causare, in qualche modo, l’implosione del regime madurista, lavorando parallelamente sul piano diplomatico anche con i Paesi europei per una soluzione pacifica che non escluda a priori nessuna delle parti politiche sul campo (come di fatto auspicato dall’esperimento multilaterale di dialogo battezzato dall’UE attraverso il gruppo di contatto nel corso di tutto il 2019). Ma parimenti senza escludere del tutto il ricorso a manovre a sorpresa e di natura più interventista, sulla scorta delle accuse penali che incombono sui gerarchi del regime. Le molte somiglianze tra il caso attuale e quello dell’allora uomo forte di Panama non devono ingannare: la presenza, emblematica ed evocativa, di William Barr e Eliott Abrams nel circolo di figure dell’amministrazione americana coinvolte ai massimi livelli nella strategia di regime change panameño ieri, venezuelano oggi, non autorizza ad ignorare le notevoli differenze tra i due scenari, anche dal punto di vista tattico-operativo. Differenze che risaltano, nel caso della repubblica bolivariana, quali altrettante difficoltà rispetto ad una operazione boots on the ground di estrazione chirurgica dei gerarchi “wanted”. Ciò che a Panama non fu comunque una passeggiata, nel Venezuela in cui scorrazzano guerriglie colombiane, gruppi paramilitari irregolari anche di provenienza extranazionale diverrebbe assai, assai più complicato.

Altro aspetto di novità di sicura rilevanza è il carattere più direttamente multilaterale delle iniziative in corso: non solo il dispiegamento di forze navali coinvolge, a vario titolo, assieme agli Stati Uniti, molti Paesi del TIAR (una sorta di Patto Atlantico dell’emisfero americano, e ripescato da John Bolton l’anno scorso quale strumento di hard power per forzare il regime change); è la stessa accusa elevata rivolta a due capi delle FARC dal Dipartimento di Stato a dimostrare come l’interesse di Washington verso al transizione democratica a Caracas vada ben oltre i confini della Repubblica madurista. L’uscita di scena del regime di Maduro è parte di una strategia regionale, condivisa da altri alleati storici direttamente investiti dalle ripercussioni e dai prolungati sussulti di uno Stato istituzionalmente decomposto, divenuto riparo di guerrillas, narcos e terroristi. La Colombia ha pertanto sempre più interesse a prestare supporto sempre più diretto, ancorché discreto, alle manovre statunitensi: una soluzione alla crisi venezuelana consentirebbe a Bogotà di alleggerire il peso ormai insostenibile dell’esodo di profughi dal Venezuela, e di sferrare al contempo un duro colpo al narcocrimine autoctono che, nonostante il processo di pace del 2016, continua a compromettere la sicurezza domestica ed il pieno controllo del territorio (in particolare dei lunghissimi confini comuni, quasi 2200 km) grazie alla protezione e al sostegno attivo o passivo garantiti dal regime chavista. Non è un caso se, nella lista degli incriminati dalla Giustizia americana, compaiano due cittadini colombiani, più noti con i loro nomi di battaglia, Ivan Marquez e Jesus Santrich, tra i più alti in grado nella gerarchia militare della FARC cd. Dissidenti, usciti dallo schema del processo di pace di L’Avana e datisi alla macchia più di un anno fa. Secondo l’intelligence americana e colombiana, sarebbero localizzati tra il Venezuela e Cuba, rifugi che hanno preferito rispetto ai comodi seggi in parlamento a Bogotà, offerti dall’Accordo di Pace entrato in vigore nel 2016. E tuttavia, considerando la fluidità dei confini colombo-venezuelani e brasiliano-venezuelani, Bogotà e Brasilia non smettono di preferire soluzioni non interventiste, o quantomeno non tradizionalmente militari, nel timore che queste potrebbero aprire la strada a scenari di ingovernabilità con conseguente esplosione di incontenibili e incontrollabili fenomeni di crimine transfrontaliero. Ciò, a ulteriore conferma della delicatezza della situazione sul terreno.

Evoluzione e complessità: Covid e Teheran, tra oro nero, oro bianco e oro grezzo.

A complicare il quadro dell’analisi e delle possibili previsioni, da ultimo, due elementi. 

Il primo: l’arrivo in Venezuela dell’ondata pandemica, che se sul piano teorico congela ogni verosimile attività politica di piazza per l’opposizione, sul piano pratico rappresenterà nelle prossime settimane un ulteriore elemento di difficoltà per la tenuta del regime. In un Paese dove lo scenario ordinario degli ultimi anni corrispondeva alla peggiore crisi umanitaria della storia latinoamericana, soprattutto per il tracollo dei servizi pubblici e sanitari di base, è tutto da verificare se e quanto la popolazione, cui appartiene il grosso delle forze armate e di sicurezza, riuscirà a sopportare un ulteriore, drammatico e repentino peggioramento delle condizioni di vita, deteriorato anche da una pressoché totale scarsità di carburante che rende plasticamente l’idea della tragedia di un Paese, primo al mondo per riserve accertate di idrocarburi, costretto a importare benzina (proveniente anche da Paesi mediterranei). Ciò che è sicuro, è che quotidianamente si susseguono proteste e saccheggi in diverse zone del Paese, per ora lontano da quelle grandi città costiere nelle quali però si assiste a scontri urbani tra gruppi irregolari a colpi di arma da fuoco, talvolta anche di granate (come in questi giorni a Petare, sobborgo di Capitale tra i più degradati dell’intero continente).

Il secondo: un engagement rinnovato, diretto, fortissimo, quasi dichiarato da parte di Teheran. In un Paese che sin dalla metà degli anni 2000 ha eletto ad asse strategico le relazioni con la teocrazia degli Ayatollah (proxy libanese compreso), una trentina circa di voli (quasi tutti diretti, talvolta con scalo ad Algeri) di Mahan Air sugli aeroporti della costa venezuelana, e l’ulteriore ascesa della figura del già citato Tareck Al Aissami nella piramide di potere del narcoregime, sono il segno inequivocabile che l’Iran, tra i più assidui e convinti sostenitori dello status quo a Caracas, ha quantomeno deciso di alzare il rischio politico (e militare) per chi a Washington governa le manovre concentriche anti-Maduro. Nel frattempo, il regime sciita cerca di spremere quanto più possibile l’Amazzonia venezuelana ancora ricchissima di oro, uranio e torio. Di quel petrolio il cui prezzo è crollato, secondo fonti difficilmente confermabili, si starebbero pure occupando squadre di tecnici iraniani, ufficialmente al lavoro per riattivare impianti di raffinazione nella penisola, molto “sciita”, di Paraguanà, noto e incontrollabile snodo di traffico di idrocarburi e cocaina. E Mentre le forze navali della coalizione multilaterale (con qualche inserto europeo) a guida americana presidiano le bollenti acque dei Caraibi per togliere al regime anche l’ossigeno degli introiti derivanti dalle attività illecite, e a Caracas la cupola compie i preparativi per il dispiegamento di un piano di protezione della capitale dal nome altamente evocativo (“Plan Damasco”), all’aeroporto di Maiquetia, pochi giorni fa, atterrava un aereo privato, proveniente dal continente africano: un veivolo la cui sigla ci riconduce, in quella porta girevole della geopolitica che ormai il Venezuela tragicamente rappresenta, molto vicino a casa nostra, in Libia, da dove fonti rivelano che Khalifa Haftar non si sia spostato per una sosta ai Caraibi, ma da cui qualcuno al suo posto deve aver pensato che Caracas valeva bene una visita, ancorché breve. In fin dei conti, Mosca solo a parole –neanche troppo convincenti- si è disimpegnata dal Venezuela, dove il regime e i suoi alleati internazionali cominciano, forse, a considerare la fattibilità di uno scenario mediorientizzato in risposta ad un eventuale, iniziale successo della strategia americana.

Nessuno scenario è impossibile

In sostanza, si conferma rischioso tracciare analisi predittive sull’evoluzione della crisi venezuelana, tradizionalmente soggetta a improvvise fughe in avanti e improvvisi arresti, ed ancor più in un quadro globale, come quello attuale, che non consente di avventurarsi con margini di ragionevole probabilità oltre una serie di punti ed elementi che pure affiorano dalle recenti, sicuramente significative scosse politico-diplomatiche e para-giudiziarie che percorrono le instabili faglie della tettonica caraibica. 

E se è presto per stilare previsioni sul successo della rinnovata postura americana e sulla resilienza del regime di Caracas, non è invece cosi tardi per ammettere come, nonostante lo tsunami globale del virus cinese, la Casa Bianca (idem Teheran o Mosca) non abbia evidentemente messo in stand-by l’agenda politica di alcuni dossier ritenuti di cruciale importanza. Men che meno se si tratta di dossier che godono dell’appoggio congressuale bipartisan. E men che meno, in annata elettorale che risulta ora rimettere in discussione il secondo mandato di The Donald, contro ogni recente pronostico. In un anno già cosi stravolgente, un terremoto politico a Caracas, per imprevedibile che sia, è quanto meno impossibile da escludersi. E perfino lo scenario che apparentemente rasenta il surreale, cioè una gattopardesca conservazione dello status quo, potrebbe non essere così inammissibile. Perché a Caracas, nessuna sorpresa è poi così sorprendente.

Andrea Merlo,
Geopolitica.info

La lotta al Coronavirus come nuovo terreno di confronto tra grandi potenze

Le missioni mediche e militari che alcuni Paesi hanno realizzato in Italia per contribuire alla lotta al Coronavirus hanno reso evidente come la loro componente solidaristica sia difficilmente separabile da quella politico-strategica. A costo di passare per dei cinici realisti, è necessario ricordare come – soprattutto nella dimensione internazionale – nessuno faccia niente in cambio di nulla o, meglio, faccia qualcosa in nome del più alto valore della solidarietà. Sarebbe sicuramente una storia bella da raccontare e da raccontarci ma, se ci cascassimo, rischieremmo di non essere in grado di guardare dentro alla realtà e di interagirvi efficacemente.

La lotta al Coronavirus come nuovo terreno di confronto tra grandi potenze - Geopolitica.info fonte: piccolenote.ilgiornale.it

L’emergenza COVID-19, infatti, si è attestata come un nuovo terreno di confronto tra i garanti dell’ordine liberale – gli Stati Uniti e i loro alleati (al netto delle crepe che tra questi stanno emergendo) – e quelle che la National Security Strategy 2017 ha definito come potenze “revisioniste” – in primis la Repubblica Popolare Cinese e la Federazione Russa. 

L’invio di personale medico e materiale sanitario di Pechino, così la missione From Russia with Love di Mosca, hanno sollevato un dibattito a cui abbiamo preso parte anche dalle pagine di Geopolitica.info. Questo ha toccato alcuni dilemmi irrisolti degli aiuti esterni, come le loro conseguenze materiali (utili o inutili?), i loro costi (donazioni o vendite?) e le loro ragioni (umanitarie o strategiche?), culminando nel botta e risposta tra il quotidiano torinese La Stampa e l’Ambasciatore della Federazione Russa, così come nella denuncia del ritorno in Italia “a pagamento” delle mascherine precedentemente donate alla Cina.

I commentatori hanno sottolineato più o meno esplicitamente un doppio ordine di obiettivi che avrebbe ispirato sia Mosca che Pechino. Quello più citato è legato alla dimensione del soft power. In tal prospettiva, la Russia avrebbe prestato soccorso all’Italia per crearsi un credito da spendere sulla questione delle sanzioni e su quella della Enhanced Forward Presence della NATO nell’Europa settentrionale. La Cina, dal canto suo, lo avrebbe fatto per preparare il terreno a un’ulteriore accelerazione del progetto One Belt, One Road, che potrebbe tradursi nell’acquisizione di alcuni asset strategici italiani (in particolare, le infrastrutture portuali) sul modello di quanto già fatto in Grecia (si pensi al porto del Pireo). Il secondo obiettivo, meno citato ma sempre strisciante in tutti i ragionamenti, è quello legato alla componente di hard power, ovvero alle informazioni militari che tanto l’equipe medica cinese quanto il contingente russo avrebbe potuto carpire in Italia.

Entrambe le criticità, sebbene da non sottovalutare, sembrano legate a un paradigma strategico da Guerra fredda, fondato su una propaganda volta a rovesciare gli allineamenti consolidati e la ricerca di una superiorità militare in vista di un confronto apocalittico e decisivo. Tuttavia, fanno sì che non siano tenuti in dovuto conto due elementi essenziali delle dinamiche internazionali odierne. Da una parte, il fatto che il confronto tra grandi potenze prende forma su terreni nuovi (biotecnologie, calcolatori quantistici, intelligenza artificiale, reti di comunicazione, big data) che non possono essere ridotti a degli epifenomeni delle dimensioni “tradizionali”. Questi hanno una loro autonomia e devono prevedere una riflessione strategica, dei modelli di comportamento e degli obiettivi specifici. Dall’altra, a causa del differenziale di potenza con gli Stati Uniti che ancora li vede sfavoriti nel settore militare, la Federazione Russa o la Repubblica Popolare Cinese potrebbero essere interessate a compiere salti di paradigma strategico proprio su terreni “nuovi” della competizione internazionale. Se questo fosse vero ne potrebbero discendere due obiettivi principali che affiancherebbero – o sopravanzerebbero – quelli precedentemente discussi.

Il primo, relativo alla dimensione del potere nelle relazioni internazionali, riguarda le future evoluzioni della competizione tra le grandi potenze. Fondati o meno che siano i sospetti dell’Amministrazione Trump sulla fuoriuscita del virus dal laboratorio di Wuhan, la crisi innescata dal COVID-19 ha dimostrato che l’arma batteriologica può rappresentare uno strumento efficace per infliggere perdite umane ed economiche, oltre che per piegare il morale della popolazione dei Paesi nemici. Occorre ricordare, d’altronde, che i documenti strategici americani parlano della necessità di sviluppare una capacità di risposta alle pandemie e agli attacchi alla salute pubblica sin dalla National Security Strategy del 2006. Pertanto, occorre essere pronti a farvi fronte, avendo sviluppato quelle conoscenze che saranno indispensabili nel momento del bisogno. Dalla prospettiva russa e cinese, l’Italia potrebbe avere rappresentato un laboratorio a cielo aperto dove addestrare e testare equipe mediche e reparti dell’esercito specializzati nei settori della difesa chimica, radiologica e biologica.

Il secondo obiettivo, relativo al tema del prestigio nelle relazioni internazionali, chiama in causa l’utilizzo di quelle informazioni strategiche che potrebbero essere state carpite sul nostro territorio. Si fa naturalmente riferimento a quelle relative al Coronavirus, dagli studi in corso nel nostro Paese (ricordiamolo, ancora all’avanguardia in campo medico) alla casistica dei pazienti italiani, passando per le procedure e i protocolli attivati. Ma anche, più in generale, a quelle custodite dal nostro sistema sanitario nazionale. In altre parole, missioni ufficialmente realizzate in nome della solidarietà potrebbero rivelarsi, nella migliore delle ipotesi, delle grandi operazioni di data mining. In tal prospettiva, sarebbe interessante sapere quale livello di accesso abbiano avuto i team inviati da Mosca e Pechino ai big data custoditi nei nostri ospedali, aziende sanitarie e RSA. In tal prospettiva, non si dimentichi che la conferenza stampa della missione cinese si è tenuta in una struttura strategica al giorno d’oggi come l’INMI Lazzaro Spallanzani che, tuttavia. non è pensata – come le altre – per doversi difendere da qualcuno o da qualcosa.

Se ciò fosse vero, l’utilizzo immediato che si potrebbe fare delle informazioni reperite in Italia sarebbe quello ai fini della scoperta di un vaccino russo o cinese per il COVID-19. Questo risultato sarebbe fondamentale in termini di potere e di prestigio per gli sfidanti dell’ordine internazionale, così come per i suoi garanti. Tale sfida in nome del progresso scientifico trova un illustre precedente in un altro momento critico della storia contemporanea che, oltre a essere denso di suggestioni, può risultare utile per comprendere quale modello di conoscenza e contrasto del Coronavirus potrebbe essere necessrio adottare.

Il salto indietro ci porta nella Copenaghen del 1941, occupata dalle truppe della Germania nazista. Qui il fisico tedesco Werner Karl Heisenberg (nazista più per opportunità di carriera che non per convinzione ideologica) fa visita al suo vecchio maestro Niels Bohr (ebreo da parte di madre). Entrambi sono attivamente coinvolti, su fronti opposti, nella ricerca scientifica che mira a realizzare la bomba atomica. I due hanno una conversazione nel giardino della casa di Bohr. La maggior parte degli storici ritiene che Heisenberg – a capo del programma nucleare militare tedesco – volesse capire a che punto fossero gli alleati nello sviluppo dell’arma suprema, perché riteneva che Bohr ne avesse contezza (nel 1943 il fisico danese riparerà negli Stati Uniti dove parteciperà attivamente al Progetto Manhattan insieme a molti altri ebrei fuggiti da un’Europa in fiamme). I due fisici (diventati anche i protagonisti di una fortunata pièce teatrale di Michael Frayn) rappresentano due visioni contrastanti della scienza. Da un lato Heisenberg, fautore dello sforzo titanico di un solo Paese e disponibile a piegare la scoperta scientifica alla politica di potenza di una nazione. Dall’altro Bohr, fautore del progresso scientifico per accumulazione e dell’idea di società aperta.

Anche oggi sembra consumarsi lo stesso confronto, con le società aperte identificabili – nonostante qualche sbandamento sia da parte americana che europea – nelle potenze garanti dello status quo emerso dalla fine della Guerra fredda e le società chiuse nelle potenze revisioniste. Nell’ambito di tale dinamica di interazione, è inverosimile che l’Italia, al netto delle stravaganti uscite di qualche politico (senza distinzione tra partiti), possa disallinearsi dal primo campo nel breve-medio periodo. Il fronte euro-atlantico, d’altronde, è contraddistinto dalla presenza di un sistema di vincoli reciproci altamente istituzionalizzati che, congiuntamente a questioni di ordine economico e culturale, rendono i rapporti tra i Paesi che vi partecipano particolarmente “vischiosi”. Tuttavia, alcune scelte compiute in questa fase dal nostro Paese – non è dato sapere se intenzionali o meno – potrebbero comunque contribuire a rafforzare il fronte dei Paesi revisionisti in questo nuovo terreno di contestazione dell’ordine liberale. Come sistema-Paese dovremmo esserne coscienti, magari dibattendone pubblicamente senza pregiudizi e sensazionalismi, e agire di conseguenza. Per decidere insieme dove, come e in compagnia di chi immaginiamo l’Italia da qui ai prossimi vent’anni. 

Gabriele Natalizia,
Geopolitica.info e Sapienza Università di Roma

Salvatore Santangelo,
Geopolitica.info e Università degli Studi di Roma Tor Vergata

Cosa ci dice il discorso di Matthew Pottinger sulle relazioni tra Washington e Pechino

Negli scorsi giorni Matthew Pottinger, il vice consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ha partecipato a una conferenza, online come la maggior parte degli eventi in queste settimane, organizzata dal Miller Center sulle relazioni tra Washington e Pechino. 

Cosa ci dice il discorso di Matthew Pottinger sulle relazioni tra Washington e Pechino - Geopolitica.info

L’incontro dal titolo “U.S.-China Relations in a Turbulent Time: Can Rivals Cooperate?” ha ospitato l’intervento di Pottinger che ha affrontato un tema solitamente lontano dalle relazioni istituzionali tra i due paesi, il consigliere della Casa Bianca ha sostenuto che i valori democratici universali sono strettamente legati alla cultura cinese, ancor più che a quella occidentale. Pottinger ha affrontato il delicato tema, citando come l’esempio della democrazia taiwanese dimostri la totale congruenza tra la civiltà cinese e la cultura confuciana con le libertà civili. Si tratta di un evento inedito nelle relazioni tra la Cina e gli Stati Uniti, da molto tempo il dibattito istituzionale tra i due paesi si svolge su temi legati all’economia, al commercio e molti altri campi, incluso quello dei diritti umani. Raramente si assiste a una vera e propria disputa ideologica, sui valori fondanti di una delle due parti. Pottinger ha accusato le élite cinesi di aver conquistato degli immensi privilegi economici e politici proprio grazie all’assenza di libere elezioni. Nel suo discorso, evidentemente diretto al pubblico cinese, ha citato le omissioni di Pechino durante la lotta al Covid-19 e le continue repressioni a cui sono sottoposti i giornalisti nella Repubblica Popolare cinese. Si è trattato di un attacco diretto, che stupisce soprattutto per le modalità e i contenuti. L’intera conferenza è consultabile qui.

Anche se Pottinger non è nuovo a questo tipo di dichiarazioni. Durante un evento a settembre 2018 presso l’ambasciata cinese a Washington, DC aveva avuto un serrato confronto con l’ambasciatore Cui Tiankai 崔天凯 che sottolineava l’importanza della cooperazione tra la Cina e gli Stati Uniti. Il consigliere della Casa Bianca citò Confucio per sottolineare il nesso tra il linguaggio e la verità, in pratica accusando l’ambasciatore cinese di fare delle affermazioni senza contenuti reali o aderenza con la realtà. “Se i nomi non possono essere corretti, la lingua non è conforme alla verità delle cose. E se il linguaggio non è conforme alla verità delle cose, gli affari non possono essere portati avanti verso il successo” (名 不正 , 则 言 不顺 ;言 不顺 , 则 事 不成 míng bùzhèng, zé yán bù shùn; yán bù shùn, zé shì bùchéng). Come riportato da Sup China, Pottinger ha proseguito arrivando a dire che “negli Stati Uniti, la concorrenza non è una parola di quattro lettere“.

Chi è Matthew Pottinger?

Pottinger è un ex giornalista, con un passato nell’esercito statunitense, ed è uno dei principali ispiratori della politica di Washington nei confronti della Cina e della Corea del Nord sin dal 2017.  È considerato il principale attore nell’organizzazione dello storico incontro tra il leader nordcoreano Kim Jong-un e il presidente statunitense. Un evento che, pur non avendo conseguito nessun risultato concreto nei rapporti tra Pyongyang e Washington, è rimasto indelebile nella memoria dell’opinione pubblica e probabilmente resta uno dei successi internazionali dell’amministrazione Trump. Pottinger ha una laurea in Chinese Studies conseguita presso l’Università del Massachusetts e parla correntemente in mandarino, come mostra il video. Ha lavorato come corrispondente per Reuters a Pechino dal 1998 al 2001 per poi passare al Wall Street Journal. Nel 2005 è entrato nel corpo dei Marines e ha prestato servizio come ufficiale dell’intelligence in Iraq e in Afghanistan. Pottinger era in Cina in veste di reporter nel 2003 e ha seguito l’epidemia della SARS, evidenziando da subito gli errori e le negligenze nella gestione della crisi.  Secondo il sito Politico, che ha tratteggiato in maniera dettagliata il suo percorso professionale, durante il suo periodo come giornalista in Cina: “Pottinger è stato molestato, arrestato e costretto a buttare giù gli appunti nel gabinetto per impedire il sequestro. Una volta è stato anche preso a pugni in faccia in uno Starbucks di Pechino da un funzionario che lo ha avvertito di lasciare il paese”. Pottinger è stato anche in prima linea nel sollevare la questione dell’origine del Covid-19, già a gennaio ha sollecitato le agenzie di intelligence nella raccolta di informazioni collegate a una possibile origine in laboratori del virus. Secondo Steve Bannon, Pottinger è “una delle persone più significative dell’intero governo degli Stati Uniti”. Mentre il professore di Harvard e stratega della sicurezza nazionale Graham Allison dice del vice consigliere per la sicurezza nazionale: “L’ho trovato variamente intelligente, perspicace, curioso e non dogmatico. È fedele alla squadra, ma ascolta.” Tuttavia, non si tratta di un falco dell’amministrazione Trump, è stato descritto come una persona equilibrata e preparata politicamente molto lontana dall’ala conservatrice dei repubblicani.