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Myanmar, un difficile equilibrio tra Pechino e Washington

Negli ultimi anni lo Stato del Myanmar è stato oggetto di interesse delle principali potenze mondiali, diventando di fatto terreno di confronto fra Cina e Stati Uniti. Quali sono i fattori che hanno determinato tale situazione?

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Tre sono gli elementi di maggior rilievo che hanno permesso un miglioramento delle relazioni politiche e diplomatiche tra Myanmar e Stati Uniti: il “Pivot to Asia”, avviato nel periodo dell’amministrazione Obama, il ruolo di Aung San Suu Kyi, vincitrice del premio Nobel per la pace nel 1991, e come ultimo punto bisogna ricordare il timore americano per la politica revisionista cinese che rappresenta una costante minaccia alla superiorità internazionale americana. Il “Pivot to Asia”, che abbiamo ricordato essere stato attuato dall’amministrazione Obama, rappresenta un elemento caratterizzante della politica estera americana. È importante far notare come tale strategia non sia esclusivamente inerente alla sfera politico-diplomatica, ma come implichi ingenti investimenti nell’ambito economico e militare nell’area dell’Asia-Pacifico. Il “Pivot to Asia” rientra difatti nel più complesso piano di contenimento e bilanciamento della potenza cinese nei territori asiatici, con il fine dunque di tutelare il peso internazionale americano. 

Non è da sottovalutare inoltre l’importanza rivestita da Aung San Suu Kyi, Consigliere di Stato del Myanmar; la figura politica di Suu Kyi è strettamente legata al processo di democratizzazione che ha investito il paese negli ultimi anni a partire dalla data cruciale del 2015, anno in cui il NDL (National Leauge of Democracy), partito della vincitrice del premio Nobel , acquista la maggioranza dei seggi in Parlamento. La carriera politica di Aung San Suu Kyi, contraddistinta dalle lotte politiche intraprese contro il regime militare allora al potere, è stata sostenuta e apprezzata nel tempo da Washington e Bruxelles. Questi ultimi hanno fortemente appoggiato le battaglie della donna, considerata una paladina della democrazia, in quanto vista come figura potenzialmente in grado di attuare una politica di rottura e di chiusura contro la Repubblica Popolare Cinese. 

D’altra parte, non si può trascurare il travagliato rapporto che Myanmar intraprende con la potenza cinese. L’elemento che più influenza i rapporti tra i due stati è geografico; L’ex Birmania rappresenta oggetto di profondo interesse per la Repubblica Popolare Cinese in quanto possiede un accesso diretto all’Oceano Indiano e, dunque, una possibilità di aggirare lo Stretto di Malacca, riuscendo così a risolvere quello che Hu Jintao ha delineato come “Malacca Dilemma”, e di una riduzione di tempi e costi delle attività commerciali. Altro fattore di cooperazione è la sfera commerciale che unisce i due paesi, in quanto il Myanmar esporta in Cina ingenti materie prime, tra le quali gas, petrolio e pietre preziose. Il Myanmar inoltre confina con la potenza cinese per oltre duemila chilometri; tale frontiera è stata fonte di attriti tra i due paesi, proprio per la questione della presenza lungo di essa di minoranze etniche e per le politiche adottate dal Myanmar in materia. I rapporti tra i due Stati subirono un raffreddamento sotto la presidenza di Thein Sei, il quale cercò un avvicinamento e un miglioramento dei rapporti diplomatici con Washington e decise l’interruzione dei lavori di costruzione della diga Myitsone, progetto gestito dalla China Power Investment Corporation. Questo particolare periodo di tensioni subì un cambiamento nel 2015, data in cui Aung San Suu Kyi visitò Pechino dove venne accolta dal presidente e segretario del partito comunista cinese, Xi Jinping. L’incontro, che avvenne in vista delle elezioni previste per quello stesso anno, nacque dalla necessità della certezza e della tutela degli interessi  economici esistenti tra i due paesi.

Il 2020 si apre con due eventi cruciali per le relazioni interazioni del Myanmar: la visita ufficiale di Xi Jinping nel Myanmar che viene inaugurata il 17 gennaio e il verdetto della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja riguardante la minoranza mussulmana dei Rohingya. 

Il 17 gennaio 2020 il presidente cinese arriva nello stato del Myanmar, l’anno in cui si celebrano peraltro i 70 anni di relazioni diplomatiche tra i due Stati; Il fine principale di tale incontro , che finisce quasi per assumere un significato simbolico, risiede nel rafforzamento della sfera politico-economica e nell’affermare la presenza cinese in tale territorio. Verranno firmati difatti più di trenta accordi che rappresentano una conferma delle relazioni politico-economiche tra l’ex-Birmania e la Repubblica Popolare Cinese.

Altro evento di fondamentale rilevanza è il verdetto espresso il 23 gennaio di quest’anno della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja sulla questione della minoranza mussulmana dei Rohingya, la quale ha stabilito che lo Stato del Myanmar, portato in giudizio dal Gambia, dovrà prendere tutte le misure in suo potere per garantire a tale comunità il rispetto degli obblighi stabiliti dalla Convenzione sul genocidio del 1948. Ciò che ha indotto il Gambia a portare il caso di fronte alla Corte è stata la violazione massiccia e ripetuta dei diritti umani fondamentali, denunciata dall’emigrazione di massa verso il Bangladesh della minoranza mussulmana. Gli atti illeciti commessi dal Tatmadaw (le forze armate birmane)nei confronti dei Rohingya hanno destato la riprovazione e la condanna della comunità internazionale e soprattutto hanno comportato un raffreddamento nei rapporti con Washington e Bruxelles.  Il 29 aprile 2019 il Consiglio dell’Unione Europea, a causa della continua violazione dei diritti umani, ha prorogato di un anno le misure sanzionatorie in vigore nei confronti del Myanmar; Tali misure restrittive riguardano l’embargo sulle armi e sulle attrezzature utilizzabili nella repressione interna del paese stesso. Il regime sanzionatorio “vieta altresì di fornire addestramento militare alle forze armate del Myanmar (Tatmadaw) e la cooperazione militare con le stesse”*.  Stando a quanto riporta Bloomberg News, il ministro del commercio del Myanmar, Than Mynt, ha risposto alle sanzioni avvertendo che le misure approvate dall’Occidente stanno provocando un avvicinamento dei legami con gli alleati asiatici, e più specificatamente dunque con la Repubblica Popolare Cinese. Anche la  “paladina della democrazia” Aung San Suu Kyi è stata fonte di pesanti critiche per il ruolo rivestito e le posizioni prese di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja rispetto alla questione dei Rohingya. Suu Kyi è stata fortemente decisa nel prendere le difese del Tatmadaw, dichiarando l’inconsistenza delle accuse e l’incompletezza del quadro che risulta essere inoltre fuorviante. Abbiamo già ricordato come gli Stati Uniti appoggiarono nel tempo le sue battaglie politiche nella speranza, che possiamo considerare ormai erronea, di una possibile uscita del Myanmar dall’orbita di influenza asiatica e soprattutto cinese. 

Possiamo dunque comprendere come un paese “lillipuziano” come il Myanmar, per esprimerla nei termini di Robert Keohane (“Lilliputians dilemmas: Small States in International politics”,1969), sia fondamentale per analizzare il più ampio confronto a livello internazionale tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese.

Covid-19: una svolta per la sfida della Cina all ‘ordine liberale?

Col passare delle ore sta diventando chiaro che il COVID-19 non produce solo quei tragici effetti in termini di vite umane a cui tutti noi stiamo assistendo, ma che speriamo restino temporalmente circoscritti grazie all’enorme sacrificio compiuto dall’intero personale sanitario e alle gravose (sebbene assolutamente necessarie) modifiche imposte al nostro stile di vita. L’emergenza in corso rischia di avere anche risvolti politici di scala globale, che probabilmente diventeranno meglio visibili solo negli anni a venire.

Covid-19: una svolta per la sfida della Cina all ‘ordine liberale? - Geopolitica.info

Quella che inizialmente era sembrata un’improvvisa battuta d’arresto per l’ascesa della Repubblica Popolare Cinese (RPC), sia sotto il profilo della crescita economica che del soft power, si è trasformata in un’incredibile occasione da cogliere per la strategia revisionista che Pechino sta attuando nei confronti dell’ordine internazionale liberale.
Procediamo per gradi. Anzitutto, definendo il bersaglio della sfida cinese. L’ordine internazionale liberale, già prefigurato a Washington durante la Seconda guerra mondiale e realizzato su quella parte del mondo non caduta nella sfera di influenza sovietica durante la Guerra fredda, ha preso forma compiutamente globale nel triennio 1989-1991. Tra i suoi “pilastri” figurano: 1) un divario incolmabile – almeno momentaneamente – tra gli Stati Uniti e gli altri Paesi nelle principali dimensioni del potere (diplomatica, militare, economica, intellettuale); 2) la diffusione della democrazia e dell’economia di mercato, per favorire trasparenza nei processi decisionali, interdipendenza tra le nazioni e, di conseguenza, una maggiore propensione alla cooperazione; 3) le Organizzazioni internazionali, intese non solo come luogo di interazione – e potenzialmente di condivisione delle scelte – tra la potenza egemonica, i suoi alleati e i suoi partner, ma anche come strumento di progressiva integrazione dei suoi potenziali sfidanti nell’ordine internazionale; 4) la volontà degli Stati Uniti di esercitare la leadership, fornendo agli altri Paesi “servizi pubblici” (sicurezza, controllo e regolazione del sistema economico globale); 5) la disponibilità degli altri Stati a riconoscere a Washington tale ruolo.

Il dibattito intorno alla scelta della Cina di contestare l’ordine qui descritto per brevi capi, assumendo una postura “revisionista”, da almeno venti anni è oggetto di dibattito nella letteratura delle Relazioni internazionali. Le interpretazioni sorte in merito sono molto eterogenee. Soprattutto gli studiosi cinesi (Yan; Zhao) tendono a negare che Pechino sia interessata a questo genere di sfida, in quanto la cultura politica nazionale sarebbe diversa da quella occidentale. Pertanto, interpretare le politiche cinesi secondo i nostri paradigmi consueti (potenze conservatrici/revisioniste; strategia del balancing/bandwagoning) ci farebbe cadere in un pericoloso errore di interpretazione. Altri, invece, già da tempo sostengono che la sfida della RPC è già in atto e rischia di riportare gli assetti globali verso un riequilibrio di tipo bipolare (Allison; Layne; Kagan). Altri ancora, sostengono che il revisionismo cinese sia reale ma, al tempo stesso, connotato da una natura “incrementale” in quanto circoscritto ad alcune dimensioni funzionali e quadranti geopolitici e attento a evitare una competizione serrata con gli Stati Uniti (Mearsheimer; Mastanduno).
Secondo chi scrive, l’ultima interpretazione finora era la più convincente per tante ragioni. Anzitutto, perché i vertici del Partito Comunista Cinese avevano di fronte alcuni modelli di comportamento da non imitare, come quelli della Germania nazista e dell’Unione Sovietica la cui sfida “rivoluzionaria” – ovvero frontale e attuata in tutte le dimensioni – agli ordini guidati dalle potenze anglo-sassoni si concluse in un’immensa catastrofe. Sebbene l’impasse militare degli Stati Uniti in Iraq e Afghanistan e la crisi economico-finanziaria del 2007/2008 fossero stati considerati come indicatori dell’intervenuta instabilità degli assetti internazionali del post-Guerra fredda e l’ascesa al potere di Xi Jinping nel 2012 come un acceleratore del revisionismo cinese, la politica estera del “Dragone” negli anni successivi appariva ancora ispirata al suggerimento di Deng Xiaoping «mantieni il profilo basso e aspetta il tuo tempo». La RPC, infatti, è sembrata evitare accuratamente una competizione con gli USA sul modello della Guerra fredda, mantenendo le sue azioni sempre al di sotto di una certa soglia di scontro (come la sostanziale astensione dall’utilizzo degli strumenti militari o la riduzione della deterrenza nucleare all’incerta assicurazione di un second strike).

Alla Casa Bianca è generalmente prevalsa questa percezione della controparte, come la National Security Strategy del 2017 – quella firmata da Donald Trump e che per la prima volta accusa pubblicamente la Cina di “revisionismo” – è intervenuta a confermare. Nel documento strategico, d’altronde, si parla di una sfida da parte cinese – e russa – al potere e agli interessi degli Stati Uniti. Tuttavia, la RPC viene identificata come la principale minaccia nella dimensione economica, mentre in quella militare il governo americano ne parla in questi termini solo nel medio-lungo termine. Inoltre, il documento nulla dice sulla sfida cinese ai modelli e ai valori occidentali, così come rimane su un livello di analisi prevalentemente regionale delle sue politiche revisioniste.

L’emergenza COVID-19 potrebbe – sottolineo, potrebbe – costituire un punto di svolta in questo senso, ovvero un passaggio da una sfida di tipo “incrementale” o “indiretta” a alla competizione aperta. Dal punto di vista di Pechino, infatti, l’attuale crisi ha agito come uno stress test nei confronti degli Stati Uniti e dei loro alleati. Anzitutto, ha dimostrato la fragilità delle economie occidentali, che hanno registrato i maggiori crolli di borsa dal 1987 e probabilmente patiranno molto più di quanto ci si aspetti nei prossimi mesi/anni come conseguenza della chiusura di centinaia (o, purtroppo, migliaia?) di imprese, della rovina di tanti liberi professionisti e dell’aumento esponenziale dell’intervento statale nell’economia.
In secondo luogo, ha fatto registrare l’incertezza degli Stati Uniti di voler ribadire la loro volontà “di guida” dell’ordine internazionale. Oltre ai messaggi di solidarietà di rito, Washington non fatto molto altro per combattere il contrasto del virus nel mondo (o, meglio, ha fatto meno di quello che ci si aspetterebbe da una potenza-leader). E anche quando ha compiuti gesti concreti – si pensi all’ospedale da campo recentemente montato a Cremona – lo ha comunicato il minimo indispensabile, probabilmente per evitare di far circolare in patria la percezione di un presidente intento a spendere il denaro dei taxpayer americani all’estero in un anno elettorale.

Inoltre, ha esasperato le contraddizioni interne a organizzazioni-cardine dell’ordine liberale come l’Unione Europea. Questa ha dimostrato scarsa efficienza al suo primo grande appuntamento con la storia, confermando che il livello di azione degli Stati resta decisivo per la sicurezza dei cittadini (si noti, un tipo di sicurezza che poco ha a che fare con quella militare). Il blocco delle vendite di mascherine e di altri materiali sanitari tra Paesi membri, l’assenza di un protocollo comune con cui trattare l’emergenza, la sospensione di Schengen e il comportamento irresponsabile di Christine Lagarde – ricordiamolo, titolare del perno intorno a cui ruota il processo di integrazione europea – rischiano di lasciare un segno indelebile nella memoria collettiva degli europei, che potrebbe provocare la radicalizzazione dei partiti sovranisti e lo spostamento sulle loro attuali posizioni di alcune forze politiche moderate.
Infine, l’emergenza Coronavirus ha offerto a Pechino l’occasione di verificare su larga sala la sua capacità di contro-narrazione. E, dal suo punto di osservazione, i risultati sono stati più che positivi. La RPC, infatti, ha visto crescere il suo consenso globale nelle ultime settimane come mai avrebbe potuto immaginare solo a inizio marzo. Non crediamo certamente di offrire ai nostri lettori uno scoop rilevando che sempre più persone – in Italia, come all’estero – non solo non sono più convinte che il Coronavirus arrivi da Wuhan (non a caso Trump non perde mai l’occasione per definirlo Chinese virus) ma, grazie a un’accurata opera di disinformazione attuata scatenando troll e media compiacenti, cominciano a pensare che questo sia stato creato in qualche laboratorio occidentale (meglio se “amerikano”) per piegare l’irresistibile ascesa cinese, o sia stato sfruttato da Washington per un fantomatico sbarco in Europa (o, almeno, in questi termini ne ha parlato sui social l’esercito dei troll in riferimento all’esercitazione NATO Defender Europe 2020).

Tale dato non è solo preoccupante in quanto rischia di contribuire al declino del primato americano (le egemonie sono per definizione transitorie), ma anche perché rafforza l’ascesa internazionale di un regime totalitario, con tutte le conseguenze sia in termini di esercizio del potere e controllo sugli altri Paesi, che in quelli di esportazione strisciante di un modello antitetico a quello della liberal-democrazia. Purtroppo, l’impressione è che i politici italiani – come molti loro colleghi europei – non abbiano ancora avuto il tempo, la volontà o le capacità per riflettere sul fatto che decisioni prese in momenti “critici” determinano conseguenze di lungo periodo che possono rivelarsi esiziali per il destino di una nazione. La speranza è che, semmai si dovesse realmente concretizzare l’incubo di una nuova competizione bipolare (stavolta USA-RPC), l’Italia non scelga di schierarsi dalla parte sbagliata.

DEFENDER-Europe 20: l’esercitazione continua ma in forma ridotta a causa della diffusione del Coronavirus

Quando venne ideata, circa un anno fa, nessuno avrebbe potuto immaginare che la più vasta esercitazione militare statunitense in Europa dalla fine della Guerra Fredda si sarebbe svolta durante una pandemia: il Comandante dello U.S Army Europe Lieutenant General Christopher Cavoli ed il Comandante Supremo delle Forze Alleate in Europa (SACEur) Generale Tod D. Wolters hanno rassicurato che l’esercitazione continuerà e che verranno adottate le più severe misure di sicurezza per evitare che le truppe coinvolte nell’esercitazione possa contrarre il virus.

DEFENDER-Europe 20: l’esercitazione continua ma in forma ridotta a causa della diffusione del Coronavirus - Geopolitica.info

A causa del continuo diffondersi del virus, però, lo U.S. European Command (EUCOM) – in una nota dell’11 marzo 2020 – ha fatto sapere che verrà ridotto il numero delle truppe statunitensi impiegate sia in DEFENDER-Europe 20 sia nelle esercitazioni ad essa collegate. Al di là del contesto in cui si svolge e delle modifiche causate dalle pressanti esigenze sanitarie, qual è l’obiettivo di questa imponente esercitazione militare?

(Pro)gettare un “ponte” sull’Atlantico per difendere gli alleati europei

L’esercitazione avrà l’obiettivo di testare le capacità della Difesa statunitense di trasportare un numero rilevante di truppe – in grado di supportare efficacemente gli alleati europei contro eventuali azioni ostili – dagli Stati Uniti al continente europeo. Circa ventimila truppe statunitensi avrebbero dovuto attraversare l’Atlantico via mare per approdare poi nei porti di Belgio, Olanda, Germania e Polonia: il primo convoglio americano è arrivato il 21 febbraio 2020 nel porto di Bremerhaven, nel nord della Germania. 

Il trasporto delle truppe, dei mezzi e degli equipaggiamenti dai porti statunitensi ai porti europei rappresenta solo la prima delle quattro fasi dell’esercitazione DEFENDER-Europe 20. Durante la seconda fase dell’esercitazione si provvederà all’equipaggiamento delle truppe impegnate nelle attività militari, attingendo principalmente dagli arsenali presenti in Belgio e Germania. È bene sottolineare come, nonostante vi sia una fase di approvvigionamento sul territorio europeo, larga parte delle armi, dei mezzi e degli equipaggiamenti provenga direttamente dagli Stati Uniti. 

Pienamente equipaggiate, le truppe statunitensi inizieranno la terza fase ovvero lo spostamento verso la Polonia e gli stati baltici. Sarà in questa fase che si svolgeranno le cinque esercitazioni collaterali a DEFENDER-Europe 20: Allied Spirit XI; Dynamic Front 20; Joint Warfighting Assessment 20; Saber Strike 20; Swift Response 20. La quarta ed ultima fase riporterà le truppe statunitensi arrivate  in Europa dai porti americani di nuovo negli Stati Uniti.

L’esercitazione, secondo i piani originari, avrebbe dovuto coinvolgere complessivamente diciassette stati, tra membri NATO e stati partner dell’Alleanza Atlantica, e circa trentasettemila unità (alle ventimila unità inviate dagli Stati Uniti, bisogna aggiungere le novemila unità statunitensi già presenti in Europa e le ottomila unità degli altri stati coinvolti).

Anche l’Italia avrebbe dovuto partecipare alle operazioni, seppur in maniera ridotta, con un’unità della Brigata Folgore in Lettonia ed un’unità della Brigata Garibaldi in Germania: il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, considerando la difficile situazione che vive il paese a causa dell’emergenza Coronavirus, ha deciso di annullare la partecipazione italiana pur ribadendo la rilevanza dell’esercitazione per la difesa del continente.

Né un’invasione dell’Europa né un’azione ostile contro la Russia ma solo la dimostrazione della volontà statunitense di continuare a proteggere gli alleati europei

Questo potrebbe essere, in estrema sintesi, il significato politico di questa massiccia esercitazione militare: infatti, oltre gli aspetti strettamente militari – legati alla valutazione delle capacità logistiche statunitensi, al rafforzamento della deterrenza della NATO mediante il potenziamento dell’interoperabilità tra le  diverse forze armate degli stati membri della NATO impegnate in queste manovre militari – DEFENDER-Europe 20 porterebbe con sé un importante significato politico da consegnare

Gli Stati Uniti sembrano voler rassicurare gli alleati europei riguardo la volontà americana di difendere attivamente lo spazio NATO, nonostante le contradditorie dichiarazioni del presidente Trump sull’Alleanza Atlantica e sulla NATO e le continue affermazioni, dello stesso presidente, di voler ridurre l’esposizione militare americana nel mondo. Affermazioni peraltro smentite dai dati – esposti sia da  Paul K. MacDonald e Joseph M. Parent in un articolo su Foreign Affairs nel dicembre 2019 sia da Dario Fabbri, consigliere scientifico di Limes ed esperto di Stati Uniti, in una puntata dell’approfondimento geopolitico de La Repubblica – che dimostrano come le truppe statunitensi dispiegate nei diversi continenti siano aumentate durante questi primi tre anni di amministrazione Trump piuttosto che diminuire.

In conclusione, DEFENDER-Europe 20 sembrerebbe ribadire, con nuovo vigore, un concetto scritto nero su bianco poco più di settant’anni fa: nell’ora più buia, noi americani saremo al vostro fianco, sul continente europeo, con tutta la forza che sarà necessaria.

Cooperare o competere nello spazio?

Il rinnovato interesse per lo spazio testimoniato in questi giorni dall’amministrazione Trump e i notevoli passi avanti compiuti dalla Cina in questo settore rendono indispensabile una profonda riflessione teorica su questo nuovo teatro operativo e, in particolare, interrogarsi se sia più facile cooperare o competere nello spazio.

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Un utile strumento per rispondere a questo quesito può essere il modello sviluppato da Robert Jervis, professore di International Affairs alla Columbia University, nella sua famosa opera “Cooperation Under the Security Dilemma”. Secondo l’autore, nell’ambito delle relazioni internazionali esistono quattro possibili scenari o “mondi” che dipendono da due variabili: la prima è se è in vantaggio l’offesa sulla difesa o viceversa; la seconda è se una postura offensiva può essere distinta da una difensiva. Il risultato è così rappresentato:

Per quanto riguarda la prima variabile, due sono i fattori principali che determinano se sia l’offesa o la difesa ad essere in vantaggio: la tecnologia e la geografia. La prima dipende principalmente dal grado di vulnerabilità delle armi, che, quanto più sono difficili da proteggere in caso di attacco preventivo nemico, tanto prima verranno utilizzate dallo Stato che si sente minacciato. Le tecnologie spaziali sono facilmente attaccabili sia dalla Terra che dallo spazio, tramite numerosissime tecnologie “counterspace” da cui è difficile, se non in certi casi attualmente impossibile, difendersi efficacemente. Questo fa sì che sia l’offesa ad avere un vantaggio importante sulla difesa, così che in caso di conflitto gli asset spaziali siano i primi ad essere colpiti, soprattutto dalla Cina, che cerca un vantaggio asimmetrico nei confronti del suo più potente competitor.

Anche la geografia gioca a favore dell’offesa. Jervis nel suo saggio pensa alla geografia terrestre e descrive alcuni elementi che possono favorire la difesa, come la presenza di Stati cuscinetto o barriere naturali, tra cui montagne, oceani e grandi fiumi. Nello spazio, tuttavia, non esiste alcun tipo di fortificazione naturale o artificiale dietro cui ripararsi, né tantomeno Stati cuscinetto o zone demilitarizzate utili a rallentare l’attacco nemico mentre le orbite, in cui si muovono i corpi nello spazio, sono guidate dalle leggi della fisica che si possono calcolare e modificare, ma non stravolgere.

La seconda variabile da tenere in considerazione per stabilire con esattezza in quale dei quattro mondi ci troviamo è la possibilità, o meno, di distinguere una postura offensiva da una difensiva. Il dilemma della sicurezza è, infatti, fortemente presente se le armi e le dottrine che forniscono protezione ad uno Stato consentono anche le capacità per attaccare. Se ciò non avviene, il postulato base che costituisce il dilemma della sicurezza viene meno, in quanto un Paese può aumentare la propria sicurezza senza diminuire quella degli altri. Se la difesa è in vantaggio sull’offesa il dilemma viene comunque mitigato, ma se poi si aggiunge la possibilità di distinguere le due posture allora la trappola della sicurezza viene quasi completamente disinnescata.

Nel caso dello spazio, però, la possibilità di distinguere tra strumenti difensivi e offensivi si fa ancora più fievole. Per la natura dual-use delle tecnologie spaziali, difatti, è spesso impossibile distinguere persino tra uso civile e militare di un determinato asset. Si pensi, ad esempio, al sistema di navigazione satellitare, oggi comunemente utilizzato da un qualunque possessore di smartphone o ai satelliti per le previsioni meteo, impiegati nella programmazione delle operazioni militari, ma anche dai civili tutti i giorni. Persino i razzi usati per i test delle armi anti-satellite, che dovrebbero essere strumenti unicamente offensivi, possono essere adoperati per lanciare satelliti nello spazio e condurre esperimenti scientifici. Diventa, pertanto, assai arduo accusare uno Stato di mantenere una postura bellicosa e adottare quindi provvedimenti a riguardo, incluse minacce o sanzioni.

Combinando dunque le due variabili di offesa in vantaggio sulla difesa e l’impossibilità di distinguere una postura offensiva da una difensiva nello spazio, individuiamo questa dimensione nel primo dei mondi descritti da Jervis, vale a dire quello doppiamente pericoloso.

Il primo mondo, inoltre, è il più sfavorevole per le potenze dominanti e desiderose di mantenere lo status quo, in questo caso gli Stati Uniti, in quanto non c’è alcun modo per aumentare la propria sicurezza senza minacciare gli altri e ottenerla esclusivamente tramite la difesa è incredibilmente difficile data la vulnerabilità di queste armi. Inoltre, poiché le due posture sono indistinguibili, le potenze in difesa dello status quo acquisiranno lo stesso tipo di arsenale ricercato dai possibili aggressori. La situazione è perciò altamente instabile, la corsa al riarmo probabile, gli incentivi a colpire per primi possono trasformare le crisi in guerre, le vittorie decisive e le conquiste saranno comuni e la cooperazione incredibilmente difficile da raggiungere.

Da quanto argomentato finora, si evince come lo spazio rientri perfettamente in questo quadro. Ciò non implica automaticamente che tra gli Stati Uniti e la Cina dovrà scoppiare necessariamente una guerra per o attraverso lo spazio, poiché non è il solo teatro operativo oggi esistente, anzi, il suo sviluppo è ancora in fase embrionale. Per stabilire con esattezza in quale dei quattro mondi ci si trova bisogna tenere conto di tutte le variabili presenti, militari e non. La sola deduzione logica che ne consegue è che nello spazio, in generale, sia molto più facile competere che cooperare e che, in caso di guerra, lo spazio sarebbe uno dei primi teatri ad essere coinvolto nelle operazioni dei due Paesi in questione. Bisogna ricordare, infine, che una guerra totale nello spazio è comunque poco probabile, in quanto l’enorme mole di detriti che ne scaturirebbe provocherebbe una mutua distruzione spaziale garantita. Di conseguenza, quanto più Pechino diverrà dipendente dalle tecnologie spaziali, tanto più la possibilità che questo catastrofico evento avvenga diventerà remota.

Per concludere, è giusto osservare che la competizione in questo campo non ha solo aspetti negativi, ma è anche in grado di portare a risultati straordinari e avanzare la conoscenza umana come poco altro. Il programma Apollo e il conseguente sbarco sulla Luna non sarebbero mai stati possibili senza il desiderio americano di primeggiare nel campo dell’esplorazione spaziale nei confronti sovietici. La cooperazione ha condotto a risultati di certo non trascurabili, come la creazione della Stazione Spaziale Internazionale, ma la nuova corsa allo spazio consentirà probabilmente all’uomo di raggiungere Marte, qualcosa di incommensurabilmente più elevato di qualunque progetto congiunto mai pensato fino ad ora.

Accordo di pace tra Stati Uniti e talebani: inizia il ritiro delle truppe americane

Lo scorso 29 febbraio è stato firmato a Doha lo storico accordo di pace tra gli Stati Uniti e i talebani che cercherà di porre fine ad una guerra cominciata quasi 19 anni fa, precisamente il 7 ottobre 2001 dopo che gli integralisti, capeggiati dal mullah Omar, si rifiutarono di consegnare Osama bin Laden al governo statunitense. 

Accordo di pace tra Stati Uniti e talebani: inizia il ritiro delle truppe americane - Geopolitica.info

L’accordo di pace – firmato a Doha da Zalmay Khalilzad, capo negoziatore di Washington e dal mullah Abdul Ghani Baradar, per i talebani – prevede il ritiro delle truppe americane e della NATO dall’Afghanistan entro 14 mesi a patto che i talebani rispettino gli impegni stabiliti, ossia quelli di intavolare dei negoziati di pace con il governo afghano, di non permettere la presenza di gruppi terroristici sul territorio e, quindi, di contribuire al contrasto del terrorismo. Questo punto di svolta non metterà necessariamente fine alla guerra afghana, la più lunga mai combattuta dagli Stati Uniti in cui sono morti circa 2500 americani e un numero ancora più elevato di civili afghani, ma è sicuramente un punto di partenza importante per il futuro. 

Il ritiro dei soldati statunitensi è iniziato nella mattinata del 10 marzo dalle basi militari di Lashkar Gah, capoluogo della provincia meridionale di Helmand e da un’altra nella provincia di Herat, nell’est del paese. Entro luglio le forze straniere saranno ridotte a 8600 uomini e verranno chiuse altre 20 basi, per poi passare al ritiro definitivo nei mesi successivi. In base alla situazione sul territorio, però, Washington avrà l’opzione di mantenere un contingente limitato per continuare la lotta contro i gruppi jihadisti. Gli Stati Uniti hanno, al momento, circa 12 mila soldati in Afghanistan mentre gli altri Stati della coalizione ne contano 4 mila. 

“Se i talebani rispettano l’accordo, gli Stati Uniti inizieranno una riduzione delle forze basata sulle delle condizioni, e ripeto basata su delle condizioni”, ha detto il segretario della Difesa, Mark Esper, sottolineando che gli Stati Uniti non esiteranno ad annullare l’accordo se i talebani non dovessero rispettarne i termini. Anche il segretario di Stato Mike Pompeo non ha esitato a precisare che il ritiro sarà effettivo soltanto se i talebani rispetteranno tutti gli impegni, anche riguardo il rispetto dei diritti delle donne. 

A pochi giorni dall’accordo di pace e poche ore dopo che la Casa Bianca aveva reso nota la telefonata tra Trump e il mullah Baradar, c’è stata una raffica di attacchi terroristici dei talebani che hanno attaccato tre avamposti nella provincia di Kunduz uccidendo almeno 12 soldati e 4 poliziotti mentre altri 10 militari sono stati presi in ostaggio. Questi attacchi hanno destato uno scetticismo generale sull’effettiva riuscita degli accordi di pace, tant’è che lo stesso presidente degli Stati Uniti, in un’intervista, ha dichiarato che i talebani potrebbero tornare al potere dopo il ritiro delle truppe americane ed alleate. A riprova di ciò, fonti talebane in Pakistan hanno dichiarato alla NBC che il gruppo considera il processo di pace come un modo per garantire il ritiro degli americani, dopodiché attaccheranno il governo appoggiato dagli Stati Uniti. “Chiederemo alla leadership afghana e ad altre fazioni politiche che, visto che gli Stati Uniti ci hanno accettato, è tempo che ci venga riconsegnato il paese, pacificamente”, ha spiegato alla NBC un membro talebano. 

La situazione sembrerebbe essere migliorata il 10 marzo quando gli Stati Uniti hanno chiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite l’approvazione, tramite risoluzione, dell’accordo di pace concluso con i talebani il 29 febbraio, risoluzione che poche ore dopo è stata approvata all’unanimità. Nella bozza di risoluzione che Washington aveva chiesto all’ONU di approvare si “chiede con urgenza al governo della Repubblica islamica dell’Afghanistan di portare avanti il processo di pace, anche partecipando a negoziati inter-afghani con una squadra di negoziatori diversificata e inclusiva, composta da leader politici e della società civile afghana, che includa donne”. Il presidente afghano Ashraf Ghani – che aveva dichiarato che il governo non aveva preso nessun impegno alla liberazione dei prigionieri: “È un diritto e una determinazione del popolo dell’Afghanistan. Può essere incluso nei negoziati intra-afgani, ma non è un prerequisito dei negoziati” – dopo l’approvazione dell’ONU ha deciso di rilasciare 1500 prigionieri talebani dopo l’inizio di negoziati diretti con il gruppo militante, previsto proprio il 10 marzo, che avranno come primo obiettivo quello di assicurare un cessate il fuoco completo e duraturo e, in prospettiva, di una condivisione del potere. Ghani ha firmato il decreto per la scarcerazione e la grazia dei detenuti integralisti islamici e il governo afghano è pronto a liberare progressivamente 5000 detenuti talebani in cambio di miglioramenti significativi della situazione di sicurezza del paese. La scarcerazione dei prigionieri inizierà sabato. 

Tutto ciò è reso ancor più difficile dalla grave crisi istituzionale instauratasi in Afghanistan. Il 9 marzo hanno giurato contemporaneamente come presidenti Ashraf Ghani, riconfermato per un secondo mandato e il rivale Abdullah Abdullah, ex vicepresidente afghano che ritiene di aver vinto le elezioni. L’attuale instabilità politica afghana ha creato ulteriore scetticismo riguardo ad una possibile pace, proprio perché l’accordo del 29 febbraio è solo uno step necessario per arrivare ad una pace generale che deve passare assolutamente per un’intesa intra-afghana. Staremo a vedere cosa succederà nei prossimi giorni e se le ultime decisioni prese dal governo daranno un’accelerata allo svolgimento degli accordi intra-afghani

Trump approva il nuovo budget della Marina

Di recente è stato approvato il nuovo President’s Budget FY 2021 in cui risulta chiaro come gli Stati Uniti stiano indirizzando enormi risorse verso la Marina, tornata oramai punta di diamante del sistema di difesa di Washington. Il budget previsto per l’anno venturo è di circa 207 miliardi di dollari, una cifra di poco minore rispetto al passato ma giudicata comunque positivamente per la sua ripartizione tra i vari settori.

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La ripartizione del budget

Del totale circa un terzo è diretto verso le spese di mantenimento e delle operazioni con un piccolo aumento rispetto a quanto destinato in precedenza. Uno dei punti centrali di tale fetta di budget è il mantenimento di un’alta readiness delle forze così da poter garantire una risposta rapida ma soprattutto efficace anche attraverso una loro proiezione lontano dalle coste statunitensi. A questo si affianca un ridisegno nella proporzione delle risorse destinate alla manutenzione a favore di quelle per le operazioni e il mantenimento di elevate capacità di combattimento.
Il secondo settore cui sono destinati più fondi è quello del procurement che se ha comunque subito un taglio rispetto al passato,rispecchia le linee guida già stabilite. Nella sezione sugli investimenti per la modernizzazione dei mezzi si ha un paragrafo dedicato alla ricerca di una posizione ottimale per mantenere la superiorità marittima statunitense. Circa 20 miliardi di dollari sono destinati infatti allo sviluppo di 10 vascelli tra cui piattaforme unmanned (a guida remota o automatizzate) ed un processo di ricapitalizzazione del programma degli SSBN classe Columbia definito dal sito navyrecognition come “our nation’s ultimate insurance policy and the Navy’s highest priority”. Nel PB 2021 viene giustificata tale ripartizione delle spese con il fatto che i programmi “would deliver warfighting advantages against China and Russia” confermando quanto affermato nella National Defense Strategy del 2018.


Oltre ai programmi già citati ve ne sono altri connessi alla necessità di contrastare i due principali competitor tra cui: munizionamento a lunga gittata, tecnologia missilistica avanzata (tra cui capacità di crociera ipersonica), armi ad energia diretta e il continuo sviluppo di capacità inerenti l’Information Warfare. Chiara è quindi la direzione tracciata dall’amministrazione che rimanere coerente con quanto già postulato negli ultimi anni sia a livello strategico ma soprattutto a livello di procurement.

Strettamente connesso al procurement è il budget per la ricerca e sviluppo che è di circa il 10% del totale e che ha visto un aumento rispetto al passato. Come recita anche il PB 2020 la disposizione dei fondi va ad implementare la National Defense Strategy del 2018 dando la priorità agli investimenti per la modernizzazione, la letalità e l’innovazione che sono centrali per rispondere alle sfide presenti e future degli Stati Uniti.
Un aspetto interessante che emerge è anche una rivalutazione del ruolo dei membri delle Forze Armate in generale. Con un incremento di oltre il 6% il budget destinato al personale della Marina è la terza fetta più grande della torta. Questo in parte rispecchia l’aumento del 3% della paga base che insieme ad altri benefit ha il fine di rimanere competitivi nei confronti del settore privato.

Un bilancio sui nuovi fondi

Gli obiettivi a breve termine riguardano la consegna di 4 cacciatorpediniere classe Arleigh Burke, 3 SSN classe Columbia, 5 navi da combattimento sotto costa ed una LPD. A questo si aggiungono altri 2 vascelli con compiti logistici mentre verranno ritirate 6 unità. Infine, sono stati stanziati fondi per la costruzione di 8 nuove unità da combattimento e per la programmazione di altre 44 (comprese 17 unità unmanned).
Per la U.S. Navy risulta chiaro come l’amministrazione stia dando la priorità ad un tipo di forze “expeditionary” in grado di operare in teatri ad alta intensità e lontano dai centri logistici principali seppur a costi più contenuti, non a caso si sta procedendo con l’aggiornamento dell’F-18 nonostante l’acquisizione del nuovo F-35. L’obiettivo è di rendere dispiegabile entro il 2021 una battle force di 306 vascelli insieme ad 11 portaerei e 33 battelli anfibi che sono la spina dorsale dei carrier and amphibious ready groups.

Ipotesi e certezze sullo scacchiere mediorientale dopo la morte di Soleimani

Il cavaliere oscuro, il guerriero imprendibile, ma soprattutto il “martire vivente”. Molte sono state le definizioni attribuite nel tempo a Qassem Soleimani, il comandante delle brigate al Qods del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, responsabile delle operazioni all’estero della Repubblica Islamica iraniana: dalla lotta allo Stato Islamico al puntellamento dell’Iraq post-Isis, fino all’assedio di Aleppo e alla riconquista della Siria a favore di Bashar al-Assad.

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Dal momento della sua uccisione a Baghdad per mezzo di un drone USA, Soleimani è  diventato il martire per eccellenza, la figura attorno alla quale Teheran può ricompattare un paese estremamente diviso al proprio interno, anche per effetto della pesante campagna di pressione statunitense che ne ha messo in crisi l’economia, contribuendo a far aumentare il malcontento dei cittadini. A livello regionale, però, la mossa statunitense rischia di dare origine a una nuova ondata di instabilità i cui effetti hanno già cominciato a riverberars al di fuori dei confini iraniani. Nella notte tra il 7 e l’8 gennaio, infatti, è arrivata la risposta di Teheran all’uccisione del suo generale: intorno all’una, 22 missili balistici iraniani si sono abbattuti su due basi irachene che ospitano soldati statunitensi e della coalizione internazionale anti-ISIS. Teheran ha rivendicato la legittimità dell’attacco come misura “proporzionata” di autodifesa nel rispetto del diritto internazionale sancito dall’ONU: la rappresaglia, ha commentato il ministro degli esteri iraniano Javad Zarif su Twitter, è stata “conclusiva”, a segnalare che l’Iran “non vuole una escalation né la guerra, ma è pronto a difendersi da qualsiasi aggressione”.

Dalla sua residenza di Mar-a-Lago, il presidente USA Donald Trump ha supervisionato l’operazione che ha portato all’uccisione di Qassem Suleimani, di Abu Mahdi al Muhandis, e degli altri militari legati all’Iran presenti nel convoglio in transito nei pressi dell’aeroporto della capitale irachena. Secondo le ricostruzioni, Trump avrebbe dato il via libera all’opzione presentatagli dal Pentagono già qualche giorno prima, dopo essersi consultato con il Segretario di Stato Mike Pompeo, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Robert O’Brien e altri membri dell’amministrazione. La decisione sarebbe stata presa alla luce dell’escalation di violenza registratasi a Baghdad proprio nel corso dell’ultima settimana, culminata nell’assalto all’ambasciata statunitense condotto da miliziani iracheni collegati all’Iran, e nell’uccisione di un contractor statunitense. Già nella giornata precedente all’uccisione di Suleimani, del resto, il Segretario alla Difesa Mark Esper aveva avvertito della possibilità che gli Usa rispondessero alle provocazioni iraniane con “attacchi preventivi”.

La portata della decisione presa da Trump, e soprattutto le sue possibili conseguenze future, è tale da imporre una riflessione circa le sue motivazioni. La giustificazione ufficiale fornita dalla Casa Bianca è quella della “difesa preventiva” contro gli attacchi a obiettivi statunitensi che il generale Suleimani stava pianificando in Iraq. Un’accusa plausibile, ancorché impossibile da verificare, e dunque dalla dubbia legittimità giuridica: come ha fatto notare la Special Rapporteur ONU sulle esecuzioni extra-giudiziarie Agnes Callimard, gli omicidi mirati, attraverso droni, non trovano giustificazione nel diritto internazionale umanitario, oltre a presentare una seria sfida alla sovranità nazionale. In questo senso, inoltre, l’assassinio di un esponente di un governo nemico – peraltro su territorio di un paese terzo – rappresenta un pericoloso precedente al quale altri governi potrebbero appellarsi per giustificare proprie azioni future.

A spingere gli USA a intraprendere un’azione così piena di rischi e dalla fragile giustificazione legale può essere stato un mix di calcoli di politica interna e di politica estera. Da una parte, l’uccisione del principale agente operativo del Medio Oriente, nonché architetto della strategia regionale iraniana, è indubbiamente un successo tattico che Trump può presentare ai cittadini statunitensi nell’anno elettorale. Si tratta però di una scommessa, perché se di successo tattico si tratta, è invece assai dubbia la capacità e la disponibilità statunitense di fare fronte alle conseguenze che una mossa di questo tipo potrebbe avere sul lungo periodo: motivo per cui pur essendo Soleimani sulla lista dei ricercati da anni, e relativamente ben individuabile, diverse amministrazioni precedenti a quella di Trump hanno rifiutato di dare il via libera all’operazione in passato.

Dal punto di vista della politica estera, invece, Trump ha agito in ossequio alla strategia della “massima pressione”, alla base della quale c’è l’idea che un Iran indebolito e piegato possa soccombere alle proprie richieste. La mancata risposta statunitense agli attacchi – attribuiti all’Iran – contro le petroliere nel Golfo, così come all’attacco dello scorso settembre agli impianti Saudi Aramco in Arabia Saudita, avrebbe trasmesso a Teheran un messaggio di impunità, in base al quale l’Iran si sarebbe sentito legittimato ad agire senza il timore della “punizione” statunitense. Colpendo una figura di spicco come Soleimani, Washington avrebbe ripristinato quella deterrenza che era andata perduta negli ultimi mesi, e avrebbe rimarcato quelle linee rosse che erano andate sbiadendosi in mezzo agli annunci di disimpegno statunitense dal fronte siriano a vantaggio della Turchia, e implicitamente dell’Iran. Anche in questo caso, però, l’incognita è rappresentata dal risultato dell’azzardo di Trump. In questi mesi, la strategia di “massima pressione” non è risultata in un ritorno dell’Iran al tavolo negoziale, bensì in un preoccupante aumento della tensione e dell’instabilità nella regione, con il moltiplicarsi delle possibilità di conflitto. A farne le spese è stato anche e soprattutto l’accordo sul nucleare, già azzoppato dall’uscita USA, poi ulteriormente indebolito dalla ripresa graduale delle attività nucleari iraniane in risposta alla pressione Usa, e ora definitivamente appeso a un filo.

La situazione quindi, si fa ancora più complessa e delicata, ed è sotto gli occhi di tutti: il 26 gennaio scorso, per esempio, cinque razzi “Katiuscia” sono stati lanciati contro l’ambasciata americana nella zona Verde di Baghdad, a confermare come le relazioni Iraq Usa, dopo la morte di Soleimani, si siano ancor più complicate inserendosi definitivamente sul piano delle questioni internazionali a cui tutte le altre potenze mondiali (Europa inclusa), non dovrebbero sottrarsi.

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!