Archivio Tag: Usa

Interazione tra politica interna e politica estera: quale equilibrio e struttura nelle differenze tra Stati Uniti e Unione Europea.

Nel comprendere se si profila un mondo post-americano il sistema internazionale sembra ondeggiare tra multipolarità ed anarchia, mosso da dinamiche di “logoramento” ed eventi che spingono verso una ridefinizione degli assetti. A livello globale la grande potenza cinese sfida in campo economico e tecnologico la leadership degli Stati Uniti.

Interazione tra politica interna e politica estera:  quale equilibrio e struttura nelle differenze  tra Stati Uniti e Unione Europea. - Geopolitica.info

A lato, la Russia di Putin si muove con opportunismo tattico in cerca di “vuoti di potere” su cui inserirsi per ottenere autorità e ritorno strategico. Gli USA, unica superpotenza, di fronte ad un sistema internazionale sempre più anarchico sembrerebbero aver riportato gli obiettivi di politica estera ad una scelta razionale dove la propria sicurezza e la crescita economica sono centrali e guidano l’approccio quasi personale di Trump agli affari internazionali.

Le questioni internazionali sono osservate con distacco dalla nazione guida dell’ordine liberale con ripercussioni negli assetti regionali. In questi si evidenzia l’area del Mediterraneo allargato animata da crisi e conflitti, e l’Europa con un’Unione Europea (UE) alla ricerca di una propria identità tra reale progetto politico o semplice mercato comune.

In questo contesto geopolitico sospeso in una transizione di difficile definizione, non si può far a meno di evidenziare come al momento sia troppo presto per comprendere gli effetti della pandemia nel mondo post covid-19, quindi se l’impatto globale del coronavirus potrà essere “forza selettiva” per la geopolitica.

In questo intreccio di questioni internazionali il saggio intende analizzare l’influenza della politica interna nelle scelte e nelle strategie di politica estera di USA e UE.

Politics Stops at the Water’s Edge

Con questo adagio Alden & Aran cercano di racchiudere l’essenza di una politica estera in cui il dibattito decisionale interno si ritrova nel superamento dei contrasti a vantaggio degli interessi di sicurezza nazionale. La citazione in questo senso si riferisce alla risoluzione con cui il senatore repubblicano Vandenberg nel 1948 si rivolse al Senato americano durante la presidenza Truman. Con questa si sosteneva di superare le divisioni interne a favore di un impegno per una sicurezza collettiva e la possibilità di intervenire in difesa degli alleati Atlantici per mezzo di un’alleanza multilaterale come sarà la NATO (1949). Questo evento cambiò l’approccio della diplomazia americana sulla la necessità di non stringere alleanze vincolanti.

Stati Uniti: la centralità dell’interesse nazionale nell’intesa tra Politica Interna e Politica Estera

Ad oggi la realtà della PE degli US ci porta lontano da un intento di “Internazionalismo” e di una Grand Strategy volta ad un Deep Engagement. All’opposto dopo la War on Terror (2001-2011) l’impegno degli US si è orientato verso una strategia di retrenchment nella continuità tra la presidenza Obama e Trump. Sebbene attualmente sia dibattuto il fatto che l’America First possa essere isolazionista o meno, l’approccio personale e poco istituzionale di Trump spinge verso un nuovo paradigma dove sono selezionati gli interventi per la sicurezza internazionale ed è sentita l’avversione verso le organizzazioni internazionali.

Nonostante questo e le “discussioni” di Trump con il deep state, la PI degli US sembrerebbe capace di confluire nelle scelte di politica estera e di ritrovarsi negli obiettivi di interesse nazionale. In questo il dibattito è comunque acceso nella dialettica delle differenti correnti dei partiti, e nel confronto tra Trump e i leader democratici Biden e Obama.

Differentemente dal passato l’opinione pubblica e alcuni gruppi di interesse sembrerebbero maggiormente sensibili alle questioni interne del paese, ed identificare divisioni più forti nelle scelte politiche. In riferimento alla PE molti americani non guardano più al loro paese come la nazione capace di rimediare alle criticità globali, ma piuttosto vedeno nel loro paese una nazione che si deve difendere da queste. Questo sentimento non è solo riferibile all’attualità del covid-19, ma desumibile da molti passaggi della NSS 2017, dove Combat Biothreats and Pandemics è riportato come secondo punto del primo pillar.

Da qui l’evidenza di una percezione profonda verso questa minaccia e non a caso vi è un attacco comunicativo di Trump al “virus cinese”. Tuttavia, nella NSS 2017 sono numerosi i riferimenti che sottolineano un’America intenta a difendersi e promuovere se stessa nella competizione globale.

In questo senso l’interesse nazionale diviene il perno per trovare un punto di sintesi al di fuori delle divisioni interne, elemento di equilibrio pragmatico in accordo con quanto ci dice Putnam sulla logica a due livelli, la quale vede nel processo decisionale di politica estera l’interazione tra gli interessi condivisi dai principali attori del sistema internazionale e gli imperativi interni.

UE: complessità strutturale e un difficile dialogo tra politica interna e politica estera

Passando all’UE ad oggi si discute molto su di una politica estera propria dell’UE e sul fatto che l’UE possa strategicamente far leva sul proprio peso. Tuttavia, il posizionamento geopolitico rimane piuttosto incerto, ancorato ad un approccio alle relazioni internazionali di tipo liberale e istituzionale che ne vincola la prospettiva al solo perseguimento di guadagno assoluto e di vantaggio comparato. Da qui è ipotizzabile che ne derivi una difficoltà oggettiva nell’affrontare contesti di crisi e destabilizzati, o nel rispondere alle spinte di riassestamento dell’ordine internazionale.

In riferimento a questo alcune ricerche sottolineano come la struttura istituzionale rappresenti lo spazio di negoziazione nel quale si formano le coalizioni per esercitare pressione ed orientare le scelte di politica estera verso interessi specifici.

In questo la peculiarità di assetto sovranazionale determina per l’UE ulteriore complessità portando a sovrapposizioni e interessi contrastanti negli stati membri. Ne consegue un difficile equilibrio multilaterale in un complesso processo decisionale. Questo infatti si caratterizza per scontri interni e visioni contrastanti sugli obiettivi di politica estera. L’approccio di “istituzionalizzare” in chiave multilaterale il processo decisionale incontra serie limitazioni nel trovare centralità verso un interesse condiviso, quindi in un superamento virtuoso della logica di interazione evidenziata da Putnam.

L’intersezione tra ruoli e compiti di: Commissione europea, Consiglio europeo, Consiglio dell’UE, Parlamento europeo, più Servizio europeo per l’azione esterna, delinea una significativa complessità nell’interazione di forze interne ed esterne moltiplicando i fattori per un’effettiva leadership multilaterale. Da una struttura così articolata ne deriva: da una parte una logica poco lineare nel processo decisionale; dall’altra competizione interna e il prevalere del peso specifico degli stati nelle questioni di interesse nazionale nella politica estera. 

Una descrizione di questo ci viene dall’analisi di Raine (IISS) che identifica una leadership dell’UE come strumento di espressione dell’interesse nazionale della Germania, fatto che conduce le istituzioni dell’UE ai margini degli affari internazionali con gli stati membri che differiscono in modo significativo nel rapporto con gli stati extraeuropei; in particolare nelle relazioni con le grandi potenze evidenziando come questo costituirà un ostacolo per arginare la penetrazione dell’influenza cinese in Europa.

Conclusioni

Da quanto analizzato emergono differenze considerevoli nell’interazione tra politica interna e politica estera nei due attori considerati. Se per gli US la centralità dell’interesse nazionale determina un punto di accordo nel dibattito di politica interna e genera una chiara visione per gli obiettivi di politica estera, per l’UE la complessità in termini di struttura, peculiare del suo assetto sovranazionale e di frammentazione dei ruoli, ne limita in modo rilevante la possibilità di visione strategica in ambito di interesse nazionale e di politica estera. Ne consegue un dialogo difficile e molto limitato tra i due attori su molte questioni internazionali. Così, nella criticità di questa fase di transizione del sistema internazionale, la visione di intesa strategica, se vogliamo Atlantica, rimane ridimensionata e limitata.


Vuoi approfondire i temi relativi alla politica estera e interna degli Stati Uniti?

Scopri il nostro Corso online “L’America di Trump”!


In questo l’incongruenza in termini di politica estera dell’UE ostacola un effettivo dialogo strategico.

Così, nonostante le sfide geopolitiche sia molte e rilevanti a livello globale e regionale, permane un “impasse” a vantaggio delle potenze sfidanti, le quali trovano opportunità nelle questioni più lontane agli US ma spesso in diretta competizione con l’Europa.   

In questo contesto per l’Italia si pone la necessità di profonda comprensione delle sfide geopolitiche che la riguardano in primo luogo. Su questo potrà essere significativo valutare tramite un’analisi di costi e benefici il ritorno strategico dall’impegno profuso verso l’UE; comprendere l’importanza di un chiaro posizionamento con gli US nelle questioni di competizione con la Cina per i sistemi ICT; ed identificare quali obiettivi di interesse nazionale siano propri e non riscontrabili negli interessi dell’UE.

L’aquila, appollaiata sul minareto, tiene a bada il dragone.

L’emergenza derivata dalla pandemia non ha risparmiato nessun Paese del globo. La Cina, paese da cui ha originato il virus, ne ha contenuto l’effetto devastante in pochi mesi grazie ad un rigido protocollo di sicurezza, fatto che ha consentito a Pechino di intraprendere da marzo una rilevante politica di aiuti a molti Paesi colpiti e che le permetterà di guadagnare spazio e influenza, soprattutto in Europa. Il contagio ha colpito anche la principale potenza mondiale, gli USA, non impedendole però di continuare a perseguire precisi obiettivi internazionali, diversificati e in più quadranti, compreso quello mediorientale.Vasto paese dell’area, l’Iran attraversa una crisi economica che dura da più di un anno, causata da sanzioni e misure restrittive. A questa difficile situazione si aggiunge il COVID-19, che porta l’Iran in vetta alla drammatica classifica dei decessi in Medio Oriente. Teheran chiede a Washington una riduzione delle sanzioni sui prodotti medico-sanitari, il cui mancato successo sembra confermare il perseguimento, da parte americana, di una strategia di massima pressione. Le attuali relazioni internazionali tra Iran e USA sono il punto d’arrivo di una lunga storia tormentata e complessa.

L’aquila, appollaiata sul minareto, tiene a bada il dragone. - Geopolitica.info

La questione nucleare nelle relazioni USA-Iran

Con la fine della Seconda Guerra Mondiale, priorità degli USA in Medio Oriente sono il contenimento dell’Unione Sovietica, l’accesso alle enormi risorse energetiche della regione e la stabilità politica israeliana. Per circa 35 anni i rapporti politico-diplomatici fra Teheran e Washington sono positivi: l’Iran sostiene gli USA grazie al suo importante ruolo nell’OPEC e nel Golfo Persico, gli USA  appoggiano lo Shah durante il colpo di stato contro Mossadeq.Firmato nel 1957 l’accordo di cooperazione per lo sviluppo del nucleare civile, l’Iran diviene alleato strategico e principale fornitore di gas e petrolio degli USA. Nel 1970 Reza Palhavi ratifica il Trattato di non proliferazione, circoscrivendo le conoscenze scientifiche e tecnologiche al solo uso civile. Dopo la rivoluzione islamica del 1979, per incompatibilità con il credo sciita, l’ayatollah Khomeini interrompe il programma nucleare. Durante la guerra con l’Iraq di Saddam Hussein, l’Iran riavvia il proprio programma nucleare in violazione del Trattato, da cui deriva una serie di soluzioni diplomatiche proposte da Parigi, Berlino e Londra, nell’intento di convincere Teheran ad aderire ai protocolli dell’Agenzia per l’energia nucleare. Nel frattempo l’Iran rivendica il diritto di proseguire il proprio programma nucleare nel rispetto del Trattato. Dal 2003, con la caduta di Saddam Hussein, inizia per l’Iran un processo di riaffermazione nella regione tramite la riconquista degli spazi perduti nel ventennio precedente. Dinamica, pare, sottovalutata da parte degli Stati Uniti e che suscita l’atteggiamento ostile di Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. Nel 2005, con le elezioni di Ahmadinejad, il presidente iraniano rivendica il diritto del Paese di proseguire il programma di arricchimento, rigettando gli accordi precedenti con l’UE-3. Fin dal 2008 è intenzione del presidente statunitense Obama superare l’empasse diplomaticamente: in occasione delle contestate rielezioni nel 2009 di Ahmadinejad, il governo americano temporeggia nel condannare il governo iraniano per le gravi violazioni dei diritti umani, denunciate dal Movimento Verde. Nel contesto delle Primavere Arabe del 2011, l’Iran aumenta il controllo in Iraq dopo il ritiro degli USA, contrasta l’ISIS ed è vicino ad Assad in Siria e ai ribelli Houthi in Yemen. Nel 2013, con l’arrivo del presidente pragmatista Hassan Rohani, si riscontra un miglioramento delle relazioni diplomatiche. Obama riconosce all’Iran il diritto di proseguire il programma nucleare, nel solo ambito civile e nel rispetto del Trattato. Nel 2015, la firma del JCPOA (Joint Comprehensive Plan Of Act) annulla le sanzioni derivate dalla risoluzione 1747, in cambio dell’eliminazione della quasi totalità delle riserve di uranio a medio e basso arricchimento e una drastica riduzione di centrifughe a gas. L’Iran è interlocutore internazionale: nasce nella regione un vero e proprio asse tra quei paesi che cercano di isolarlo, supponendolo emergente “potenza egemone”, legittimata dall’esterno.Dopo l’uscita di Trump dal JSPOA nel maggio 2018, nuove sanzioni indeboliscono l’economia iraniana, a seguito della pressione sull’esportazione del greggio.


Vuoi approfondire i temi relativi alla politica estera e interna degli Stati Uniti?

Scopri il nostro Corso online “L’America di Trump”!


Investimenti cinesi in Iran: un processo travagliato

Fino ad allora la Cina, maggior importatore di greggio del pianeta, sfrutta al massimo i benefici del JSPOA, aumentando le importazioni dall’Iran ed elevandone la collaborazione a Partnership Strategica Globale. Le sanzioni americane, però, costringono Pechino a rivolgersi ad altri Paesi come l’Arabia Saudita. Questo si traduce nella diminuzione del 60% degli acquisti di greggio iraniano nel 2019 rispetto all’anno precedente. Dal 2000 Pechino investe economicamente in Medio Oriente. L’Iran occupa una posizione geografica di rilievo all’interno del mastodontico progetto cinese della BRI (Belt and Road Initiative). Uno dei corridoi terrestri che collegherà l’Oriente all’Europa attraversa Teheran per proseguire in Turchia, costituendo il fulcro del passaggio mediorientale del ponte eurasiatico. Gli investimenti cinesi sono perciò concentrati nella costruzione della linea ferroviaria Teheran-Isfahan e nella elettrificazione della tratta Teheran-Mashhad. Ma la difficile situazione mediorientale attuale (guerra siriana in primis) e la guerra dei dazi innescata da Washington, costituiscono un evidente ostacolo ai progetti cinesi. Pechino, fedele alla sua politica di non interferenza, preferisce adattarsi ad ogni situazione, cercando di trarre il massimo vantaggio dai rapporti economici con i Paesi della regione, senza “inimicarsi” troppo gli USA. In questo complicato mosaico si inserisce l’accordo commerciale del 15 gennaio 2020 con gli USA, il cui settimo capitolo impone alla Cina di acquistare, tra il 2020 e il 2021, 200 miliardi di dollari di merci americane in più rispetto al 2017. In cambio la Trade war iniziata da Trump nel marzo 2018 si arresta, con il dimezzamento di parte dei dazi esistenti. Nonostante il governo cinese si sia dichiarato impermeabile ai dazi statunitensi, l’esoso impegno economico derivato dall’accordo conferma quanto il ridimensionamento delle gabelle sia vitale per l’economia di Pechino, in difficoltà. 

Un mondo post-americano?

In posizione difensiva rispetto all’incedere del progetto BRI, strumento che potrebbe elevare la Cina a principale attore economico del pianeta, gli USA sembrano trarre vantaggio dalla prudente politica del dragone, sempre più orientata a scopi commerciali. L’America di Trump resta dunque all’offensiva, e il propagandato disimpegno americano sembra essere ingannevole: affinché in Medio Oriente non emerga un egemone, riprende piede la strategia del contenimento, che passa per l’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani, a capo di al-Quds. Auspica forse l’America un cambio di regime? Certo è che l’Iran sembra non avere alcuna capacità egemonica in Medio Oriente, a causa della presenza di Israele e a causa di quei Paesi arabi che, per ragioni etnico-culturali, sono poco disposti a ricadere nella sfera di influenza persiana.


Un mondo post-americano sembrerebbe, oggi, un ossimoro.

L’economia delle Filippine nella disputa fra USA e Cina: la variabile nascosta

Non è un segreto che l’economia del paese asiatico sia fortemente dipendente dalle attività dei suoi cittadini all’estero e, di conseguenza, dai rapporti che Manila intrattiene con i partner stranieri. Inutile a dirsi, la tensione accumulatasi recentemente fra USA e Cina ha trovato terreno fertile nelle Filippine, uno storico alleato di Washington che sembra inclinarsi sempre di più verso Pechino. Il presidente Rodrigo Duterte minaccia da tempo la conclusione del VFA (Visiting Forces Agreement), una mossa che sembra ulteriormente allargare lo spiraglio lasciato aperto ad una maggiore influenza cinese. Pur strizzando l’occhio a Xi Jinping, però, Duterte sa di non potersi slegare dal tutto dagli americani: la sinergia con gli Stati Uniti è fondamentale per mantenere stabile la posizione economica e fiscale delle Filippine.

L’economia delle Filippine nella disputa fra USA e Cina: la variabile nascosta - Geopolitica.info

Le rimesse

Notoriamente, i filippini sono sparsi in giro per il mondo, con gli Stati Uniti che, per motivi storici e coloniali, ospitano la comunità più nutrita (soprattutto in California). Maggiore attenzione andrebbe prestata però ai lavoratori filippini all’estero, il cui espatrio per motivi lavorativi è caratterizzato da una durata limitata; nelle Filippine, questi vengono chiamati “OFW”(Overseas Filipino Worker), e sono argomento ricorrente nel dibattito locale in quanto le loro rimesse – ovvero la porzione di stipendio che mensilmente rispediscono a casa – ammontano a 33 miliardi di dollari, pari al 10% del PIL nazionale! Per fare un paragone, è quasi lo stesso peso che ha il turismo sul PIL italiano. Sempre mantenendo l’esempio italiano, vediamo che dai lavoratori stranieri in Italia nel 2019 sono partiti circa 9 miliardi dollari, ma ne sono rientrati altrettanti dai lavoratori italiani all’estero. Al contrario, a fronte dei 33 miliardi incassati, dalle Filippine sono “scappati” soltanto 0,25 miliardi, facendo segnare un guadagno netto quasi assoluto. Interessante il caso dell’Arabia Saudita, che presenta numeri pressoché inversi: 33 miliardi usciti, contro 0,33 che sono rientrati; da notare l’alta percentuale di immigrati nella forza lavoro saudita, fra cui – non a caso – si contano tantissimi filippini.

In questo contesto, si osserva che il Medio Oriente ospita il maggior numero di OFW – spesso e volentieri dando adito a dubbi sulle loro condizioni lavorative – ma soprattutto il recente calo nel numero di OFW impiegati in America, e la conseguente crescita in Asia orientale: nel 2014, i lavoratori filippini nella Cina continentale erano il 40% di quelli presenti in America; nel 2017, solo 3 anni dopo, la percentuale è salita a 68.5%; sommandoli a quelli di Hong Kong – anch’essi in crescita – il numero totale di OFW in Asia nel 2017 era quasi il doppio di quelli in America.

Le rimesse svolgono un ruolo talmente importante che l’economia delle Filippine ne è ormai dipendente: i 275 miliardi di pesos (circa 5 miliardi di dollari) erogati tramite il Heal as One Act, firmato da Duterte alla fine di marzo, mirano soprattutto a sostenere quelle famiglie rimaste prive del regolare introito garantito dalle rimesse, e ora sospeso a causa della pandemia di Covid-19. I fondi per queste politiche di assistenza sono ora più che mai vitali per il presidente, la cui granitica autorità è stata di recente incrinata dai fallimenti nella crisi sanitaria.


Vuoi approfondire i temi relativi all’ascesa e alla politica estera della Cina?

Scopri il nostro Corso online “La Cina di Xi”!


Sempre guardando ai dati rilasciati dall’autorità statistica delle Filippine risulta che, oltre al numero di lavoratori, nel 2017 Cina e Hong Kong hanno superato gli USA anche per ammontare di rimesse spedite nelle Filippine, come prova di una crescente remunerazione e, di conseguenza, elemento d’attrazione. Questo fattore, tra l’altro, è dovuto soprattutto alla Cina continentale, e non a Hong Kong: infatti, negli ultimi cinque anni le rimesse partite dalla Cina sono aumentate drasticamente, a differenza di quelle esclusive di Hong Kong, che hanno mantenuto un andamento più lineare. Questa caratteristica in qualche modo riflette la divergenza nelle categorie di lavoratori attivi nelle due aree: nella Cina continentale, infatti, gli OFW sono ben distribuiti fra uomini e donne, e operano in vari settori: istruzione (insegnanti di inglese), intrattenimento (soprattutto musicisti e cabarettisti), agenti commerciali e traduttori, senza contare quelli attivi nel mercato nero (perlopiù spacciatori); a Hong Kong, invece, si conta soltanto un uomo per ogni 20 lavoratrici filippine; si solleva qui la questione delle “collaboratrici domestiche” nell’ex-colonia inglese, che in media guadagnano poco e, in aggiunta, causano uno squilibrio demografico sia nelle Filippine stesse, che nelle proprie comunità immigrate di Hong Kong, portando a serie implicazioni che hanno di recente suscitato forte interesse nei circoli accademici dell’Asia orientale.

In base ai recenti avvenimenti, è lecito aspettarsi un ulteriore travaso di OFW verso la Cina nei prossimi anni: in seguito all’escalation della tensione fra USA e Iran, le Filippine hanno ordinato il rimpatrio di decine di migliaia di connazionali da diversi paesi del Medio Oriente (Libano, Iraq, Iran, ecc.); il governo ha anche vietato al Kuwait, nel 2018, di assumere casalinghe filippine in seguito ad alcuni casi di abuso; infine, con l’esplosione del Covid-19, Manila ha sospeso gli accordi bilaterali relativi al dispiegamento di medici e infermieri – che compongono buona parte degli OFW in America – richiedendo la loro presenza in patria per un migliore contenimento della pandemia.

Economia e politica estera

Economia e politica estera sono indissolubilmente legate, anche in questo caso. All’inizio del 2019, l’amministrazione Trump ha ordinato la sospensione per tutto l’anno solare delle pratiche di visto per i filippini che si recano in America per lavori stagionali. Come abbiamo già riportato sopra, questi offrono un contributo importante all’economia filippina, provvedendo a quasi il 9% delle rimesse complessive. Inoltre, molti di loro fungono anche da ponte fra i numerosissimi filippini che risiedono permanentemente negli USA e i parenti rimasti nell’arcipelago asiatico.

Di contro, l’anno precedente la Cina aveva annunciato un piano per accogliere 300,000 lavoratori filippini, e regolare quindi i processi di assunzione. Nel 2016, il ministro del lavoro filippino aveva dichiarato che in Cina potevano già esserci circa 200,000 suoi connazionali che lavoravano in maniera illegale. Nel quadro generale rientra anche la gestione dell’economia sommersa, dato che viene spesso taciuto: nel 2011, c’erano 72 filippini detenuti nel braccio della morte in Cina, principalmente per traffico di droga; da allora, non sono seguite altre dichiarazioni da parte dei due governi riguardo il numero esatto di condannati.

Per Manila, elaborare una maggiore integrazione con la Cina può indubbiamente essere profittevole nel breve termine. Tuttavia, il beneficio economico non deve essere visto esclusivamente dal punto di vista degli investimenti infrastrutturali: oltre a supportare il consumo interno delle famiglie (bisogni primari, educazione, debiti, ecc.), le rimesse degli OFW svolgono anche altre funzioni nel sistema economico delle Filippine, fra cui quella di fonte di valuta estera, fondamentale per il paese nel mantenere stabile la propria posizione finanziaria e rafforzare la valuta locale, il peso, nonostante i mercati turbolenti (le rimesse sono categorizzate come esportazioni). Anche per questo motivo, una rinuncia totale alla cooperazione con gli Stati Uniti è impensabile, proprio perché la rilevanza internazionale del dollaro non può essere facilmente sostituita. Inoltre, anche sul piano della politica estera il dialogo con Washington dovrà per forza di cose mantenersi costante, se non altro per controbilanciare l’ingerenza cinese che le Filippine, abbandonate a sé stesse, non potrebbero in alcun modo contenere. Come già osservato per il VFA, quindi, anche nel settore finanziario le Filippine si trovano a giocare in una condizione di precario equilibrio tra Stati Uniti e Repubblica popolare cinese, cercando di aumentare i benefici provenienti da entrambe le sponde del Pacifico ma esponendosi anche al rischio di reprimenda da parte di Washington e Pechino.

La crisi dell’esempio americano

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti emersero come nuovo centro del potere mondiale, completando un iter iniziato dai primi anni del XX secolo e ottenendo il ruolo che era stato di Londra per molto tempo.
Per adattarsi a questa nuova realtà, gli USA mutarono radicalmente la propria posizione a livello internazionale, abbandonando del tutto l’isolazionismo che li aveva caratterizzati fin dalla loro istituzione.
L’economia e la potenza militare assicurarono le basi più concrete del primato statunitense, ma ciò che influenzò l’emisfero occidentale in maniera più evidente fu la società americana. Sebbene non mancarono periodi di forti tensioni come quelle sviluppatesi in concomitanza con l’affermazione dei movimenti per i diritti civili, l’idea della società “equa e morale” divenne sinonimo di quella americana.

La crisi dell’esempio americano - Geopolitica.info

In numerose occasioni le conquiste della struttura sociale americana, dai pari diritti, all’affermazione e difesa delle libertà dei cittadini in numerosi campi, furono precorritrici dei tempi. L’influenza di Washington così si espandeva anche nel settare queste linee guida sociali, che fungevano da “imprimatur” per le nazioni del blocco occidentale, che spesso le replicavano nei propri ordinamenti interni, facendo del sistema americano un esempio da seguire.

La nuova tradizione del primus inter pares

Essendo seguita da molti, l’America divenne quasi un ideale, un concetto, un “modus vivendi”: molti politici guardavano a Washington per aiuto e consiglio, i giovani ne seguivano le mode e l’economia le scelte. Presto il ruolo di leader iniziò ad influenzare gli Stati Uniti in maniera capillare.

Uno degli esempi fu l’evoluzione della dialettica presidenziale. Alla Casa Bianca si iniziò ad utilizzare un particolare linguaggio nelle dichiarazioni ufficiali, influenzato dalle pesanti tensioni ideologiche della guerra fredda e da una profonda convinzione di essere nel giusto. Eisenhower nel 1950 sostenne: “per distruggere le libertà umane e per controllare il mondo, i Comunisti usano ogni arma concepibile (…) spinto da questa minaccia alla nostra stessa esistenza, Io parlo stanotte (…) della crociata della libertà. (…) per combattere la grande bugia con la grande verità”.
Tali convinzioni resistevano anche nelle occasioni nelle quali il ruolo di “poliziotto del mondo”, si scontrava direttamente con quello di uno Stato promotore di pace, creando contraddizioni tra il principio e l’azione. Ma ciò non veniva percepito come inappropriato. Il presidente Kennedy, nel 1961, spiegò come si potesse essere una nazione di pace, ma capace di agire comunque in scenari bellici, giustificando il fine per il quale gli USA stavano agendo: “Abbiamo proposto ai nostri alleati il ​​piano di disarmo del 1951 mentre eravamo in guerra con la Corea. E facciamo le nostre proposte oggi, mentre costruiamo le nostre difese su Berlino, non perché siamo incoerenti o insinceri o intimiditi, ma perché sappiamo che prevarranno i diritti degli uomini liberi”.

In un crescendo, si arrivò addirittura a sostenere un dovere quasi messianico,esemplificato dalle parole di Nixon del 1969: “Non lasciamo che gli storici appuntino che quando l’America fu la più forte nazione del mondo noi facemmo orecchie da mercante e lasciammo soffocare dai totalitarismi le ultime speranze per pace e libertà di milioni di persone”. L’America raggiunse negli anni della guerra fredda un ruolo di primus inter pares,un polo d’attrazione per chi si definiva equo e libero e ne assunse pienamente i tratti. Con questo forte condizionamento, presto le azioni internazionali definibili come “giuste” divennero quelle “americane” e viceversa le azioni “americane” divennero automaticamente “giuste” agli occhi della maggioranza delle nazioni.

Quando venne a mancare “il” nemico con la caduta dell’URSS, il gioco dei ruoli iniziò ad incrinarsi.
Il crollo dell’Impero Sovietico portò con sé la visione strutturata del mondo comunista, da sempre definita come direttamente opposta a quella americana, pericolosa, ingiusta, iniqua ed amorale, ma questo fu l’ultimo tassello per confermare quanto fosse giusta e fondata la “via americana” agli occhi degli americani stessi.

Il nadir a occidente

La tradizione diplomatica e politica di ogni nazione si fonda sulle esperienze passate e le conseguenti vittorie o sconfitte della propria storia, per questo motivo è stato in una certa misura naturale per gli Stati Uniti mantenere un comportamento da “princeps” anche nel XXI secolo. Sebbene lo scenario internazionale fosse mutato profondamente negli anni Novanta, non essendoci più un solo sistema di pesi “dualistico”, gli Stati Uniti non vollero (forse non riuscirono a) lasciare il centro della scena che gli era stato per molto tempo riservato. Tuttavia, le contraddizioni del sistema americano, una volta giustificate o del tutto non percepite, iniziarono a farsi sempre più evidenti, adombrando progressivamente il ruolo “esemplare” di Washington e delle sue politiche.

Sebbene non sempre popolari, non sono state tuttavia le azioni americane nella politica internazionale a suscitare le critiche più aspre. È prassi consolidata che nello scacchiere internazionale, uno Stato possa soprassedere sulle proprie tradizioni di diritto e società a favore di collaborazioni con Stati o regimi che non ne condividono i principi, applicando la tradizione della realpolitik.


Vuoi approfondire i temi relativi alla politica estera e interna degli Stati Uniti?

Scopri il nostro Corso online “L’America di Trump”!


Ma con gli albori di un sistema multipolare e generalmente evoluto (sia socialmente che legalmente) gli Stati moderni hanno iniziato a mal sopportare il paternalismo americano nelle questioni prettamente domestiche.
Non percependo questa realtà, lo spirito di intellettualismo etico degli USA ha mantenuto la propria tradizione, concretizzandosi in commenti, valutazioni e critiche riguardo scelte legislative e sociali di numerosi paesi stranieri.
Mentre le proteste a sfondo razziale si propagano in numerose città americane e la Casa Bianca sembra essere impreparata a questa crisi, le conseguenze internazionali non si sono fatte attendere. Alcuni capi di Stato, precedentemente criticati su svariate scelte dei rispettivi governi, come il presidente Putin, il presidente Rouhani ed ironicamente addirittura Kim Jong-Un, hanno espresso preoccupazione per le iniquità della società americana. In aggiunta a questi paesi, definibili come avversari o concorrenti, un concerto di nazioni alleate ha criticato, più o meno velatamente, la società americana e la sua leadership.  

La memoria internazionale difficilmente si oscura, specialmente verso un passo falso dei primi della classe. Non è quindi difficile immaginare che nel prossimo futuro si ammaccherà sempre di più il concetto di società felice ed idilliaca della quale gli Stati Uniti si sono spesso fregiati, rendendone meno incisiva la critica a livello internazionale nelle questioni sociali.

La tradizione “dell’esempio americano” sta muovendo gli ultimi passi verso il suo nadir, non perché la società americana sia nettamente peggiore delle altre, ma proprio perché fa parte di un complesso insieme di realtà nazionali del quale più nessuno può ergersi ad arbitro di ciò che può essere definito oggettivamente giusto o errato, basandosi su una propria moralità soggettiva. Nelle parole dello psicologo clinico canadese Jordan Peters: “assicurati che la tua casa sia in perfetto ordine, prima di criticare il mondo”.

Preservare la superiorità spaziale: U.S. Defense Space Strategy

Lo scorso 17 giugno, il Dipartimento della Difesa (DoD) ha rilasciato una nuova strategia per lo spazio: la Defense Space Strategy (DSS). Questo nuovo documento sostituisce quello pubblicato dall’Amministrazione Obama nel 2011 e delinea un nuovo approccio per preservare la superiorità spaziale degli Stati Uniti e contrastare l’ascesa russa e cinese in tale dominio operativo.

Preservare la superiorità spaziale: U.S. Defense Space Strategy - Geopolitica.info

La Defense Space Strategy pubblicata il 17 giugno si basa sulla National Defense Strategy (NDS), pubblicata in versione ridotta dall’Amministrazione Trump nel 2018, che prevede che le forze armate americane si preparino a competere con le crescenti potenze militari di Russia e Cina anche in ambito spaziale. Infatti, come affermato dal vicesegretario alla Difesa per le politiche spaziali Steve Kitay, questa nuova strategia “servirà per raggiungere le condizioni desiderate nello spazio per i prossimi 10 anni, concentrandosi sull’applicazione militare del potere spaziale”.

Un mutato contesto strategico

Secondo quanto affermato dal documento, lo spazio è un dominio che è riemerso come cruciale per la sicurezza nazionale, internazionale e per l’evoluzione del potere militare americano ed è caratterizzato da una grande competizione di potere, principalmente con Cina e Russia: “In particolare, la Cina e la Russia rappresentano la più grande minaccia strategica a causa del loro sviluppo e dispiegamento di capacità controspaziali e della loro dottrina militare in ambito spaziale. La Cina e la Russia dispongono di uno spazio armato come mezzo per ridurre l’efficacia militare degli Stati Uniti e dei suoi alleati e per sfidare la nostra libertà di condurre operazioni spaziali”.

Uno dei principali problemi riscontrati dal documento è che l’impresa spaziale americana non è adatta per l’attuale contesto strategico. Infatti, i disegni strategici e i progressi scientifici degli avversari nel dominio spaziale minacciano le capacità americane di dissuaderei eventuali attacchi, di proteggere gli interessi nazionali e di combattere e vincere conflitti futuri. Non a caso, Washington si affida alle capacità spaziali per proiettare il proprio potere su scala globale: “Oggi la dipendenza degli Stati Uniti dallo spazio è aumentata a tal punto che le capacità spaziali non solo migliorano, ma rendono possibile il nostro modo di vivere e di fare la guerra”.

Il riemergere di una competizione tra potenze e la crescita di attività commerciali hanno completamente cambiato il contesto spaziale mentre le azioni e le strategie militari dei potenziali avversari lo hanno trasformato in un dominio conteso. Lo spazio però è visto anche come una grande fonte di guadagno e di opportunità di collaborazione. Tutti questi fattori hanno fatto sì che gli Stati Uniti rivedessero il proprio approccio strategico di difesa soprattutto in ambito spaziale; l’istituzione della United States Space Force (USSF) come nuova forza armata separata dall’Air Force e dello United States Space Command (USSPACECOM) sono un esempio emblematico di questo rinnovato approccio.

Obiettivi, minacce, sfide ed opportunità

Gli obiettivi fondamentali che la DSS si propone di raggiungere entro 10 anni sono:

  • Mantenere la superiorità spaziale: il Dipartimento della Difesa stabilirà e preserverà la libertà operativa degli Stati Uniti nello spazio. Il DoD avrà il compito di proteggere e difendere le capacità spaziali americane e dei propri alleati o partner fondamentali necessarie a sconfiggere gli eventuali avvesari.
  • Fornire supporto spaziale alle operazioni nazionali (Joint e Combined Operations): le forze spaziali del DoD forniranno capacità avanzate per consentire operazioni militari congiunte e combinate in qualsiasi dominio. Inoltre, il DoD sarà fondamentale nel rafforzamento di un’industria spaziale civile.
  • Garantire stabilità spaziale: grazie alla cooperazione con alleati e partner, il DoD manterrà una presenza continua nello spazio affinché si scoraggi l’aggressione nemica e sosterrà la leadership americana nella gestione del traffico spaziale e la sostenibilità a lungo termine delle attività spaziali.

Come già detto, Cina e Russia rappresentano le minacce più immediate e gravi per le operazioni spaziali americane, a cui si aggiungono anche i rischi provenienti dall’Iran e dalla Corea del Nord sono in crescita. Le capacità spaziali di Pechino e Mosca sono una sfida “urgente” alla capacità del DoD di raggiungere le condizioni desiderate nello spazio entro 10 anni. Le due “potenze revisioniste” hanno sviluppato dottrine e capacità specifiche per contrastare la superiorità americana nello spazio. Le dottrine militari cinesi e russe considerano lo spazio come fattore importante per la guerra moderna e l’uso delle capacità spaziali come un mezzo cruciale per ridurre l’efficacia militare spaziale americana e degli alleati di Washington per vincere guerre future.

Il documento poi, oltre alle numerose sfide e minacce, enuncia anche le opportunità all’interno dell’ambiente strategico spaziale che possono contribuire al raggiungimento degli obiettivi prefissati entro i 10 anni:

  • La creazione di nuove organizzazioni interne al DoD focalizzate sullo spazio offre una grande opportunità per riformare ogni aspetto dell’impresa spaziale. La Space Force porterà unità e sostegno all’organizzazione, all’addestramento e all’equipaggiamento delle forze spaziali. Lo Space Command porterà ulteriore attenzione operativa per deterrere potenziali minacce e riformare l’ambiente di sicurezza nello spazio. Inoltre, anche l’istituzione della Space Development Agency – con la quale si svilupperanno nuovi modelli e capacità spaziali – sarà fondamentale per affrontare le sfide attuali e future.
  • L’istituzione di una nuova organizzazione per unificare gli sforzi del Dipartimento per l’acquisizione in ambito spaziale in una nuova struttura più snella che consentirà una migliore integrazione. Un nuovo Assistente Segretario dell’Air Force for Space Acquisition and Integration, assieme ad un nuovo Space Force Acquisition Council semplificherà la leadership spaziale del DoD che supervisionerà e dirigerà: la Space Development Agency, lo Space and Missile Systems Center e lo Space Rapid Capabilities Office. Una volta completato il trasferimento della Space Development Agency il Dipartimento avrà una nuova struttura integrata ed unificata.
  • Il mantenimento delle alleanze e delle partnership fondamentali per preservare la superiorità spaziale. Molti alleati e partner americani riconoscono lo spazio come componente integrante delle rispettive strategie di sicurezza nazionale. Dunque, è sempre più importante, secondo la DSS, la collaborazione allo sviluppo di nuove capacità spaziali e la condivisione di informazioni per garantirne la libera fruizione.

Le sfide che gli Stati Uniti devono affrontare sono prettamente di natura politica. La DSS soffre della stessa debolezza dei precedenti documenti di strategia di difesa dell’Amministrazione Trump: il documento è preparato dall’establishment della sicurezza nazionale e non rispecchia pienamente le opinioni del Presidente, soprattutto se si considera il fatto che nel documento appare chiaro che la cooperazione con alleati e partner in ambito spaziale sarà fondamentale per il mantenimento della supremazia a livello spaziale mentre il tycoon non sembra molto favorevole a questa componente multilaterale.

L’approccio strategico

Come si evince dalla lettura del documento, il Dipartimento della Difesa sta trasformando il proprio approccio allo spazio passando da una funzione di supporto ad una di combattimento per raggiungere le condizioni e gli obiettivi strategici nei prossimi dieci anni. Mantenere la superiorità spaziale richiederà al DoD di fare affidamento, a breve termine, sul miglioramento delle capacità esistenti. Fondamentali in questo senso sono le partnership spaziali che verranno ampliate per garantire una migliore collaborazione nello sviluppo delle capacità e nelle operazioni future, ma anche la Space Force che, attraverso nuovi tipi di addestramento, sarà il fulcro della competizione spaziale.

Quattro sono le caratteristiche fondamentali di questo nuovo approccio allo spazio:

  • Costruzione di un ulteriore vantaggio militare nello spazio: il DoD ha come obiettivo quello di trasformare la sua industria spaziale attraverso la riforma della rete di organizzazioni, l’aumento delle proprie capacità resilienti e lo sviluppo di competenze, dottrine e concetti operativi in materia spaziale. Inoltre, sarà fondamentale migliorare le capacità C2I (Command, Control & Intelligence) al fine di ottenere un vantaggio militare spaziale.
  • Integrazione del potere spaziale militare nelle operazioni nazionali, congiunte e combinate: l’integrazione delle capacità spaziali con le altre capacità negli altri domini, insieme all’integrazione operative con alleati e partner è essenziale per garantire il vantaggio militare nei confronti di Russia e Cina. L’istituzione dello USSPACECOM sottolinea questa maggiore attenzione all’integrazione.
  • Dare forma all’ambiente strategico: il DoD dovrà deterrere l’aggressione e gli attacchi nello spazio e se la deterrenza dovesse falliredovrà essere in grado di vincere le guerre che si estendono nello spazio. Il Dipartimento della Difesa collaborerà in questo senso con il Dipartimento di Statoper lavorare a stretto contatto con gli alleati al fine di sviluppare delle regole di condotta che siano appropriate nello spazio.
  • Cooperazione con alleati, partners, industria e altri Dipartimenti o Agenzie del governo: il multilateralismo caratterizza il dominio spaziale. Il DoD avrà il compito di rafforzare la cooperazione nello spazio con partner internazionali ed entità commerciali tanto in materia di ricerca quanto disviluppo ed acquisizione.

Le sfide che gli Stati Uniti devono affrontare sono prettamente di natura politica. La DSS soffre della stessa debolezza dei precedenti documenti di strategia di difesa dell’Amministrazione Trump: il documento è preparato dall’establishment della sicurezza nazionale e non rispecchia pienamente le opinioni del Presidente, soprattutto se si considera il fatto che nel documento appare chiaro che la cooperazione con alleati e partner in ambito spaziale sarà fondamentale per il mantenimento della supremazia a livello spaziale mentre il tycoon non sembra molto favorevole a questa componente multilaterale.

In generale la DSS delinea una strategia coerente per il mantenimento della superiorità spaziale americana. La vera domanda che molti analisti si pongono è se effettivamente, vista la poca propensione del Presidente Trump alla cooperazione, questa strategia verrà messa in atto. In questo senso, il 3 novembre potrebbe essere una data cruciale anche per il futuro della superiorità di Washington nel dominio dello spazio.

Alessandro Savini,
Geopolitica.info

Tra USA e WTO l’ultimo strappo?

La visione americanocentrica della Global Society attraversa trasversalmente il Congresso Americano chiamato a decidere sulla risoluzione del rapporto tra USA e WTO, dopo una mozione presentata dal senatore repubblicano Josh Hawley  seguita da una proposta simile alla Camera avanzata dai democratici Peter DeFazio e Frank Pallone Jr. Solo l’opposizione della Presidente della Camera Nancy Pelosi ha sospeso il voto sino allo scadere del 116° Congresso in un Paese che serba forte ostilità verso la WTO considerata strumento di affermazione del competitors cinese. Quali le ragioni?

Tra USA e WTO l’ultimo strappo? - Geopolitica.info

La WTO danneggia gli Stati Uniti?

La nascita della WTO ha rappresentato un momento fondamentale nella disciplina delle relazioni internazionali commerciali, costituendo il naturale approdo degli sviluppi normativi e istituzionali prodottisi nella vigenza del GATT 1947. Con gli Accordi di Marrakech si è voluto rafforzare il meccanismo di risoluzione delle controversie dotato di terzietà e indipendenza e articolato in due gradi di giudizio: i Panels (commissioni di esperti) e l’Appellate Body. Un meccanismo che incoraggia le parti a raggiungere una soluzione concordata reciprocamente, attraverso consultazioni bilaterali obbligatorie prima e durante le fasi del procedimento. Ciò onde giungere ad “a positive solution to a dispute” ed escludere forme di ritorsione  reciproca lesive per un ordinato commercio internazionale. Gli USA risultano essere stati chiamati in giudizio per ben 155 casi (a partire dal noto caso US — Gasoline, WT/DS2) e ricorrente in ben altri 124 casi. In totale, dati alla mano appaiono vincitori in 2/3 dei casi. Eppure, sin dal momento della sua elezione, il presidente Trump ha accusato la WTO di danneggiare gli Stati Uniti e propendere per gli altri paesi, prima fra tutti la Cina, nella risoluzione dispute commerciali transnazionali. La ragione? La necessità di attuare un attacco indiretto alla Cina per mezzo del rifiuto della Global Economic governance attuata dalla WTO. Una governance che avrebbe, a parere dell’establishment americano, favorito l’ascesa economica della Cina attribuendole lo status di PVS con non market economy.

La Cina è un PVS?

Il sistema commerciale globale definito dal GATT1947 era strutturato secondo i principi di totale libertà degli scambi, di non discriminazione e di reciprocità. Principi in virtù dei quali gli Stati membri si impegnavano a estendere reciprocamente e senza condizioni tutti i vantaggi, benefici, privilegi e immunità accordati in precedenza solo ad alcuni di essi. E che si sostanziavano anche nell’obbligo di riconoscimento reciproco di eguali opportunità di penetrazione sui mercati stranieri. Principi recepiti totalmente negli accordi istitutivi del WTO cui la Cina ha aderito, nel lontano dicembre 2001, con un apposito protocollo. Adesione avvenuta nonostante l’esistenza al proprio interno di un sistema di sussidi pubblici alle imprese nazionali, di trasferimenti forzati di Know-how per le imprese straniere, di ostacoli non tariffari e normativi alle importazioni, di restrizioni quantitative di risorse reputate essenziali per il Paese e di pratiche di dumping (anche monetario). L’Occidente è ben consapevole di questi rischi ma non vuol rinunciare alle opportunità di mercato che la Cina offre. L’adesione della Cina al WTO, pertanto, non viene ostacolata ma soltanto condizionata all’adozione di modifiche istituzionali e normative, in materia di accesso agli investimenti esteri, di tutela della proprietà intellettuale e di attribuzione di un ruolo maggiore al mercato dei tassi di cambio. Modifiche in chiave neo-liberale tipicamente richieste alle economie socialiste in transazione e dei Paese in via di sviluppo. Ed effettivamente, nell’accordo di adesione al WTO la Cina viene definita come PVS o Paese emergente, richiamando l’intero sistema di preferenze generalizzato messo appunto già sotto la vigenza del GATT per far fronte alle intrinseche carenze in materia di sviluppo e lotta alla povertà delle ex colonie. In questo modo si afferma il diritto per i PVS ad un trattamento differenziato, non reciproco e più favorevole rispetto alla regolamentazione generale, potendo, ad es., vantare sussidi all’esportazione o una forte impermeabilità del proprio mercato rispetto a determinati prodotti esteri.

La Cina è una “non market economy”?

Ferma è stata l’opposizione di USA e CEE ad una applicazione automatica a beneficio della Cina dello status di Paese emergente, salvo usarlo come perno su cui far leva per conseguire un’ulteriore qualificazione della Cina come “non market economy”. Sin dal 1995 è stato evidente come la “politica della porta aperta” si sia  sostanziata negli anni in strategie predatorie di ampliamento dei mercati di sbocco ma non nell’eliminazione degli indubbi ostacoli all’interscambio commerciale. Ecco perché CEE e USA si sono premuti di strumenti di salvaguardia del proprio mercato da attivare in caso di pregiudizio causato da importazioni di beni di origine cinese. Per cui, la Cina, da un lato, ha potuto sfruttare i benefici derivanti dallo status di Paese emergente ma, dall’altro, i Paesi industrializzati si sono riservati la facoltà di adottare provvedimenti restrittivi nei confronti dei prodotti cinesi in caso di pregiudizio per il mercato nazionale. In quest’ottica va letto il sistema di preferenze tariffarie statunitense c.d. Trade Act (riadattato rispetto alla versione del 1974) che riconosce una ampia discrezionalità presidenziale nella definizione dei Paesi e dei prodotti importati suscettibili di restrizioni. Dal canto suo, anche il Vecchio Continente ha adottato specifiche normative per escludere danni alle imprese europee da condotte anticoncorrenziali e dumping da parte della Cina (ora confluite nel Regolamento (CE) n. 1225/2009). Definire la Cina una “non market economy” attribuisce ai Paesi Occidentali il vantaggio di ostacolare più facilmente  l’offerta cinese sul mercato internazionale di prodotti ad un prezzo eccessivamente inferiore a quello normalmente praticato entro i confini nazionali (c.d. dumping). L’apertura cinese alla WTO, infatti, ha prodotto, da un lato, maggiori possibilità di ingresso per gli investitori stranieri nel territorio cinese ma, dall’altro, un accumulo di liquidità capace tradursi in riserve valutarie e, poi, in sovvenzioni anticoncorrenziali alle imprese e in pratiche di dumping.

La Cina nella WTO

L’ingresso della Cina nella WTO ha rappresentato contestualmente l’apice di quell’universalismo che si auspicava divenisse, fin dal dopoguerra, il fondamento del sistema internazionale e, pertanto, una vittoria della diplomazia multilaterale ma anche un momento critico per la tenuta dell’economia mondiale. Una economia che vede la consolidata egemonia politica ed economica statunitense subire l’aggressione del Dragone: sul piano commerciale per mezzo dell’acquisizione costante di quote sempre ampie di mercato occidentale; sul piano finanziario per l’avanzata dei fondi sovrani cinesi nell’acquisto dei propri titoli di debito pubblico. L’ adesione, infatti, ha condotto la Cina verso la modernizzazione dei propri strumenti giuridici (controllo giurisdizionale, non discriminazione, trasparenza, uniformità amministrativa, contratti di finanza derivata) essenziali nella business global community. Una modernizzazione, però, attuata per mezzo di quello che potremmo definire ,”un processo di adattamento selettivo”: la Cina ha adottato le modificazioni richieste dalla WTO ma modellandole alle caratteristiche sociopolitiche nazionali, quelle di una economia socialista di mercato. Un modello che coniuga aspirazioni capitalistiche con la volontà di preservare un ruolo dirigista importante dello Stato nell’economia. Esponendo, così, le imprese occidentali ad una competizione insostenibile a fronte del massiccio e imprescindibile sostegno statale alle proprie imprese. Un aspetto che emerge chiaramente nel rapporto di revisione della politica economica (WTO Trade Policy Review) redatto dai tecnici WTO nel 2016 con un orizzonte temporale identificato nell’anno in corso. In esso vi si legge che “Public  ownership  remains  the  mainstay  of  the Chinese economy” e che il processo di riforma strutturale e’ ancora in corso e deve includere “the promotion of private sector  participation  in  the  economy, as  well as  the reform of  State-Owned Enterprises  (SOEs), while keeping the preponderance of public  ownership”… “the  promotion  of  competition,  fiscal reform, financial  sector  reform to  increase  private capital participation  in  banking  and  expand  the provision  of  financial services, and  making  the exchange rate  and interest rate more market-oriented”. Ne deriva che la partecipazione alla WTO ha permesso alla Cina di affinare le armi giuridiche in vista in un possibile grande balzo economico, però, non caratterizzato dal rispetto dei principi di uguaglianza e pari trattamento degli Stati partecipanti al sistema economico neoliberale.

La Cina e la Section 15.

Eppure, proprio nel 2016, Pechino manifesta l’intento di far valere la Sezione 15 del Protocollo di adesione secondo cui “se lo Stato aderente dimostra di essere uno stato a economia di mercato secondo quanto previsto dalla normativa interna dello stato importatore, i suoi produttori possono godere dello stesso trattamento accordato a tutti i produttori dei Paesi retti da economia di mercato. In mancanza di ciò, sarà una economia di mercato solo allo scadere del 15° anno dall’adesione”. Una norma alquanto sibillina che ha rappresentato la goccia che ha fatto trasparire l’insofferenza americana per il temuto balzo del Dragone e una inadeguatezza delle regole della WTO nell’affrontare l’economia cinese. Come interpretare, dunque, la Section 15? Come norma automaticamente applicabile oppure condizionata all’accertamento dei requisiti tipici di una “economia di mercato”? Prima gli USA e poi l’UE si sono mostrati contrari a riconoscere la Cina come economia di mercato. Una opposizione che si è tradotta, nel 2017, nella scelta di Pechino di ricorrere al Panel WTO avverso l’UE. Una controversia che, su decisione dello stesso governo cinese, risulta essere decaduta in data 15/06/2020. La ragione? La vicinanza mostrata dal presidente Xi nei confronti dell’UE per una ripresa del dialogo sul futuro della WTO.

Il futuro.

La guerra dei dazi attiva dal lato statunitense per far fronte alle pratiche commerciali predatorie cinesi, e dei Paesi dell’Estremo oriente in genere, ha minato la credibilità della WTO calpestando il progetto universale di ordine mondiale postbellico. La tensione verso la WTO si è, poi, tradotta nella volontà di Washington di non procedere, nel dicembre scorso, in chiave collaborativa per il rinnovo dell’organo di Appello. Un blando progetto di soluzione è stata la scelta addotta da UE e CINA a Davos2020 di creazione di un parallelo sistema arbitrale obbligatorio per i 16 Paesi aderenti, in attesa della dodicesima conferenza ministeriale (MC12) deputata ad affrontare i temi più spinosi del commercio globale. Ma l’avvento della pandemia ha inasprito i rapporti commerciali per mezzo di politiche protezionistiche e ha obbligato il rinvio di un anno della MC12. Ciò ha spinto il DG Azevedo a dimettersi con un anno di anticipo per permettere la nomina di un nuovo DG chiamato a garantire la sopravvivenza della WTO. Ma ancora una volta, tutto dipende dalla volontà di Washington di partecipare attivamente alla nuova nomina, volontà che probabilmente sarà sospesa sino al termine delle nuove elezioni.

I limiti e gli ostacoli dell’ascesa globale cinese

Le crisi economiche e politiche su scala globale legate all’esplosione della pandemia hanno sollevato molte questioni sulla capacità di leadership degli Stati Uniti d’America in un momento di profonda incertezza nel sistema internazionale. Tutto ciò non ha fatto che alimentare il già noto dibattito sul declino dell’egemonia statunitense che vede alcuni osservatori convinti della contemporanea ed inevitabile ascesa cinese. Cambiamenti di questo genere rimangono difficili da confermare prendendo in considerazione solo una breve finestra temporale, soprattutto quando lo stato revisionista in questione rimane ancora molto distante dalla nazione egemone secondo molti indicatori della potenza.

I limiti e gli ostacoli dell’ascesa globale cinese - Geopolitica.info

L’egemone spicca nel sistema internazionale per la stabilità interna, la capacità di stabilire coalizioni, la potenzialità militare di portata globale, quindi incentrata sul potere marittimo e navale, la forza economica e la localizzazione geografica. Anche il soft power, inteso come capacità di sedurre plasmando le preferenze altrui, gioca un ruolo fondamentale per le strategie delle grandi potenze. La Belt and Road Initiative (BRI) è il tentativo lanciato nel 2013 da Xi Jinping di espandere la propria influenza a livello internazionale e quindi avrebbe importanti ricadute nella seconda dimensione citata del potere. Il progetto è sicuramente ambizioso e consiste nella costruzione di imponenti infrastrutture in paesi utili a Pechino per estendere i propri commerci sino ad arrivare in Africa, Europa e nel resto dell’Asia. Gli investimenti della Cina in tal senso sono notevoli, ma molti governi che stanno ricevendo i finanziamenti da Pechino stanno cominciando a denunciare gli eccessivi costi, la corruzione e gli elevati tassi di interesse. Tuttavia, è innegabile che grazie alla BRI l’attrattiva cinese e l’influenza commerciale di Pechino siano aumentate, e molti analisti vedono nel progetto il primo mattone posto per costruire la sfida agli Stati Uniti. L’espansionismo oltre il continente asiatico è anche dimostrato dall’istituzione della prima base militare fuori dai confini cinesi, a Gibuti. Da queste prime considerazioni notiamo che la Cina sta effettivamente espandendo la sua influenza, ma con due notevoli limiti: 1) la BRI è un’arma a doppio taglio sotto il punto di vista del soft power, e alcuni analisti e governi stanno cominciando a intravederla non più come una opportunità, bensì come una trappola del debito, 2) la prima base militare di Gibuti palesa l’impossibilità di definire la Cina potenza in grado di sfidare gli Stati Uniti perché le sue capacità di intervento su scala globale sono ancora ridotte e non possono contare su una rete di basi militari numerose quanto quelle statunitensi (che si stima si aggirino sulle 800 unità).

Comunque, Il vero punto di forza cinese è l’economia. Jacques nel 2009 in “When China Rules the World” affermava che la Cina grazie alla futura supremazia economica sarebbe diventata l’attore chiave del XXI secolo. Anche Goldman Sachs prevedeva il sorpasso dell’economia cinese su quella statunitense entro il 2027, a dimostrazione di quanto ormai nel dibattito politico la Cina pare possa insidiare l’egemonia americana grazie alle sue risorse economiche. Se la principale fonte di sfida cinese è l’economia, bisogna comunque rimarcarne alcune fragilità. La Cina secondo le stime dell’FMI nel 2019 ha registrato un PIL pari a circa 15,5 miliardi di dollari, avvicinandosi agli Stati Uniti che comunque rimangono tuttora distanti con circa 21,4 miliardi. Più che alla quantità servirebbe dare uno sguardo alla qualità dell’economia cinese. Innanzitutto, è doveroso ricordare che la crescita annuale in questi ultimi anni ha subito una frenata importante, anche se il tasso di crescita è rimasto sul 6%. Ciò che preoccupa non è la normalizzazione della crescita, ma questo rallentamento messo in relazione alla crescita del debito totale cinese. In secondo luogo, infatti, è opportuno sottolineare come il debito totale cinese (delle famiglie, del governo e dei settori finanziari e non) stia crescendo in modo preoccupante. Secondo una stima dell’Institute of International Finance il debito totale della Cina ha raggiunto il 317% del PIL nel 2020. In terzo luogo, è necessario anche rilevare come il debito cinese sia opaco e poco chiaro da analizzare. Molti debiti dei governi locali sono occultati, e l’eventualità che questi ultimi diventino insolventi è un rischio da non sottovalutare per Pechino. Infine, è utile precisare che per non frenare la crescita economica la Cina ha da sempre puntato forte sugli investimenti di imponenti infrastrutture con due conseguenti rischi: 1) la possibilità di investire su infrastrutture che nel lungo periodo potrebbero non avere i ritorni economici attesi, in quanto le allocazioni delle risorse vengono decise a livello governativo senza alcun ruolo chiave lasciato al mercato, e 2) legarsi al rischio finanziario dei paesi che aderiscono ai progetti delle infrastrutture previste dal BRI. Se infatti questi ultimi dovessero rivelarsi insolventi o instabili politicamente e necessitassero di ristrutturare il debito contratto con la Cina, il problema ricadrebbe in modo rischioso su Pechino. Quanto detto deve far riflettere alla luce della forte politica economica espansiva che rischia di creare bolle finanziarie pericolose e infrastrutture poco utilizzate come dimostrano alcune città-fantasma già esistenti oggi.

Sottolineati i rischi economici, comunque, è bene ricordare il limite principale posto alle aspirazioni del governo cinese: la sua collocazione geografica. La Cina ha una collocazione maggiormente continentale e come se non bastasse i vicini del gigante asiatico non sono così accondiscendenti nei confronti di Pechino. Da una parte abbiamo Giappone, Corea del Sud e Filippine che sono alleati fondamentali degli Stati Uniti, dall’altra ci sono paesi come Vietnam e soprattutto India con cui la Cina ha molte dispute territoriali ancora aperte, come dimostrano gli eventi degli ultimi giorni.

In conclusione, possiamo affermare che la Cina sia diventata un attore di primaria importanza del sistema internazionale, ma che comunque sia ancora presto per definirla sfidante dell’egemonia statunitense. La scarsa presenza militare nel mondo e la collocazione geografica non permettono alla Cina una libertà di azione simile a quella degli Stati Uniti. In termini economici la Cina rimane la grande sfidante degli Stati Uniti, ma le scommesse da vincere sulla stabilità finanziaria sono molte e difficili da valutare come variabile di lungo periodo. Grandi sforzi si stanno compiendo in direzione del rafforzamento del soft power e la BRI ne è l’emblema. Con la BRI la Cina sta cercando di sfruttare il momento di erosione di legittimità dell’egemonia statunitense per proporre il suo modello di sviluppo nel mondo, ma correndo in questa direzione si espone a rischi economici e di immagine, come quello di essere accusati di portare avanti pratiche neocolonialiste. Se c’è un campo nel quale gli Stati Uniti devono sentirsi minacciati è proprio quello del soft power. Il dibattito sul rapporto con gli alleati e sulle istituzioni multilaterali rimarranno di primaria importanza per la politica estera statunitense, e il rafforzamento delle alleanze asiatiche per contenere le provocazioni cinesi e limitare l’espansione regionale di Pechino potrebbe essere il tema cruciale della politica estera statunitense nel lungo periodo.

La guerra di parole tra USA e Cina

Dal 2012, con la nomina di Xi Jinping alle più alte cariche della Repubblica Popolare Cinese, la Cina ha assunto un ruolo di primo piano nel contesto geopolitico globale. Nell’ottobre 2017, al 19° Congresso del Partito Comunista Cinese (PCC), l’attuale segretario del Partito ha sottolineato la volontà di trasformare la Cina in “a global leader in terms of composite national strength and international influence” , superando di fatto il principio di Deng Xiaoping per cui, invece, la Cina avrebbe dovuto portare avanti la propria modernizzazione “hiding its capabilities and biding its time”.

La guerra di parole tra USA e Cina - Geopolitica.info

Secondo il nuovo corso, la Cina ha moltiplicato gli sforzi per “raccontare bene sé stessa”  e promuovere la propria immagine, sia all’esterno che all’interno dei propri confini. La recente pandemia di COVID-19 ha offerto alla Cina la possibilità di esercitare in maniera marcata il nuovo corso diplomatico con il tentativo di imporre la propria narrazione degli eventi e la propria leadership nella gestione dell’emergenza. Questo cambio di passo ha però generato notevoli frizioni con l’amministrazione statunitense, anch’essa impegnata nell’affermazione della propria narrazione dell’epidemia. Dopo un iniziale atteggiamento cooperativo tra USA e Cina, infatti, la dialettica tra i due stati ha assunto toni molto aspri trasformandosi in un reciproco scambio di accuse. Da un lato gli USA rimproverano alla Repubblica Popolare di aver divulgato informazioni in ritardo e statistiche false, che avrebbero ingannato gli altri paesi sulla reale portata dell’epidemia. Dall’altro, la RPC accusa l’amministrazione americana di voler distrarre l’opinione pubblica interna dalla gestione deficitaria della crisi epidemica. Alcuni parlamentari repubblicani sembrano spingere per sanzioni nei confronti dei leader di Pechino e per l’apertura di inchieste formali circa l’origine dell’epidemia.  Intanto, diversi soggetti stanno valutando la possibilità di citare in giudizio il governo di Pechino per i danni causati dalla mancanza di trasparenza della Cina, ma le probabilità di riuscita di tali iniziative appaiono, al momento, basse.  Lo stesso presidente statunitense ha dichiarato che la Cina dovrà affrontare le conseguenze delle proprie azioni nel caso in cui venga rinvenuta una condotta colposa   per quello che Trump definisce un attacco “peggiore di quello a Pearl Harbor e al World Trade Center”.  Da notare che i due episodi sono stati prodromici ad azioni militari degli USA.

La diplomazia cinese ha modificato il proprio approccio, divenuto in questi mesi sempre più assertivo pubblicamente, tanto da essere definito “Wolf warrior diplomacy”: come apparso in un editoriale del Global Times “the days when China can be put in a submissive position are long gone”.  Questo ha intensificato le polemiche tra le amministrazioni delle due potenze. Da un lato l’amministrazione americana ha ripetutamente definito il COVID-19 come il “virus cinese”, nonostante le raccomandazioni dell’OMS di utilizzare il nome scientifico, e ha suggerito come la diffusione della malattia possa essere stata originata all’interno di un laboratorio batteriologico a Wuhan; dall’altro Zhao Lijian, portavoce del Ministero degli Affari Esteri cinese, ha messo in dubbio l’origine del virus, indicando come possibili vettori della malattia i militari americani presenti a Wuhan. Gli articoli e i post particolarmente polemici, se non al limite dell’aggressivo, nei confronti dei singoli politici americani, primo fra tutti il Segretario di Stato Mike Pompeo, si sono moltiplicati,  marcando un’inversione rispetto alla diplomazia cauta dei decenni passati. Sembra che la dirigenza del PCC abbia assunto un atteggiamento compiacente nei confronti di tali esternazioni. Risulta difficile, infatti, credere che le affermazioni di un diplomatico di rango siano estemporanee e non concordate con l’alta dirigenza del Partito. Inoltre, sui canali internet cinesi, le teorie cospirative contro gli USA sono particolarmente diffuse e non sembrano subire alcun tipo di censura.  Il mantenimento di rapporti bilaterali costruttivi sembra non essere più una priorità per Pechino, che dimostra di essere invece focalizzata sulla possibilità di promuovere la propria immagine a livello globale.

Lo scontro tra Cina e USA è probabilmente destinato a inasprirsi ulteriormente nelle prossime settimane. Lo spostamento dell’attenzione su un nemico esterno potrebbe infatti essere funzionale per la politica interna delle due potenze. Attraverso le accuse alla Cina, l’amministrazione americana può provare a disinnescare le critiche ricevute dai media locali e dall’opposizione per la gestione non tempestiva dell’epidemia. Inoltre, per rafforzare il proprio consenso in vista delle elezioni presidenziali dell’autunno 2020, il presidente Trump può contare su un’ostilità sempre più diffusa in patria nei confronti del paese asiatico . In un documento redatto da un consulente strategico del Partito Repubblicano ad uso dei propri candidati, sono elencati i messaggi da veicolare in campagna elettorale: i) la Cina ha causato la pandemia attraverso l’opera di negazione e occultamento delle informazioni e accaparramento dei dispositivi medici; ii) la Cina è un rivale che ha sottratto milioni di posti di lavoro agli americani, invaso il mercato statunitense con il fentanyl  e recluso membri di minoranze religiose in campi di concentramento; iii) i candidati democratici sono troppo accondiscendenti nei confronti della Cina; iv) la Cina deve essere sanzionata per le responsabilità nell’epidemia.  Interessante inoltre notare come le dichiarazioni dei politici statunitensi, da Trump a Pompeo, relative alle prove inconfutabili che inchioderebbero le responsabilità  della Cina per la fuoriuscita del virus dal laboratorio a Wuhan, non solo vengano smentite dalle agenzie di intelligence (sia interne che multilaterali), ma non riscuotano credito tra gli alleati di sempre. Le nazioni occidentali, pur chiedendo a Pechino più trasparenza e la possibilità di un’indagine internazionale, non hanno appoggiato in alcun modo la “pistola fumante” sbandierata da Trump. La disanima sul laboratorio parrebbe così più uno strumento di politica interna, ad uso dell’elettorato americano.

Il PCC, ponendosi come vittima di accuse indebite e, al contempo, come esempio vincente nella lotta al Covid, essendosi dimostrato “by  far  the  political  party  with  the  strongest  governance  capability in human history”,  punta a rafforzare il nazionalismo in patria, riducendo la portata delle critiche interne ricevute negli scorsi mesi per la gestione dell’epidemia e le tensioni sociali derivanti dal rallentamento economico. Al contempo, lo stato di emergenza sanitaria ha consentito di estendere i controlli sulla popolazione, anche attraverso l’utilizzo di moderne tecnologie di tracciamento, con la legittimazione della tutela della salute pubblica. Se all’inizio sembrava che il cambio di postura diplomatica avesse sortito dei risultati nella ridefinizione dell’immagine di Pechino all’estero, negli ultimi tempi ha portato a un backlash nelle relazioni con l’occidente: da un lato i dubbi sulla veridicità di alcuni post pubblicati online dai media cinesi, dall’altro le pressioni nei confronti degli stati beneficiati dagli aiuti della RPC, hanno creato un clima di sfiducia e scetticismo. Questa reazione non pare però aver modificato la narrazione cinese, che sembra più finalizzata ad aver successo tra il pubblico nazionale, compattando l’opinione pubblica intorno alla capacità del Partito di rispondere all’epidemia, all’orgoglio per aver assunto un ruolo di leader e di benefattore all’estero e allo sdegno per l’ingannevole retorica statunitense.

L’attacco finanziario come minaccia incombente nella contesa USA-Cina

Il costante e ingente acquisto di dollari e di titoli del tesoro americani da parte della Cina ha destato preoccupazioni circa la condizione di paese “debitore” in cui si trovano gli Stati Uniti. Questa percezione si è ulteriormente acuita nel contesto della Guerra Commerciale, aggiungendosi alle accuse di Trump che incolpa Pechino di “manipolare la valuta”. Vale la pena indagare la veridicità di questa critica, così come la possibilità che la Cina, facendosi forte della sua posizione di creditore, possa ricorrere a un vero e proprio attacco finanziario.

L’attacco finanziario come minaccia incombente nella contesa USA-Cina - Geopolitica.info

La Cina manipola la valuta?

Partiamo dal presupposto che, nell’attuale sistema monetario, tutte le banche centrali manipolano in qualche modo le loro valute; ci si deve quindi accertare del grado di manipolazione esercitato da Pechino, e non dell’esistenza stessa della manipolazione.

L’anno scorso, il governo USA ha ufficialmente definito la Cina un “manipolatore di valuta”. Secondo Washington, questo avviene in primo luogo tramite movimenti del tasso di cambio: la Cina svaluterebbe il renminbi (RMB) per rendere le proprie esportazioni meno costose e, di conseguenza, più attraenti. Avendo sempre avuto un tasso di cambio più o meno fisso nei confronti del dollaro, a partire dal 2010 la banca centrale (Bank of China) ha stabilito un “dirty float”, ovvero una condizione in cui al RMB è permesso di fluttuare fra due valori limite stabiliti dalla banca. In pratica, è come se Bank of China avesse il potere di controllare a tutti gli effetti il tasso di cambio.

È lecito affermare che la strategia economica cinese sia ampiamente dipendente dalle esportazioni che, stimolando la crescita, garantiscono un certo grado di dinamicità e produttività all’enorme mercato interno del lavoro. Un requisito fondamentale per supportare questa strategia è un tasso di cambio favorevole, che mantenga il RMB a un livello relativamente basso rispetto al dollaro, e quindi attraente per gli importatori. Se la valuta cinese dovesse apprezzarsi troppo, le esportazioni ne risentirebbero, e di conseguenza anche la crescita economica e il tasso di disoccupazione. Per evitare questa eventualità, la Cina deve in qualche modo “manipolare” il tasso di cambio, principalmente tramite le attività della banca centrale.

Per semplificare il processo, si può dire che:

  • le esportazioni cinesi vengono pagate in dollari, che i commercianti convertono poi in RMB, andando ad accrescere le riserve di dollari nel sistema bancario cinese;
  • questo processo porta a un apprezzamento del RMB, che il governo deve in qualche modo contrastare;
  • per farlo, Bank of China si trova costretta a comprare tutti i dollari in eccesso raccolti dagli esportatori cinesi – come detto sopra – oppure a stampare RMB.

La strategia sopra citata è usata anche da altre economie orientate all’esportazione, che si trovano però ad affrontare come risultato un’accentuata inflazione. La Cina riesce a gestire anche questo aspetto tramite sussidi e politiche di controllo dei prezzi, rese possibili grazie alla morsa ferrea che il governo esercita sull’economia.

Quando si guarda al medio-lungo periodo, resta difficile accusare Pechino di manipolare la valuta: infatti, nonostante le svalutazioni evidenti, il RMB oggi si è apprezzato del 16-17% contro il dollaro rispetto al 2005 (anno in cui sono partiti i primi esperimenti di cambio variabile). Il tasso di cambio reale può fornire un quadro più completo: infatti, perché una svalutazione artificiale porti a una maggiore competitività, tale svalutazione non deve essere seguita da un aumento dei prezzi interni. Anche in questo caso, vediamo un sensibile aumento del RMB rispetto al dollaro, e ancora una volta le accuse di manipolazione appaiono infondate.

Gli USA hanno insistito per anni affinché il Dragone consentisse un più libero movimento del capitale, che avrebbe rappresentato un primo passo verso un regime di cambi flessibili. Vista l’attuale politica monetaria di Pechino. però, questo rimane pressoché impossibile: infatti, per prevenire brusche variazioni del tasso di cambio, un paese in forte crescita che miri a mantenere una politica monetaria autonoma deve necessariamente limitare il movimento di capitale. Pur mantenendo una postura piuttosto invasiva, negli ultimi dieci anni la Cina ha però allentato molte restrizioni, liberalizzando ad esempio le operazioni in conto corrente e consentendo alle aziende cinesi di accumulare dollari.

Non volendo rinunciare al tasso di cambio centralizzato, Pechino si è trovata a dover intervenire nel mercato valutario, comprando e vendendo dollari con l’obiettivo di mantenere il tasso di cambio fra i due valori limite stabiliti dalla banca centrale. In pratica, quando il tasso si muove in una certa direzione, Bank of China lo tira nella direzione opposta tramite la compravendita di dollari, finché il valore desiderato non viene ristabilito. Siccome negli ultimi anni l’ingente attività economica portava il RMB ad apprezzarsi, la Cina doveva comprare sempre più dollari in cambio di RMB, andando ad ammassare un’enorme riserva di dollari (la più grande del mondo, tre volte superiore alla seconda, detenuta dal Giappone). Nonostante la magnitudine di queste riserve – discussa dagli USA anche in sede di Congresso – la possibilità che esse possano rappresentare un’arma nella guerra commerciale è piuttosto remota: se Pechino vendesse all’improvviso tutta la liquidità che possiede in dollari, Washington dovrebbe avere comunque la capacità di assorbire lo shock; inoltre, tale mossa danneggerebbe in primo luogo la Cina, a causa della conseguente paralisi delle sue esportazioni verso gli Stati Uniti.

Considerando anche l’accesso del RMB al paniere DSP del Fondo Monetario Internazionale nel 2016, è lecito aspettarsi una sempre minore ingerenza di Pechino nel mercato valutario e un graduale avvicinamento a un regime di cambi flessibili. L’accusa americana si fonda sul presupposto che, nell’arco di questa transizione, la Cina continui comunque a favorire le proprie esportazioni tramite ben calcolate svalutazioni artificiali.

I titoli del tesoro come arma per un attacco finanziario

Un’ulteriore conseguenza dell’attività monetaria cinese si ripercuote sul mercato azionario: le riserve in dollari vengono reinvestite dal Dragone in titoli del tesoro americani, che sono universalmente riconosciuti come investimenti liquidi e sicuri; come risultato, Pechino è ora il maggior detentore di titoli americani nel mondo. Si potrebbe tradurre questa meccanica anche in un’ottica diversa: comprando debito americano – e quindi un investimento garantito – la Cina effettua in realtà dei prestiti agli Stati Uniti, così che questi possano continuare a comprare prodotti cinesi a basso costo. È superfluo affermare che questa è stata per molto tempo una situazione win-win per entrambi i paesi, almeno fino ai recenti sviluppi e all’apparente isolazionismo di Trump.

L’acquisto sfrenato di titoli USA può essere giustificato anche da altri motivi, fra cui: salvaguardare – e in qualche modo cementare – l’enorme surplus della bilancia commerciale che la Cina ha con Washington; accrescere la propria massa monetaria in termini di dollari e di conseguenza rafforzare anche la propria credibilità agli occhi dei mercati.

Cosa succederebbe se la Cina vendesse all’improvviso tutte le sue riserve di dollari? Ipoteticamente, gli Stati Uniti potrebbero trovarsi di fronte a una crisi valutaria e ad alti tassi d’interesse, con pesanti ricpecussioni sulla crescita economica, nonché a una minore fiducia degli investitori nella garanzia del dollaro. Questo però è un caso limite e probabilmente non realistico: il tasso di cambio variabile e l’abbondanza di dollari in circolazione porterebbero a un aggiustamento automatico, con le riserve vendute che sarebbero poi acquistate da un altro paese (o magari proprio dagli USA).

L’effetto sarebbe invece nocivo per la Cina stessa, che vedrebbe il RMB apprezzarsi e, di conseguenza, le sue esportazioni perdere il vantaggio competitivo che hanno avuto finora. La svendita dei titoli del tesoro americani sarebbe ulteriormente sconveniente per la Cina, nella misura in cui andrebbe ad inficiare il tanto considerato surplus della bilancia commerciale. Inoltre, lo Zio Sam potrebbe reagire stampando moneta: questo stimolerebbe l’infazione, certo, che però in questo particolare caso giocherebbe a favore degli americani, poiché – in quanto debitori della Cina – si troverebbero con un dollaro più debole e quindi un valore di rimborso inferiore! Insomma, nonostante la recente perdita di valore dei titoli USA causa Covid-19, lo scenario di un “fuori tutto” da parte della Cina sembra non profilarsi all’orizzonte, per il momento. Allo stesso modo, come abbiamo visto sopra, il grado di manipolazione della valuta esercitato da Pechino non raggiunge livelli tali da giustificare azioni punitive. L’attacco finanziario come arma per scombussolare i mercati è per entrambe le parti un’opzione limite, un passo verso l’ignoto che, visto l’attuale stato delle cose, non ha senso intraprendere.

Intervista al Senatore Lucio Malan

Il senatore Lucio Malan, Presidente del Gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Taiwan, è il Co-Chair dell’Alleanza Inter-Parlamentare sulla Cina (IPAC), un gruppo internazionale di legislatori interpartitici che sostiene “l’adozione di una postura più rigida verso il Partito comunista cinese” attraverso strategie collettive.

Intervista al Senatore Lucio Malan - Geopolitica.info

1) L’Alleanza interparlamentare sulla Cina è un gruppo internazionale di legislatori interpartitici che lavorano alla riforma dell’approccio dei paesi democratici alla Cina. Quali sono gli obiettivi, nello specifico che il gruppo si propone?

Possiamo riassumere così gli obiettivi principali: salvaguardare il diritto internazionale, sostenere i diritti umani e promuovere la reciprocità e il commercio equo. Non ci può essere commercio equo quando c’è una dittatura che impone la cancellazione di qualsiasi diritto sia per i lavoratori sia per le aziende. Questo avviene non solo all’interno dei confini cinesi ma anche all’estero. L’esempio sotto gli occhi di tutti è quello del progetto della Via della Seta. Di fronte a un paese come la Repubblica popolare cinese che ha una enorme spesa militare e per ogni tipo di “relazioni esterne”, bisogna necessariamente attivare dei meccanismi di difesa. Ossia bisogna difendere la sovranità del nostro paese, e non mi riferisco al cosiddetto sovranismo ma alla necessità di difenderci dalla pervasività del comunismo cinese.

2) Proteggere l’integrità nazionale. Come si può proteggere la sovranità dei paesi in via di sviluppo?

Se non si prende coscienza dell’azione cinese ci saranno delle grandi ripercussioni dal lato economico. Spesso consideriamo l’economia dei paesi in via di sviluppo, penso soprattutto all’Africa, come qualcosa di scollegato dal nostro sistema economico. Ma ormai l’economia globale è strettamente interconnessa e il neo colonialismo cinese in Africa e altrove ha degli effetti anche sulla nostra economia. 

3) La sfida tra USA e Repubblica Popolare cinese si configura chiaramente come uno scontro, diverso dalla dimensione della guerra fredda, ma comunque sempre più lontano dall’idea di competizione. L’Europa può continuare ad evitare di prendere delle posizioni chiare?

No, l’Europa decisamente non può più evitare di prendere delle decisioni chiare al riguardo. L’Europa deve continuare a difendere i propri interessi, che spesso coincidono con quelli degli Stati Uniti ma talvolta differiscono. Deve però essere chiaro che bisogna opporre una resistenza all’azione, in così tanti paesi del mondo, di un regime dittatoriale come quello cinese. Possiamo concordare o no su molti aspetti della politica statunitense ma dobbiamo rimanere saldi nel riconoscere che un sistema democratico è sempre, in tutti i casi, preferibile a un regime dittatoriale. La democrazia è sempre vincente, almeno nel medio termine. E’ bene ricordarlo sempre. Negli ultimi tempi lo si dimentica, o dandola per scontata o puntando tutto sulle necessità economiche o sulla stabilità politica. Ma la democrazia rimane la cornice fondamentale in cui dobbiamo muoverci. Il caso della pandemia Covid-19 è esemplare. Molti si ostinano a pensare che i regimi dittatoriali siano i più adatti a fronteggiare le emergenze. Ma anche l’Italia, un sistema pienamente democratico, ha saputo agire in maniera decisa. Invece, proprio in Cina, la mancanza di trasparenza ha favorito la diffusione del virus in tutto il mondo. 

4) Il professor Stephen Nagy in un recente articolo pubblicato da Geopolitica.info ha affrontato il problema della coercizione economica di Pechino ossia tutte quelle tattiche punitive messe in atto da Pechino contro le democrazie liberali negli scorsi anni.  Come può essere affrontato un tema così delicato?

Innanzitutto facendo conoscere il tema, non può rimanere l’argomento di un studio di altissimo livello come quello del professor Nagy. Non può essere solamente un tema per addetti ai lavori, per accademici o per esperti di politica internazionale. Bisogna che di questo argomento si parli nei mezzi di comunicazione. Riconoscere il problema è sicuramente il primo passo che possiamo fare e dobbiamo cercare di parlarne il più possibile. 

5) Ci sono state reazioni all’interno delle Camera o nelle stanze della politica rispetto all’adesione alla sua adesione all’IPAC? Quanto è veramente forte la lobby cinese in Italia, durante la sua attività politica ha riscontrato degli ostacoli? Si tratta di censura preventiva, come spesso avviene negli ambienti accademici o ci sono delle vere e proprie ritorsioni?

Da parte dei colleghi ho ricevuto molta solidarietà, tanti parlamentari si sono detti pronti a collaborare sul tema sia all’interno del gruppo sia a sostegno di singole iniziative. Rispetto alla mia attività volta al bilanciamento dei rapporti dell’Italia con la Repubblica Popolare cinese non ho mai incontrato degli ostacoli palesi. Mi hanno riferito molti colleghi che l’Ambasciatore della Repubblica Popolare cinese mi cita negativamente durante i suoi incontri con i membri delle istituzioni italiane. L’attenzione dell’Ambasciatore cinese è dovuta al mio ruolo di Presidente del gruppo Interparlamentare di amicizia Italia-Taiwan e non mi sembra una modalità consona a un diplomatico. Tuttavia, a parte questi episodi non ho mai riscontrato alcun tipo di problema. Il grande ostacolo sono le censure preventive: è molto difficile parlare della Repubblica Popolare cinese.  Soprattutto è difficile essere ascoltati quando si parla di Cina. Guardiamo per esempio al caso di George Floyd, un singolo atto barbaro da parte di una polizia locale che ha scatenato devastazioni e rivolte. Proteste negli Stati Uniti e in Europa, ovunque persone che si inginocchiano, monumenti distrutti. Ma per le decine di migliaia di persone che manifestano ad Hong Kong nessuno si mobilita. Davanti alle violenze della polizia di Hong Kong, alla minaccia di invasione di Taiwan – un paese che non è mai stato sotto il controllo della Repubblica Popolare cinese – non osserviamo lo stesso tipo di mobilitazione. 

6) Taiwan, una nazione a lei cara. Da anni è il presidente del gruppo Interparlamentare di amicizia Italia-Taiwan. Cosa ci può insegnare l’esperienza della democrazia taiwanese?

La democrazia taiwanese ci insegna che contrariamente ad alcune affermazioni, venate di razzismo, il sistema democratico è assolutamente compatibile con la cultura cinese. Taiwan è un pugno nell’occhio a tutti i sostenitori dell’impossibilità di una democrazia in Cina. Taiwan ha dimostrato di saper fronteggiare in maniera esemplare la pandemia Covid-19, i numeri taiwanesi sono incredibili. Taipei ha prevenuto la diffusione del virus nonostante i continui scambi con la Repubblica Popolare cinese e l’esclusione dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Taiwan nonostante debba continuamente fronteggiare la minaccia cinese, nonostante debba dotarsi di un forte sistema di difesa è un paese con una fiorente economia. Un paese democratico di cultura cinese dove le libertà civili sono rispettate.

Stefano Pelaggi,
Sapienza Università di Roma – Geopolitica.info