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Croazia in Europa: le sfide dei nuovi cittadini europei

L’entrata della Croazia in Europa è stata salutata tiepidamente dal suo popolo: a causa di una continua recessione e di un certo populismo nazionalista, le manifestazioni di giubilo sono state seguite e precedute da numerose manifestazioni di operai licenziati, segno del malcontento che attraversa il paese in questo momento. 

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Vent’anni fa, durante la guerra d’Indipendenza patriottica, come qui è chiamata, tantissimi avrebbero sostenuto questa entrata come sottolineatura importante della componente mitteleuropea ed europea di un popolo che da sempre rifugge l’aggettivo “balcanico”; questi stessi ora temono di venire scippati della loro indipendenza avuta solo nell’era dorata medievale di Kralj (re) Tomislav per poi trovarsi divisi e dominati per oltre un millennio da Bizantini e Franchi, Veneziani e Ungheresi e ancor peggio Turchi e Austroungarici.

Nonostante l’impegno per l’entrata nell’Eu sia una sfida pesante a causa di possibili restrizioni, multe, regolamenti e penali, si tratta di un’importante opportunità per sopravvivere, grazie ai trasferimenti finanziari che giungeranno dalla UE e che tanto hanno influito nella preferenza a favore di quel 66% di croati che così votarono 2 anni fa nel referendum.

L’orgoglio locale e gli inviti alla tenacia, caratteristiche di un popolo che ha saputo far fronte a numerose tragedie e guerre, svaniscono però in fretta di fronte a una crisi quinquennale che pone la Croazia al terzultimo posto tra gli ormai 28 stati (con lei) dell’Unione, a causa del tasso di disoccupazione e del deficit statale, elementi che preoccupano Bruxelles, già alle prese con lo studio di adeguate manovre di contrasto.

Guardando l’entrata della Croazia dal versante italiano, i segnali appaiono incoraggianti: la presenza ai festeggiamenti per l’entrata della Croazia nell’UE del Presidente della Repubblica Napolitano e della ministro degli Esteri Bonino, sono un segno di riconoscimento dell’importanza dei positivi rapporti, anche a livello di import-export commerciale, tra i due paesi.

Nonostante i segnali di entusiasmo, espressi con particolare forza dai leader di diversi paesi europei a Zagabria in occasione dei festeggiamenti, la difficile condizione economica della Croazia rimane al centro dell’attenzione affinché si concretizzi l’impegno a mettere in campo tutte le necessarie misure di ripresa che la maggioranza dei croati attende grazie all’ingresso nell’Unione.

Per quanto appaia complesso individuare una “ricetta” per risolvere, specialmente in tempi brevi, le problematiche del Paese, la Croazia, anche grazie al supporto dei paesi dell’Unione, dovrà impegnarsi a porre freno a una disoccupazione molto alta attorno al 20,9% (in Europa solo Spagna -27%- e Grecia -26,8%- l’hanno più alta) e rilanciare politiche economiche nel contesto europeo e fronteggiare inoltre una corruzione ed evasione fiscale considerevoli: un serio problema questo alla luce dei ripetuti scandali avvenuti, in primis quello inerente all’ex premier Sanader, peraltro gran promulgatore dell’entrata in UE.

Sicuramente la stabilizzazione di quest’area particolarmente problematica dalla caduta del blocco comunista, passa anche attraverso l’ingresso della Croazia e il coinvolgimento degli stati vicini. La Croazia deve essere per la Bosnia ma anche per la Serbia il “fratello maggiore” nei processi di integrazione: sono in tanti, tra i moderati dei Balcani occidentali, infatti a ritenere che l’Unione europea potrebbe essere un’ottima cura, come entità politica aggregante, nel confronto dei nazionalismi che tuttora latitano in quell’area.

Seppur vi siano numerosi servizi e strutture da migliorare e molti turisti dell’Europa centrale si inizino a orientare verso la Turchia e il medio oriente frenati solo dalle crisi politiche di quelle zone e lo stato croato per fare cassa abbia messo in vendita in questi giorni molti alberghi, tra i quali quello di Duilovo a sud est di Spalato (l’ex complesso turistico dell’Armata popolare jugoslava, per un valore complessivo di 1 miliardo e 200 milioni di kune, circa 159 milioni di euro), il turismo rimane la nota economica positiva: è l’unico settore dell’economia croata a non risentire della crisi e rappresenta il 19% del Pil nazionale (quasi 40% contando l’indotto).

L’entrata in UE dovrà portare a maggiori investimenti nell’agricoltura per evitare gli attuali problemi di siccità in Slavonia e un necessario incremento nelle coltivazioni intensive soprattutto ora che si apre il mercato unico.

Anche il mercato delle risorse rinnovabili (produzione di energia eolica e solare) potrebbe portare la Croazia ad essere un paese leader in Europa in questo segmento del mercato.

Certamente andranno valorizzati anche i porti croati destinati a servire le zone continentali dell’Europa con il corridoio panaeuropeo 5 B e C che dovrebbe attraversare tra gli altri paesi, Croazia e Bosnia. I cantieri navali croati sono inoltre in termini di know how , una grande risorsa per l’intera Europa, vista la fortissima concorrenza cinese, e si dovranno fare investimenti oculati affinché quello che è probabilmente il settore più importante nell’industria pesante croata, non rischi di essere cancellato.

Il problema economico è molto sentito a tal punto che la Serbia per evitare il crack economico sta seriamente pensando di ingaggiare l’ex discusso direttore generale dell’Fmi Dominique Strauss-Kahn in qualità di consigliere del governo serbo per le questioni finanziarie e del debito.

Nel frattempo il primo ministro croato, Zoran Milanovic, ha delineato le principali politiche del suo governo per uscire dalla crisi economica: la Croazia infatti è al quinto anno consecutivo di recessione e presto potrebbe essere sottoposta alla procedura di infrazione per deficit eccessivo da parte di Bruxelles. Milanovic ha indicato ”il consolidamento delle finanze pubbliche, la riorganizzazione del sistema fiscale, la ristrutturazione e razionalizzazione dell’amministrazione pubblica e una serie di misure per la ripresa dell’economia”, come i punti cardinali del programma di risanamento del suo esecutivo per la ripresa economica respingendo la possibilità di tagli drastici della spesa pubblica e una svalutazione della valuta nazionale

Nonostante gli sforzi per stabilizzare le finanze pubbliche sembra molto difficile mantenere il deficit al 3 per cento del Pil e la Croazia potrebbe essere sottoposta alla procedura per deficit eccessivo.

 

Yanukovych Must Go
Yanukovych Must Go - Geopolitica.info

Alexander Motyl argomenta le ragioni del dissenso che attraversa le strade di Kiev. Invocata e dealizzata, l’Unione Europea resta per …

Eurosur e le difficoltà nella gestione delle frontiere marittime meridionali
La questione immigrazione e accoglienza è all’ordine del giorno in Italia, come in tutti gli altri paesi europei. Perché non si arrestano gli sbarchi e l’impatto sulle società di accoglienza è sempre forte. L’Unione Europea però non ha mai tralasciato questo capitolo di politica pubblica ma a causa delle continue priorità in economia, i fondi e le energie dedicate a questi temi sono sempre esigue e mal utilizzate. 

Eurosur e le difficoltà nella gestione delle frontiere marittime meridionali - Geopolitica.info
Per effetto della recente tragedia di Lampedusa è tornata d’attualità (mediatica) la magnitudo del fenomeno migratorio e si è gridato allo scandalo per la mancanza di solidarietà comunitaria di fronte ai continui sforzi italiani per limitare le tragedie che colpiscono il tratto di mare tra Italia, Tunisia e Malta.

Il 9 ottobre 2013 gli europarlamentari hanno avviato un breve dibattito sulla costituzione di un sistema europeo di sorveglianza delle frontiere che poi è stato approvato il giorno dopo. Stupisce la velocità con cui è stata presa questa decisione, ma se si indaga, esaminando i documenti ufficiali europei, si scopre che Eurosur non è un provvedimento nuovo, bensì un meccanismo che affonda le sue radici nel 2006.

Eurosur è una rete di coordinamento tra le autorità europee e l’Agenzia Frontex, ideato per condividere informazioni operative, in particolare per le autorità degli Stati mediterranei. Lo scopo di Eurosur è migliorare il pattugliamento marittimo, allo scopo di ridurre le perdite di vite umane in mare, il numero di migranti irregolari che entrano clandestinamente nell’UE e di aumentare la sicurezza interna prevenendo reati transfrontalieri quali la tratta degli esseri umani e il traffico di stupefacenti.

Eurosur è una rete preconizzata dal febbraio 2008 sulla base della comunicazione del 30 novembre 2006 “Rafforzare la gestione delle frontiere marittime meridionali dell’Unione europea”. In questa comunicazione, la Commissione proponeva la creazione di due realtà: una rete permanente di pattuglie costiere per le frontiere esterne marittime meridionali e un sistema comune europeo di sorveglianza delle frontiere.

Come spesso è accaduto e accade giornalmente nel lungo e laborioso processo di integrazione europea, la Commissione, organo almeno teoricamente imparziale e non rappresentante degli interessi degli Stati, formula proposte ambiziose. Queste, poi, sono sovente ridimensionate o inesorabilmente cassate dal Consiglio Europeo, composto dai leader degli Stati Membri.

Anche in questo caso, il Consiglio europeo del 14 e 15 dicembre 2006 preferì dare la “priorità all’esame della creazione di un sistema europeo di sorveglianza delle frontiere marittime meridionali”, ossia costituire Eurosur.
Quindi il 13 febbraio 2008 la Commissione pubblicò, attraverso una raccomandazione, l’esame sulla creazione di Eurosur, suggerendo anche una tabella di marcia per la sua implementazione. Questa raccomandazione avrebbe dovuto avere un riscontro entro la primavera del 2009; dovrà invece attendere fino al 2011, quando il Consiglio europeo del 23 e 24 giugno chiederà finalmente di sviluppare Eurosur affinché diventi operativo entro il 2013.

Lo studio pubblicato nel 2008 affermava l’estrema necessità della costituzione di un sistema, dato che negli otto Stati membri con frontiere esterne nel Mediterraneo e nell’Atlantico meridionale, la sorveglianza di frontiera è affidata a circa 50 autorità, appartenenti a 30 diverse istituzioni spesso con competenze e sistemi paralleli e limiti tecnologici importanti. La tabella di marcia proposta, era divisa in tre fasi.

Inizialmente era consigliato di aggiornare ed estendere i sistemi nazionali di sorveglianza di frontiera e collegare tra loro le infrastrutture nazionali in una rete di comunicazione. Ciò si doveva ottenere costituendo Centri Nazionali di Coordinamento e una rete di comunicazione informatica protetta per lo scambio di dati in tempo reale, 24 ore su 24, tra i vari centri degli Stati membri e tra questi e l’Agenzia Frontex.

Secondariamente, si doveva lavorare sul potenziamento tecnologico degli strumenti di sorveglianza e dei sensori, elaborando inoltre un’applicazione comune degli strumenti di sorveglianza, a tutti gli Stati Membri dell’Unione.

La terza e ultima fase invece prevedeva la collaborazione con Stati non facenti parte dell’Unione. Ovvero gli Stati da cui partono i migranti. In questa fase era consigliata la raccolta di tutti i dati rilevanti provenienti dai sistemi nazionali di sorveglianza, dai nuovi strumenti di sorveglianza, dai sistemi di informazione europei e internazionali e dalle fonti di intelligence; analizzarli e divulgarli in modo strutturato verso paesi terzi, al fine di creare un sistema comune di condivisione delle informazioni tra le autorità nazionali interessate.

Il sistema europeo di sorveglianza delle frontiere avrebbe dovuto essere “montato” sull’architettura Frontex per garantirne la complementarità. Mentre gli sbarchi presso la frontiera meridionale si moltiplicano, esattamente come gli sforzi del Stati frontalieri, il difficile percorso di Eurosur continua.

Nel 2011 finalmente, in seguito alla richiesta del Consiglio europeo del 23-24 giugno 2011, la Commissione inoltra una Proposta di Regolamento che istituisce il sistema europeo di sorveglianza delle frontiere (Eurosur), da votare attraverso la procedura legislativa ordinaria, la ex procedura di codecisione. Il Regolamento descrive con precisione le misure di gestione di Eurosur, l’impatto sul bilancio e lo scadenziario di applicazione.

La Proposta di Regolamento prevedeva che dal 1° ottobre 2013, Bulgaria, Cipro, Estonia, Finlandia, Francia, Grecia, Italia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Portogallo, Romania, Repubblica slovacca, Slovenia, Spagna e Ungheria avrebbero istituito, attivato e gestito un centro nazionale di coordinamento per la sorveglianza di frontiera e avrebbero provveduto allo scambio di informazioni con tutte le altre autorità nazionali responsabili, con gli altri centri nazionali di coordinamento e con l’Agenzia Frontex. Mentre per Belgio, Germania, Paesi Bassi e Svezia, il regolamento sarebbe dovuto essere applicato dal 1° ottobre 2014.

Se la Proposta di Regolamento fosse stata votata in tempi certi, alla data della tragedia, sarebbe già dovuto essere in funzione Eurosur.

Questi sono i fatti sino al 3 ottobre 2013, notte del tragico naufragio al largo dell’isola dei conigli a Lampedusa. Dopo un disastro di tale portata, sarebbe stato controproducente spiegare tutti i passaggi verso un sistema più coerente della gestione dell’accoglienza ad una opinione pubblica turbata dalle vicende meridionali. Ci si è quindi affrettati a far votare al Parlamento Europeo la proposta di Regolamento presentata nel 2011, approvata con 479 voti a favore, 101 contrari e 20 astenuti.

La proposta di Regolamento è stata quindi approvata ma con emendamenti, soprattutto per quanto riguarda le scadenze. E’ stata infatti posticipata l’applicazione del sistema Eurosur al 2 dicembre 2013 per Bulgaria, Cipro, Croazia, Estonia, Finlandia, Francia, Grecia, Italia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Portogallo, Romania, Repubblica slovacca, Slovenia, Spagna e Ungheria e per i rimanenti Stati è rimasta invariata al 1° dicembre 2014.

La scadenza è quindi fissata per il prossimo dicembre, vedremo se realmente verrà rispettata oppure subirà nuovi ritardi.
 
Verso il secondo round negoziale: area di libero scambio tra Stati Uniti e Unione Europea

Alla ricerca di una mutua soluzione per l’occupazione e il mercato del lavoro, l’Unione Europea e gli Stati Uniti, già dalla fine del 2011 stanno lavorando alla creazione di un’Area di Libero Scambio.
Un primo round di negoziati si è svolto a Washington tra l’8 e il 12 luglio 2013 e il prossimo, dal 7 all’11 ottobre a Bruxelles, è in procinto di cominciare.

Verso il secondo round negoziale: area di libero scambio tra Stati Uniti e Unione Europea - Geopolitica.info

La possibile istituzione di un’Area di Libero Scambio è un tema rilevante per entrambe le economie, le quali rappresentano insieme circa la metà della produzione economica globale e quasi un terzo dei flussi commerciali mondiali, dando così origine alla maggiore relazione economica nel mondo. 

Gli ostacoli più grandi al commercio tra Stati Uniti ed Europa e tra questi ultimi e il resto dei partner globali è dato dalla diversità di standard e regolamenti commerciali, dalla maggiore o minore protezione delle economie ottenuta attraverso tariffe doganali e non, standard ambientali e sanitari. Un fattore comune invece tra Unione Europea e Stati Uniti, è invece rappresentato dai seri problemi di disoccupazione e stagnazione economica, che potrebbero essere alleviati facendo leva sui benefici dell’istituzione di un’Area di Libero Scambio (Free Trade Area).

Alcuni dati sugli scambi tra Unione Europea e Stati Uniti possono aiutarci a capire la rilevanza di questo possibile accordo: gli scambi bilaterali totali nel 2011 ammontano a €455 miliardi, con un saldo positivo europeo di €72 miliardi. L’UE spende circa €192 miliardi l’anno in importazioni di prodotti americani (questa cifra rappresenta l’11% delle importazioni totali europee) e per lei, gli Stati Uniti sono il più grande mercato di esportazione, dato che circa il 17% delle esportazioni totali europee sono dirette lì. 
Non sono solo i flussi commerciali ad essere importanti per valutare la potenzialità di un accordo di libero scambio tra Unione Europea e Stati Uniti, considerata la mole degli investimenti diretti in entrambe le direzioni: nel 2011 infatti, gli USA hanno investito circa €150 miliardi in Europa e le aziende europee qualcosa come € 123 miliardi negli Stati Uniti.

L’iniziativa di un accordo transatlantico è basata sulle raccomandazioni del Gruppo di Lavoro di Alto Livello sulla Crescita e il Lavoro, istituito tra Unione Europea e Stati Uniti dal 2011. Dalle delibere di questo gruppo, la DG per il Commercio della Commissione Europea ha quindi commissionato al Centro di Ricerca sulla Politica Economica di Londra uno studio circa i vantaggi e punti deboli di una Partnership Transatlantica sul Commercio e Investimenti, pubblicato poi lo scorso 12 marzo 2013.

Il documento ha evidenziato come una liberalizzazione degli scambi tra Europa e Stati Uniti avrebbe effetti benefici non solo sulle due parti ma anche per l’economia globale. Sono stati individuati benefici in termini monetari, commerciali e anche occupazionali, mentre relativamente al resto del mondo, i benefici si otterrebbero dall’applicazione di regolamenti commerciali basati su standard comuni.

In termini monetari, l’istituzione di una Area di Libero Scambio farebbe guadagnare all’Unione Europea €119 miliardi e €95miliardi agli Stati Uniti; per quanto riguarda invece la quota di esportazioni europee totali, lo studio sostiene che esse aumenterebbero del 6% e del 8% quelle americane. Dal punto di vista occupazionale, sempre secondo lo studio, entrambe le parti trarrebbero benefici dall’aumento degli scambi, con riguardo sia ai profili altamente qualificati sia a quelli con minore specializzazione. Si aprirebbero, cioè, maggiori opportunità lavorative in entrambi i mercati.

Ma non è solo un ragionamento di numeri quello su cui si basa lo studio. L’area di libero scambio ottenuta tramite un’adozione di standard comuni tra due entità così imponenti provocherebbe effetti di convergenza a livello globale.
Infatti, il fatto stesso che si riescano a stabilire standard comuni e diminuiscano le divergenze tra regolamenti, tutt’ora molto differenti, spingerebbe gli altri partner globali a modificare le loro regolamentazioni verso i nuovi standard transatlantici per accedere ai vantaggi del rafforzamento degli scambi con questi grandi mercati.

Tutte queste considerazioni sono supportate da numerosi e autorevoli studi, riguardanti sia gli effetti benefici di una Free Trade Area che sulla mole degli scambi commerciali tra le due economie, ma i negoziati si preannunciano tutt’altro che facili. I fautori dell’accordo sono focalizzati maggiormente sugli effetti benefici sull’occupazione e sui flussi commerciali, mentre i critici sottolineano le ripercussioni negative che un abbassamento degli standard sanitari, ambientali e di produzione causerebbe al mercato europeo.

Come è noto, tra Unione Europea e Stati Uniti vi sono enormi differenze per quanto riguarda gli standard produttivi, ad esempio quelli sanitari e ambientali e differenze per quanto riguarda gli stessi prodotti commercializzati. Ultimo ma non meno importante, gli Stati Uniti devono prima uscire dalla spirale del mancato rifinanziamento dei negoziati per effetto dello shutdown.

 

 

 
Hezbollah lancia un boomerang in Siria
Dopo anni di dibattiti e trattative, l’Unione Europea ha deciso: l’Hezbollah libanese, il Partito di Dio, è un gruppo terrorista. Più correttamente, tale è considerabile solo la sua ala militare, secondo l’accordo sottoscritto dai Ministri degli esteri dei 28 Paesi membri, e non la sua propaggine politica. Dove si situi la lasca linea di faglia tra le due anime del movimento, non è dato sapere.

Hezbollah lancia un boomerang in Siria - Geopolitica.info
Nonostante la fumosità dei suoi contenuti, l’accordo segnala un marcato cambio di rotta nella politica estera europea, con il prevalere della posizione britannica ed olandese, per anni osteggiata da altri Paesi membri. Certo, la versione finale dell’accordo raggiunto tra i titolari dei dicasteri degli Esteri rappresenta un compromesso che lascia le mani slegate a quanti intendono proseguire il dialogo con Hezbollah, attore determinante della politica libanese e dell’intero scacchiere vicinorientale: “i contatti politici e le azioni di sostegno economico proseguiranno con tutti gli attori del Libano, incluso Hezbollah”, ha infatti chiosato l’italiana Emma Bonino.

A far da sfondo al cambio di paradigma, l’attentato dell’estate 2012 a Burgos, Bulgaria, ai danni di un gruppo di turisti israeliani. Cinque cittadini di Tel Aviv e il loro autista locale persero la vita nell’esplosione. Secondo le indagini ufficiali della magistratura locale, suffragate dalle evidenze raccolte dai servizi di intelligence di vari Stati, sarebbe stata l’ala militare del Partito di Dio a ordine l’attacco. Un attacco sferrato nel cuore del Vecchio Continente: troppo, anche per i più “buonisti” tra i governi europei.

I risultati delle indagini sono giunti in un momento concitato per il Libano e per Hezbollah. Il perdurare della crisi siriana ha spinto la leadership del movimento a fornire un sostegno pratico, di natura militare, all’alleato di Damasco, proprio nella fase in cui i ribelli sembravano più forti. Non è chiaro se l’intervento dei militanti sciiti sia stato l’elemento determinante oppure, più plausibilmente, una concausa del rinnovato vigore del fronte governativo. La coincidenza temporale non lascia, però, spazio ad interpretazioni: l’ausilio arrivato da oltre confine ha inciso, eccome, sulle sorti del conflitto.

Hezbollah, schierandosi in modo tanto plateale, rischia di aver arrecato un grave vulnus alla sua immagine internazionale: da un lato, presso le opinioni pubbliche arabe, da sempre sue sostenitrici in nome della lotta contro il comune nemico israeliano; dall’altro, in Europa, dove il Presidente Assad è ormai considerato dai più come un dittatore sanguinario. A prescindere dalla fondatezza o meno delle accuse mosse all’autocrate alawita, ciò che rileva è l’interpretazione pubblica che il mondo arabo e l’Europa (con pochi distinguo) hanno fornito del pantano siriano. I buoni (e sunniti) da una parte, un leader spietato (e sciita) dall’altra. Alla luce di questa distinzione, netta e tranciante nel suo manicheismo, Hezbollah rischia di essersi alienato quel vasto bacino di consensi di cui ha sempre goduto nel mondo arabo-islamico, malgrado la sua connotazione fortemente confessionale.

Soprattutto dopo la guerra dell’estate 2006, il movimento, pur sconfitto, è stato issato a vessillo di un rilancio della lotta contro il nemico invasore, diventando il simbolo di un irredentismo arabo mai davvero sopito. Ora, a causa della postura assunta nel conflitto siriano e del ruolo attivo giocato sul campo di battaglia, Hezbollah potrebbe aver gettato alle ortiche l’aurea di simpatia che lo circondava. E’ stata, probabilmente, proprio la consapevolezza di questo pericoloso contraccolpo ad aver spinto la leadership del Partito a non esporsi durante le concitate fasi seguite alla minaccia americana di un intervento in terra siriana. I suoi esponenti, secondo quanto riportato dalla stampa libanese, si sono limitati di ricordare che Hezbollah tiene d’occhio la situazione, senza sbilanciarsi paventando ritorsioni ai danni dei contingenti stranieri presenti nel sud del Paese o di Israele.

L’attuale stallo dell’iniziativa internazionale a guida americana ha riportato in un cono d’ombra le operazioni di Hezbollah in Siria. Ma, come ricordava Foreign Policy nel maggio scorso, la posta in gioco è alta: i salafiti, parte integrante del fronte anti-Assad, non riconoscono il confine che separa il Paese dei Cedri dal suo ingombrante vicino. A loro dire, gli sciiti vanno repressi, di qua e di là dalla linea politica convenzionale che separa i due Stati. Se queste sono le intenzioni del fronte anti-Assad, o di alcune delle sue più agguerrite componenti, Hezbollah non starà certo a guardare.
Vittoria del TAP contro il Nabucco West rivoluzione la geografia energetica dell’Europa
Vittoria del TAP contro il Nabucco West rivoluzione la geografia energetica dell’Europa - Geopolitica.info
style="text-align: justify;">L’annuncio ufficiale del consorzio Shah Deniz II è arrivato da una conferenza stampa, tenutasi a Baku il 28 giugno scorso, in cui è stata ufficializzata la decisione di scegliere il gasdotto Trans Adriatico quale rotta per il trasporto di gas proveniente dal giacimento azero Shah Deniz II. La vittoria del TAP ha dunque fatto tramontare il progetto concorrente, Nabucco West, un tempo definito “progetto bandiera” dell’Unione Europea. 
 
La comunicazione di Shah Deniz ha avuto immediata risonanza a Bruxelles, dove proprio in quei giorni era in corso il Consiglio d’Europa che vedeva riuniti tutti i capi di governo dell’UE, alle prese con complesse trattative sulla situazione economica europea.
La notizia è stata accolta con reazioni diverse da parte dei vari leader europei. La più tempestiva è stata quella del premier romeno, che ha espresso tutta la sua delusione e contrarietà alla bocciatura del Nabucco e dall’esclusione della Romania dal Corridoio Meridionale.
A seguire, il Presidente della Commissione Europea, Barroso, ha diffuso una nota ufficiale in cui definisce la decisione come “una pietra miliare per la sicurezza energetica dell’Unione e un successo condiviso per l’Europa nel rafforzamento della sicurezza energetica dell’Unione.
Per i paesi direttamente coinvolti dal passaggio del TAP, Grecia, Albania e Italia, si è trattato certamente di un grande risultato, a conclusione di intense attività profuse nel sostegno e nella promozione del progetto, parte integrante del più grande progetto europeo, il Corridoio Energetico Meridionale.
Pertanto, da Bruxelles, il premier italiano Letta ha espresso tutta la sua soddisfazione per l’esito della decisione sul progetto TAP, al quale i Governi Monti e Letta hanno fortemente creduto, ed ha annunciato una sua imminente visita a Baku per ringraziare il presidente dell’Azerbaigian. Come previsto dalla Strategia Energetica Nazionale, recentemente adottata dal Governo italiano, l’Italia ha dunque ancor più solide possibilità di diventare, in prospettiva, uno snodo importante del gas e dunque un paese strategico all’interno del sistema energetico europeo.
Il premier greco Samaras, alle prese con la profonda crisi economica e sociale, intravede nella scelta del TAP una rilevanza del tutto particolare, definita un’opportunità e un “voto di fiducia per il suo paese e per le sue prospettive europee”, essendo questa “la più importante evoluzione positiva del paese negli ultimi dieci anni.”
Anche il neoeletto premier albanese, Edi Rama, a poche ore dalla proclamazione della sua vittoria, ha dimostrato soddisfazione in favore del TAP, durante l’incontro con l’ambasciatore dell’Azerbaigian, organizzato proprio nello stesso giorno in cui il consorzio Shah Debiz ha annunciato la propria scelta.
Tuttavia, al di là dell’entusiasmo e della speranza dei paesi affinché il TAP possa rappresentare anche un volano per le rispettive economie e sebbene il consorzio Shah Deniz II abbia dichiarato di avere già concordato i termini delle vendite di gas con alcune compagnie in Italia e Grecia e Bulgaria, la strada verso la realizzazione dell’intero progetto è ancora lunga.
Il percorso complessivo del gasdotto TAP è di circa 810 km. La Grecia ospiterà il tratto più lungo, di circa 550 km, percorsi i quali il TAP giungerà in Albania, dove è prevista la costruzione di un deposito di stoccaggio ed un percorso di 210 km. Infine, dopo un tragitto sottomarino nell’Adriatico di 105 km, ad una profondità massima di 810 m, il gasdotto giungerà in Italia, con sbocco finale in Puglia, interessata da un tragitto di circa 5 km. La fine della costruzione del TAP è prevista entro il 2018, anno in cui dovrebbe sbarcare in Italia il primo gas azero, dalla capacità iniziale di 10 miliardi di metri cubi annui.
Per arrivare a ciò i passi da compiere sono ancora numerosi. Entro l’anno è prevista la Decisione Finale d’Investimento per Shah Deniz II e la finalizzazione dell’accordo che regola la partecipazione degli azionisti TAP. I membri del consorzio Shah Deniz (BP, Socar e Total) hanno definito un accordo preliminare che prevede l’acquisto della metà delle azioni del TAP, oggi possedute dalla svizzera Axpo (42,5%), dalla tedesca E.On (15%) e dalla norvegese Statoil (42,5%).
Nel frattempo, grazie alla conferma del TAP, il ruolo dei Balcani Occidentali assume una rilevanza nuova, dovuta a vari fattori. Innanzitutto il TAP prevede una sua ramificazione con il Gasdotto Ionico-Adriatico (IAP) che parte dall’Albania, passando per il Montenegro e la Bosnia ed arriva fino alla Croazia. Si tratta di un progetto, promosso qualche anno fa dall’Unione Europea e dalla Banca Mondiale, che ora sta per essere rispolverato, visti i recenti sviluppi. Inoltre nei Balcani Occidentali la dipendenza dal gas russo è quasi totale e non tutti i paesi sono connessi ad una rete gas, come è il caso di Albania, Kosovo e Montenegro.
Altri invece, come la Croazia e la Bosnia sono interessati a diversificate il proprio approvvigionamento energetico fortemente dipendente dalla Russia. A ciò si collega anche l’interesse dei paesi sull’altra sponda dell’Adriatico ad essere parte, sebbene collaterale, di un grande progetto europeo, quale è il Corridoio Meridionale, essendo tutti in fase di adesione all’Unione Europea, seppur a diverse velocità. Non sono estranee nella regione neppure le speranze che progetti di tali dimensioni e peso strategico possano rappresentare nuove prospettive di sviluppo anche economico. Per tutti questi motivi, non sorprende l’attività svoltasi negli scorsi mesi nella regione, volta a dimostrare il proprio sostegno al progetto TAP, e tanto meno la soddisfazione con cui è stata accolta la decisione di Baku.