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Eastern Partnership: quale futuro per i rapporti tra Ue e Caucaso?

In data 8 ottobre 2014, nel meraviglioso scenario della Residenza di Ripetta si è tenuta la conferenza dal titolo “EU and the South Caucasus: what next for the Eastern Partnership?”, l’evento organizzato dall’Istituto Affari Internazionali è parte di un progetto iniziato nel 2011 che prevede la periodica organizzazione di conferenze, workshops e tavole rotonde di approfondimento, divulgazione e discussione riguardanti l’area sud caucasica. Il dibattito è stato impreziosito inoltre dalla presenza del personale diplomatico dell’ambasciata dell’Azerbaijan in Italia, compreso l’ambasciatore Vaqif Sadiqov oltre a personalità eminenti del mondo del diritto internazionale come Natalino Ronzitti.

Eastern Partnership: quale futuro per i rapporti tra Ue e Caucaso? - Geopolitica.info

Con il programma delle Eastern Partnership, puntando ad un graduale avvicinamento di Moldavia, Bielorussia, Ucraina, Georgia, Armenia ed Azerbaijan all’area dell’Unione Europea, dal 2008 si è lavorato per ottenere una base comune di valori tramite riforme mirate e ad una maggior facilità di circolazione per persone e merci tra i sopracitati paesi e quelli appartenenti al blocco europeo. Il processo ha avuto velocità diverse, rispecchianti i diversi orientamenti dei Paesi oggetto del partenariato, oltre alle loro differenti situazioni interne. La crisi Ucraina ha drammaticamente intaccato questo processo, in particolar modo per quello che riguarda il ruolo giocato dalla Russia, che al programma di partenariato orientale ha opposto sin dai primi anni di esistenza dello stesso un suo programma di “Customs Union” per non perdere influenza in Stati considerati strategicamente fondamentali dal governo di Mosca.

Attualmente la situazione nel sud del Caucaso rispecchia pienamente il concetto espresso pocanzi delle differenti velocità di integrazione, ognuno dei tre paesi dell’area attua in maniera differente il programma, ponendo interessanti spunti di riflessione. In primo luogo l’Armenia ha sorpreso la comunità internazionale tutta compiendo una brusca inversione di rotta, dopo aver lavorato per anni ad un accordo di associazione con l’Unione Europea si trova ora ad un passo dalla firma dell’accordo che la legherà alla Customers Union guidata dalla Russia. Passando alla Georgia, il governo di Tbilisi è invece tra quelli dell’area sud caucasica il più vicino alle politiche europee e per primo e con maggior forza ha messo in pratica le riforme necessarie a conformarsi agli standard richiesti dal progetto di partenariato, inoltre nell’estate del 2014 ha firmato l’Association Agreement, coltivando il sogno di difficile realizzazione di diventare parte dell’Unione stessa. In una posizione intermedia troviamo l’Azerbaijan, il quale da sempre ha guardato in maniera positiva all’Europa ed alle sue politiche, ma contemporaneamente è riuscito a mantenere rapporti proficui con la Russia. In questo momento non vi è nell’agenda di Baku l’urgenza di firmare alcun tipo di accordo di associazione ad Est o ad Ovest e si continua a portare avanti una oculata politica di riforme per la semplificazione degli apparati burocratici e per la lotta alla corruzione. Ciò che oggi sta influenzando in maniera determinante il processo di avvicinamento ed integrazione di questi paesi con maggior forza è la presenza nell’area di tre conflitti “congelati”, quelli riguardanti l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud, e quello riguardante la regione azera del Nagorno-Karabakh. Questi conflitti si protraggono da molti anni e creano una situazione di tensione costante e forte instabilità. Uno degli obbiettivi che l’Unione Europea si era posta con il programma di partenariato era proprio quello di creare una zona stabile e sicura in un’area geopoliticamente di grande importanza strategica data la vicinanza con potenze storicamente non affini alle politiche europee quali Russia ed Iran. L’Europa si è però mantenuta sempre molto defilata sulla tematica dei conflitti, fornendo scarso supporto al processo di mediazione e negoziazione. Oggi questo tipo di strategia sembra iniziare a mostrare le sue debolezze, ingenerando dubbi sul perché si continuino ad ignorare questi conflitti che quotidianamente affliggono Stati con i quali si presuppone vi sia un vincolo di amicizia e collaborazione.

La riflessione quasi provocatoria con cui si è chiusa la conferenza riguarda la sostenibilità di una prosecuzione di questo tipo di politica e l’ipotetico scenario di una chiusura del programma in favore di una sua nuova versione, plasmata secondo quelle che sono le nuove esigenze venutesi a creare e che consideri in maniera più approfondita le diverse politiche interne degli Stati partner. Questi incontri di alto livello fungono da importante forum di riflessione e confronto. Attraverso un approccio positivo alle problematiche trattate, come quello visto in questa sede, forniscono inoltre la base migliore per un processo di crescita della consapevolezza collettiva riguardo queste tematiche, oggi più che mai cruciali per il futuro delle politiche europee e mondiali.

La “ministeriale” Esa nel semestre di Presidenza italiana dell’Ue: una partita che l’Italia non può e non deve perdere

La Conferenza dei ministri degli Stati membri dell’Esa sullo “Spazio” del prossimo dicembre 2014 sta mettendo in luce tutta la sua importanza strategica per il futuro dello spazio nel nostro Paese. Ciò è vero in primis per il rilevante posizionamento che l’Italia ha tutto il diritto di rivendicare nel panorama internazionale, in secundis, ma non caso di minore importanza, per le ricadute tecnologiche, economiche e occupazionali che le attività spaziali portano con se.

La “ministeriale” Esa nel semestre di Presidenza italiana dell’Ue: una partita che l’Italia non può e non deve  perdere - Geopolitica.info

Il ministro Stefania Giannini (forte del pieno e dichiarato sostegno da parte della PdC che nello “spazio” vede un  settore strategico per la crescita tecnologica e economica del nostro Paese) e supportata dall’Agenzia spaziale italiana guidata da Roberto Battiston avrà l’arduo compito di giocare una partita cruciale  per il futuro delle attività spaziali del Paese. Si tratta di una partita che non si può e non si deve perdere.

Numerosi sono gli argomenti da discutere nella “ministeriale” e le decisioni da assumere. Non è certamente di secondaria importanza la scelta del nuovo Direttore Generale dell’Esa. Il successore al regno di Jean Jacques Dordain, che ha governato l’Agenzia europea per tre mandati consecutivi, avrà il compito non facile di proporre al Council dei 20 Stati membri (a cui si aggiungono Paesi con accordi di cooperazione come Canada, Estonia, Slovenia e Ungheria) l’ottimizzazione del bilancio, per non usare il termine “spending review”, insieme alla ratifica e, perché no, alla ridefinizione dei programmi e del loro sviluppo temporale, ai rapporti con la nuova Commissione europea, fino alla conferma o a eventuali nuove nomine dei direttorati  dell’Agenzia.  In definitiva il programma spaziale europeo, e relativa gestione, ovvero gli asset portanti e le priorità dell’Europa spaziale.

Tra questi, molti sono i temi di rilevanza per l’Italia che, con 400 milioni di euro all’anno, è il terzo contributore (13% circa),  dopo Francia (25%) e Germania (24%), del bilancio complessivo dell’Esa che ammonta a 4,3 miliardi di euro.

La prima domanda che sorge spontanea è: quale futuro attende i lanciatori europei e quali saranno gli impatti sulla loro competitività nel mercato globale.  Un lancio con il Falcon 9 della Società privata Usa Space X costa oggi 60 milioni di dollari per 13 tonnellate da spedire in orbita geosincrona che diminuiranno se l’innovativa possibilità, in corso di avanzata sperimentazione, di recupero e riutilizzo del primo stadio, sarà confermata. Di contro un lancio di Ariane 5 costa  150/200 milioni di euro: un gap non più sostenibile per l’Europa e l’Esa.

agenzia spazialeAttualmente l’accesso europeo allo spazio è assicurato, per l’appunto, dal lanciatore Ariane 5, dal vettore russo in versione europea Soyuz (con criticità crescenti) e dall’ultimo arrivato: il lanciatore Vega, sviluppato per il 65%  dall’Italia con tecnologie di punta e con costi di lancio di 50 milioni di euro per carichi fino 1,5 tonnellate in orbita geosincrona.

Anche in questo caso siamo nettamente fuori mercato. Il recente accordo Airbus-Safran di giugno scorso ha l’obiettivo di aprire nuovi orizzonti: il rilancio del programma dei lanciatori europei con lo scopo di sviluppare un Ariane 6 (sperabilmente “light”) con costi di lancio competitivi sul mercato internazionale. Sarà vero?

Per l’Italia però la situazione è incerta e apparentemente non rosea. Non è chiaro il futuro di Vega e della società Avio che lo ha sviluppato (di proprietà al 15% di Finmeccanica e per il resto del fondo di investimento Cinven). Nel caso Finmeccanica acquisisse la maggioranza azionaria di Avio S.p.A. l’Italia (ovvero Asi) dovrebbe essere inclusa di diritto nel club dei policy makers dei lanciatori europei, come Safran e Airbus (alias le Agenzie spaziali francese e tedesca, Cnes e Dlr) e non trattata solo come un utile partner finanziario.

In ogni caso il vero problema è il pressoché inestricabile intrigo tra Agenzie Spaziali, industrie, Ariane Space ed Esa: nodi che vanno sciolti non solo in Europa, ma soprattutto in Italia e per l’Italia.

I lanciatori (16% del budget Esa) non sono il solo problema da trattare. Non sono meno importanti le tematiche dell’osservazione della terra (23%), la navigazione (16%), il programma scientifico (12%) e molte altre. Ultimo, ma non meno importante, l’investimento in nuove tecnologie con un budget  Esa limitato a un misero 2%. Questi sono tutti temi vitali per il nostro Paese.

Per esempio non tutti sanno che l’Italia è leader mondiale nel campo delle osservazioni della terra con la costellazione di quattro satelliti radar Sar CosmoSkyMed. Il sistema, di proprietà Asi e del Ministero della Difesa, interamente sviluppato e gestito dall’industria nazionale, è il classico fiore all’occhiello del nostro Paese. La sua altissima risoluzione spaziale e la  capacità di “fotografare” e monitorare il nostro pianeta sia di notte che di giorno, anche in presenza di nubi, in maniera sistematica ma all’occorrenza, per esempio in caso di catastrofi,  in tempo quasi reale, danno un’idea dell’eccellenza italiana in questo settore. Ma i satelliti, non sono immortali e hanno anche loro una vita. Proprio per questo è in fase di realizzazione CosmoSkyMed di seconda generazione costituito da due satelliti radar Sar con prestazioni migliorative di grande rilevanza. Realizzazione che, a causa della crisi economica, è costantemente in difficoltà con un percorso a ostacoli, un continuo “stop and go”. I competitor in questo settore sono  i  tedeschi di Airbus/Dlr, con il loro sistema Sar di due satelliti. Sarebbe veramente una perdita irreparabile per il Paese e per il suo sistema produttivo e istituzionale se il programma Cosmo seconda generazione venisse definitivamente interrotto. Ma è possibile che in Italia non si riesca mai ad approvare un investimento “end to end” e si debba sempre navigare a vista? Quando mai diventeremo una nazione “normale”?

Le immagini radar danno informazioni insostituibili ma se associate a immagini ottiche il valore aggiunto del prodotto e delle sue applicazioni diventa superlativo.L’Italia non possiede un sistema di satelliti operanti nel visibile e deve acquistare sul mercato le immagini ottiche necessarie. Non sarebbe ora ci rendessimo indipendenti anche in questo settore? Potrebbero prendersi in considerazioni nano satelliti di 100/120 Kg  così da realizzare una mini costellazione di satelliti ottici con risoluzione sub-metrica orbitanti a bassissima quota, (300 Km) supportati da propulsione elettrica per impedirne la caduta in atmosfera. Costi? Un ordine di grandezza inferiore rispetto a un singolo satellite di 500 Kg a 600 Km di quota. Poi perché non guardare a collaborazioni bi-multi laterali realistiche?

Questo riguarda l’Italia e la sua indipendenza nel campo dell’osservazione della terra. Per tornare al tema europeo è importante che nella “ministeriale” vengano chiariti i problemi legati alla sicurezza e specificati gli aspetti trainanti per lo sviluppo economico dei paesi europei del programma Copernicus dell’Eu, gestito per la parte spaziale da Esa,  e della sua  politica di “open data access”. Il sistema Copernicus è in fase pre-operativa con i primi due satelliti Sentinel già in orbita e con gli accordi con altri sistemi come CosmoSkyMed.

In generale nel settore spaziale sarà certamente interessante identificare e fare chiarezza, come già accennato, sui ruoli dei diversi attori in campo. Non sarà certamente un compito facile né, a mio avviso, immediato.

Nella “ministeriale” la tematica scientifica sarà un altro dei punti cruciali in discussione e l’Italia dovrà chiarire la sua posizione. L’attuale bilancio dell’Asi, di cui l’80% va al contributo italiano a Esa, non permette di fare una politica scientifica e spaziale degna del nostro Paese. E nonostante ciò, questo resta uno dei  settori di eccellenza dell’Italia: i nostri ricercatori contribuiscono alle pubblicazione mondiali della “Space Science community” con uno strabiliante 10%, il doppio di altri settori scientifici. Qualcuno l’ha definito il paradosso italiano. Fino a quando potremmo mantenere questo trend?

Per chi non conoscesse il meccanismo del programma scientifico dell’Agenzia spaziale europea ricordiamo che le missioni scientifiche sono finanziate da Esa con l’esclusione degli esperimenti a bordo i cui costi sono a carico dei Paesi i cui scienziati ne propongono la partecipazione. Ebbene in base a questo meccanismo l’Italia partecipa al programma scientifico obbligatorio con circa 60 dei 400 milioni di euro di contributo a Esa ma, oggi Asi non ha risorse per supportare gli esperimenti  proposti dai sui scienziati.

Non sarà certamente compito facile per il ministro Giannini e per il presidente Battiston venire a capo di questo paradosso sia a livello nazionale che in ambito ministeriale.

esaVi sono certamente temi su cui l’Italia dovrà esprimersi e cercare una soluzione. Tra questi, ma non solo, l’esplorazione umana, la stazione spaziale internazionale Iss, il programma ExoMars 18.

Quale ruolo giocherà il nostro Paese e in quale settore uscirà a testa alta?

A mio avviso non vi sono elementi per uscire a testa alta in uno dei tanti settori spaziali e non in altri. La partita non si pareggia: si vince o si perde. Con il risultato che l’Italia o conquista il ruolo di policy maker della politica spaziale europea o decide che lo spazio non è vitale per il Paese. Non ci sono mezze misure  né per le nostre imprese né per le nostre istituzioni. Per evitare equivoci facciamo un esempio semplice: abbiamo candidati esperti e credibili che parteciperanno alla “call” come Dg dell’Esa? In caso positivo è il momento di supportarli.

Non vorremmo però che il risultato finale della “ministeriale” fosse un semplice “over-return” per l’industria italiana nell’ambito della policy del “giusto ritorno” applicata da ESA. E soprattutto non vorremmo che tale presente, economicamente ben accetto,  sia di bassa qualità tecnologica. Sarebbe una mesta vittoria di Pirro.

Se questo avvenisse i padri fondatori della politica spaziale italiana ed europea, Edoardo Amaldi e Luigi Broglio, si rivolterebbero nella tomba. Forse è giunto il momento per la Presidenza del Consiglio di prendere le redini delle operazioni in attesa che il Parlamento decida come lo “spazio” debba essere gestito in Italia.

In ogni caso però è bene che il ministro Giannini e il presidente Battiston si preparino con meticolosa cura a questo complesso “dressage”…

Nel frattempo è bene ricordare che in un mare apparentemente calmo ma pronto a divenire burrasca occorrono doti da buon marinaio: occhio, pazienza e …. fortuna (quest’ultimo termine in dialetto romagnolo è molto più efficace ma non certamente elegante). Il Ministro e il Presidente, personalità di grande spessore e personalità, hanno certamente occhio e pazienza. Purtroppo il terzo elemento non dipende dalla loro perizia e non possiamo che far loro che uno scaramantico “in bocca al lupo”!

Analisi SWOT – comprendere il TTIP

L’analisi SWOT è uno strumento di pianificazione strategica usato per valutare i punti di forza, debolezza, le opportunità e le minacce in ogni situazione in cui un’organizzazione o un individuo deve prendere una decisione per il raggiungimento di un obiettivo. E’ uno strumento interessante proprio perché, in una logica fortemente realista, invita a riflettere non solo sulle strategie migliori per capitalizzare i propri vantaggi competitivi (strategia FO), ma con ugual attenzione su quelle necessarie per contenere l’impatto delle minacce esterne sulle proprie aree di debolezza (strategia DM).

Analisi SWOT – comprendere il TTIP - Geopolitica.info

Applicata ai temi politico-economici di maggiore attualità internazionale, si propone di fornire ai nostri lettori una visione strategica e sintetica delle principali interazioni che li governano.

Questa settimana l’analisi di focalizza sul TTIP – Transatlantic Trade and Investment Partnership – il trattato commerciale tra Stati Uniti e Unione Europea che segnerà un passaggio decisivo nella storia delle relazioni economiche tra le due sponde dell’Atlantico.

Si allenteranno le politiche di austerità dopo le elezioni del Parlamento europeo?

Dal 22 al 25 maggio scorso (a seconda dei paesi) 390 milioni di elettori in 28 stati sono andati alle urne per rinnovare (per l’ottava volta dal 1979) il Parlamento europeo (PE). Alla luce dei risultati elettorali che ne sono scaturiti – e che qui si danno per noti nella loro generalità – chiediamoci se e come le politiche europee, soprattutto quelle che afferiscono alla governance economica dell’Unione, potrebbero esserne modificate rispetto al recente passato.

Si allenteranno le politiche di austerità dopo le elezioni del Parlamento europeo? - Geopolitica.info http://mises.ca/posts/articles/the-three-types-of-austerity/

Va innanzitutto messo in luce un elemento di contesto. Queste elezioni si sono svolte in piena costanza degli effetti della crisi economica globale innescatasi nel 2008, che ha colpito tutti gli stati dell’Unione europea e in particolare quelli del sud. Questi paesi (Grecia, Italia, Spagna, Portogallo, ma anche Irlanda) hanno subito severe misure di austerità finanziaria, varate dal concerto europeo sotto la determinante influenza della Germania, che hanno fiaccato le loro economie e duramente inciso sul loro tessuto sociale. Inevitabilmente, nelle opinioni pubbliche di quei paesi si è manifestata una graduale, ma sempre più esplicita e forte, critica della Ue, della sua moneta unica, delle politiche di austerità che, a torto o a ragione sono state identificate come veri responsabili dei loro problemi e come ostacoli alla loro crescita. Tutto ciò si è accompagnato ad un generale sentimento di insofferenza verso la Germania, vero paese – alfiere delle politiche di rigore finanziario. In alcuni contesti la critica è sfociata nell’esplicito “rigetto” dell’Europa e dei suoi vincoli. Ma anche dove l’Europa e l’euro non sono stati messi in discussione, si è comunque chiesto di invertire la rotta prevalsa negli ultimi anni. Per queste ragioni al voto europeo di quest’anno era stata attribuita la valenza di un giudizio sulle politiche di austerità.

Fermato questo punto, chiediamoci chi abbia vinto e chi abbia perso le elezioni europee e quali dati politicamente rilevanti esse abbiano complessivamente offerto. Successivamente tenteremo qualche previsione sull’impatto che i risultati elettorali potrebbero avere sulla futura governance dell’Unione europea.

I risultati del voto

Chi ha vinto nel voto di maggio? Si può sommariamente rispondere così.

  1. Ci sono stati quattro vincitori: l’Ukip di Nigel Farage, il Front National di Marine Le Pen, il Partito Democratico di Matteo Renzi e la Cdu-Csu di Angela Merkel. I primi due partiti sono all’opposizione nei rispettivi paesi (Regno Unito e Francia) e contestano il progetto europeo. I secondi due sono invece forze di governo e di sostegno al progetto europeo, sebbene con non pochi reciproci “distinguo”.
  2. Le forze europeiste presenti nel PE (in primo luogo Popolari, socialisti e i liberali del gruppo ALDE) sono rimaste maggioritarie nel nuovo Parlamento ma con un minor numero dei seggi. Le perdite sono state soprattutto dei Popolari (-56  seggi) e dell’Alde. Anche arretrando, il Partito popolare si è però confermato la forza politica europea più votata e il gruppo di maggioranza relativa nel PE. Risultato non da poco, se si considera lo “stigma” con il quale esso si era presentato a queste elezioni, dopo tre legislature consecutive: cioè l’essere identificato come il vero “partito di governo” della Ue e il principale artefice  delle politiche di austerità. Considerata la crescente impopolarità di queste politiche, si era diffusa l’aspettativa di una possibile alternanza (a favore dei socialisti) nel primato elettorale e nella guida dell’Unione. Ma questo non è accaduto, almeno sul piano dei voti. Complessivamente il PPE ha aumentato i propri voti in 9 paesi ma è arretrato in altri 16. I paesi in cui è maggiormente cresciuto sono quasi tutti quelli entrati dopo l’allargamento dell’Unione verso est del 2004 (Repubblica ceca, Lettonia, Slovacchia, Croazia, Malta). E’ invece arretrato soprattutto nei paesi dell’Europa occidentale (in modo vistoso in Italia, Spagna, Portogallo). La tedesca Cdu-Csu esprime la maggioranza relativa del gruppo parlamentare (34 seggi e 16% del totale). I rapporti di forza interni diventano più favorevoli ai paesi dell’est, che ora hanno 85 rappresentanti, pari a quasi il 40% del totale del gruppo. L’alleanza dei Socialisti e dei Democratici (S&D) è rimasta stabile al 25% dei voti ed ha incrementano i suoi seggi in misura molto modesta (+7). Ma solo in Italia, Germania, Regno Unito, Romania i partiti dell’alleanza hanno significativamente migliorato la propria quota di voti e di seggi. Negli altri Paesi sono rimasti stabili o sono stati nettamente sconfitti (come in Francia, Spagna, Grecia, Polonia). Il sentimento antieuropeo venuto allo scoperto in queste elezioni ha evidentemente pesato anche sui socialisti, accomunati ai popolari nella percezione di essere una componente significativa dell’establishment europeo. Tuttavia, a causa del decremento in voti e in seggi del PPE, la distanza fra popolari e socialisti europei si è ridotta (da 80 seggi a 23), il che potrebbe far crescere il peso negoziale dei socialisti.
  3. La prevista ondata dei partiti populisti “anti-Ue” c’è stata ma non si è rivelata “catastrofica”. Fra le affermazioni più nette vanno ricordate quelle del Front National (primo partito di Francia con il 25%), dell’UKIP (primo partito del Regno Unito con quasi il 27%), del Partito del Popolo (prima forza politica danese con il 26,6%), dell’FPO austriaco (20%), dello Jobbik (secondo partito in Ungheria con il 15%). Hanno inoltre ottenuto per la prima volta una rappresentanza nel PE la greca Alba Dorata (3 seggi con il 9,38%) e il neo-nazista NPD (1 seggio con l’1%). Tutte queste forze politiche fanno parte dell’estrema destra europea. Ma lo schieramento “euro critico” comprende anche forze della sinistra radicale. Quando si sono affermate, queste ultime lo hanno fatto prevalentemente nel sud dell’Europa (e in Irlanda). A sinistra le affermazioni più nette sono infatti state quelle di Syriza in Grecia (26,5%), di Podemos in Spagna e del M5S in Italia e di comunisti e Verdi in Portogallo.

Nel complesso, le forze politiche di opposizione alla Ue, hanno, sì, avuto una ragguardevole avanzata elettorale (20% dei voti e circa 115 seggi, quasi il doppio di quelli di cui disponevano nel Parlamento  eletto nel 2009), ma coprendo molte distinte posizioni: di destra e di sinistra; di opposizione all’intero progetto europeo o soltanto alla moneta unica ecc. Il fronte “euro critico” ha inoltre due distinte anime: quella prevalente nei Paesi del Nord, esplicitamente ostile alla Ue e preoccupata soprattutto dai problemi dell’immigrazione; e quella più diffusa nel Sud dell’Europa, avversa soprattutto alle politiche di austerità e interessata a una strategia di integrazione solidale. Ci sono differenze importanti anche nei programmi economici. Agli orientamenti neoliberali dell’Ukip, ad esempio, corrisponde una più riconoscibile tendenza al protezionismo del Front national. Pesa anche la differente collocazione regionale. I partiti “anti europei” del nord accusano infatti i paesi del Sud di aver ingiustamente beneficiato di aiuti europei, attingendo alle riserve economiche dei loro stati. Diversamente, gruppi come Fn, M5S e Alba dorata criticano la Germania per aver promosso le politiche di austerità e rigore che hanno pesato in modo decisivo sulle loro economie nazionali. Se già nella passata legislatura si manifestò una modesta attitudine alla cooperazione parlamentare fra le forze euro critiche, non si vedono le premesse perché questo cambi nella legislatura che sta per iniziare. Per tutte queste ragioni, i partiti “euro critici” non sono politicamente sommabili e non confluiranno in un medesimo gruppo parlamentare. Va da sé che, quanto minore sarà la loro unità di intenti, di altrettanto sarà limitata la loro capacità operativa.

  1. Il voto europeo ha avuto notevoli ripercussioni sui sistemi politici interni di alcuni grandi paesi europei. Il tradizionale “bipartitismo” della Francia, della Spagna e del Regno Unito sembra scricchiolare. In Francia il partito socialista è crollato al 14%, un dato che delegittima la presidenza Hollande. In Spagna, i popolari e i socialisti che nel 2009 avevano insieme l’80% dei voti ne hanno ora il 50%. I conservatori diventano il terzo partito del Regno Unito (di cui erano la principale forza politica) col 24%, dietro ai laburisti e all’UKIP. I loro alleati di governo, i liberaldemocratici, ottengono solo il 7%. Si deve considerare che per gli elettori francesi o britannici, che in patria votano con sistemi maggioritari, votare con il sistema proporzionale (come si è fatto alle europee) costituisce sicuramente un cambiamento rilevante che favorisce la crescita elettorale dei partiti minori a danno delle forze tradizionali. Le elezioni nazionali potrebbero pertanto, in futuro, non confermare la crisi del bipartitismo. Ma lo scorso 25 maggio questo dato è emerso nettamente e ne va tenuto conto per le ricadute politiche che potrebbe avere in quei paesi.

Quali prospettive  dopo il voto?

Se i dati emersi dalle elezioni di maggio sono, nel complesso, quelli fin qui esaminati, quali prospettive può riservare il futuro?

La prima conclusione che si impone è che, mancando una forza politica in grado di imporsi da sola su tutte le altre, per dare un “governo” all’Unione sarà necessario formare una grande coalizione fra i partiti principali. Per ottenere la maggioranza parlamentare necessaria (376 voti) il Presidente della Commissione dovrà necessariamente avere il consenso dei gruppi principali (popolari, socialisti, liberaldemocratici). Inoltre, poiché la sua elezione avverrà con voto segreto, un ampio accordo preventivo fra le principali forze politiche sarà quanto mai opportuno per neutralizzare le possibili incursioni dei franchi tiratori.

Ma la formazione di una larga coalizione  potrebbe non bastare ad assicurare una efficace governabilità della Ue. Fra i dati politici emersi nelle recenti elezioni europee ce n’è infatti uno che va dritto al cuore del problema europeo: l’eclatante vittoria del Front national in Francia e la parallela tenuta della Merkel in Germania, comportano la massima divaricazione dell’asse franco – tedesco, che fu il tradizionale motore dell’integrazione europea. Non è tutto. Il grande successo del Front National potrebbe anche porre una seria ipoteca sulle prossime elezioni presidenziali francesi, circoscrivendole al perimetro della destra (fra il F.N. e l’Ump gollista, ma con quest’ultima obbligata ad “inseguire” Le Pen e a farle inevitabili concessioni sul terreno della polemica con la Ue). Se a Parigi  prevalessero, in futuro, indirizzi politici “euro critici” diventerebbe molto difficile modificare l’attuale assetto istituzionale dell’Unione e si complicherebbe anche il quadro dei rapporti intergovernativi, volti a rafforzare il coordinamento fra i paesi.

Problemi di linea potrebbero emergere anche nei principali gruppi del Parlamento europeo. Ad esempio, nel gruppo popolare, la Cdu “peserà” più del centrodestra inglese, italiano e francese, che hanno perso nei rispettivi paesi. Non solo. Nel Ppe, delegazioni importanti come quelle di Forza Italia e dell’ungherese Fidesz (partito del primo ministro Orban) sono considerate con qualche sospetto (e con la conseguente intenzione di limitarne l’influenza) per alcune loro posizioni talvolta convergenti con quelle degli “euro critici”. Analogamente, nel raggruppamento socialista, i laburisti inglesi non intendono apparire troppo integrati in una logica comunitaria. Popolari e socialisti – e per essi Angela Merkel e Matteo Renzi – saranno obbligati a una intesa. Ma entrambi i leader hanno posizioni tutt’altro che coincidenti, in particolare sul cruciale problema delle politiche di austerità. Se la Merkel non intende cedere sul piano delle politiche di rigore, Renzi ritiene invece che esse debbano essere reinterpretate quanto basta per far decollare una nuova fase di sviluppo. Queste posizioni dovranno trovare una sintesi nel quadro di una rinnovata collaborazione fra popolari e socialisti.

La seconda conclusione (che in fondo è un corollario della prima) è che a causa dei rapporti di forza inter-  ed infra – partitici, le scelte del prossimo parlamento europeo si formeranno sulla base di maggioranze a geometria variabile, frutto di accordi e di consensi che è impossibile pronosticare una volta per tutte.

La terza conclusioneè chela virtuale crisi del bipartitismo in alcuni importanti paesi potrebbe avere conseguenze importanti sulle singole policies nazionali. Ad esempio, l’ascesa di partiti antieuropei in Francia, Regno Unito, ma anche altrove, potrebbe indurre i governi nazionali di quei paesi a includere nelle proprie politiche parti dei programmi delle forze euro critiche, allo scopo di contenerne la pressione.  Oltre ad influire sulle scelte nazionali, ciò si riverbererebbe direttamente sulla Ue attraverso le opzioni fatte proprie dal Consiglio, generando un irrigidimento delle politiche europee in materia di immigrazione e allargamento. Questa dinamica si può già intravedere. Ad esempio, le iniziative della Francia e della Danimarca per introdurre forme temporanee di sospensione della libera circolazione hanno portato nel 2013 alla riforma del Trattato di Schengen. E il governo del Regno Unito, per contenere la crescente popolarità dell’Ukip, ha promesso di indire un referendum sulla permanenza inglese nella Ue e chiede (sostenuto dall’Olanda) che una serie di poteri oggi comunitari siano nuovamente devoluti agli stati nazionali.

Quarta conclusione. Se i partiti principali perdono terreno a vantaggio delle forze di contestazione; se queste ultime avranno più forza nei rispettivi contesti nazionali; se l’asse franco – tedesco è dissolto dal collasso delle classi dirigenti francesi post – golliste; se l’Europa funzionerà a geometria variabile, chi e con quali politiche la porterà fuori dalla sua crisi attuale? Il Consiglio Ue avrà maggiori difficoltà, dato il gran numero di governi preoccupati dei loro equilibri interni (in primis quelli francese e britannico). Ciò farà ricadere sulle altre istituzioni comunitarie – in primo luogo sulla Commissione – il peso di adottare le iniziative politiche necessarie a governare la Ue. Ma l’assenza di un vero motore politico apre spazio a compromessi al ribasso. Inoltre, una Unione in cui si rafforzano le differenze nazionali può difficilmente affermarsi come attore rilevante della politica internazionale.

Quinta e finale conclusione. Si è già osservato che nelle sue motivazioni di fondo, la crescita transnazionale del fronte euro critico è stata animata da un denominatore comune: l’insofferenza verso i vincoli europei, verso le politiche di austerità e verso la governance economica dell’eurozona e una parallela, forte, istanza di recupero della sovranità nazionale. Benché questa crescita non sia stata travolgente, tale cioè da sfidare il consolidato primato delle forze europeiste e da portare la crisi della Ue oltre un punto di non ritorno, essa è pur sempre stata netta e riconoscibile e potrebbe avere  un duplice ordine di conseguenze: sulle politiche degli stati nazionali e quindi, indirettamente e nel tempo, sullo stesso Consiglio europeo. Tutto ciò potrebbe gettare il seme di una graduale riforma della Ue, di una sua riprogettazione che la renda più aderente ai desiderata delle opinioni pubbliche europee senza metterne in discussione asset fondamentali, come la moneta unica. Il che significa che potrebbero porsi le premesse per una graduale revisione delle politiche di austerità e di rigore finanziario.

Anche se in alcuni dei paesi che hanno subito più violentemente l’impatto della crisi la situazione appare in via di miglioramento, i costi sociali ed economici imposti sono stati enormi in termini di caduta del reddito e di aumento della disoccupazione. Soprattutto, la crisi economica ha fatto giustizia della teoria della progressiva convergenza che il mercato unico e l’unione monetaria avrebbero dovuto promuovere. Nella stessa Germania, che pure ha beneficiato maggiormente della moneta unica, si comincia a riflettere sul fatto che i rischi di una “crisi finale” dell’euro o anche di una ulteriore accentuazione delle esistenti asimmetrie tra i paesi “virtuosi” e gli altri potrebbero divenire incontrollabili e generare ricadute molto negative anche nei paesi più solidi. Per questa ragione si può ritenere che non subito e non esplicitamente (perché apparirebbe un’abiura delle precedenti politiche d’austerità) tenderà a prevalere un orientamento più pragmatico ed accomodante, che si tradurrà verosimilmente in una  diluizione dai programmi di rientro dei deficit eccessivi e in tassi di cambio dell’euro meno penalizzanti. Resta da vedere se un simile – sia pur graduale – cambio di indirizzo sarà sufficiente a ripristinare un accettabile grado di consenso sul progetto europeo.

Le ragioni di una sconfitta imprevista

Se è lecito fare dei commenti ancora a caldo sull’esito delle elezioni europee, devo subito dire che gli esiti ottenuti dai tre principali contendenti sono stati molto diversi e imprevisti e vanno interpretati. Il PD ha ottenuto un successo storico per ampiezza e estensione sfruttando errori molteplici dei due oppositori, errori che hanno portato molti elettori a votare per esclusione. Forza Italia ha subito un tracollo prevedibile perché è in crisi di identità e di leadership e perché deve rappresentare il doppio e contraddittorio ruolo di un’opposizione che sostiene il governo. Sorprendente invece la sconfitta di Grillo se paragonata ai successi ottenuti nei comizi di piazza. Sulle ragioni di questa sconfitta è bene riflettere perché interessano un po’ tutto il modo di fare politica in Italia in una epoca di transizione. Sono ragioni diverse che si cumulano fra loro. Sono questioni sulle quali avevo già avanzato alcune perplessità a qualche mio studente simpatizzante per il M5S.

Le ragioni di una sconfitta imprevista - Geopolitica.info

In primo luogo il leader del M5S sembrerebbe non aver ben chiari i meccanismi che muovono la scelta politica in un regime di massa. L’Italia è oggi, fra i paesi europei, quello più “massificato”  e lo spirito di massa è caratterizzato da variabilità e vulnerabilità. Non ci sono scelte razionali e convinte ma scelte guidate da sensazioni umorali che possono cambiare di momento in momento. Non c’è cultura politica. Non c’è dialettica seria fondata sui valori e sulle condizioni culturali del paese. Ci si chiede oggi come mai i sondaggi abbiano sbagliato in modo anche più vistoso rispetto al passato. Ma è  proprio questo che serve a dimostrare che la nostra è un cultura del presente e le masse reagiscono agli stimoli più superficiali e soprattutto alla paura. La volatilità è superficialità. Si decide all’ultimo istante sull’onda delle emozioni più recenti. Perciò il livello di volatilità annulla anche le tecniche più raffinate dei sondaggi, che diventano allora solo un gioco, con  scarse probabilità di anticipare i risultati. Alla fine infatti vincono sempre le “maggioranze silenziose”. Su questa base non esiste più carisma, mentre Grillo deve aver pensato invece di poterlo ottenere.

In secondo luogo è mancato al M5S un nucleo di intellettuali di riferimento, una specie di “certificato di garanzia” del valore politico e perciò anche una ideologia in positivo coordinata e coerente. E’ quanto invece ha permesso a Tsipras di superare la soglia del 4% in solo pochi mesi di presenza politica. E non è difficile ipotizzare che i voti che ha avuto Tsipras siano voti che ha perso Grillo. Un movimento dal volto innovatore, per non dire rivoluzionario, ha ancora più bisogno di intellettuali. Tanto la Rivoluzione francese quanto la Rivoluzione russa hanno avuto alle spalle un gruppo di intellettuali. Che cosa pensa Grillo degli intelletuali? Li snobba o li teme? Su quali basi ideologiche pensa di orientare il suo movimento?

Un terzo errore è stato quello di aver agitato fantasmi e paure del secolo scorso. Ha usato i toni del Savonarola,  non le argomentazioni di Machiavelli, dimenticando che le maggioranze sono in gran parte conservatrici e che non amano gli agitatori se non quando sono già vincitori. Bene ha fatto al confronto la Le Pen in Francia a dare nelle ultime giornate il senso della misura e dell’ordine rendendo più accettabile il suo mito-nazione. Grillo ha fatto tutto il contrario, ha eccitato al momento l’entusiasmo delle folle ma ha fatto  fuggire i voti conservatori che voleva invece guadagnare. La media borghesia, per quel che è, già messa in crisi dagli ultimi governi, ha bisogno di rassicurazioni e di potersi fidare, ha bisogno di essere guidata sul terreno della ragione. Con l’effetto Grillo ha invece avuto paura e nel dubbio si è affidata alle presunte certezze del governo, cioè alla stabilità e agli allettamenti e promesse che dovrà ora verificare.

La democrazia, in gran parte formale, che c’è in Italia potrà riprendersi solo se sostenuta da una solida maggioranza di governo, a sua volta accerchiata da una consistente e agguerrita opposizione, che svolge così un ruolo importante per il Paese contrastando le possibili derive autoritarie. Occorre anche però che l’azione del governo segua le vie del pragmatismo, evitando le illusioni, le stupidità e gli errori di percorso. Ora le condizioni ci potrebbero essere. Mancherebbe solo l’intelligenza degli uomini, che non è risorsa da poco in un’Italia sempre sprovvista di veri uomini di Stato.

L’Europa alla prova del voto: intervista a Gianluca Passarelli

Alla vigilia del voto per il rinnovo dell’Europarlamento di Bruxelles Geopolitica.info ha incontrato Gianluca Passarelli, ricercatore di scienza politica presso il dipartimento di scienze politiche de Sapienza Università di Roma. Un’occasione per tirare le somme di una campagna elettorale che, in Italia come nel resto del Continente, ha assunto per la prima volta una dimensione almeno parzialmente transnazionale, nonché un’opportunità di riflessione sul ruolo effettivo e potenziale dell’Unione nella pericolosa quanto vicina crisi ucraina.

L’Europa alla prova del voto: intervista a Gianluca Passarelli - Geopolitica.info

 

Dati dell’Istituto Cattaneo alla mano, l’Italia appare l’unico grande paese europeo in cui uno dei principali partiti di governo potrebbe confermare un significativo consenso elettorale: effetto Renzi?

La presenza di questo tipo di effetti sull’elettorato è stata oggetto di ricerca politologica sin dalla prima elezione diretta del Parlamento Europeo: negli anni Ottanta le consultazione vennero definite di “secondo ordine”, appuntamenti elettorali in cui gli elettori tenderebbero a punire gli incumbent, favorendo i partiti minori o propendendo per la scelta dell’astensionismo. Ma è probabile che oramai non si possa più fare riferimento solo a questo schema: per la prima volta notiamo in seno all’UE una personalizzazione della dinamica di governo con dei candidati alla leadership della Commissione europea e una campagna elettorale sotto molti aspetti già transnazionale.

Effetto Renzi? Non direi. E comunque non solo. Dal punto di vista simbolico, e dal  punto di vista politico, Renzi potrebbe avere tutt’al più contenuto nelle cosiddette regioni rosse del centro Italia l’emorragia di voti democratici verso il Movimento 5 Stelle. Generalmente, ritengo comunque il movimento di Beppe Grillo capace di ottenere dalla tornata elettorale un successo significativo (tra l’altro non vedrei la sorpresa posto che nel 2013 il M5s è arrivato in testa tra le forze politiche italiane, ovvero secondo se consideriamo la circoscrizione estera), soprattutto se si tiene conto della possibile sottorappresentazione dello stesso nei dati dei sondaggi: si tratta di un voto ancora con una relativamente bassa accettabilità sociale, spesso paradossalmente poco palesato e in ciò simile a quello accordato alla Forza Italia dei primi anni Duemila. Una previsione sui risultati che andremmo a scoprire dopo il 26 maggio deve, tuttavia, tenere anche conto di fattori di distorsione quali l’alto livello di astensionismo previsto, un astensionismo divenuto anche critico, ossia in un vero e proprio comportamento di voto consapevole, nonché l’effetto della redistribuzione dei voti del centro-destra. La vera partita si gioca tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, ma è in realtà Berlusconi il convitato di pietra e nessuno può ancora dire con chiarezza dove confluirà la slavina elettorale che potrebbe staccarsi da Forza Italia.

A riguardo va detto che certamente Renzi è riuscito sia ad aprire un canale di credito presso l’elettorato prima radicalmente ostile al centro sinistra, ma non sopravvaluterei troppo le dimensioni dei vasi comunicanti tra l’elettorato democratico e quello berlusconiano. Nel 2013 Berlusconi ha perso il 50%  dei voti: di questi un terzo è confluito nell’astensione e due terzi nel M5S. In questo caso l’effetto Renzi sulla destra sarà abbastanza limitato perché l’elettore fedele difficilmente deciderà di abbandonare il proprio leader storico. In Italia la geografia elettorale si basa storicamente su settori di forte immobilità, i blocchi sociali sono rilevanti e le lunghe tradizioni di comportamento elettorale difficilmente potranno essere scalfite significativamente tra un’elezione e un’altra. Nel 2013 la volatilità elettorale (il cambiamento di voto tra un’elezione e l’altra) è stato pari dal 46%, in magna pars dovuti alla presenza del M5s, mentre i passeggi in campo (da destra a sinistra e viceversa), sono stati statisticamente non significativi.

Quali crede siano in questo momento le argomentazioni capaci di catalizzare l’attenzione del corpo elettorale e quanto incideranno, anche in termini di partecipazione al voto, tematiche quali la governance economica e monetaria dell’Unione?

Noto che per la prima volta si parla direttamente di politiche europee, non come surrogato delle politiche nazionali; questo accade perché c’è una variabile interveniente fondamentale che è la crisi economica e finanziaria. Va sottolineato, però che se la governance economica e monetaria irrompe direttamente nella campagna elettorale, il dibattito sull’aspetto istituzionale appare congelato dai tempi del Trattato di Lisbona. In realtà il riassetto istituzionale sarebbe un punto altrettanto importante, anche per aprire il capitolo della legittimazione e della (in larga parte presunta) delegittimazione degli organi di rappresentanza e di governo europei. Un messaggio che avrebbe potuto avere impatto sull’elettorato del Continente sarebbe stata la proposta di un’elezione diretta del Presidente della Commissione, che avrebbe indotto la maggiore strutturazione di partiti “europei” e di una competizione continentale.

Il tema centrale che sta attraversando l’opinione pubblica è capire qual è la coalizione in grado di affrontare al meglio le criticità economiche, posto che circa tre quarti degli italiani non mette in discussione tout court la costruzione europea, ma esige da Bruxelles delle risposte chiare a problematiche reali.

Sull’argomento ritengo che le politiche rigoriste adottate negli ultimi anni rappresentino un passo necessario per il risanamento finanziario degli Stati membri, e in particolare dell’Italia (il nostro debito è ormai a livelli di guardia), ma auspico che a breve possano essere affrontate con un atteggiamento meno ragionieristico e ben più attento alle fondamentali strategie di rilancio e sviluppo.

 Data la presenza di tendenze euroscettiche sia in Italia che in Europa, secondo lei quali sono i partiti italiani che potrebbero più beneficiare di queste politiche che si riflettono dai partiti europei a quelli italiani?

All’inizio del percorso storico dell’Unione Europea in Italia erano riscontrabili partiti meno favorevoli all’UE e che poi, con il tempo hanno finito per sposare, in misure diverse, la causa europeista. Per contro nell’opinione pubblica appariva evidente la volontà di demandare all’Unione Europea la risoluzione di alcuni problemi strutturali secondo una schema che sottintendeva un’adesione di tipo strumentale all’idea dell’Europa unita:  il cittadino vedeva i benefici di quest’adesione in quanto Bruxelles forniva delle risorse materiali (ad esempio i programmi Urban I e Urban II), senza realtà avere piena coscienza del meccanismo di cofinanziamento tra gli Stati membri e dunque del ruolo politico e finanziario giocato stessa Italia in tali iniziative.

Nel corso degli anni la curva del sentimento europeista degli italiani e la crescente curva di disaffezione per il funzionamento della democrazia sono entrate in contrasto e la seconda ha finito per minare la prima.

Venuta meno la componente utilitaristica dell’adesione è cresciuto quello che sui giornali meno raffinati “euroscetticismo”. Ho, tuttavia, delle riserve su questa espressione: il termine scettico non presuppone automaticamente contrarietà, come invece si vorrebbe far intendere. Bisogna, quindi, analizzare cosa si intenda per euroscetticismo poiché c’è chi critica l’Europa tout court e chi, mettendone in discussione taluni aspetti, auspica una revisione più o meno sostanziale delle strutture politiche e funzionali.

L’unico partito che potrebbe beneficiare del sentimento di disaffezione verso l’Unione Europea è il Movimento 5 Stelle. L’appello di Matteo Salvini e della Lega Nord, per contro, appare un urlo nel deserto dato che lo spazio elettorale che aspira a ricoprire è già stato assorbito in buona misura proprio da Grillo.

Per quanto riguarda la Lega Nord si potrebbe dire che le percentuali alle elezioni, sia nazionali che europee, dipendevano molto dalla presenza di questa all’interno della compagine governativa: nel momento in cui la Lega si tirava fuori dal governo ritornava a un 8-9%, mentre nei momenti di clou della coalizione con il centrodestra berlusconiano si ritraeva. Questa volta questo fenomeno non si è verificato.

Non si è verificato (ma le urna sono ancora mute…) per due ragioni: in primis perché le elezioni europee in passato hanno consentito di giocare su elementi di radicalizzazione, e di conseguenza, l’elettore si sentiva svincolato dal voto di governo: ad esempio nelle elezioni del 1999 Emma Bonino, con una campagna elettorale molto spregiudicata, raccolse il 9% per poi vedere il consenso contratto fino all’1% nel 2001. Una dinamica resa oggi impossibile dalla citata “politicizzazione” del prossimo appuntamento elettorale.

La seconda ragione è l’assenza di una leadership riconosciuta e riconoscibile, e carismatica come in parte era quella di Bossi. Questo potrebbe in parte spiegare la défaillance, legata anche a problemi identitari della Lega Nord. Nell’ ‘87-‘90 e a metà degli anni ‘90  la Lega si proponeva come partito antisistema. Dopo l’esperienza di governo questo messaggio è meno credibile e nei suoi tradizionali bacini elettorali – soprattutto in Veneto – il partito è stato sensibilmente soppiantato dal Movimento 5 Stelle. Questo fenomeno si poteva evincere già all’inizio del 2010 quando una parte dell’elettorale dell’Italia dei Valori venne riassorbito dal M5S a segnalare la ricerca di un (nuovo) partito “anti-sistema” o se preferisce “anti-establishment”. Ripeto, i partiti euroscettici minori della destra o altri ancor più marginali come l’Italia dei Valori difficilmente riusciranno a usare la retorica antieuropea per accrescere le proprie percentuali di consenso.

Va tuttavia sottolineato che probabilmente questo ridimensionamento non sarebbe emerso in uno scenario politico senza il Movimento 5 Stelle e che i partiti della destra nazionalista e della sinistra critica avrebbero probabilmente visto crescere il proprio elettorato. A riguardo, quale potrebbe essere il risultato in Italia della sinistra che si raccoglie dentro la lista Tsipras e della destra di Giorgia Meloni?

Non conosco molto bene le dinamiche di Tsipras a livello europeo, anche se intuisco che il leader si sia affermato con forza nello scenario ellenico: è riuscito a convogliare molti settori della protesta, è diventato leader del primo partito secondo i più recenti sondaggi e probabilmente potrebbe accedere a cariche di governo in una coalizione con i socialisti.

In Italia è stata fatta un’operazione da “cartello elettorale”: non c’è una vasta base di movimento bensì un’aggregazione di vari pezzi di classe politica dirigente “in cerca d’autore” che ha sposato quest’opportunità, adoperandosi tuttavia in una campagna elettorale non molto incisiva. Non vedo a livello nazionale una collocazione chiara, a parte l’azione di Sel e di Nichi Vendola, per la natura ibrida ed eterogenea dei movimenti che sostengono questo modello.

Non mi aspetto nemmeno una forte affermazione della destra. La costruzione sociale dei partiti dell’area non può essere paragonata a quella ben più solida del Front National di Marine Le Pen, che dal 1979 (con Jean-Marie Le Pen) costruisce la propria identità politica ed elettorale su immigrazione, lavoro e politiche securitarie.

I risultati elettorali potrebbero favorire o rallentare il ripensamento della diplomazia europea. A fronte delle tensioni che hanno circondato il continente in questi ultimi mesi, quali potrebbero essere i passi che l’UE dovrebbe compiere per guadagnare credibilità internazionale?

Catherine Ashton, Commissario europeo agli Esteri, non rappresenta l’Unione Europea intesa quale attore coerente, né un insieme omogeneo di interessi, bensì cerca di trovare una difficile sintesi tra le differenti posizioni dei ventisette capi di Stato e di governo. L’Unione Europea – e gli Stati membri – potranno avere un peso, non solo regionale, una volta conseguita la piena legittimazione dell’Europa come attore in grado di rappresentare un interlocutore percepito come forte in termini di difesa, di produzione industriale e di quota demografica, sia da partner tradizionali (gli Stati Uniti), ma anche da nuove potenze continentali, mondiali e regionali come la Cina, l’India, il Brasile, le ex tigri asiatiche e la Russia.

Rifacendomi alla scala nazionale come proiezione del comportamento elettorale sui temi delle prossime politiche dell’Unione europea, mi chiedo come possano pensare gli elettori euroscettici che l’Europa, con i suoi milioni di abitanti e circa 7% del PIL mondiale, non sia in grado di interagire con le nuove potenze, mentre lo possa essere la “Padania”, i nostalgici dei Borboni e dell’autarchia?

L’Unione europea, quindi, deve rivedere la diplomazia conferendo un mandato deciso a un rappresentante che non costituisca il semplice risultato di una logica di redistribuzione di potere tra i singoli stati o le varie componenti della coalizione di maggioranza, ma sia un interlocutore credibile e legittimato, con esperienze di governo, riconoscibilità internazionale, autorevolezza, “conoscenza della materia”  e capacità di porre sul tavolo della diplomazia questioni importanti.

Sulla recente vicenda della Crimea l’Unione Europea non avrebbe voluto/dovuto giocare un ruolo di presunta mediazione tra gli Stati Uniti e la Russia. Al contrario, avrebbe dovuto essere un attore protagonista, anche attraverso l’utilizzo di vere sanzioni, perché come scrive Garry Kasparov nel libro “Scacco a Putin”, l’unica arma con cui è possibile negoziare con il presidente della Federazione russa è la forza, anche se non necessariamente militare, ma delle (reali) sanzioni economiche al suo entourage. Una scelta simile, tuttavia, può essere compiuta solo da un attore che sia consapevole degli strumenti a sua disposizione e in grado di utilizzarli agendo come un attore unitario.

Con una crisi di tale entità che ha preso forma ai confini dell’Europa questa poteva essere l’occasione giusta per presentare all’interno del dibattito politico la variabile istituzionale. Ma le idee camminano sulle gambe degli uomini e, purtroppo, un po’ meno delle donne. Ci vorrebbe l’ambizione di un François Mitterrand, di un Helmut Kohl, di un Altiero Spinelli, insomma di figure di alto profilo politico, per rilanciare questo progetto. In questa prospettiva reputo debole la proposta politica degli euroscettici, perché noi europei abbiamo bisogno di affrontare il futuro agendo come un attore protagonista nella dimensione globale.

Crimea: è davvero Putin il vincitore? Intervista con Gabriele Natalizia

Geopolitica.info affronta le tematiche strategiche e diplomatiche connesse alla crisi in Crimea con un intervista a Gabriele Natalizia, coordinatore del centro studi e ricercatore per il centro di ricerca “Cooperazione con l’Eurasia, il Mediterraneo e l’Africa subsahariana” di “Sapienza” Università di Roma.
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Articolo pubblicato su http://www.huffingtonpost.it/

Crimea: è davvero Putin il vincitore? Intervista con Gabriele Natalizia - Geopolitica.info

 

 

Dopo il colpo di mano russo in Crimea è verosimile un intervento della Nato in Ucraina per garantire la stabilità del Paese?

Al momento no. Il costo dell’operazione – pur studiata attentamente e sulla base dei calcoli razionali di tutti gli attori presenti sul campo – potrebbe essere quello di agevolare la perdita di controllo della situazione, soprattutto se Mosca subito dopo decidesse di rafforzare ulteriormente la sua presenza militare in Crimea e concentrare le sue truppe ai confini delle regioni dell’Ucraina a maggioranza russa per difendere quest’ultima in caso di violenze. Uno scenario del genere sarebbe verosimile e gli Stati Uniti non sono disposti a rischiare un pericoloso scontro in un momento in cui l’opinione pubblica interna è ritornata al suo tradizionale isolazionismo e i documenti di sicurezza nazionale dell’Amministrazione Obama concentrano la loro attenzione sull’area dell’Asia-Pacifico. D’altra parte come insegna la storia le ragioni delle medie e piccole potenze vengono meno quando la posta in gioco è troppo alta e la difesa della loro sovranità non incide direttamente sulla percezione della difesa della sicurezza delle superpotenze. Lo insegna il caso della Georgia, anche se l’Ucraina è sia strategicamente, che simbolicamente più importante per gli equilibri internazionali. Rappresenta il più grande Stato di quella sorta di nuova area di “finlandizzazione” tra Occidente e Russia che era stata riscritta sulle mappe geopolitiche del post Guerra fredda. La sua divisione o un eventuale occupazione russa delle regioni orientali – dopo quella della Crimea – segnerebbe la fine del concetto di “estero condiviso”, promosso dagli Stati occidentali, e la definitiva affermazione di quello di “estero vicino” con cui Mosca ha ribadito il permanere delle ex repubbliche sovietiche nella sua area d’influenza. D’altro canto non è neanche nell’interesse del Cremlino rischiare lo scontro, tanto che il gioco diplomatico di Putin è stato quello di mostrare i muscoli nella consapevolezza del forse eccessivo razionalismo politico dei Paesi occidentali. Dopo aver salvato il controllo di un territorio simbolicamente e strategicamente importante come quello della Crimea, peraltro, nell’interesse della Russia non delegittimare la sua immagine con un atto di forza che sarebbe anti-storico e continuare a condizionare la vita politica dell’Ucraina grazie al peso elettorale dei cittadini russi per appartenenza etnica o linguistica (i primi sono il 18%, mentre i secondi il 25% della popolazione complessiva).

Le sanzioni alla Russia e il congelamento dei rapporti con Stati Uniti e Unione Europea costituiscono strumenti reali di pressione?

L’hard power non è un fattore spendibile solo attraverso il ricorso alla forza, ma anche attraverso la minaccia del suo uso. La Nato, per dare maggior peso alla sua azione, dovrebbe tracciare chiaramente la linea rossa che la Russia non deve oltrepassare, creando un “ambiente” internazionale al cui interno agiscano maggiori pressioni nei confronti di Mosca. Nel ricorso all’hard power ricade anche la possibilità di un braccio di ferro che ricomprenda una serie di ritorsioni nei confronti di alleati strategici della Russia (un attacco in Siria per esempio). Al contrario sembra pericoloso il ricorso a pressioni economiche. Quelle attuali – molto circoscritte – rischiano di danneggiare ulteriormente l’immagine degli Stati occidentali, svelando l’inefficacia di un tale provvedimento. Ma ancora più rischiosa potrebbe essere l’opzione di sanzioni estensive, che in presenza di defezioni nella loro applicazione potrebbero portare a vere e proprie fratture all’interno dell’alleanza occidentale e a una sua delegittimazione davanti all’opinione pubblica mondiale.

L’Onu sembra non avere strumenti di intervento: siamo a un punto di svolta nel sistema internazionale?

È dalla fine della Guerra fredda che l’Onu si trova sull’orlo di un precipizio politico, quello dell’assenza di effettività. La guerra in Iraq del 2003 ne ha reso evidente l’irrilevanza come organizzazione in grado di garantire un ordine internazionale più sicuro, obiettivo per cui era stata fondata all’indomani del secondo conflitto mondiale. In assenza di un suo profondo ripensamento è difficile immaginare una sua ritrovata centralità nella politica internazionale, se non come fonte di legittimazione – talvolta ex ante, ma anche ex post – delle scelte compiute dalle grandi potenze al di fuori del suo consesso. Maggiore raggio di azione sembra avere la Nato, che in un sistema più disordinato e, quindi, più instabile rispetto a quello del ’45-’91 continua a garantire un ricorso alla forza in tempi relativamente rapidi nei casi di maggiore emergenza (come dimostrato dal precipitare della crisi in Libia nel 2011).

Qual è la chiave di lettura delle evoluzioni dello scacchiere geopolitico in cui è inserita l’Ucraina?

Dopo la fine della Guerra fredda un tacito accordo intercorso tra Washington e Mosca voleva che i territori delle ex Repubbliche socialiste sovietiche – l’eccezione dei Paesi Baltici – avrebbero dovuto costituire una nuova area “finlandizzata”. Nella prospettiva del Cremlino, nonostante la loro neutralità ufficiale, i nuovi Paesi sarebbero stati ricompresi nell’orbita d’influenza russa. Non a caso in Russia sono stati presentati con la ricorrente definizione di “estero vicino”, mentre nella prospettiva occidentale sarebbe stata più corretta l’idea di “estero condiviso”, ossia una regione su cui sia Stati Uniti e partner europei che Russia avrebbero esercitato la propria influenza. Solo il tempo potrà dire, tuttavia, chi è il vincitore del braccio di ferro in Ucraina. Nonostante sembra diffusa nell’opinione pubblica mondiale la percezione di una sostanziale vittoria politico-diplomatica di Putin, la separazione della Crimea dall’Ucraina potrebbe indicare più un indebolimento della Russia, che l’aumento del suo coefficiente di potenza. È avvenuta, infatti, dopo la sostanziale defenestrazione di un governo filo-russo (nonostante Yanukovich avesse accompagnato il momentaneo avvicinamento di Kiev alla Ue) in una terra che, più di altre, era considerata dal Cremlino alla stregua di un suo “cortile di casa” e il cui possibile ingresso nella zona d’influenza occidentale potrebbe tradursi – presto o tardi – nello spostamento dei confini della Ue e della Nato a circa 400 km da Mosca. Se consideriamo che la linea di confine durante la Guerra fredda correva lungo i confini della Repubblica Federale Tedesca e dell’Italia, il mutamento dell’equilibrio di potere sembra evidente. Tuttavia non bisogna dimenticare che la percezione della realtà talvolta è in grado di sopravanzare la realtà e che, di conseguenza, l’Occidente deve stare attento alla capacità di Putin di capitalizzare questo suo successo nel campo delsoft power.
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Antonello Folco Biagini: uno sguardo storico sulla crisi ucraina

Antonello Folco Biagini, prorettore per le cooperazione e la relazioni internazionali di Sapienza Università di Roma e docente di storia dell’Europa orientale, ci offre il suo punto di vista sulla crisi politica e diplomatica che rischia di stravolgere gli assetti istituzionali e territoriali di Kiev.
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Antonello Folco Biagini: uno sguardo storico sulla crisi ucraina - Geopolitica.info

La difficile situazione in Ucraina preoccupa l’intera comunità internazionale. Mosca valuta una risposta alle possibili sanzioni di Usa e Nato. Insomma, si rivive l’atmosfera della guerra fredda. Lei cosa ne pensa?

Partirei innanzitutto ricordando che l’Ucraina (fino a pochi decenni fa Repubblica socialista sovietica), è nella sua storia molto legata alla storia della Russia (zarista, sovietica e attuale). La giovane repubblica ucraina, come noi oggi la conosciamo, è nata dopo la caduta dell’URSS, ed  ha già affrontato altri momenti di difficile scontro interno. Le recenti proteste di Kiev, sono la prosecuzione di quelle scoppiate nel 1991, che  passando per la “Rivoluzione arancione” hanno un unico nemico, la Russia, che ne ha dominato i territori, per secoli. A partire dal 1990,  si diffuse nel paese un movimento nazionalista, il Movimento del Popolo Ucraino per la Ricostruzione e nel luglio del 1990 il parlamento proclamò la repubblica. Nel 1991 il partito comunista ucraino venne dichiarato fuorilegge. Il 24 agosto 1991 il Parlamento ucraino dichiarò l’indipendenza e indisse il referendum di conferma e le prime elezioni democratiche della storia dell’Ucraina: il 1º dicembre 1991 il popolo ucraino decise la propria indipendenza ed elesse il primo presidente dell’Ucraina. Già alla fine degli anni,  i rapporti fra Ucraina e NATO furono causa di nuove tensioni con la Russia. Nel 2004 con l’ascesa al potere di Juščenko, a seguito della “Rivoluzione arancione” con il  conseguente spostamento politico dell’Ucraina verso l’Unione Europea, Gazprom iniziò a tariffare il gas all’Ucraina al prezzo di 230 dollari, aumentando considerevolmente la precedente tariffa di 50 dollari, da sempre un prezzo di favore della Russia verso l’Ucraina. La Russia già allora faceva capire di non accettare un “allontanamento” dalla propria sfera di influenza da parte dell’Ucraina, a favore dell’Europa.

Quindi dalla Rivoluzione arancione ad oggi, poco sembra cambiato…

Esattamente, l’oligarchia ucraina, dichiaratamente anti-russa, pressa affinché l’Ucraina entri nell’Unione Europea, passando così dallo scudo “protettivo” sovietico a quello occidentale. Questa è la causa degli scontri in atto da Novembre. Il popolo ucraino, non tutto a dire la verità, ma solo quello che abita i territori dell’ovest, vuole l’Europa e l’Occidente. Certo, non si può dire che lo stia facendo democraticamente.

Perché?

Yanukovič era comunque stato eletto in una tornata giudicata compatibile con la “democratizia” dagli osservatori occidentali. Le manifestazioni legittime dei filo europeisti si sono progressivamente trasformate  con la presenza di movimenti che nulla hanno a che vedere con l’Europa mentre gli apparati repressivi del governo in carica procedevano a forme di repressione al di fuori di ogni legalità e rispetto dei diritti dei singoli e della collettività. A questo punto non si poteva certo immaginare che la Russia rimanesse indifferente nei confronti di un’area che ha sempre considerato vitale per i propri interessi geostrategici oltre al forte indebitamento economico (forniture energetiche, ecc.) che l’Ucraina ha contratto con Mosca. Yanukovič fugge, si rifugia in Russia e Putin continua a considerarlo il presidente legittimo spodestato da un colpo di Stato e inizia una operazione di “sicurezza” volta a riappropriarsi della Crimea.

La Crimea sembra sempre più vicina a Mosca, le navi russe restano ormeggiate a Sabastopoli: si arriverà secondo lei ad una separazione della Crimea da Kiev?

La Crimea come si sa è anch’essa, un ex regione russa. Nel 1954 la provincia di Crimea venne trasferita dal leader sovietico Nikita Krusciov alla Repubblica socialista sovietica Ucraina, in segno di riconoscimento, per commemorare il 300° anniversario del trattato di Perejaslav tra i cosacchi ucraini e la Russia. L’importante città di Sebastopoli, è la base navale più importante di tutto il Mar Nero. Lo stesso Putin non ha mai tenuto nascosto l’importanza di Sebastopoli. Queste considerazioni portano inevitabilmente al ritorno della Crimea alla Russia. Tutto ciò è rafforzato dal fatto che la maggioranza della popolazione di origine russa non riconosce l’ucraino come lingua ufficiale. Un importante passo è stato fatto proprio con il referendum di Sebastopoli, che ha decretato il russo come lingua ufficiale. Putin non ha mai celato il desiderio di ricompattare la Russia con i paesi ex Urss. Ne sono una dimostrazione la Eurasian Economic Community, composta da Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Federazione Russa, Tagikistan e Ubzekistan, e la Common Economic Zone, l’area di libero scambio tra Bielorussia, Kazakistan, Federazione Russa e Ucraina. I suoi intenti, dichiarati pubblicamente, sono rimasti inascoltati per molto tempo, ora è tardi, il prossimo 16 Marzo la regione affronterà il referendum sull’indipendenza, con conseguente associazione alla Federazione Russa, il risultato sembra ormai scontato.

L’Unione Europea e gli Usa condannano i comportamenti della Russia, minacciando di boicottare il prossimo G8 di Sochi…

Certo è difficile approvare gli atteggiamenti della Russia ma viene da chiedersi se, soprattutto l’Ue, abbia fatto tutto il possibile per evitare il manifestarsi e lo sviluppo della crisi. E’ bene ricordare che le proteste in Ucraina nascono certamente dal desiderio di entrare in Ue, ma è anche vero che tutta l’Ucraina ha sino ad oggi usufruito dei bassi prezzi (a fini politici) praticati dai russi sulle forniture di gas oltre agli ingenti aiuti economici. L’Ucraina ne aveva e ne ha un disperato bisogno. Putin ha sempre appoggiato economicamente l’Ucraina, l’Ue no. Qualcosa di più va fatto, la popolazione è in una situazione difficilissima, Kiev ha fatto tanto per avere la possibilità di entrare in Ue, ora vediamo se l’Ue coglierà l’opportunità offrendo una contropartita valida alla Russia, non deludendo le aspettative del popolo ucraino. C’è da augurarsi che l’Ue non rimanga impantanata nuovamente in un assurdo, quanto mai improduttivo immobilismo.

La nuova politica energetica e ambientale europea

L’inquinamento, un fenomeno che minaccia l’uomo e la natura, coinvolge oggi tutti i Paesi del mondo, arrivando a colpire anche le zone meno popolate del pianeta. L’Unione Europea, da sempre, si è distinta nell’attuazione di politiche mirate a ridurre le emissioni di gas serra. L’insieme di misure che compongono la politica energetica ed ambientale è contenuto nel “Pacchetto cambiamenti climatici ed energia”, conosciuto come politica 20 – 20 – 20. Esso prevede che entro il 2020 i membri dell’Unione si impegnino a: ridurre del 20% le loro emissioni di gas a effetto serra rispetto ai livelli del 1990; garantire il 20% di risparmio energetico; aumentare al 20% l’energia prodotta da impianti che sfruttano le fonti rinnovabili. Per raggiungere questi obiettivi, le istituzioni dell’UE hanno sviluppato due azioni parallele. La prima prevede la creazione di un “mercato delle emissioni”, attraverso il quale è possibile scambiare, tra le aziende, quote di emissioni di gas ad effetto serra. La seconda prevede l’erogazione di fondi per favorire gli investimenti in ricerca e sviluppo nel settore delle energie rinnovabili.

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Entrambe le misure non hanno portato i risultati sperati. Ad oggi, le politiche energetiche  ed ambientali europee hanno rappresentato solo una realtà disordinata. L’Unione lotta con un groviglio di politiche nazionali; con l’erogazione di costosissimi e poco efficienti sussidi; con dei mercati energetici poco efficienti; con la crescente dipendenza dalle importazioni di combustile fossile (nel 2011 l’UE ha importato petrolio per 488 miliardi di dollari, più del PIL della Polonia). A questo proposito, la Commissione Europea ha elaborato un documento, “Clima ed energia: obiettivi UE per un’economia competitiva, sicura e a basse emissioni di carbonio entro il 2030”, contenente le nuove linee guida per la politica energetica ed ambientale europea.

Una difficile negoziazione ha permesso alla Commissione di individuare dei nuovi elementi chiave nel quadro strategico per il 2030. In particolare, i nuovi pilastri della politica energetica ed ambientale sono: la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra; l’aumento dell’utilizzo di energie rinnovabili; delle politiche di efficienza energetica più ambiziose; la riforma del mercato delle emissioni; un nuovo sistema di governance; e una serie di nuovi indicatori per assicurare un sistema energetico competitivo e sicuro.

Elemento centrale della politica climatica ed energetica dell’UE per il 2030, è l’obiettivo di ridurre le emissioni del 40% rispetto al livello del 1990. Per raggiungere questo ambizioso traguardo, la Commissione ha previsto che i settori vincolati dalla direttiva sul mercato ETS dovranno garantire una riduzione del 2,2% annuo. Gli altri settori, non compresi nel mercato ETS, dovranno generare una riduzione del 20% al di sotto del livello del 2005. Questo sforzo sarebbe ripartito equamente tra tutti gli Stati membri. Inoltre, la Commissione invita il Consiglio e il Parlamento a concordare, entro la fine del 2014, che l’UE si impegni a realizzare una riduzione del 40% nell’ambito dei negoziati internazionali per un nuovo accordo mondiale sul clima, che si concluderanno nel 2015 a Parigi.

Le energie rinnovabili svolgeranno un ruolo chiave nella transizione verso un sistema energetico sostenibile, sicuro e competitivo. L’obiettivo vincolante di almeno il 27% di energie rinnovabili a livello dell’UE entro il 2030 si accompagna a notevoli benefici in termini di bilancia commerciale energetica, ricorso a fonti di energia locali, posti di lavoro e crescita”, così scrive la Commissione nel comunicato stampa. L’obiettivo fissato delle istituzioni dell’UE lascia agli Stati membri la flessibilità di trasformare il loro sistema energetico nel modo che preferiscono secondo le esigenze nazionali. I miglioramenti nell’efficienza energetica avranno un ruolo centrale nel raggiungimento di tutti gli obiettivi della politica energetica dell’Unione; la transizione verso un sistema energetico sostenibile, sicuro e competitivo non è fattibile se si tralascia l’efficienza energetica, tanto che la Commissione entro l’anno preparerà una nuova diretta su questo tema.

Gli obiettivi fissati dalla Commissione saranno difficilmente raggiunti senza un piano di efficienza energetica. Il ruolo di quest’ultima nel quadro 2030 è sotto esame, ed entro la fine dell’anno dovrebbe essere pronta una direttiva in materia. Intanto, da Bruxelles invita gli Stati membri a considerare il problema nella redazione dei loro piani di azione.

La Commissione ha anche previsto una riforma del sistema ETS dell’UE. Il Sistema Europeo di scambio di quote di emissione è stato istituito dalla Direttiva 2003/87/CE, che prevede, per gli impianti industriali, il meccanismo “cap-and-trade” creato dal Protocollo di Kyoto. Questo sistema fissa un tetto massimo (cap) del livello totale delle emissioni consentite a tutti i soggetti ad esso vincolati, ma consente ai partecipanti di acquistare e vendere sul mercato (trade) diritti di emissione di CO2 (quote) secondo le loro necessità, all’interno del limite stabilito. Gli ingenti fondi erogati da Bruxelles hanno interferito con il corretto funzionamento di questo mercato. Infatti, nel momento in cui le imprese hanno avviato programmi per tagliere le emissioni ed utilizzare fonti rinnovabili si sono trovate in portafoglio un eccesso di permessi di emissione. Il problema è stato risolto vendendo i permessi in eccesso ad altre imprese che ne avevano bisogno, e che si sono viste autorizzate ad aumentare le loro emissioni di gas ad effetto serra. L’eccesso di permessi sul mercato ETS ha generato un altro paradosso: il prezzo dei permessi di emissione si è attestato sui €5/t mentre le imprese devono pagare €150/t per tagliare le emissioni nocive. Per evitare che si ripetano queste distorsioni, a Bruxelles si è stabilito di creare una riserva per garantire la stabilità del mercato all’inizio del prossimo periodo di negoziazione, nel 2021. Lo scopo della riserva è, da un lato, quello di permettere di affrontare l’eccedenza di quote di emissioni che si è costituita negli anni recenti, dall’altro, di migliorare la capacità del sistema di sopportare gli shock gravi, regolando automaticamente la fornitura di quote da mettere all’asta. La riserva opererebbe interamente secondo regole predefinite che non lascerebbero margini discrezionali alla Commissione o agli Stati membri per la sua attuazione.

Inoltre, il quadro 2030 propone una nuova governance basata su Piani nazionali per un’energia competitiva, sicura e sostenibile. Sulla base degli orientamenti che la Commissione fornirà, gli Stati membri dell’UE si impegneranno ad elaborare i loro piani nell’ambito di un approccio comune in grado di garantire una maggiore certezza agli investitori e una maggiore trasparenza. Una stretta collaborazione tra Bruxelles e gli Stati membri garantirà la coerenza dei piani nazionali con gli obiettivi sovranazionali.

La Commissione si è, però, astenuta dal proporre una regolamentazione per lo sfruttamento dello shale gas. In Europa si era avuto un primo rilancio nel 2009, quando la maggior parte delle estrazioni del gas derivante dagli scisti argillosi erano concentrate in Polonia, mentre altri Paesi europei, come la Germania e la Francia, dimostravano un crescente interesse. La produzione dello shalegas, ha da subito generato un aspro dibattito circa il suo impatto ambientale. L’entusiasmo per questo nuovo combustibile è andato scemando rapidamente: nel 2012, la Francia ed altri Paesi hanno sospeso lo sfruttamento dei propri giacimenti per motivi ambientali, facendo pressione per una interruzione in tutta l’Unione Europea. Gli studi eseguiti a livello mondiale non concordato nel confronto tra gli effetti derivati dall’estrazione dello shale gas e quelli che sono generati dall’estrazione di altri combustibili fossili.

La crisi economica che ha colpito il vecchio continente ha segnato anche le politiche ambientali ed energetiche, sembra che il benessere collettivo abbia lasciato il posto a mere considerazioni economiche. I cittadini dell’Unione e le imprese europee pagano tariffe molto alte per l’elettricità rispetto, per esempio, agli americani, utilizzatori di shale gas. È difficile giustificare l’alto livello dei prezzi dell’energia, soprattutto quando nel resto del mondo si sta facendo molto poco per attuare le misure necessarie per ridurre le emissioni di gas serra. Inoltre, in Europasi è avuta una confusa politica energetica, dovuta a configgenti priorità nazionali. Ad esempio, la Germania sta lentamente abbandonando il nucleare e, negli scorsi anni, ha avviato piani di investimento sulle fonte rinnovabili, in particolare sull’energia solare ed eolica; la Francia rimane fortemente legata al nucleare mentre, come si è visto, proibisce le trivellazioni per lo shale gas; la Gran Bretagna, ancora in ritardo sulle fonti rinnovabili, spinge molto per l’utilizzo del gas di scisto. A questo si può aggiungere che le istituzioni comunitarie hanno troppi commissari con responsabilità sovrapposte. L’ultimo pacchetto è stato concordato solo dopo una battaglia 11 ore tra la Connie Hedegaard, commissaria incaricata dell’azione per il clima, e GüntherOettinger, il commissario dell’energia tedesco che, a differenza del governo di Berlino, voleva solo un obiettivo di riduzione delle emissioni del 35%. Eliminare gli obiettivi configgenti degli stati membri ed eliminare le competenze sovrapposte potrebbe rappresentare un primo passo per una più efficiente politica energetica ed ambientale. Uno dei motivi per cui l’Unione La crisi economica che ha colpito i paesi europei ha avuto forti ripercussioni sul settore industriale generando un abbassamento del livello complessivo delle emissioni. Non è possibile, però, che la recessione economica, o la deindustrializzazione, possano essere considerati come politiche energetiche ed ambientali efficienti. È importante che le istituzioni comunitarie agiscano rapidamente per eliminare gli elementi distorsivi della sua politica, e lavorare per diventare un esempio per gli altri Paesi del mondo. 

A tu per tu con Henri de Grossouvre: uno sguardo geopolitico sulla crisi ucraina

Henri de Grossouvre, 46 anni, è attualmente responsabile delle relazioni istituzionali della Lyonnaise des Eaux, una società afferente al gruppo del colosso energetico francese GdF Suez, e direttore del think thank europeista Forum Carolus, avente sede a Strasburgo. Profondo conoscitore delle questioni relative all’Europa centrale ed orientale, è un noto studioso di geopolitica. Il suo testo più famoso a livello internazionale è Paris Berlin Moscou, la voie de l’indépendance et de la paix del 2004, tradotto in Italia da Fazi Editore.

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Monsieur de Grossouvre, quanto sta accadendo in Ucraina nelle ultime settimane, e le forti tensioni tra UE e Russia, dimostra che l’asse Parigi-Berlino-Mosca da lei teorizzato “non è altro che una visione romantica senza sostanza storica e politica” come sostiene Xavier Moreau?
Il semplice fatto che un asse Parigi-Berlino-Mosca costituisca un elemento di preoccupazione per gli Stati Uniti, come dimostrano le riflessioni sviluppate da vari think thank americani, prova, al contrario, che si tratta di una possibilità molto seria, ancorata nella storia e nella geografia dell’Europa. L’accanita volontà occidentale di sottrarre l’Ucraina all’influenza russa va letta in questa ottica.
La Germania e la Francia, dai tempi di Carlo Magno, passando per l’Europa dei 6 e arrivando fino ad oggi, sono la chiave della potenza europea o, per meglio dire, della possibilità che l’Europa assurga al rango di superpotenza. Questa base franco-tedesca ha dei legami oggettivi molto forti con la Russia e quando essi vengono concertati consapevolmente, ecco che l’asse Parigi-Berlino-Mosca può mettersi all’opera.

Fino ad ora, però, abbiamo avuto soltanto delle enunciazioni di principio di questa opzione strategica…
Si, qualcosa del tipo “guardate che cosa potremmo fare”. Gli Stati Uniti, dal canto loro, non si sono scomposti e hanno lavorato, in questi anni, alla sistematica demonizzazione della Russia di Putin, perché essi sanno che un’unione europea continentale fondata sul motore ideale Parigi-Berlino-Mosca li relegherebbe immediatamente al ruolo di potenza secondaria. In ogni caso l’ossessione anti-tedesca di certi sovranisti del mio paese mi sembra totalmente anacronistica, frutto di un’idealizzazione romantica della “Francia solitaria”. 

Ma per la Germania è veramente più vantaggioso annettere alla propria sfera di influenza economica (secondo modalità già attuate in occasione della crisi jugoslava) il vasto territorio ucraino, piuttosto che rafforzare la partnership strategica con la Russia di Putin? Conviene a Berlino, in questa fase di gravi tensioni sia nei suoi rapporti con Washington, sia all’interno dell’Unione Europea, aprire un altro fronte ad est?
Io non credo affatto che in Ucraina la Germania stia giocando una partita contro la Russia. Gli ambienti economici tedeschi, ogni giorno più potenti e rispettati dai politici locali, non appoggerebbero mai una simile strategia e per l’attuale governo sarebbe complicato, sia perché è un governo di grosse Koalition, sia perché non è nell’interesse del paese. La SPD ha preteso il ministero degli esteri per Steinmeier. La coppia Steinmeier ministro e Gernot Erler responsabile delle relazioni con la Russia è di nuovo al comando dell’Auswaertiges Amt dal 9 gennaio, come nel periodo 2005-2009. La novità sta nel fatto che il mandato di responsabile delle relazioni con la Russia di Erler comprende anche tutti i paesi dell’ex-URSS, tra cui l’Ukraina. Questo aspetto è molto importante. Egli avrà un peso notevole nell’elaborazione della politica estera tedesca e la sua linea è diametralmente opposta a quella del suo predecessore Andreas Schockenhoff, che si era occupato più di denunciare le violazioni dei diritti umani in Russia che di lavorare ad un partenariato economico e strategico, costruttivo e pragmatico con la Russia e gli stati ex-sovietici. Ciò detto, io penso che la Germania sia assai meno potente di quanto appare: economicamente, perché essa dipende dal suo commercio con i paesi dell’UE; strategicamente, perché essa non può più esercitare un’autentica politica sovrana, come gli Stati Uniti la Russia o la Cina, anche perché essa non ha reali possibilità di proiezione militare esterna come, invece, ancora la possiedono Francia e Gran Bretagna. L’ideale per la Germania sarebbe effettivamente integrare economicamente l’Ucraina, ma non si arrischierà a farlo senza il dovuto riguardo per la Russia: non rischierà di compromettere le sue relazioni privilegiate con Mosca. 

Secondo lei, affidare, come ha fatto l’UE, ad un negoziatore polacco, l’ex-presidente Aleksandre Kwasniewski, la questione ucraina, dimostra più ignoranza storica o uno scomposto desiderio di mortificare la controparte? Ma, soprattutto, è nell’interesse dell’Europa assecondare la pressione americana ai danni di Putin
La scelta di un negoziatore polacco è evidentemente una provocazione controproducente. Assecondare la pressione americana contro Putin non è nell’interesse dell’Unione Europea. Bisogna tuttavia dire che la politica della commissione europea si è quasi sempre assestata su questa linea.
Io penso Bisognerebbe nominare per l’Ucraina un mediatore né occidentale né russo. Qualcuno privo di interessi diretti in questa storia: un mediatore cinese sarebbe, per esempio, pertinente, con l’obiettivo di organizzare un referendum popolare sul destino dell’Ucraina. 

Ma cosa anima maggiormente i manifestanti di Kiev: l’odio anti-russo e l’avversione nei confronti di Yanukovich o il desiderio di entrare a far parte  dell’Unione Europea?
Entrambe le cose, ma quelle manifestazioni sono anche l’espressione di un nazionalismo ucraino… 

Spontaneo?
Ritengo oltremodo sorprendente che un senatore americano, McCain, venga a dare lezioni di democrazia agli europei e soprattutto a sostenere dei manifestanti, una buona parte dei quali è formato da neonazisti! Se si vuole rispettare la democrazia bisogna privilegiare una soluzione referendaria. Ma l’Ucraina è oggetto dai tempi delle dimostrazioni arancioni dell’attenzione interessata di ambienti politico-finanziari che sostengono i dimostranti con lo scopo di determinare una guerra civile e il caos, veri ostacoli alla cooperazione continentale europea. Mi ricorda molto quanto è avvenuto in Siria: caos e guerra civile. 

E dividere l’Ucraina in due (Kiev e l’Ovest all’UE e la parte orientale russofona nella sfera di influenza di Mosca) è una soluzione percorribile o Putin non accetterebbe mai di cedere un metro su questa partita?
Mai, per la Russia l’Ucraina è vitale.