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L’immigrazione, l’Italia e l’Europa: tra ipocrisia e mancanza di senso della responsabilità

L’immigrazione clandestina che arriva via mare dalle coste africane, in quantità crescente e ormai allarmante, è una tragedia doppia. Lo è – sul piano umano e esistenziale – per coloro che, scappando da conflitti e carestie e sradicandosi dalle proprie appartenenze ancestrali, si consegnano ai moderni mercanti di uomini accettando il rischio di morire in mare e inseguendo il miraggio di un relativo benessere.

L’immigrazione, l’Italia e l’Europa: tra ipocrisia e mancanza di senso della responsabilità - Geopolitica.info Migranti cercano di oltrepassare il tunnel della Manica nascosti nei tir (cr: Pascal Rossignol/Reuters)

Ma lo è anche, sul piano sociale e presto anche su quello politico, per quei territori –come appunto è il caso dell’Italia – dove migranti e fuggiaschi approdano non per essere indirizzati verso una qualche occupazione o integrati o dignitosamente sistemati, ma semplicemente per essere ammassati in strutture spesso inadeguate o improvvisate, per essere abbandonati a se stessi o consegnati alla manovalanza criminale, in una situazione di emergenza e allarme, ormai alimentato dalle stesse istituzioni, che non promette nulla di buono.

Evocare il primo dramma sollecita i buoni sentimenti e mette al riparo da ogni possibile critica la coscienza dei singoli e quella dei responsabili politici. Richiamare l’attenzione sul secondo espone fatalmente all’accusa di voler strumentalizzare una catastrofe umanitaria per bieche ragioni politiche. Ma le cose non stanno così: nero o bianco, il buonismo che sconfina nell’ipocrisia o il cinismo che sconfina nell’irresponsabilità. Il buon senso diventa xenofobia solo quando la politica ignora colpevolmente la realtà delle cose. La direttiva del Viminale ai prefetti, invitati a requisire locali e strutture ricettive per sistemarvi le migliaia di migranti che ci si aspetta per le prossime settimane e che si pensa di ospitare persino nelle caserme, fa d’altronde capire quali riflessi negativi nella vita pubblica italiana ci si debba attendere da una situazione prossima a diventare ingovernabile: lo Stato italiano dovrà improvvisare tendopoli e campi profughi che suoneranno inevitabilmente indegni di un Paese civile, i fautori delle porte chiuse e dello scontro tra civiltà avranno di che alimentare in modo convincente la loro propaganda, i cittadini si chiederanno attoniti e preoccupati se proprio non esiste un altro modo, più razionale e civile, che susciti in loro minori ansie e che non provochi perdite ricorrenti di vite umane, per gestire gli inevitabili movimenti migratori.

Nel 2014 ci sono stati in Italia 170.000 sbarchi: quanti se ne erano avuti nei sei anni precedenti ed era sembrato un record non replicabile. Nel 2015, con quasi ventimila arrivi già nel solo periodo invernale, gli sbarchi potrebbero essere molti di più, visto che in Africa e nel Vicino Oriente si sono aperti nel frattempo nuovi fronti di guerra, mentre quelli già esistenti si sono cronicizzati o peggio acuiti. E molti di più rispetto al passato (visti gli oltre 500 morti negli ultimi quattro mesi) potrebbero anche essere coloro che finiranno per inabissarsi, senza mai vedere la terra promessa, nelle acque del Mediterraneo: quel confine fluido che separa l’Europa dal continente africano sul quale solo l’Italia esercita tuttavia la sua azione di soccorso e contenimento. Generoso il primo, inutile il secondo, mentre il resto dei nostri vicini resta a guardare o impartisce lezioni da lontano.

Si è capito da un pezzo che l’origine di questa incombente marea umana, se sono vere le cifre ufficiose che circolano, di cinquecentomila o forse più disperati ammassati nei campi profughi e pronti agli imbarchi, si trova in Libia. Dove l’Italia, sebbene avrebbe a questo punto un vero e proprio interesse nazionale a farlo, non può intervenire da sola: per ragioni politiche, dal momento che scateneremmo reazioni strumentali ed ideologiche in quanto ex-colonizzatori, e per ragioni tecnico-logistiche, dal momento che bloccare le partenze dalle coste libiche richiede uno spiegamento di mezzi e risorse che non possediamo. Al tempo stesso, non abbiamo la forza diplomatica sufficiente per favorire un processo di pacificazione interna e di stabilizzazione politica che, ci spiegano, è la condizione indispensabile per sottrarre la Libia allo strapotere delle milizie armate e delle tribù in lotta tra di loro: quelle stesse che in questo momento, nel vuoto di sovranità che si è creato dopo l’eliminazione di Gheddafi, controllano e gestiscono il traffico di esseri umani.

Ma l’Europa continua a non volerne sapere o a ricorrere a soluzioni palliative, come dimostra il fallimento nella sostanza dell’operazione Triton: ben ventinove Paesi coinvolti, ma con un budget inferiore di due terzi rispetto a quello stanziato dalla sola Italia per Mare nostrum. Con in più la pretesa di limitarsi al solo pattugliamento delle acque e al controllo delle frontiere tralasciando la vera emergenza, che come si vede in queste ore è quella dei soccorsi in mare. Questi ultimi – come la gestione degli arrivi a terra – sono rimasti un’incombenza italiana dal punto di vista logistico e, in gran parte, anche economico. Un danno al quale si aggiunge la beffa di vedersi spesso indicati dai professionisti europei dell’umanitarismo quando va bene come degli incompetenti lamentosi e quando va male come degli aguzzini che non rispettano i diritti umani.

Questa Europa che ancora non ha trovato un modo comune per gestire con criteri più razionali i flussi migratori e per dare una soluzione politica alle situazioni di crisi – militare o economica – da cui nascono nell’area del Mediterraneo le emergenze umanitarie che spingono masse di disperati alla fuga, è quella stessa – per capirci – che in questi anni ha più volte lanciato l’allarme contro l’ascesa dei movimenti politici estremistici e xenofobi. All’epoca del governo Monti si parlò persino di istituire un osservatorio europeo sul fenomeno del populismo, proposto proprio dal nostro Presidente del Consiglio. Ma non ci si rende conto, quando si ragiona da tecnocrati, che è proprio l’inerzia politico-decisionale delle istituzioni comunitarie in materia di immigrazione – un’inerzia che spesso somiglia a indifferenza ed egoismo – ad alimentare elettoralmente i partiti che lucrano sulla paura e sul sentimento di insicurezza dei cittadini. Gridare al lupo e poi dargli da mangiare è una delle tante contraddizioni che i Paesi dell’Unione europea ancora non sono riusciti a risolvere.

In attesa che qualcosa cambi, innanzitutto sul piano delle scelte politiche continentali, all’Italia non resta che assolvere ai suoi doveri morali di assistenza al prossimo, pur sapendo che prima o poi, così continuando, finiremo per pagarne un prezzo interno assai salato. Ma prima che ciò accada non converrebbe alzare la voce con i nostri alleati e inchiodarli alle loro responsabilità? Mentre ci si vanta di star cambiando verso all’Italia, su un tema così spinoso e vitale come la politica per l’immigrazione forse si potrebbe tentare di far cambiare verso anche all’Europa.

Il gas che preoccupa il Vecchio Continente

La questione dell’approvvigionamento energetico da parte dell’Europa e, più nello specifico, dei Paesi dell’Unione europea, costituisce da sempre uno dei maggiori e più profondi vulnera europei: una problematica mai del tutto risolta, che vede l’UE, e con essa i 28 Paesi che la compongono, profondamente dipendente da forniture di gas e petrolio provenienti da Paesi esterni, soprattutto dalla Russia, che costituisce oggi il principale fornitore di risorse energetiche da cui l’Unione attinge. L’Unione Europea, infatti, si trova stretta tra la mancanza di risorse endogene sufficienti a soddisfare le necessità energetiche interne e il desiderio, al contempo, di ridurre la propria dipendenza gasifera da Mosca e, più in generale, dal ridotto numero di partner che attualmente forniscono all’Unione larga parte dei propri consumi di energia.

Il gas che preoccupa il Vecchio Continente - Geopolitica.info

Poche risorse, molte importazioni. La situazione dell’Unione e dell’Italia

Con un bisogno energetico in rialzo costante, e una produzione interna insufficiente a soddisfare anche solo metà della domanda di gas, l’Europa deve fare i conti con una oggettiva necessità di approvvigionamento da fonti esterne, tra le quali la Russia ha costituito e costituisce ancora oggi uno dei protagonisti principali. Il problema, è bene sottolinearlo, si pone in maniera particolare per quanto concerne l’approvvigionamento di gas, poiché, per quanto anche il petrolio costituisca una fonte scarsamente presente sul territorio europeo, le forniture di oro nero sono maggiormente diversificate e beneficiano di un’ampia gamma di Paesi da cui l’Unione europea può importare. Non così per il gas.

L’intera Unione, in primo luogo, si trova ad importare oltre metà del proprio fabbisogno energetico, restando dunque largamente dipendente dal mercato estero. Secondo i dati della Commissione Europea[1], infatti, “più della metà dell’energia consumata nell’UE-28 proviene da paesi extra UE, e nell’ultimo decennio tale quota è andata generalmente aumentando. Gran parte dell’energia proviene dalla Russia, le cui controversie con i Paesi di transito hanno rischiato di provocare una sospensione delle forniture negli ultimi anni, come è accaduto ad esempio tra il 6 e il 20 gennaio 2009, quando le forniture di gas dalla Russia attraverso l’Ucraina sono state interrotte”. Alla dipendenza diffusa dei Paesi europei da fonti esterne, fa eccezione la Danimarca, unico Paese dell’Unione ad avere un tasso di importazione negativo.

In questo scenario già di per sé complesso, l’Italia si trova in una posizione particolarmente difficile. Il nostro Paese importa oltre l’80% del suo fabbisogno energetico dall’estero: ciò significa che, a parte le ridottissime produzioni interne di gas e petrolio, e una minima percentuale di energia ottenuta mediante le fonti rinnovabili, l’Italia è ampiamente dipendente dai fornitori esteri (peraltro in misura largamente superiore alla media europea) per assicurare energia sufficiente alla propria popolazione. D’altra parte, neppure ha giovato al nostro Paese la situazione che si è creata in Libia, da cui l’Italia importava una grossa fetta del proprio fabbisogno petrolifero, grazie alla stipula del Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione siglato il 30 agosto 2008: a seguito della rivoluzione libica, e del conseguente stato di profonda instabilità del Paese, l’Italia ha visto crollare le proprie importazioni dalla Libia, incrementando ancora di più la propria dipendenza dalla Russia.

Tuttavia, come visto poc’anzi, il problema energetico non è una questione che preoccupa esclusivamente l’Italia ma rappresenta una variabile parzialmente sconosciuta per le economie e le popolazioni di molti Paesi europei. Nel 2019, peraltro, arriverà a scadenza il contratto con la Federazione russa per le forniture di gas attraverso il suolo ucraino, con tutte le incognite che, alla luce delle vicende degli ultimi mesi, potrebbero essere in agguato. Ad un primo sguardo, tre anni parrebbero un lasso di tempo sufficiente per permettere all’Europa di organizzare forniture e strutture per ottenere le risorse di cui necessita, eppure essi sono, in realtà, un tempo terribilmente limitato.

La Russia: una posizione (fino ad oggi?) dominante

E’ in questo complesso scenario, che si inserisce il recente comunicato con cui Saipem ha annunciato di aver ricevuto dal proprio cliente South Stream l’avviso di revoca della sospensione dei lavori, che era stata annunciata improvvisamente dalla Russia nel dicembre 2014. La notizia ha rimesso in gioco quello che sembrava essere un progetto definitivamente archiviato, il South Stream, appunto, che dovrebbe permettere, a lavori conclusi, di fornire approvvigionamenti energetici all’Unione europea direttamente dalla Russia, passando per le condutture del Mar Nero.

Nel dicembre 2014, infatti, Putin aveva annunciato l’improvvisa cancellazione del South Stream, che avrebbe dovuto essere completato entro il 2015 e che invece era stato – momentaneamente – messo in pausa, molto probabilmente in favore del Turkish Stream. Quest’ultimo permetterà il passaggio degli approvvigionamenti di gas verso l’Europa attraverso la Turchia e di esso sono parse particolarmente entusiaste Ungheria e Grecia che nutrono la speranza di ricoprire, in futuro, il ruolo di hub dei flussi del gas russo verso l’Europa.

Nonostante la recente notizia della revoca della sospensione dei lavori al South Stream e anche ipotizzando, dunque, la conclusione del gasdotto, il problema per l’Unione europea resta: di fronte ad una ineluttabile dipendenza dall’estero, le forniture continuerebbero ad arrivare in misura preponderante dalla Russia, mentre oggi l’Europa avverte più che mai la necessità di diversificare le proprie fonti di approvvigionamento. La diversificazione condurrebbe, infatti, ad una maggiore indipendenza europea, oltre a conferire un ruolo geopolitico di maggiore rilievo ad un continente che tradizionalmente deve affidarsi a fonti esterne per soddisfare i propri consumi.

D’altra parte, grazie all’accordo tra Russia e Cina sulla fornitura del gas, firmato dopo una lunga gestazione nel maggio 2014, Putin è riuscito a trovare una valida alternativa al mercato europeo (o, quantomeno, un degno concorrente), accaparrandosi un contratto trentennale con un partner costantemente affamato di energia per nutrire la sua economia galoppante. L’accordo, siglato lo scorso anno ma con data di inizio 2018, garantisce alla Cina una fornitura russa di 38mld di metri cubi di gas l’anno a prezzi estremamente competitivi.

E così, se prima l’Unione europea poteva far valere, in quanto massiccio cliente del gas russo, la propria posizione privilegiata di acquirente “solitario”, ora si trova quantomeno spodestata dalla sua posizione e si trova di fronte ad un apparente dilemma: giocare secondo le regole del venditore oppure cambiare gioco.

Le alternative europee

La soluzione, tuttavia, sarebbe prima facie semplice e risiederebbe in una terza opzione: svincolare l’Unione europea dal gas russo, rafforzando e ampliando la diversificazione delle fonti, non in un’ottica di un’improbabile (se non impossibile e controproducente) interruzione delle forniture di gas provenienti dalla Russia, quanto piuttosto di una riduzione della dipendenza dal fornitore russo, che nel 2013 figurava come il primo fornitore europeo di gas, petrolio e combustibili solidi.

Ma, a conti fatti, quali potrebbero essere le alternative plausibili alle forniture del gigante russo? E’ possibile esaminare le diverse opzioni a disposizione dell’Europa, in base alla provenienza geografica degli approvvigionamenti.

Partendo dal Nord, una delle più probabili alternative alla preponderanza russa è costituita dalla Norvegia. L’Europa importa una notevole quantità di gas da questo Paese, che ha rappresentato il secondo fornitore europeo dopo la Russia per molti anni e che, secondo i dati del primo quadrimestre del 2015, ha addirittura scavalcato il gigante eurasiatico.

Sul versante orientale, invece l’Europa e l’Italia possono puntare sulla TAP (Trans Adriatic Pipeline) che, con un gasdotto che parte dalla Grecia, attraversa l’Albania e giunge in Puglia, rappresenta un progetto di ampio respiro dal quale specialmente l’Italia ha da guadagnare, in quanto destinataria e porto di arrivo delle forniture gasifere in partenza dall’Azerbaigian. Da non sottovalutare anche Iran e Turkmenistan, ricchissimi di risorse energetiche e al tempo stesso partner che ricoprono una fetta ancora relativamente ridotta delle importazioni europee (al 2013, la quota di petrolio iraniano si attestava al 6% del totale).

A Sud, invece, l’Europa guarda al Nord Africa: l’Algeria rappresenta un eccellente partner commerciale dell’Unione europea. I flussi commerciali con l’Europa sono cresciuti notevolmente nel corso degli anni, in particolar modo dal 2002 e, nel 2013, l’Unione europea acquistava circa il 54% delle esportazioni algerine, che costituivano un’ottima fonte di approvvigionamento energetico per l’Europa. Eppure, anche in Nord Africa c’è un preoccupante rovescio della medaglia. Il problema della sicurezza non è trascurabile, soprattutto alla luce della forte instabilità causata dalla questione libica che tutto sembra fuorché avviarsi a rapida soluzione. Resta, dunque, una priorità chiave per l’Europa, e in particolare dell’Italia, la stabilizzazione della regione nordafricana, nell’ottica di una futura, rafforzata cooperazione in ambito economico ed energetico.

A chiudere il quadro, c’è la questione GNL, in cui due attori principali emergono nel panorama internazionale. Da un lato, il Qatar, primo esportatore di gas liquefatto e al momento già attivo sotto questo profilo, ha visto crescere notevolmente le proprie esportazioni verso l’Unione, i cui acquisti di gas naturale da questo Paese sono passati dall’1% del 2002 fino a toccare l’11% nel 2011, segnando dunque un trend generalmente positivo seppur con un parziale calo nel 2012 (anno in cui le importazioni europee di gas naturale si sono attestate all’8.4%). L’altro possibile partner per il GNL sono gli USA che, sebbene siano ancora in fase di costruzione delle infrastrutture necessarie, potrebbero partire con le esportazioni verso l’Europa (ma anche verso l’Asia) già nel 2016.

Quali prospettive?

Nonostante il ruolo preponderante tuttora ricoperto dalla Russia, dunque, i fornitori alternativi che potrebbero scendere in campo per soddisfare la domanda europea sono molti. Pertanto, l’Unione deve cogliere l’occasione per dimostrare saper mettere in atto un piano efficace, una strategia di politica estera energetica concreta, che le permetta di divenire un attore più competitivo sul piano internazionale e meno legato ai mutevoli interessi del vicino russo.

Se Atene diventa la Mecca dei populismi europei

In attesa di capire quando riprenderà e come finirà la trattativa tra il governo greco e i suoi creditori internazionali, sempre che non accada il peggio e si arrivi alla rottura definitiva, ci si continua ad interrogare sul significato reale del referendum svoltosi domenica scorsa e sugli effetti che, in virtù del suo risultato, esso è destinato a produrre ben al di là dei confini della Grecia. La consultazione ha coinvolto il popolo ellenico, ma ha indubbiamente avuto un rilievo internazionale, non foss’altro per il gran numero di attori politici – dai vertici istituzionali dell’Unione europea ai rappresentanti di singoli governi nazionali – che si sono espressi, in modo più o meno formale e diretto, a sostegno o a sfavore dei due schieramenti.

Se Atene diventa la Mecca dei populismi europei - Geopolitica.info

L’indizione del referendum e la successiva vittoria alle urne del “no” – vale a dire di coloro che erano contrari alla firma della proposta di accordo che era stata sottoposta al governo greco dalla cosiddetta “Troika” – è stata considerata da diversi osservatori una sorta di rivincita epocale della politica sulla finanza e sulla tecnocrazia. Si è scomodata l’eredità della Grecia antica, culla storica della democrazia, per inneggiare al trionfo della sovranità popolare contro un’Europa che, vittima delle oligarchie che la guidano, vorrebbe togliere ai cittadini la loro libertà di scelta. Ma questa posizione si è risolta, nella maggior parte dei casi, in uno sfoggio di retorica classicheggiante e nell’esaltazione di una idea della democrazia tanto appassionata quanto intrisa di demagogia e cattiva propaganda (la democrazia diretta degli antichi notoriamente non ha nulla a che vedere con la democrazia rappresentativa dei moderni e si fatica a capire quale rapporto simbolico di filiazione esista tra Pericle e Tsipras).

L’effetto interessante di questo referendum è stato in realtà un altro: non la riaffermazione della vera democrazia sulla scena politica del mondo, bensì l’aggrumarsi intorno al nome di Alexis Tsipras, in Grecia e all’estero, di un fronte politico-partitico largamente inedito, composto da forze all’apparenza assai eterogenee tra di loro, di destra e sinistra, ma accomunate a ben vedere da diversi elementi: una visione plebiscitaria e movimentista della politica, un latente nazionalismo economico, una manifesta avversione nei confronti dell’Europa (e in molti casi dell’euro), una spiccata preferenza per la democrazia diretta a scapito di quella mediata e parlamentare, un’insofferenza ideologica molto pronunciata nei confronti dell’economia di mercato e del capitalismo, un orientamento statalista in materia di economia, una tendenza a ricercare nemici assoluti contro i quali indirizzare i propri strali (con una preferenza per i banchieri e in generale i poteri forti) e dunque una certa inclinazione al complottismo politico. Si aggiunga a tutto ciò una sorta di odio-risentimento nei confronti del mondo occidentale al quale si appartiene che spinge la gran parte di costoro a manifestare pubblicamente grande simpatia per la Russia di Putin.

In Grecia il fronte del no comprendeva, come è noto, l’estrema sinistra di Syriza (il partito di Alexis Tsipras) come anche l’estrema destra di Alba Dorata. In Spagna il referendum era sostenuto da Podemos, mentre in Francia era visto con garnde favore dal Fronte nazionale. Ma è il caso dell’Italia quello forse più interessante. Dalla parte di Tsipras e del suo governo in lotta contro il Moloch europeo si sono schierati la Lega di Matteo Salvini e la nuova sinistra animata da Stefano Fassina, il movimento 5 stelle di Beppe Grillo e i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, Nicki Vendola e Casa Pound, il leader dei no global Luca Casarini e l’ideologo del fascio-islamismo Pietrangelo Buttafuoco.

Una compagnia decisamente eccentrica, se si guarda alle cose della politica secondo schemi e categorie convenzionali (la destra, la sinistra, il centro), che però potrebbe precludere, secondo alcuni, alla nascita su scala europea di nuove linee di distinzione e conflitto. Non siamo forse entrati nell’era post-ideologica nella quale ogni ricomposizione o aggregazione è possibile? L’Europa ha conosciuto a lungo l’opposizione tra conservatori e progressisti. Deve ora prepararsi a quella tra sistema e antisistema, tra europeisti e antieuropeisti, tra difensori della democrazia liberal-rappresentativa e rivoluzionari d’ogni colore, tra chi difende per i privilegi delle oligarchie e chi combatte in nome della libertà dei popoli?

Per indicare molti dei movimenti e partiti prima richiamati si ricorre di solito alla categoria di “populismo”. Quest’ultima è certamente una categoria vaga e spesso utilizzata in modo polemico e liquidatorio. Ma ha indubbiamente il vantaggio di tenere insieme, all’interno di un unico contenitore, forze e realtà che al dunque presentano più punti in comune che differenze. Tra i primi c’è indubbiamente la loro capacità a raccogliere consensi in modo trasversale facendo leva sugli umori profondi della società, agitando in modo opportunistico paure e inquietudini che hanno a che vedere sia col disagio economico sia con le tensioni sociali prodotte da fenomeni quali l’immigrazione. Nei territori dove la politica tradizionale spesso ha paura di spingersi, per timore di perdere la propria rispettabilità, i populisti trovano invece di che alimentare la loro propaganda.

In Europa queste forze sono molto cresciute nel corso degli ultimi anni, sino a radicarsi in modo stabile nel panorama politico dei diversi Paesi, ma non sono quasi mai riuscite ad esprimere altro che una forma di opposizione radicale alle istituzioni o una contestazione senza costrutto. In alcuni casi hanno conquistato responsabilità di governo a livello locale (ad esempio in Spagna e in Italia). Ma è la Grecia (insieme forse all’Ungheria dei nazionalisti di Orban) l’unico caso in cui un partito radicale di protesta è riuscito a vincere le elezioni nazionali, sfruttando a piene mani il malcontento popolare generato dalla crisi economica. Il che basta a spiegare perché Atene sia diventata, specie dopo la scelta referendaria di Tsipras e la sua crociata contro Bruxelles, una sorta di Mecca politica del populismo europeo d’ogni colore. Ma al di là dell’entusiasmo di queste ore, viene da chiedersi quanto questo governo riuscirà a fare per risolvere i drammatici problemi della Grecia.

Sinora Tsipras ha giocato d’azzardo, sfruttando la forza paradossale che sempre hanno i debitori nei confronti dei creditori. Ma che quello greco, basato sull’alleanza in chiave antieuropea della sinistra radicale con un partito nazionalista di destra, possa essere un esperimento esportabile su scala europea o un esempio da additare è ancora tutto da dimostrare. Bastano il buon senso e l’esperienza a suggerirci il contrario. Certo, in tempi inquieti tutto può accadere, come dimostra la storia europea dei primi decenni del Novecento. Ma proprio quel drammatico frangente storico dovrebbe averci vaccinato nei confronti di formule politiche e miscele ideologiche che quando si sono realizzate hanno sempre prodotto esiti drammatici.

Referendum Grecia: Atene dice “no”, ma Tsipras potrebbe tradurre “ni”

Domenica 5 luglio i greci sono stati chiamati ad esprimere il loro parere circa il programma di rifinanziamento del Debito così come proposto in due documenti presentati dalla Troika (FMI, BCE e Ue) al governo di Atene nell’Eurogruppo tenutosi il 25 giugno scorso. La vittoria con ampio margine del “no” pare rappresentare per Atene un vantaggio tattico nei negoziati con i creditori, eppure effimero. Senza una decisione netta, Alexis Tsipras rischia infatti di trascinare la Grecia, oramai sempre più calata nelle vesti di malata d’Europa, in una condizione patologica di insolvenza e dipendenza finanziaria che rischia di erodere la sua stabilità politica interna, aprendo spazi che potrebbero essere, nuovamente, percorsi dai turbini dell’estremismo populista

Referendum Grecia: Atene dice “no”, ma Tsipras potrebbe tradurre “ni” - Geopolitica.info

La natura del referendum

Tecnicamente, quello votato dai greci domenica 5 luglio era un referendum sul Debito (estero) greco, anche se per alcuni è parso si dovesse decidere la permanenza di Atene nell’Eurozona e, per conseguenza, i destini della moneta unica, nonché, più in prospettiva, il futuro dell’Unione europea. Più prosaicamente, a ben vedere, questo scenario pare non sia mai stato nel novero delle reali soluzioni intimamente auspicate dal primo ministro ellenico Alexis Tsipras. In primo luogo per un dato oggettivo: nel programma politico del partito del leader greco, Syriza, benché sia prevista (punto 40) l’uscita dalla NATO, non si fa invece cenno alcuno riguardo l’abbandono dell’Euro. Segno che Tsipras ha imparato bene l’arte del bluff politico, cercando, con un referendum, di applicare una tattica dilatoria (l’ennesima, peraltro una delle tante messe in atto anche dai precedenti governi greci) forse con l’intenzione di prendere per sfinimento la cosiddetta Troika (Ue, Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea). Un indizio in tal senso pare provenire, ancora una volta, dal programma del leader greco. In cima a tutte le intenzioni infatti (punto 1) si afferma esplicitamente quella di: “Rinegoziare gli interessi e sospendere i pagamenti fino a quando l’economia si sarà ripresa e tornino la crescita e l’occupazione”. Fatta questa premessa la deduzione più logica è che il referendum di domenica abbia rappresentato niente più che un’arma per fare ulteriore pressione psicologica al tavolo dei negoziati con i creditori esteri, i famosi “mercati internazionali”, i quali peraltro non sono un’entità astratta di natura metafisica, bensì soggetti con nome e cognome.

Il valore del Debito estero di Atene

Secondo dati rilasciati dalla Banca di Grecia, la quota estera del Debito Pubblico greco ammonta a 416 miliardi di Euro, di cui 228 concessi per il solo salvataggio di Atene. Una stima della Banca dei Regolamenti Internazionali valuta inoltre che il comparto bancario internazionale possa vantare crediti per un valore complessivo di 87,8 mld di €. Nell’area Ue, sono principalmente tre gli Stati che hanno considerevolmente aiutato la Grecia con iniezioni di liquidità: Germania, Francia e Italia, benché le banche italiane abbiano ridotto di molto la loro esposizione nei confronti del debitore, che oggi è pari a 907 milioni di € (di cui 318 verso il settore pubblico). Una cifra di gran lunga inferiore ai 6 mld registrati ancora nel 2010 (ovvero a ridosso dello scoppio della “crisi dei Debiti Sovrani”). Diversa la posizione dello Stato italiano, esposto per (circa) 40 mld di €, suddivisi in quote partecipative al Fondo Monetario Internazionale (FMI), 2 mld, in poco più di 3 mld concessi attraverso la Banca Centrale Europea (BCE), 10 mld rappresentati da prestiti concessi tramite accordi bilaterali e un 17% rappresentato dalla quota di partecipazione italiana al cosiddetto “Fondo salva Stati”, European Stability Mechanism (ESM). Le banche che soffrono maggiormente sono però, per quanto paradossalmente, quelle americane. Segno di come la crisi greca vada ben oltre i confini dell’Eurozona e della Ue, rappresentando un caso internazionale. Il settore bancario d’oltre oceano è infatti esposto per 18 mld di €. Segue la Germania con 13,7 mld e il Regno Unito con 13,2 mld. I banchieri d’Oltralpe, in maniera lungimirante, al pari dei cugini italiani, nel corso degli ultimi anni hanno invece progressivamente ridotto il proprio credito, passando dai 57 mld di cinque anni fa ai 2,2 mld attuali.

Quali scenari ?

Il risultato di domenica svela, alfine, l’arcanum imperii del braccio di ferro iniziato e proseguito con tenacia dalla coppia Tsipras-Varoufakis con la Troika, che si può riassumere con la parola d’ordine: ri-negoziare, ovvero, in gergo finanziario, ristrutturare il Debito (venerdì 3 luglio scorso, il leader greco, aveva parlato di una richiesta di riduzione del 30% e un nuovo rifinanziamento, calcolato dal FMI in 50 mld di € spalmato su tre anni). Lo stesso Tsipras, in tempi non sospetti, vale a dire nei giorni precedenti il referendum, aveva grosso modo anticipato questa intenzione, rilasciando una dichiarazione che forse a qualcuno può anche essere sembrata contraddittoria. Aveva infatti affermato che, qualunque fosse stato il risultato uscito dalle urne, egli avrebbe seguitato a negoziare (dicendosi fra l’altro fiducioso dell’appoggio del FMI). Pur facendo la voce grossa, Tsipras sapeva (e sa) bene di non potere ottenere tutto ciò che andava dicendo di esigere dalla Troika dinnanzi alle piazze greche. Tanto che nelle ultime settimane aveva alzato il livello del bluff, nel tentativo di portare a casa il possibile attraverso la consultazione popolare, sulla quale peraltro, ad un tratto, è perfino pesato il dubbio di incostituzionalità. Ma la vittoria del “no” potrebbe anche scontentare i partigiani dell’euroscetticismo. E’, ad esempio, il parere degli analisi della prestigiosa e influente banca d’affari statunitense Goldman Sachs, per i quali il risultato di domenica non implica automaticamente lo scenario Grexit con il trionfo di Atene sulla moneta unica. La partita potrebbe infatti anche chiudersi con un pareggio: i mercati internazionali potrebbe bloccare ogni ulteriore aiuto, così come la BCE, che potrebbe sospendere ulteriormente il programma di liquidità di emergenza (ELA –Emergency Liquidity Assistance), lasciando di nuovo a secco i bancomat delle banche greche. Dal canto suo, Tsipras potrebbe forse strappare una riduzione del debito, forte del consenso ottenuto dalle urne. Consenso che però potrebbe anche ridursi man mano che la liquidità emessa dalla BCE cessasse di affluire verso il sistema bancario nazionale, colpendo in tal modo una vasta fascia di cittadini greci (in particolare i soggetti più deboli, come i pensionati). Un compromesso pare pressoché ineludibile. La Troika potrebbe perfino cedere su alcuni punti. Magari fino a tollerare che la Grecia attui una doppia circolazione, con una moneta completare all’Euro in grado di sostenere gli scambi locali. Un piano, peraltro, già discusso nell’Eurozona anni addietro, (sebbene in termini alquanto differenti), quando alcuni avanzarono la proposta di scissione dell’Euro, mediante la creazione di una moneta forte per i Paesi virtuosi, contrapposta ad una riservata invece ai Paesi mediterranei (o cosiddetti PIGS: Portogallo, Italia, Grecia e Spagna). Di fatto, in Grecia, nei giorni scorsi, si è comunque già assistito ad un doppio standard di trattamento. Mentre infatti ai greci veniva imposto ex lege di non superare la soglia di prelievo giornaliera di 60 €, ai residenti esteri e ai turisti tale limite non era stato applicato.

Il risultato di domenica non pone dunque la parola fine all’odissea di Atene, che rimane in balìa del revanscismo populista, il quale, sempre in agguato ai bordi della vita politica extra parlamentare, in alcuni casi assume le forme della destra neo-nazista, rappresentata dagli adepti nostalgici di Alba Dorata. Benché tale spettro sia, per ora, trattenuto da Syriza, la malata d’Europa (per usare un’espressione mutuata dalla storia dell’Impero Ottomano, molto simile, nei suoi aspetti finanziari, alle attuali vicende greche) mostra di volere ascoltare le sirene dell’avventura geoeconomica offertale dal duo Tsipras-Varoufakis. Così facendo però, s’accresce il pericolo che la nave dello Stato finisca fuori rotta e che si crei un buco nero geopolitico, oltre che geoeconomico, (Atene è membro sia della Ue che della NATO), nel cuore del mediterraneo, capace anche di ingurgitare la stabilità dell’intera Eurozona e forse del continente intero.

“Per la libertà dei Greci”. Atene tra crisi economica e politica internazionale

La vittoria elettorale di SYRIZA del 25 gennaio 2015 ha sollevato le più grandi speranze di cambiamento nell’intera Unione Europea ma, al contempo, ha suscitato anche fondati timori sul destino dei progetto comunitario. In appena quattro mesi di governo Alexis Tsipras ha battuto diverse vie per ottenere una sponda internazionale all’uscita dalla profonda crisi economica e sociale del paese. Tentiamo quindi di analizzare le scelte di Atene in questo quadrimestre e i possibili futuri scenari.

“Per la libertà dei Greci”. Atene tra crisi economica e politica internazionale - Geopolitica.info

Atene al tempo della crisi

La Grecia, per qualsiasi europeo, non è soltanto un paese in difficoltà economica o un’affascinante meta per gite turistiche, ma evoca immancabilmente un profondo legame sentimentale il cui peso sarebbe difficile da sottostimare. Atene, Olimpia, il Peloponneso e la Tracia, sono luoghi che impariamo a conoscere fin dalla nostra infanzia, già dalle pagine dei sussidiari, mentre i nomi di Odisseo, di Socrate o di Pericle ci suonano immancabilmente più familiari rispetto a quelli di Gilgamesh, Ramses o Nabucodonosor. La “mezzaluna fertile”, la valle del Nilo, le città fenicie e la Persia sono terre mostrate a generazioni di europei come paradigma dell’alterità, come luoghi abitati dai sempiterni avversari e concorrenti, percepiti sempre lontani da noi. Rispetto alla Grecia, invece, sentiamo una certa parentela, quasi una diretta filiazione. È là, ci insegnano, che è iniziata la nostra storia.

Non dovrebbe dunque destare troppo stupore l’emotività con cui affrontiamo anche i recenti rapporti tra la Grecia e l’Europa. Sdegno e sentimenti di rivalsa sono stati anche il motore che ha condotto il cartello delle sinistre elleniche SYRIZA – sotto la guida di Alexis Tsipras – verso l’annunciato trionfo alle elezioni politiche del 25 gennaio. Lo sdegno era diretto principalmente contro i due principali partiti di governo, Nea Dimokratia e PASOK, per aver condotto il paese in una drammatica crisi economica, e dunque sociale, senza esser riusciti a elaborare vie d’uscita credibili o sostenibili. I sentimenti di rivalsa hanno avuto invece uno spiccato carattere nazionale, indicando nella cessione di sovranità alle istituzioni europee e alle grandi organizzazioni economiche un’aggravante, se non la causa stessa, dell’attuale prostrazione greca.

Eppure, se i sentimenti hanno una loro forza, è altrettanto innegabile che essi prendano corpo in uno  scenario assolutamente materiale. La crisi economica che ha colpito l’euro-zona è stata particolarmente feroce nel contesto ellenico. Quella che resta tutt’oggi una delle più importanti economie balcaniche, con la maggior flotta mercantile del mondo e forti interessi in tutti i paesi limitrofi – dall’Albania alla Bulgaria e alla Serbia – continua a sprofondare nella recessione. Se la Commissione europea prevedeva per il 2015 un’economia greca in ripresa, i dati reali del primo quadrimestre hanno invece mostrato come Atene mantenga tassi di crescita negativi del -0,2%, a fronte di una media positiva europea dello 0,4%. Tali cifre sono ancor più preoccupanti se teniamo presente come diversi paesi colpiti dalla crisi, quali Cipro e la Spagna, mostrano i più chiari segni di ripresa – rispettivamente dell’1,06% e dello 0,9%.

Indubbiamente la Grecia soffre l’attuale ritardo anche per problemi strutturali di difficile risoluzione. Accanto alla diffusa corruzione e all’evasione fiscale endemica – fattori comuni a molti paesi dell’Europa meridionale – l’economia greca si presenta come un ibrido tra modernità e arretratezza. Della prima condivide la preminenza del settore terziario che, da solo, copre quasi quattro quinti del prodotto interno lordo. Della seconda, invece, un sistema di produzione ancora arcaico in numerose aree del paese. Rilevatori, a questo proposito, sono i dati della produzione agricola – dalla quale la Grecia ottiene anche importanti indici di esportazione, come l’olio – secondo i quali essa contribuisce al 3,4% del pil impiegando però più del 12% della forza lavoro. Se prendiamo come termine di paragone l’Italia (dove un contributo agricolo al pil di circa il 2% è garantito da appena il 3,6% della forza lavoro) è possibile farsi un’idea abbastanza chiara della situazione in cui versa il settore primario ellenico e, con esso, l’intero sistema produttivo. Chiunque abbia poi modo di visitare la Grecia nel suo interno, lontano da Atene, dalle isole e dai resort, potrebbe facilmente veder tradotte queste cifre in realtà.

Un altro indice di arretratezza emerge inoltre dalle percentuali di bilancio riservate alle spese militari. Nella nostra epoca quote superiori al 2% sono appannaggio o delle grandi potenze o di paesi del cosiddetto Terzo Mondo che, per ragioni di politica interna o internazionale, basano la propria sopravvivenza su forze armate sovradimensionate alla loro economia. Atene dedica alle spese militari circa il 2,5% del proprio bilancio, collocandosi al primo posto tra tutti i paesi europei (si consideri, ad esempio, Francia e Inghilterra col 2,2% o la Svezia, che ha sempre avuto una tradizione di costruzioni belliche in proprio, non superiore all’1,1%) e superando addirittura la vicina Turchia (2,3%), la quale rappresenta – con le diverse dispute di confine tra i due paesi nell’Egeo – la principale “scusa” per gli investimenti ellenici nelle forze armate.

La sirena di Mosca

Ai problemi, e dunque alle possibili soluzioni, sul piano interno, si aggiungono inevitabilmente anche quelli del panorama politico estero. Nonostante i nostri sussidiari e gli sforzi dei professori di lettere classiche o di storia, la Grecia è sempre stata una terra a metà tra Oriente e Occidente. Già nell’antichità, da un punto di vista culturale e politico, i Greci avevano molto più in comune con i Persiani o i Fenici che non con i Celti o gli Iberi. Nell’attuale scacchiere internazionale non può dunque sorprendere che la Grecia, oltre a forti interessi nel Mediterraneo orientale, abbia sviluppato una propria Ostpolitik verso la Russia e i paesi dell’ex-blocco sovietico. I buoni rapporti con il mondo slavo sono stati, dagli anni Novanta, una costante della politica estera di Atene, e hanno subito solo una breve parentesi di riorientamento atlantista durante il governo di George Papandreou (2009-2011). In particolare la Grecia ha trovato in Mosca un partner economico abbastanza favorevole, soprattutto nel campo della cooperazione energetica – si pensi all’oleodotto Burgas-Alexandroupolis, ideato nei primi anni Novanta e sospeso solo nel 2011. Nell’ultimo biennio, inoltre, il valore degli scambi della Grecia con la Russia ha oltrepassato i 9 miliardi di euro, superando quello con la Germania.

Le ragioni economiche potrebbero da sé giustificare quindi il perdurare dell’atteggiamento benevolo di Atene verso Mosca, concretizzatosi nell’opposizione del governo Tsipras al rinnovo delle sanzioni imposte nel quadro della crisi ucraina, affiancato in questo caso da altri paesi eminentemente russofili come la Repubblica Ceca, la Slovacchia e, soprattutto, l’Ungheria. Non è però SYRIZA a mantenere il monopolio di tale linea politico-internazionale all’interno del panorama partitico ellenico e dello stesso governo. La cosiddetta “sinistra patriottica” (su tutti il KKE) si distingue infatti per un ancor più deciso riorientamento del paese in favore della Russia – e, dunque, contro l’Europa – mentre il partito del Greci Indipendenti-ANEL, che con i suoi tredici parlamentari ha permesso la formazione del governo Tsipras, propugna anch’esso una maggiore vicinanza strategica a Mosca, in chiave esplicitamente anti-tedesca. In tale contesto SYRIZA e lo stesso Tsipras appaiono ancora collocabili all’interno della tradizionale politica estera ellenica degli ultimi vent’anni, ovvero fautori di una posizione intermedia, di bilanciamento tra Oriente e Occidente – anche se, nella buona vecchia logica del “peso determinante”, esiste sempre la possibilità, o la tentazione, di porsi troppo marcatamente da una parte per ottenere eventuali concessioni dall’altra.
Qui risiede il maggiore pericolo della Ostpolitik ellenica: non tanto nelle premesse strategiche della Grecia stessa, le cui aspirazioni di bilanciamento o terra-ponte sono assolutamente legittime, quanto nella debolezza interna della costruzione comunitaria europea, insidiata da attori talmente numerosi ed eterogenei (come per esempio il Front National, la Lega Nord, l’UKIP, l’AfD tedesca e così via) da rischiare il collasso su se stessa. In tal caso anche le opzioni strategiche di Atene verrebbero rapidamente meno, poiché infatti la conditio sine qua non per ogni politica del “peso determinante” giace nell’esistenza di due forze contrapposte.

Lo stivale tedesco

Una di queste due forze è indubbiamente l’Europa che, nel vocabolario politico greco, viene ridotta spesso alla sola Germania. Eppure, vale la pena ricordarlo, la Germania è forse proprio uno dei paesi europei ad avere avuto i maggiori legami storici con la Grecia moderna. Il primo monarca dopo l’indipendenza fu infatti il bavarese Otto von Wittelsbach – seguito poi da una dinastia danese – sotto il cui regno iniziò a prender forma il paese ellenico, anche attraverso importanti istituzioni come l’Università di Atene, da lui eretta e dove vennero convocati numerosi eruditi tedeschi (tra i quali Karl Nikolaus Fraas, nonno materno di Karl Haushofer, il padre della geopolitica).

Tuttavia oggi non è affatto la Germania di Ottone e degli accademici a occupare il primo posto nelle menti dei Greci, quanto piuttosto quella di Angela Merkel e del suo ministro delle finanze, Wolfgang Schäuble. Il relativo benessere tedesco, i forti interessi di Berlino nell’economia greca e, da ultimo, il ricordo di una serie di scandali riguardanti aziende come la Siemens (2007) hanno condotto Atene verso un confronto serrato con la Bundesrepublik, in cui non si risparmiano toni duri e in cui emerge, ben delineato, il carattere “emotivo” delle relazioni greco-europee. Nella compagine del governo ellenico la parte del leone anti-tedesco è giocata indubbiamente dai Greci Indipendenti-ANEL e dal loro leader, Panagiotis Kammenos, attuale ministro della difesa. Kammenos, che ha fondato il partito in disaccordo con la linea di austerity di Nea Dimokratia, si è fatto paladino della lotta contro la «Germania egemone e corrotta» e contro un’Europa governata da «tedeschi nazisti».

Su quest’ultimo aspetto parrebbe delinearsi una possibile saldatura con le istanze critiche di SYRIZA verso l’attuale politica europea. Il primo gesto di Tsipras da capo del governo fu quello di portare omaggio al monumento dei caduti nella resistenza anti-nazista, e si potrebbe dibattere se si sia trattato di un messaggio rivolto ad Alba Dorata oppure alla Germania – probabilmente a entrambi con un colpo solo. Tuttavia risulta abbastanza inequivocabile la recente trasmissione nelle metropolitane ateniesi di un video, promosso da cinque ministeri tra cui quelli del turismo e della difesa, sull’invasione tedesca della Grecia nel ’41. Questa iniziativa – che ha avuto luogo l’8 maggio, anniversario della resa del Terzo Reich – rientra in una più ampia campagna, lanciata in marzo, per richiamare nella mente dei Greci la memoria dei crimini nazionalsocialisti, ed è difficilmente scindibile dalla contemporanea richiesta di riparazioni che Atene ha sottoposto a Berlino, nella cifra di 278,7 miliardi di euro.

Prescindendo dai motivi legali (la Germania pagò le proprie riparazioni alla Grecia negli anni Sessanta con 115 milioni di marchi) e dalle ragioni storiche (l’intervento della Wehrmacht fu dettato dal fallimento della, disapprovata, invasione italiana e dal conseguente rafforzamento del contingente britannico in Grecia), evocare i crimini del nazionalsocialismo per ottenere risarcimenti in un momento di crisi economica e per una cifra molto vicina all’ammontare del debito greco (stimato sui 320 miliardi di euro) ha ottenuto l’unico effetto di suscitare forti sospetti di malafede – quasi un uso economico dell’antifascismo – e, soprattutto, di alienare al governo Tsipras le simpatie di quella parte del panorama politico tedesco (su tutti i Die Linke) che gli aveva concesso appoggio incondizionato fino alle europee del 2014 e che rappresenta comunque una forza in ascesa sia nei vari Länder sia, forse, in un futuro governo federale.

Una politica interna ingombrante

Difficilmente sarebbe stato immaginabile che la Germania avesse potuto acconsentire pacificamente a tali richieste – timide voci si sono levate soltanto a sinistra, suggerendo magari alcuni investimenti per lo sviluppo a guisa di riparazione – ed esse sono parse piuttosto volte a irritare la controparte, così come la minaccia di sequestro di tutti i beni tedeschi in Grecia, tra cui principalmente quelli del Goethe Institut. Dall’altro lato neppure le reazioni del governo di Berlino sono state esenti da cadute di stile. Particolarmente infelici sono state soprattutto le reiterate intrusioni negli affari interni ellenici da parte di Wolfgang Schäuble, che hanno comunque raccolto aspre critiche da diversi membri dell’opposizione, i quali hanno accusato il ministro di gettare benzina sul fuoco della crisi ellenica. In ogni caso sono state indicative del livello dei rapporti greco-tedeschi e della loro percezione le reciproche assicurazioni espresse durante l’incontro bilaterale tra Tsipras e Merkel in marzo, nonché le dichiarazione di Steffen Seibert – portavoce della cancelleria – che ha sentito la necessità di ricordare come la ricerca di una soluzione per il debito greco non sia una «diatriba privata» tra Atene e Berlino.

La tensione tra i due paesi potrebbe però anche poggiare su considerazioni strategico-politiche. Non è possibile escludere, infatti, che molte delle mosse del governo Tsipras siano state dettate più da necessità di politica interna e di governabilità del paese che da vere convinzioni nell’agone europeo e internazionale. La coalizione SYRIZA-Greci Indipendenti è meno di un matrimonio di convenienza: passato politico, orizzonti mentali e fraseologia non potrebbero essere più distanti. A dimostrarlo sta già una prima frattura nel governo, il 13 maggio, sul finanziamento di una moschea ad Atene, per cui Greci Indipendenti-ANEL hanno votato contro. Ulteriori attriti si potrebbero produrre in qualsiasi momento su temi di politica scolastica, religiosa, assistenziale e così via. Alcuni passi falsi, se non pericolosi, in politica estera sarebbero quindi da ricondurre a un compromesso con il feroce anti-europeismo – e la parallela russofilia – del partner di coalizione. Inoltre è opportuno ricordare le grandi speranze che hanno condotto Tsipras alla vittoria di gennaio e che non sarebbe prudente tradire con un repentino passaggio dai toni da campagna elettorale ai mormorii da politica di governo.

Traghettare un paese fuori dalla crisi

Date queste premesse, preme piuttosto valutare se una simile linea possa effettivamente funzionare. La Grecia è un paese in profonda crisi economica e ancora in fase di recessione. Le cause di tale drammatica condizione sono soprattutto interne – corruzione, arretratezza, sperequazione – aggravate semmai da situazioni e congiunture internazionali o dalla volontà di approfittarne di paesi terzi. La Grecia può risollevarsi solo risolvendo i suoi profondi problemi strutturali e, sulla carta, SYRIZA potrebbe essere il partito adatto ad affrontarli direttamente e radicalmente. Tuttavia i primi quattro mesi di governo non sono stati assolutamente promettenti: nessun piano coerente di riforme è stato ancora elaborato e, tantomeno, presentato all’elettorato o ai creditori. Tempo ed energie sono state piuttosto dedicate ai negoziati con gli altri paesi europei e in campagne inconcludenti come quella suddetta sulle riparazioni di guerra. Inoltre alcune vie praticabili per l’ammodernamento del paese paiono già sbarrate – su tutte una sensibile riduzione delle spese militari, automaticamente esclusa con la concessione della difesa a Kammenos – mentre l’attenzione del governo Tsipras sembra più rivolta a cercare la salvezza del paese al di fuori dei propri confini, contro Berlino o con Mosca.

Sullo scacchiere internazionale il gioco però potrebbe essere molto più grande di qualsiasi cosa l’attuale governo greco possa gestire. L’Unione Europea sta attraversando una fase decisiva, in cui si stabilirà non solo il destino della moneta unica, ma anche quello del processo di integrazione. La posta sul tavolo non si riduce poi soltanto alla sistemazione veterocontinentale: attorno a essa ruotano equilibri globali in rapida definizione, da cui emergeranno attori e protagonisti delle prossimo futuro, e la compromissione – anche involontaria – del progetto comunitario potrebbe escludere molti paesi europei dalla partita. La Grecia, in vista di vantaggi immediati, rischia di diventare uno spalto per le mosse strategiche della Russia di Putin; il tutto in nome di una sovranità, o meglio di una libertà, che comunque sarebbe irrealizzabile dati i contesti macro-economici e geopolitici dell’attualità.

Ricorsi e ironie della storia: a cavallo tra il III e il II secolo a.C., Roma combatté le sue guerre “per la libertà dei Greci” contro il giogo macedone. Ad Atene dovrebbero ricordare bene come andò a finire.

L’immigrazione, l’Italia e l’Europa: tra ipocrisia e mancanza di senso della responsabilità

L’immigrazione clandestina che arriva via mare dalle coste africane, in quantità crescente e ormai allarmante, è una tragedia doppia. Lo è – sul piano umano e esistenziale – per coloro che, scappando da conflitti e carestie e sradicandosi dalle proprie appartenenze ancestrali, si consegnano ai moderni mercanti di uomini accettando il rischio di morire in mare e inseguendo il miraggio di un relativo benessere. Ma lo è anche, sul piano sociale e presto anche su quello politico, per quei territori –come appunto è il caso dell’Italia – dove migranti e fuggiaschi approdano non per essere indirizzati verso una qualche occupazione o integrati o dignitosamente sistemati, ma semplicemente per essere ammassati in strutture spesso inadeguate o improvvisate, per essere abbandonati a se stessi o consegnati alla manovalanza criminale, in una situazione di emergenza e allarme, ormai alimentato dalle stesse istituzioni, che non promette nulla di buono.

L’immigrazione, l’Italia e l’Europa: tra ipocrisia e mancanza di senso della responsabilità - Geopolitica.info

Evocare il primo dramma sollecita i buoni sentimenti e mette al riparo da ogni possibile critica la coscienza dei singoli e quella dei responsabili politici. Richiamare l’attenzione sul secondo espone fatalmente all’accusa di voler strumentalizzare una catastrofe umanitaria per bieche ragioni politiche. Ma le cose non stanno così: nero o bianco, il buonismo che sconfina nell’ipocrisia o il cinismo che sconfina nell’irresponsabilità. Il buon senso diventa xenofobia solo quando la politica ignora colpevolmente la realtà delle cose. La direttiva del Viminale ai prefetti, invitati a requisire locali e strutture ricettive per sistemarvi le migliaia di migranti che ci si aspetta per le prossime settimane e che si pensa di ospitare persino nelle caserme, fa d’altronde capire quali riflessi negativi nella vita pubblica italiana ci si debba attendere da una situazione prossima a diventare ingovernabile: lo Stato italiano dovrà improvvisare tendopoli e campi profughi che suoneranno inevitabilmente indegni di un Paese civile, i fautori delle porte chiuse e dello scontro tra civiltà avranno di che alimentare in modo convincente la loro propaganda, i cittadini si chiederanno attoniti e preoccupati se proprio non esiste un altro modo, più razionale e civile, che susciti in loro minori ansie e che non provochi perdite ricorrenti di vite umane, per gestire gli inevitabili movimenti migratori.

Nel 2014 ci sono stati in Italia 170.000 sbarchi: quanti se ne erano avuti nei sei anni precedenti ed era sembrato un record non replicabile. Nel 2015, con quasi ventimila arrivi già nel solo periodo invernale, gli sbarchi potrebbero essere molti di più, visto che in Africa e nel Vicino Oriente si sono aperti nel frattempo nuovi fronti di guerra, mentre quelli già esistenti si sono cronicizzati o peggio acuiti. E molti di più rispetto al passato (visti gli oltre 500 morti negli ultimi quattro mesi) potrebbero anche essere coloro che finiranno per inabissarsi, senza mai vedere la terra promessa, nelle acque del Mediterraneo: quel confine fluido che separa l’Europa dal continente africano sul quale solo l’Italia esercita tuttavia la sua azione di soccorso e contenimento. Generoso il primo, inutile il secondo, mentre il resto dei nostri vicini resta a guardare o impartisce lezioni da lontano.

Si è capito da un pezzo che l’origine di questa incombente marea umana, se sono vere le cifre ufficiose che circolano, di cinquecentomila o forse più disperati ammassati nei campi profughi e pronti agli imbarchi, si trova in Libia. Dove l’Italia, sebbene avrebbe a questo punto un vero e proprio interesse nazionale a farlo, non può intervenire da sola: per ragioni politiche, dal momento che scateneremmo reazioni strumentali ed ideologiche in quanto ex-colonizzatori, e per ragioni tecnico-logistiche, dal momento che bloccare le partenze dalle coste libiche richiede uno spiegamento di mezzi e risorse che non possediamo. Al tempo stesso, non abbiamo la forza diplomatica sufficiente per favorire un processo di pacificazione interna e di stabilizzazione politica che, ci spiegano, è la condizione indispensabile per sottrarre la Libia allo strapotere delle milizie armate e delle tribù in lotta tra di loro: quelle stesse che in questo momento, nel vuoto di sovranità che si è creato dopo l’eliminazione di Gheddafi, controllano e gestiscono il traffico di esseri umani.

Ma l’Europa continua a non volerne sapere o a ricorrere a soluzioni palliative, come dimostra il fallimento nella sostanza dell’operazione Triton: ben ventinove Paesi coinvolti, ma con un budget inferiore di due terzi rispetto a quello stanziato dalla sola Italia per Mare nostrum. Con in più la pretesa di limitarsi al solo pattugliamento delle acque e al controllo delle frontiere tralasciando la vera emergenza, che come si vede in queste ore è quella dei soccorsi in mare. Questi ultimi – come la gestione degli arrivi a terra – sono rimasti un’incombenza italiana dal punto di vista logistico e, in gran parte, anche economico. Un danno al quale si aggiunge la beffa di vedersi spesso indicati dai professionisti europei dell’umanitarismo quando va bene come degli incompetenti lamentosi e quando va male come degli aguzzini che non rispettano i diritti umani.

Questa Europa che ancora non ha trovato un modo comune per gestire con criteri più razionali i flussi migratori e per dare una soluzione politica alle situazioni di crisi – militare o economica – da cui nascono nell’area del Mediterraneo le emergenze umanitarie che spingono masse di disperati alla fuga, è quella stessa – per capirci – che in questi anni ha più volte lanciato l’allarme contro l’ascesa dei movimenti politici estremistici e xenofobi. All’epoca del governo Monti si parlò persino di istituire un osservatorio europeo sul fenomeno del populismo, proposto proprio dal nostro Presidente del Consiglio. Ma non ci si rende conto, quando si ragiona da tecnocrati, che è proprio l’inerzia politico-decisionale delle istituzioni comunitarie in materia di immigrazione – un’inerzia che spesso somiglia a indifferenza ed egoismo – ad alimentare elettoralmente i partiti che lucrano sulla paura e sul sentimento di insicurezza dei cittadini. Gridare al lupo e poi dargli da mangiare è una delle tante contraddizioni che i Paesi dell’Unione europea ancora non sono riusciti a risolvere.

In attesa che qualcosa cambi, innanzitutto sul piano delle scelte politiche continentali, all’Italia non resta che assolvere ai suoi doveri morali di assistenza al prossimo, pur sapendo che prima o poi, così continuando, finiremo per pagarne un prezzo interno assai salato. Ma prima che ciò accada non converrebbe alzare la voce con i nostri alleati e inchiodarli alle loro responsabilità? Mentre ci si vanta di star cambiando verso all’Italia, su un tema così spinoso e vitale come la politica per l’immigrazione forse si potrebbe tentare di far cambiare verso anche all’Europa.
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*Editoriale apparso sui quotidiani “Il Messaggero” e “Il Mattino” del 15 aprile 2015

Why is Germany ueber alles?

As Germany comes to celebrate the 25th anniversary of the fall of the Berlin Wall it emerges ever more as the European Union’s masterminder, as well as the most popular country on the planet, supplanting the U.S. How could a country that was labeled as the ‘sick man of Europe’ up until a decade ago turn again into an economic and political powerhouse?

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Nowadays Germany came to primacy in continental Europe by acting as a ‘civil power’ – the leverage being its economic and political clout, not its army.

The huge economic effort that the Bundesrepublik undertook in the aftermath of the reunification would draw all its energies for the next twenty years. According to economists and international observers, at the root of Germany’s economic troubles experienced throughout the second half of the Nineties up to the Great Recession lies the ‘shock’ provoked by the reunification, along with a too rigid job market, a generous welfare system and a restrictive monetary policy.

As the new millennium unfolded Germany recorded consistent progress on multiple indicators – from pro-capita GDP growth to the curbing of the federal public debt.

In a globalizing world in which conquest has given way to influence Germany has discovered the path to European primacy without employing an army – in contrast with previous attempts carried out by Kaiser William II and Adolf Hitler. XXI century Germany is no longer a “fascist power”, rather it is a “geo-economic power” that pursues its national interest openly and without caring to look for compromises – the burden falls on the other EU member countries, which have to accommodate for Berlin’s stance.

A very much less ‘altruistic’ Germany successfully implemented both an efficient geo-economic strategy that carried out much-needed structural domestic reforms and at the same time a geo-political strategy built upon a solid economic diplomacy through which Berlin set up strategic partnerships with key geo-economic players. By doing so Germany favored its exports and secured its energy needs. Berlin maximized its soft power.

Germany’s key socio-economic stakeholders – namely political parties, trade unions and the organizations representing manufacturing and services companies – agreed on four critical long-term goals for the country to be attained: the maintenance of the social market economy model; the defense of the industrial base; the fostering of innovation through research and development; the promotion of the country’s international reputation and the search for new trade markets worldwide. Germany’s economic recovery proves that it is feasible to invert one’s course, thus becoming competitive once again.

Now in spite of the hype around the ‘German example’. the German Ordnungsystem – that is its peculiar ordoliberal system of rules and values – cannot be replicated.

What other European (and non-European) countries should do is to study the German paradigm so to take advantage of the best practices that are instrumental to their path of reforms – with a firm commitment to boost competitiveness. Take Italy for instance. The Belpaese, led by Europe’s youngest Prime Minister Matteo Renzi, needs to set up and implement a geo-economic national strategy aiming at “shaping globalization” – favoring its comparative advantages (middle and high-end manufacturing; agri-food business and its natural and cultural heritage) and implement a long-run foreign policy based on efficient economic diplomacy – which is exactly what Germany did.

Sure enough Germany is not immune from troubles. Just to name a few, its economy is too dependent on exports, its government shows one of Europe’s lowest level of public investment and its population has been shrinking since 2003. Moreover, its growing leverage on the European level is raising more than few concerns.

However, it must be recognized that 25 years after the fall of the Berlin Wall and the end of the East -West divide, a united Germany boosts a success story. Berlin kept up with the challenges posed by globalization through an upgrade of its economic and social system while keeping at the same time its proper set of values and its national identity.

Italy at a crossroads

Italy is experiencing a crisis of confidence that is both domestic and international. However, don’t think this is a game over, for the country has still huge potential. It has been a year since Matteo Renzi took over as Italy’s Prime Minister, the 22nd of February 2014. From 2011 to 2014, the country found itself in the midst of another political crisis which clearly affected its credibility among international investors.

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On November 2011, following Berlusconi’s resignation, the economist and former EU commissioner Mario Monti became Prime Minister and formed a government of technocrats, which would navigate until the next general elections in February 2013. Enrico Letta would then step in as Premier, but would resign not even a year later, as he lost the fight against Renzi within his own party.Since then Mr. Renzi, who is the former mayor of Florence and the youngest national leader in Europe, sought to deal with the difficult task of implementing the much-needed economic reforms demanded by the European Union and the International Monetary Fund, so to restore market confidence and revamp the economy (real GDP will post a poor 0.4 percent of growth in 2015 and 0.8 in 2016, according to the IMF).During the past 12 months Renzi’s cabinet has been committed mainly to boost job creation and growth, improving domestic competition and easing the burden of burocracy which hinders an otherwise dynamic private sector. “If fully and effectively implemented, these reforms could contribute to improving competitiveness and addressing some long-standing obstacles to growth”, wrote the European Commission in a recent paper.

True, Italy is under deep and close scrutiny from international markets – and that is just right. Unemployement is over 12 percent, GDP growth is sluggish and the economy is still 9% below the peak it reached before the crisis unfolded. In its latest report the OECD wrote that ”the lack of recovery from recession is leading Italy’s income per capita to fall further behind the leading OECD economies. The productivity preformance continues to lag and labour force participation remains weak”.Yet, it would be a mistake to consider the country as a dead man walking, for the current crisis belongs primarily to the political realm. The recovery of the domestic economy could have already been boosted had the necessary reforms been implemented earlier. This is to say that the changing of the political landscape for the better should unleash the potential Italy still has.

The economic significance of the Belpaese still is quite remarkable. Italy is the third largest economy of the eurozone, the 8th largest in the world by nominal GDP. It is the 11h world’s largest exporter, generating around 3 percent of world merchandise trade. Italy has the second largest industrial output of Europe behind Germany. The UNCTAD/WTO 2009 Trade Performance Index places Italy second among the G20 countries, just behind Germany. “Made in Italy” goods – from fashion to food – are masterclass, worldwide renowned products.One of Italy’s biggest economic troubles – together with tax evasion and hidden economy, is its massive public debt (around 132 percent of GDP, the second-biggest public debt as a percentage of GDP among all the euro countries). However, the percentage of public debt being held by foreigners is above France and Germany and its private debt is one of the lowest among developed countries whereas household wealth is one of the highest. What is more, if you take out interest payments from the debt equation than you’ll discover that Italy holds a primary surplus. As a matter of fact, Italy’s primary surplus is among the highest in the world and has been the most stable among EU member States in the past 20 years. Italy is still a rich country, with its people being the most precious strength.

Italians are creative by nature, as the latest Government advertising campaing showscases: from the helicopter to the radio to the Google’s search algorithm, Italians contributed (and still do, often outside Italian borders) to some of the most important inventions of humankind. During the last decade not enough attention has been given to the needs of younger generations – the inventors of tomorrow. According to the National Statistics Bureau, youth unemployement is around 42 percent whereas the Neet (Not in Education, Employment or Training) population counts more than 2 million people. This means losing out the contry’s brighest and most dynamic minds. Improving these stats, Mr Renzi said, is the number one priority of his government.
With the recent election of the newly elected president, Sergio Mattarella, Italy has a genuine chance for a reset. Not only has the country a Prime Minister who is determined to hold office until the next scheduled elections planned in 2018 – hence bringing about much-needed political stability. It can count on a president with the highest moral values, a former constitutional court judge and an expert politician who considers the fight against organized crime and corruption as absolute priorities.
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Euroscettici e anti-islamici in Germania. Ascesa e declino di Pegida, movimento reazionario tedesco

Da cinque mesi la Germania assiste allo sviluppo di un fenomeno politico che, se ricorda diversi  altri movimenti sorti recentemente in varie parti d’Europa, rappresenta tuttavia una certa novità nel panorama interno tedesco. PEGIDA (acronimo per Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes, Patrioti europei contro l’islamizzazione dell’Occidente) viene fondato a Dresda da Lutz Bachmann verso la metà di ottobre, e organizza periodiche manifestazioni nel capoluogo sassone in favore di una revisione delle politiche d’asilo attuate dal governo federale e, più in generale, dall’Unione Europea.

Euroscettici e anti-islamici in Germania. Ascesa e declino di Pegida, movimento reazionario tedesco - Geopolitica.info

I timori dell’uomo qualunque

Il suo successo è stato piuttosto rapido. I partecipanti ai raduni sono cresciuti esponenzialmente, dalle poche centinaia di ottobre ai 25000 del 12 gennaio 2015. Il movimento ha inoltre conosciuto una rapida diffusione nel resto della Germania – soprattutto a Lipsia, Monaco e in Renania – nonché diverse declinazioni al di là dei confini tedeschi. La sua fortuna risiede probabilmente nel presentarsi come espressione dei timori del “cittadino medio”, nell’apparente rifiuto di ogni legame con l’estrema destra, e soprattutto con i neonazisti, nonché nel tentativo di inserirsi nel solco della mitopoietica nazionale, riprendendo usi e slogan propri delle contestazioni contro la Repubblica Democratica Tedesca – cui appartengono senza dubbio le Montagsdemostrationen (manifestazioni del lunedì, che agitarono le città orientali nell’autunno del 1989) e le parole d’ordine «Wir sind das Volk» (noi siamo il popolo/la nazione).

PEGIDA nasce sui social network, segnatamente su facebook, ed è attraverso tali mezzi che chiama a raccolta i simpatizzanti e diffonde i propri programmi. Questi ultimi si incentrano, oltre che sulla lotta contro l’islamizzazione del Vecchio Continente e per l’adozione di misure più restrittive nei confronti dei rifugiati, anche sulla sfiducia verso la classe politica, la critica ai media “ufficiali” – un motto molto in voga è «Lügenpresse» (stampa bugiarda) – e la difesa delle radici giudaico-cristiane dell’Europa. Fin qui tutto sembrerebbe intonato con le linee-guida di molti partiti della nuova destra e, soprattutto, con quelle di numerosi movimenti “dal basso”, sorti allo stesso modo nel terreno fertile della rete. Caratteristica squisitamente locale è, inoltre, il rifiuto dell’anti-patriottismo e la chiara volontà di allentare gli stretti vincoli culturali che impedirebbero ai tedeschi di dirsi apertamente orgogliosi di esser tali. Tuttavia, nonostante il distanziamento ufficiale, numerosi indizi hanno portato a vedere in PEGIDA un fenomeno profondamente reazionario.

 

La lunga ombra del passato tedesco

Già il logo di per sé, i cui colori sono nero-bianco-rosso, richiama alla mente la bandiera del Reich guglielmino, se non quella con la svastica. Lo stesso grido «Lügenpresse», poi, evoca la propaganda nazionalsocialista, soprattutto se accoppiato all’invettiva «Judenschwein» (porco ebreo) all’indirizzo dei giornalisti presenti durante le manifestazioni del lunedì. Bachmann, da parte sua, ebbe l’infelice idea di salutare il crescere di consensi verso PEGIDA, l’8 dicembre 2014, con la frase «Deutschland erwacht» (Germania desta), quasi una risposta al «Deutschland erwache» (destati Germania), intonato a suo tempo dalle SA. Inoltre la costola di Lipsia – chiamata LEGIDA – si presenta anche più vicina all’estrema destra rispetto alla matrice originale di Dresda, non negando affatto diffusi contatti con la NPD (Nationaldemokratische Partei Deutschlands) e con diverse sigle di ultras legati alla galassia neonazista. Conferma ultima fu infine la diffusione di una fotografia di Lutz Bachmann con pettinatura e baffetti à la Hitler – caso sul quale è montato lo scandalo che lo ha costretto, il 21 gennaio, a lasciare la guida del movimento, seppur rimanendone all’interno e intervenendo ai comizi.

Sull’onda di questi “indizi” è pienamente comprensibile come le autorità politiche, sia locali che federali, e ampi strati della società civile abbiano stigmatizzato PEGIDA e la sua campagna, denunciandone le basi xenofobe e gli afflati nostalgici. Angela Merkel ne ha fatto oggetto del suo discorso di fine anno, mentre il Presidente della Repubblica Gauck ha messo in guardia il paese contro le derive demagogiche promesse dal movimento. Tuttavia le risposte della classe dirigente tedesca non sono immuni da critiche, anzi, soprattutto nelle città sassoni si respira un certo nervosismo che ha condotto verso decisioni poco felici. Se all’indomani dell’attacco alla redazione di Charlie Hebdo, infatti, l’adunata di PEGIDA a Dresda aveva raccolto il proprio record di partecipanti, il lunedì successivo il governo cittadino ha proibito ogni sorta di assembramento o manifestazione, per ragioni di ordine pubblico, fornendo quindi involontariamente un prezioso argomento utile agli stessi agitatori. Più di recente, per carenza nel numero di poliziotti necessari, una simile decisione è stata presa anche a Lipsia.

 

Cause interne ed esterne di un fallimento

Ciò nonostante il fenomeno di PEGIDA sembra affrontare una parabola discendente. Da una parte, con l’emergere dei punti di contatto con gruppuscoli e ideologie dell’estrema destra tedesca, ogni manifestazione del movimento ha visto sorgere – più o meno spontaneamente – comitati di protesta e contro-assembramenti, il cui numero di partecipanti superava spesso di larga misura quello degli aderenti a PEGIDA. Dall’altra, i toni delle autorità civili e politiche si sono fatti continuamente più seri e preoccupati, invocando il senso di responsabilità della cittadinanza davanti al dilagare di idee e azioni xenofobe (dalla fine del 2014 gli assalti, spesso incendiari, contro i centri d’asilo sono cresciuti esponenzialmente). Tuttavia il de profundis è stato cantato negli stessi vertici dell’organizzazione e dovuto, in gran parte, a una serie di scontri interni che hanno avuto come protagonisti Lutz Bachmann e la portavoce Kartin Oertel. Quest’ultima, come reazione alla permanenza del vecchio leader nel movimento all’indomani dello scandalo del 21 gennaio, ha lasciato PEGIDA assieme ad altri quadri dirigenti dell’organizzazione, fondando il gruppo Direkte Demokratie für Deutschland. La scissione, però, non pare aver avuto molto successo: al raduno chiamato per domenica 8 febbraio a Dresda, infatti, hanno partecipato poche centinaia di persone. Allo stesso tempo non sembra migliore neppure la situazione di coloro che sono rimasti fedeli a PEGIDA, avendo visto appena 5.000 aderenti prender parte alla manifestazione di lunedì 9 febbraio – meno di un quinto rispetto a gennaio.

Se l’esperienza dei Patrioti Europei, quindi, si avvia probabilmente al tramonto, lo stesso forse non si può dire dei motivi di fondo che hanno animato questo fenomeno. Per questo motivo potrebbe risultare interessante condurre un’analisi più approfondita, tenendo presente sia il contesto specificatamente tedesco in cui ha preso forma, sia quello veterocontinentale. Un primo punto di riflessione emerge già dalla constatazione di come, seppur avendo le proprie roccaforti in Sassonia (appunto Dresda e Lipsia), la sua principale diffusione sia avvenuta in Baviera e in Renania, mentre i restanti Länder tedesco-orientali sono rimasti perlopiù tiepidi riguardo alle istanze di PEGIDA. Inoltre, non parrebbe esservi una corrispondenza tra l’effettivo numero di stranieri ospitati dalla regione e la presenza del movimento nella stessa: le tre città-stato della Germania (Berlino, Brema e Amburgo), infatti, accolgono in proporzione un maggior numero di migranti rispetto anche alla popolata Renania o alla Baviera – per non parlare della Sassonia, dove tale quota è veramente irrilevante – ma non hanno conosciuto significative declinazioni locali di PEGIDA.

 

Un “nocciolo razionale”?

Certo, le metropoli sono per loro natura più aperte delle provincie e, dal punto di vista dell’analisi politica, non dovrebbe sorprendere lo sviluppo di questo movimento in un’area toccata solo marginalmente dai flussi migratori. Tuttavia i dati statistici vanno un po’ torturati prima che dicano tutta la verità. Il maggior contributo di stranieri alla Germania è dato dai turchi, basato, in pratica, su una politica di importazione della manodopera vecchia di oltre cinquant’anni, ma rispondente sia a una tradizione secolare di amicizia turco-tedesca, sia soprattutto alla volontà del blocco atlantico di rifondare una Germania occidentale economicamente forte – ovvero di farne un fattore geopolitico – durante la Guerra Fredda. A questi seguono la comunità polacca e quella italiana. Ora, l’islamizzazione contro cui è sorta PEGIDA non riguarda ovviamente questi ultimi due gruppi e, solo in una ristretta misura, il primo (in Sassonia la comunità turca è solo lo 0,14%). Come hanno dimostrato diverse ricerche, infatti, la popolazione tedesca di etnia turca si è rivelata sensibile al cosiddetto salafismo soltanto nelle fasce di età più giovani – qui si potrebbe aprire un discorso riguardo alle connessioni tra ribellismo giovanile e integralismo islamico in Europa – mentre per gran parte è indifferente, se non ostile, a esso. In linea col proprio background culturale, fondamentalmente i turchi in Germania sono sì nazionalisti e magari tradizionalisti, ma anche relativamente laici.

Il bersaglio polemico di PEGIDA è rappresentato piuttosto dai rifugiati e dai richiedenti asilo, originari dunque del Medio Oriente, dell’Africa – nel caso settentrionale – e dei Balcani – soprattutto Kosovo. Qui emerge ciò che potremmo definire il “nocciolo razionale” della protesta di questo movimento, sia perché effettivamente la Germania accoglie il maggior numero di rifugiati nell’Unione Europea, sia per la loro distribuzione sul territorio nazionale che vede in testa Renania e Baviera, e la Sassonia allo stesso livello di Berlino. Eppure, l’ideologia che sorregge PEGIDA non si esaurisce al “nocciolo razionale” e in essa convivono istanze tali da far passare in secondo piano l’opposizione alle politiche d’asilo. Nello sventolare di bandiere tedesche, nei richiami a un Occidente «giudaico-cristiano» – o «greco-giudaico-cristiano», ma, si badi bene, per diritto di conquista (e sopravvivenza) solo l’ultimo termine ha un effettivo valore politico – e nella lotta contro l’anti-patriottismo alberga una critica serrata alle basi culturali della Germania post-bellica: l’Aufarbeitung der Vergangenheit (letteralmente: riconoscimento, e rielaborazione, del passato).

Posta in gioco: l’Europa

L’Aufarbeitung rappresenta infatti un processo estremamente complesso di analisi critica dei propri trascorsi nazionali e, in particolare, delle colpe collettive connesse al Nazionalsocialismo, alla Shoah e, in ultima istanza, alla dittatura tedesco-orientale. Su di essa si basa il moderno Stato tedesco, contribuendo a orientarne sia le scelte in politica estera sia le direttrici culturali e sociali. È contro gli effetti mediatici della Aufarbeitung che i manifestanti di PEGIDA gridano «Lügenpresse» e, sempre contro di essa, invocano una collocazione internazionale della Germania più forte e marcata. L’elemento decisivo di convergenza è dato dall’Europa: se infatti in un approccio critico alla “germanicità” le riflessioni del dopoguerra avevano trovato la propria catarsi nella vocazione europea, i richiami alla ri-nazionalizzazione della Germania e del Vecchio Continente, per PEGIDA, hanno un significato analogo alla negazione dell’Unione Europea – e ciò non tanto per come essa effettivamente sia attualmente, quanto piuttosto per il progetto verso cui dovrebbe tendere.

Prima che un disegno di integrazione economica o politica, l’Europa è un esperimento antropologico – probabilmente tra i più arditi della storia umana. Non diversamente dai processi di nation building si tratta di una spinta dal particolarismo a un universalismo – o, se preferiamo, a un particolarismo in scala più ampia – tendente a relegare le singole identità nazionali a mere caratteristiche regionali e a creare, al di sopra del Tedesco, dell’Italiano o del Belga, l’Europeo. Consustanziale a tale processo è indubbiamente la snazionalizzazione, a cui PEGIDA e numerosi movimenti affini si oppongono strenuamente, ed essa non è diversa dalle istanze di de-regionalizzazione a suo tempo portate avanti dagli Stati unitari tedesco e italiano – peraltro con successi alterni.

Ora, si può essere o meno d’accordo con questa visione dell’Europa unita, e non è neppur vero che questa sia l’unica storicamente identificabile – vi fu il Nuovo Ordine nazionalsocialista, il “concerto europeo”, la ristrutturazione napoleonica, fino ad arrivare a Carlo V e anche oltre. Ma sembra fuori discussione che i motivi fondamentali dell’esperienza di integrazione a noi contemporanea siano in larga misura debitori verso una generale Aufarbeitung che l’intero Vecchio Continente ha compiuto all’indomani del secondo conflitto mondiale – rafforzata da un ripensamento del proprio ruolo internazionale dopo il 1989-91. Giustamente Carlo Jean scrisse – era ancora il 1995 – che, con l’unificazione, la «Germania è divenuta il catalizzatore dell’Europa», ma ciò è vero non soltanto in virtù dei suoi numeri, demografici o economici, bensì anche da un punto di vista culturale, come modello di identità incentrato sulla non-identità nazionale.

PEGIDA, così come molti altri movimenti simili nel resto d’Europa – i quali possono inoltre avvalersi di una certa germanofobia, più o meno manifesta –, si batte appunto contro questo modello, rispetto a cui l’islamizzazione è considerata un effetto snazionalizzante coscientemente perseguito. Tuttavia, la parabola del movimento tedesco – messo a confronto con gli analoghi europei – ci dimostra anche come l’ideologia, o il progetto politico-culturale, contro cui si scaglia non sia affatto fragile, oppure prodotto di un “pensiero debole”, ma possieda invece una propria forza e un’intima coesione capace di reggere le sfide lanciate dall’interno. Vedremo forse presto se ciò possa valere anche con quelle provenienti dall’esterno.

Challenges of France in international politics

France is the biggest country in Western Europe and after Germany possesses the second largest population. For centuries France has been one of the dominant countries in international politics and its influence still continues to cover the wide geography. But developments in the scene of international politics showed that French foreign policy is challenged by other giant countries and France troubles to overcome these obstacles.

Challenges of France in international politics - Geopolitica.info

French foreign policy faced the challenge right after the World War Second, when colonies started to gain their independence. France suffered greatly from the effects of World War Second and could no longer to afford maintain colonies. Economic collapse concentrated all efforts on reconstruction which was totally dependent from Marshall Plan (European Recovery Program) of United States.

The failure of French Europe

On the other hand Marshall Plan of United States was inevitable chance for France to realize unification of Europe which was one of the main missions of French foreign policy since Napoleonic wars. European integrated area was an attempt to prevent another war similar to those two devastated Europe. Establishment of this entity made France political, economic, and military power of Europe. French hegemony in European Economic Community was threatened after accession of United Kingdom in 1973. But political confrontation between these two European states started before than UK accession, when French President Charles de Gaulle left military structure of NATO in 1966. He explained his decision with preserving independence of France but it was an attempt to forestall Anglo-American dominance over Europe. Although both countries united their political course against the danger from Eastern Block, but claims for full lordship over Europe resulted with political polarization of Western Europe. Both powers enjoyed their hegemony over Europe until unification of Germany. United Germany automatically became the biggest country for its population and economic reforms within the short period in the Eastern part allowed Germany to quit French and British superiority over Europe.

French international policy continued to decline outside the borders of European continent. France lost the control over Indo-China, Middle East and African states and only started restoration of political influence in 2007 when Nicolas Sarkozy became the president of France. In 2009 after 43 years under his presidency France rejoined the military command of NATO. Nicolas Sarkozy pursued rescue plan of French foreign policy and determined international political priorities of France. EU policy and relation of France with other 27 member states is the first priority of French foreign policy and this is the only policy that linked to home policy of France. But difficulties with structural reforms at home have decreased the position of France inside European Union. Public debt of France estimated 90% of total GDP, unemployment increased up to 20%. Economic problems inside France strengthened de facto leadership of Germany and when it comes to financial and economic issues France has accepted to be a junior partner of Germany. Last elections to European Parliament in 2014 also weakened role of France inside the European Union. The victory of Eurosceptic French National Front at the elections increased concerns of French Government and EU leadership. EU policy of France disappointed for the second time after European Constitution referendum in 2005. The results of last EU Parliament elections have strengthened the position of far-right and nationalistic opposition which struggles against globalization and EU in particular. The chairman of National Front Marine Le Pen pledges France out of European Union and NATO.

Scramble over former colonies

French foreign policy towards former colonies also has been renewed during the last decade. In order to remain relevant and influential, France has entered new competition with China and United States of America. France holds national reserves of 14 African states in its central bank and France considered the source of stability in Africa. French companies also have deep roots in Africa and especially crude oil exploration and production in Africa is mainly led by French companies. But increasing role of China in Africa has become the nightmare of France. To preclude China’s increasing ascendancy and win the scramble over Africa, France has been imitating U.S foreign policy. France backed coup d’états and realized military interventions in African states for keeping its allies in power. Another challenge that France has confronted in Africa is growing extremism and radical Islam. Current president of France Francois Hollande has set counter terrorism as the main priority of French international policy. Fight against terrorism and extremism in former colonies showed France would not allow committing same mistakes as in Ruanda. Military intervention in Libya was another case where France supported democratic transition and fought against long term ally.

Current foreign policy of France described as lost in the crowd, where official Paris suffers from the lack of scenarios in international politics. International policy of France doomed to failure in Syria, where policy makers of France along with other Western allies condemned ruling regime with committing oppressive actions and persecutions against its own population. A year later, nowadays France mentions transnational jihadist organizations such as ISIS that has been able to establish a full operational control over the regions in Iraq and Syria as the biggest threat directly endangering national interests of France and other Western countries. Although official Paris has said that its military involvement against ISIS would be limited to Iraq but there is now thinking that France and other Western countries are de facto allies with Syrian regime because they have a common enemy.

The role of France in UN Security Council

UN Security Council is the most influential political mean and core of French foreign policy. France is one of the 5 permanent member states in UN Security Council and holds veto right. Recent developments in Syria and Libya, also negotiations over nuclear program of Iran showed that capability of UN Security Council paralyzed. Veto right of P5 countries puts obstacles in issues of vital importance. Important issues relating to human rights, rule of law, democracy and etc., submitted to UN Security Council cannot move forward from dead end. To increase the capability and legitimacy of UN Security Council, France and UK together proposed structural reforms to UN Security Council. Reforms embrace extension of UN Security Council with the accession of African, Arab and Latin America states. France also proposed to adopt a “code of conduct” which would oblige P5 countries to refrain from exercising their veto right in cases where a mass atrocity is involved.

Soft policy as a new mean of foreign policy

Also to maintain its sphere of influence France reintroduced the new way of diplomacy. Soft diplomacy by cultural and educational influence enables to expand the French values. Once French used to be the most widespread international language over the world but alongside with political influence it has lost its prestige. In North Africa French lost competition with Arabic language, in the Central Africa French has been challenging by English and in Indo-China it lost the ground to English and Chinese. To interrupt the shrinking and restore the primacy of French in the world, President Francois Hollande emphasized soft policy as the new national security strategy. And to promote French and French speaking world, the advocates of French diplomacy have established multilateral policy for bringing French speaking states together as a political community.

Way out of situation

Although the external image of France is better than image of French government at home but to preserve its scope of influence France should overcome the major economic problems faced inside the country. The government is blamed for being the prisoner of EU policy and globalization. One of the biggest accusations towards the government is migration policy. France is one of the biggest victims of illegal migration in Europe. Illegal migration has increased the rate of unemployment and number of serious crimes in France. Rising security risks and continuity of economical decline has caused the raise of extreme right National Front’s popularity.

According to analysts French government has two options to deal with economic recession. Continue economic reforms by cutting public spending or pursue social economic policy by applying Keynesian economic formula (state intervention to economy during recession). French foreign policy could gain momentum and resume its international importance only after successful internal economic recovery.